Luglio 2026

I Litfiba tornano insieme per 17 Re! In arrivo nuovo album live

Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo: in una parola sola, i Litfiba. I Litfiba quelli veri, quelli dei primi album che hanno rivoluzionato la storia del rock italiano. E chi avrebbe mai pensato di rivederli in tour insieme sul palco dopo la Trilogia del 2012-2013? E soprattutto chi avrebbe mai immaginato di vederli riproporre appunto i brani di quando erano tutti e quattro insieme in studio e sul palco, senza eseguire quelli della storia più recente portata avanti solo da Ghigo e Piero? E invece è accaduto per i quaranta anni di quello che probabilmente è il più bell’album dei Litfiba in formazione originaria: 17 Re. I Litfiba hanno chiamato e il loro popolo ha risposto: il Prato delle Cornacchie delle Cascine di Firenze il 23 luglio scorso è stato riempito da una marea umana di quasi 7.000 spettatori. Anche per il fatto che questa serata se la giocavano nella loro città, Firenze, era una data che non si poteva perdere. E il pubblico è stato ben ripagato con uno spettacolo incredibile di circa due ore e mezzo. E attenzione attenzione: il 27 novembre 2026 uscirà il nuovo album dal vivo “17 RE Live 1986-2026: sarà  registrato proprio in occasione del tour celebrativo ed è già disponibile per il preorder.   Immensi Litfiba. Quando hai la possibilità di assistere a uno spettacolo come questo, capisci che sei di fronte a un gruppo vero. Un gruppo in cui ognuno è una voce a sé che contribuisce all’insieme, non solo Piero: Ghigo Renzulli ha un suono unico alla chitarra, un suono che è diventato marchio di fabbrica indiscusso del gruppo; Antonio Aiazzi non è un semplice tastierista come altri che riempiono con tappeti di accompagnamento, è un tastierista che armonizza e crea atmosfere melodiche nostalgiche e sognanti sulle quali si innesta il canto ora rabbioso ora melanconico, sono protagoniste ed evocatrici come solo Aiazzi riesce a farle essere; e sono proprio le tastiere ad aprire il concerto con una versione strumentale di Febbre a cui segue 17 Re, la title track che è stata tirata fuori ora per l’anniversario in quanto non era stata inserita nell’album. E che dire di Gianni Maroccolo: sembra parlare tramite un basso che pare vivo, quasi una ap e ci si accorge di quanti brani girino proprio intorno al suo strumento.     Una meraviglia. Chi si aspettava una reunion nostalgica o autocelebrativa si è sbagliato alla grande. Semmai il timore poteva essere di trovarsi di fronte a rielaborazioni, “ammodernamenti” dei brani. Invece pareva di essere negli anni ’80, tutto suonava uguale all’album. Tutto. E in due occasioni sono intervenuti anche Francesco Magnelli alle tastiere e Daniele Tramubsti alle percussioni dal momento che a suo tempo avevano collaborato alle registrazioni di 17 Re. Ovviamente il grande assente, come purtroppo sempre, è Ringo De Palma ricordato da Piero con Eroi nel vento e sostituito dal mitico Luc Mitraglia. Piero non ha accennato se non minimamente, giusto verso la fine, al fatto che hanno “fatto fuori venti psicologi” per decidere se realizzare questo tuor oppure no, e fra un brano e l’altro non ha mancato di attaccare governanti e potenti della terra sventolando ora un parrucchino arancione con chiaro riferimento a Turmp, ora le bandiere della Palestina e del Kurdistan.  Infine, brandendo il tricolore Italiano, non ha mancato di ricordare a più riprese che la nostra è una Repubblica antifascista. E Piero lo chiarisce: “di concerti dove non si dice niente è pieno”, e soprattutto ribadisce che “chi non parla è complice e noi non lo siamo“. Altro che De Gregori (che Pelù non tira comunque assolutamente in ballo). Del resto si tratta di argomenti da sempre cari ai Litfiba e a Piero in particolare che di recente ha organizzato anche i due eventi S.O.S. Palestina. Ora, come abbiamo detto in occasione di reunion similil, la speranza enorme dei fan (anche se ci credono in pochi) è che i Litfiba tornino insieme anche per un nuovo album di inediti. Intanto ci godiamo l’attimo.   27/7/2026  

I Litfiba tornano insieme per 17 Re! In arrivo nuovo album live Leggi tutto »

Il ritorno dei Bluvertigo

Bluvertigo, a Firenze il ritorno di una band che ha segnato la storia dell’alternative rock italiano Ci sono reunion che vivono di nostalgia e altre che riescono a dimostrare di avere ancora qualcosa da dire. Quella dei Bluvertigo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A quasi trent’anni dalla nascita della band, il tour “Esseri Umani” segna il ritorno sul palco della formazione originale guidata da Morgan, affiancato da Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale, con l’aggiunta del polistrumentista Lele Battista. Noi de La Settima Base abbiamo assistito alla terza data del tour, il 19 luglio all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze. Fin dagli esordi, la band ha rappresentato un’anomalia nel panorama musicale italiano, introducendo un linguaggio capace di fondere alternative rock, elettronica e sperimentazione con una scrittura raffinata e profondamente contemporanea. Un’identità che, ancora oggi, conserva tutta la sua forza.   Ad aprire la serata sono stati i Manitoba, duo electro-rock fiorentino formato da Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti. Attivi dal 2015, hanno raggiunto il grande pubblico grazie alla partecipazione a X Factor nel 2020, proponendo un set energico che ha preparato il pubblico all’arrivo dei Bluvertigo. Il concerto prende il via con “Decadenza” e “Il Dio Denaro”, due brani tratti dall’album Acidi e Basi, che riportano immediatamente il pubblico nell’universo sonoro della band. La scaletta attraversa poi l’intera carriera del gruppo con alcuni dei brani più significativi di Zero, tra cui “Sono = Sono”, “La Comprensione” e “Forse”, quest’ultima interpretata da Andy. Non mancano “L’Assenzio (The Power of Nothing)”, presentata al Festival di Sanremo nel 2001, e la splendida “Cieli Neri”, tratta da Metallo Non Metallo, accolta con entusiasmo dal pubblico. Tra un brano e l’altro Morgan dialoga spesso con il pubblico, ringraziando più volte i presenti e sottolineando quanto sia importante vedere le persone cantare insieme alla band. Momenti spontanei che contribuiscono a creare un clima di grande vicinanza tra artisti e spettatori. Più che un semplice concerto, quello dei Bluvertigo è un vero e proprio percorso artistico costruito attorno al concetto di “Esseri Umani”, il tema che dà il nome al tour e che attraversa musica, immagini e parole. Ogni elemento della produzione contribuisce a sviluppare questa riflessione, trasformando il live in un’esperienza immersiva. A colpire in modo particolare è l’identità visiva dello spettacolo. I visual, ideati e realizzati da Sergio Carnevale e Alex Tacchi, dialogano costantemente con la musica attraverso un linguaggio fatto di pixel, geometrie e richiami all’anatomia meccanica. Un immaginario che non si limita a fare da sfondo alla performance, ma ne amplifica il significato, accompagnando il pubblico in una riflessione sull’identità dell’uomo, capace di sopravvivere anche in un mondo governato da codici, algoritmi e sistemi.     Il pubblico risponde con entusiasmo, canta, applaude e balla per tutta la durata dello spettacolo, esplodendo soprattutto durante “La Crisi” e nel finale affidato ad “Altre Forme di Vita”. Tra i volti dei fan si scorgono anche lacrime di emozione e nostalgia, testimonianza del legame profondo che questa band continua a mantenere con chi l’ha seguita fin dagli esordi. Quello di Firenze è stato un concerto intenso, della durata di circa due ore, capace di alternare sperimentazione sonora, grande qualità esecutiva e momenti di autentica riflessione. I Bluvertigo dimostrano di essere ancora una realtà viva e artisticamente rilevante, non una semplice operazione nostalgia. Se questo tour rappresenta un nuovo inizio, non possiamo che augurarci che sia anche il preludio a nuova musica. Nel frattempo, resta una sola cosa da dire: grazie per il concerto e bentornati.   23/07/2026

Il ritorno dei Bluvertigo Leggi tutto »

“Random” a Carrara: Massari e Donnaloia si raccontano

Sabato 11 luglio siamo stati all’inaugurazione della mostra Random, ospitata a Palazzo Binelli di Carrara, per incontrare alcuni dei protagonisti dell’esposizione e approfondire il loro percorso artistico. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Palazzo Binelli, Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Attraverso le loro opere, gli artisti si fanno interpreti di un dialogo che travalica il tempo e le convenzioni, per restituire una visione plurale del paesaggio. Non solo quello fisico, riconoscibile, ma anche quello interiore, astratto e visionario, che si scompone e si ricompone tra memoria e immaginazione. Più che una semplice esposizione, Random è un’esplorazione dello spazio geografico e mentale, un’immersione nel mistero di ciò che è stato e di ciò che potrà essere. Le opere dialogano tra loro attraverso materiali, forme e linguaggi differenti, offrendo al visitatore molteplici chiavi di lettura e una riflessione sul rapporto tra natura, trasformazione e immaginazione. In questo articolo andremo ad approfondire il lavoro di Luciano Massari e Giuseppe Donnaloia, due percorsi artistici profondamente diversi ma accomunati da una ricerca che mette al centro il rapporto tra materia, forma e significato. In occasione dell’inaugurazione abbiamo incontrato entrambi gli artisti per parlare delle opere esposte e conoscere più da vicino la loro ricerca.   Intervista a Giuseppe Donnaloia     Nel tuo percorso convivono scultura, pittura, restauro e insegnamento. In che modo queste esperienze si influenzano a vicenda e contribuiscono a definire il tuo linguaggio artistico? Credo che queste esperienze facciano parte di un unico percorso. Il restauro mi ha insegnato il rispetto per la materia e per il tempo, oltre a offrirmi una conoscenza profonda delle tecniche e della storia dell’ arte. L’insegnamento, invece, mi costringe ogni giorno a mettere in discussione le mie certezze e confrontarmi con nuove generazioni di artisti. La pittura e scultura sono il luogo in cui tutto questo confluisce. Non considero le discipline come ambienti separati, ma come linguaggi che si alimentano reciprocamente. Cerco di costruire un linguaggio personale, riconoscibile, nel quale la materia conserva la memoria del gesto e il processo creativo rimane sempre visibile. È proprio in questa ricerca di un impronta autentica che riconosco il filo conduttore del mio lavoro.   Alcune delle opere che presenti in questa mostra non appartengono alla tua produzione più recente. Che cosa ti ha portato a scegliere proprio questi lavori e quale dialogo instaurano con il tuo percorso artistico? Ho scelto queste opere perché, pur appartenendo a momenti diversi del mio percorso, condividono una stessa tensione: quella verso un equilibrio sempre fragile. È un tema che attraversa da tempo la mia ricerca e oggi ritrovo tanto nella mia pittura quanto nella scultura. Le superfici pittoriche, così come le forme ceramiche sospese su esili strutture, suggeriscono una condizione di instabilità che considero profondamente umana. Viviamo in un’ epoca in cui gli equilibri personali, sociali e perfino geopolitici sembrano continuamente messi alla prova. Le mie opere non raccontano questi eventi in modo diretto, ma cercano di evocare quella sensazione di precarietà e, allo stesso tempo, la continua ricerca di un punto di equilibrio. Per questo ho voluto riunire proprio questi lavori: non rappresentano una retrospettiva, ma testimoniano la coerenza di una ricerca che, attraverso il gesto, la materia e la forma, continua ad interrogarsi sulla fragilità dell’esistenza e sulla capacità dell’ uomo di mantenersi in un equilibrio in un mondo sempre più instabile. Intervista a Luciano Massari     La tua ricerca parte dalla tradizione del marmo di Carrara ma negli anni si è aperta anche ad altri materiali e linguaggi. Che cosa guida la scelta del materiale con cui dare forma a un’opera? La scelta del materiale nasce sempre dall’idea e dalla necessità interna dell’opera. Non considero mai la materia come un semplice supporto, ma come una presenza capace di orientare il processo creativo e di introdurre significati propri. Come è risaputo il marmo appartiene profondamente alla mia formazione e al territorio in cui sono nato, ma nel tempo ho cercato di liberarlo dalla sua dimensione monumentale e dalla sua apparente compattezza, portandolo verso una condizione più fragile, sottile e leggera. Accanto al marmo ho utilizzato anche altri materiali, scegliendoli in base alla tensione che volevo creare tra peso e leggerezza, resistenza, permanenza o trasformazione. Ogni materiale possiede una memoria, un tempo e una voce, il mio lavoro consiste anche nell’ascoltarli, nel comprenderne i limiti e nel portarli, quando possibile, oltre la loro funzione abituale.     Durante l’inaugurazione hai parlato di una dimensione “ancestrale” che attraversa i tuoi lavori. Che cosa rappresenta per te questo concetto e in che modo prende forma nelle opere esposte? Quando parlo di dimensione ancestrale non penso a una citazione del passato o ad un riferimento archeologico preciso, mi riferisco piuttosto a qualcosa che precede il linguaggio e la forma definita, come una memoria profonda, quasi biologica che lega saldamente l’uomo alla materia e al paesaggio sia lunare che terreno. Le opere esposte nascono da questa ricerca di una presenza originaria, le mie forme non descrivono direttamente un luogo, ma cercano di restituirne la traccia di un silenzio di una energia trattenuta che non appare come un paesaggio riconoscibile, ma come una geografia interiore, affidata a variazioni minime di superficie. La dimensione ancestrale prende forma proprio da questa essenzialità. È il tentativo di riportare la scultura a un gesto primario, riducendo il rumore dell’immagine e lasciando emergere un rapporto più intimo tra materia, memoria e percezione.     La mostra Random è ospitata a Palazzo Binelli di Carrara ed è visitabile fino all’8 agosto 2026. Orari di apertura dal lunedì al venerdì: 10.30 – 12.30 venerdì e sabato: 18.30 – 22.30 domenica: chiuso 21/07/2026

“Random” a Carrara: Massari e Donnaloia si raccontano Leggi tutto »

La Londra di Dickens: sulle tracce di un comune amico

Una delle caratteristiche di un grande scrittore è la capacità di osservare e interpretare il proprio tempo e i propri contemporanei. È ciò che ha fatto Charles Dickens con la Londra dell’età vittoriana e della rivoluzione industriale. I suoi personaggi costituiscono un campionario umano di un’epoca di progresso e ipocrisia, di alienazione umana e oppressione, in cui si finiva in prigione per debiti e l’appartenenza a una certa classe sociale  segnava la differenza tra la vita e la morte per fame e malattie. Leggere Dickens oggi ci aiuta a interiorizzare quel gusto critico e di intima ribellione all’ingiustizia che ha reso le sue pagine immortali.   Se siete in giro per Londra, vi lasciamo una piccola mappa per andare alla ricerca delle tracce dickensiane che ancora si possono trovare nella capitale britannica e sentirvi più vicini (anche geograficamente) a questo immenso romanziere.          1. Il Charles Dickens Museum       La prima tappa del nostro percorso non può che essere il numero 48 di Doughty Street. La casa abitata dallo scrittore inglese tra il 1837 e il 1839 è stata trasformata nel Charles Dickens Museum, dove si può respirare la quotidianità della famiglia Dickens. Lo staff, che comprende un nutrito numero di volontari, vi accompagnerà per le varie stanze e vi regalerà aneddoti sulla vita e le opere di Dickens, facendovi sentire immersi in un altro tempo. Grazie a queste gradevoli chiacchierate e alla sensibilità e interessi di queste preparatissime guide, ogni visita non sarà mai uguale all’altra.         Inoltre, il museo è molto attivo anche per quanto riguarda le mostre temporanee. Questa estate, fino al 6 settembre, troverete Extra/Ordinary Women, che, tra fotografie, oggetti e documenti, approfondisce le storie delle donne che hanno ispirato Dickens e approccia con sguardo critico il ruolo dei personaggi femminili dickensiani, spesso fondamentali e di buon cuore, ma anche rischiosamente tendenti a rafforzare lo stereotipo vittoriano della donna intesa come un individuo fragile. Nella realtà, però, lo scrittore incontrò donne di tutt’altro carattere: al museo avrete modo di incontrarle, incluse le figlie di Dickens, Katey e Mamie, di cui troverete esposto per la prima volta al pubblico un bellissimo ritratto.       2. The Old Curiosity Shop         Non lontano dal parco di Lincoln’s Inn Fields, in Portsmouth Street, vi imbatterete in quello che è considerato il più antico negozio di Londra. The Old Curiosity Shop è sopravvissuto sia al grande incendio di Londra del 1666, sia alla distruzione portata dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel 2018 è stato acquisito dalla London School of Economics and Political Science ed è oggetto di un progetto di restauro portato avanti in collaborazione con il City of Westminster Conservation Officer e l’Historic England. Nel corso degli anni (anzi, dei secoli), il negozio ha più volte cambiato destinazione, ma si pensa che il nome attuale si debba a un libraio, Mr Tesseyman, che vi gestì la propria attività nel XIX secolo. Cosa c’entra Dickens? Pur non essendoci fonti certe sul suo collegamento con il negozio reale, molti lo ricollegano al romanzo  La bottega dell’antiquario (1840-1841). Anche se è momentaneamente chiuso per i lavori, quindi, da bravi dickensiani non abbiamo potuto fare a meno di fermarci davanti alla sua porta.     3. Le corti inglesi e Fleet Street         Il tema della giustizia e della sua cattiva amministrazione è centrale in un’opera come Casa desolata (1852-1853). In generale, in molti romanzi e anche racconti di Dickens è presente un appiglio per riflettere sul confine tra giusto e sbagliato, tra l’onesto esercizio di un proprio diritto e lo sprezzo totale dell’altrui umanità (basti pensare allo Scrooge di Canto di Natale, che, nel rispetto della legge, sceglie di spadroneggiare sui suoi debitori). Per ricordare anche questo importante aspetto dell’opera dickensiana, non resta che incamminarsi lungo lo Strand, passando davanti al goticheggiante edificio delle Royal Courts of Justice, dove risiedono l’Alta corte e la Corte d’appello d’Inghilterra e Galles.          L’area è considerata il cuore del sistema giudiziario britannico e del diritto inglese. Ciò non impedisce comunque di concedersi un drink presso Ye Old Cock Tavern in Fleet Street, dove pare si recasse lo stesso Dickens.         Proseguendo in direzione della Cattedrale di St. Paul si arriverà all’imponente edificio che ospita la corte penale inglese, il famigerato Old Bailey. Sulla sua facciata si legge: «Defend the Children of the Poor & Punish the Wrongdoer» («Difendi i figli dei poveri e punisci il malfattore»). Forse Oliver Twist avrebbe qualcosa da ridire su una tale frase riferita a un luogo che ha visto perpetuata più di un’ingiustizia, inclusa la condanna ai lavori forzati di un altro genio della letteratura, Oscar Wilde.     4. Il pub storico The Lamb         Come si sarà intuito, molti luoghi londinesi vantano un legame con Dickens (reale o solo supposto). A Bloomsbury si trova il The Lamb, pub costruito nel XVIII secolo e tuttora in attività. Ci siamo fermati a bere qualcosa e lo staff ci ha confermato che è del tutto plausibile che Dickens vi abbia fatto visita (non siamo nemmeno troppo distanti da Doughty Street), così come fu frequentato abitualmente dalla poetessa Sylvia Plath. Senz’altro, l’atmosfera di altri tempi che vi si respira e la vicinanza con il quartier generale degli intellettuali del Bloomsbury Group fanno  venire voglia di sedersi a uno dei tavoli con una pinta e un buon libro. Una curiosità: sulle pareti si trovano i ritratti di molte attrici e attori dell’età vittoriana ed edoardiana, inclusa Jennie Jerome Churchill, madre del Primo Ministro Winston Churchill). Molti di questi artisti erano soliti esibirsi del vicino Empire Theatre e frequentavano così spesso il pub che, dopo la distruzione del teatro sotto un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, le loro fotografie vennero donate al The Lamb. Non ci discostiamo perciò troppo dal nostro tema principale, considerando l’impegno che Dickens profondeva nelle letture pubbliche delle sue opere e il suo amore per la

La Londra di Dickens: sulle tracce di un comune amico Leggi tutto »

“My name is Orson Welles”: a Torino la mostra sullo straordinario regista

Orson Welles è uno di quei nomi che hanno fatto la storia del cinema. Innovativo e dal multiforme ingegno, il regista statunitense ha creato pietre miliari della settima arte del calibro di Quarto potere (1941), sua opera d’esordio sul grande schermo per la quale fu anche attore, sceneggiatore e produttore. Capace di regalare al pubblico performance intense e indimenticabili sia a teatro che davanti alla macchina da presa, Welles ha anche dato un inestimabile contributo all’interpretazione di Shakespeare nel Novecento.     Sono innumerevoli le notizie e gli aneddoti intorno a questa magnetica figura e coglierne tutti gli aspetti in poche righe è assai arduo. Ma qualcuno è riuscito nell’impresa di restituirne un ritratto quanto più accurato possibile, raccogliendo (metaforicamente e materialmente parlando) le fila di una vita e di una carriera fuori dall’ordinario. Potete verificarlo in prima persona concedendovi una trasferta piemontese.     Dal 1 aprile al 5 ottobre 2026, infatti, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, all’interno del suggestivo spazio della Mole Antonelliana, ospita una mostra imperdibile per ogni cinefilo. Si tratta di “My Name Is Orson Welles” , concepita dalla Cinémathèque française, curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, e arricchita dalla presenza di più di 400 pezzi, alcuni ancora mai esposti, provenienti da collezioni pubbliche e private, nonché dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema stesso.     Ad accrescere il senso di immersione nel vissuto e nell’opera di Orson Welles contribuiscono le scelte di allestimento della mostra. Appena entrati nell’Aula del Tempio, i visitatori sono accolti da tre schermi sospesi con la celebre “scena degli specchi” de La signora di Shanghai (1947) e possono entrare a visitare le installazioni del piano terreno prima di salire lungo la rampa elicoidale dell’Aula.     La mostra è divisa in cinque aree tematiche: 1915-1939 Wonder Boy; 1941 Quarto Potere; 1942 L’inizio dei guai; 1947-1968 Una star in Europa; 1969-1985 Un re senza regno. Ogni area presenta fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni: da curiosità come il certificato di nascita di Welles ai manifesti originali dei film, dalle sceneggiature annotate alle tavole disegnate e colorate da Guido Crepax, dedicate a La Storia immortale (1968) ed esposte per la prima volta.     Lodevole è anche la scelta degli organizzatori di seguire il principio del Design for All, che la rende pienamente accessibile tramite testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni e video in LIS attivabili tramite QR code, modelli e pannelli visivo-tattili.     I più esperti e appassionati avranno modo di scoprire e approfondire nuovi dettagli della parabola artistica e umana di Welles, mentre i neofiti verranno accompagnati in un viaggio che, complice il luogo, li affascinerà e permetterà loro di immergersi in questo capitolo del cinema mondiale proprio come se stessero sfogliando le pagine di un libro esaustivo e, allo stesso tempo, coinvolgente.        “My name is Orson Welles” è una fonte di emozioni e conoscenza da non lasciarsi assolutamente sfuggire durante un soggiorno torinese. Non solo un omaggio, ma un modo per instaurare un dialogo sia con l’uomo che con il genio che è stato Orson Welles.     7/7/2026

“My name is Orson Welles”: a Torino la mostra sullo straordinario regista Leggi tutto »

“I peccatori”: riflessioni su un film da Oscar

***  Scroll down to read the article in English *** Il film I peccatori (Sinners, 2025) ha conquistato quasi unanimemente critica e pubblico lo scorso anno, con la storia di due gemelli afroamericani nel Mississippi degli anni ’30 che si trovano ad affrontare una minaccia dai contorni soprannaturali. Tuttavia, dopo le sue sedici nomination da record alla 98ª edizione degli Academy Awards, molti osservatori si chiedono quale sia la fonte dell’immenso successo del film.   1. Il regista     Ryan Coogler era già considerato un talento promettente e ormai consolidato dopo il successo del piccolo biopic Prossima fermata Fruitvale Station (2013). In seguito, Coogler è passato a grandi produzioni come Black Panther (2018), distinguendosi nel cinema d’intrattenimento capace di conquistare il grande pubblico. Tuttavia, I peccatori, il suo ultimo trionfo, è stato particolarmente apprezzato per il suo legame diretto con il regista. Il film possiede un tratto personale che lo eleva. Le influenze del regista sono estremamente evidenti sullo schermo. L’uso di diverse cineprese, la riflessione sulla storia della musica, il rapporto familiare con il Mississippi e la cultura irlandese: tutto è presente in ogni inquadratura. I film che hanno ispirato il regista fanno da eccellente sfondo ai temi profondi che cerca di affrontare nel corso dell’opera. Tutto ciò rende I peccatori speciale, un film con un’identità unica che si vede di rado e che richiede davvero l’attenzione dello spettatore.   2. L’attore protagonista     Michael B. Jordan, attore presente sugli schermi fin dai primi anni 2000, è la principale star della produzione. Fin da adolescente Jordan ha lavorato in serie acclamate come The Wire. Nel corso degli ultimi decenni è cresciuto non solo anagraficamente, ma anche come interprete, entrando in enormi franchise come i film Marvel ed ereditando la saga di Rocky, dove interpreta il protagonista Adonis Johnson (Creed) in Creed (2015). Il suo ruolo nei Peccatori richiede che sia al massimo delle proprie capacità, poiché deve interpretare due personaggi nel corso del film. L’attore deve distinguerli chiaramente l’uno dall’altro, far affezionare il pubblico a entrambi e, al tempo stesso, gestire il rapporto reciproco tra i due personaggi. Un compito arduo anche per gli attori più esperti, soprattutto considerando che il progetto si basa sull’empatia e sull’interesse che il pubblico deve nutrire verso questi due protagonisti. Jordan riesce brillantemente nell’impresa ed è stato giustamente premiato per questa interpretazione, ottenendo anche l’Academy Award come Miglior Attore.   3. Il cast corale e la collaborazione tra gli artisti     Gli ultimi Academy Awards hanno sottolineato fortemente l’importanza del cast e del casting stesso, introducendo il nuovo premio dedicato a quest’ultimo. I peccatori ha eccelso anche in questo aspetto, grazie a un solido mix di nuove scoperte come Miles Caton e veterani dell’industria come Delroy Lindo. Questa varietà di talenti è stata celebrata durante la stagione dei premi, quando il film ha ricevuto nomination agli Oscar in tre delle principali categorie attoriali, oltre a una candidatura per la nuova categoria Miglior Casting. Lo stesso Coogler non è nuovo alla creazione di un gruppo affiatato di collaboratori per i suoi progetti. I peccatori rappresenta, infatti, la quinta collaborazione tra Coogler, il compositore Ludwig Göransson e l’attore Michael B. Jordan. Il risultato è stato che tutti e tre hanno vinto un Academy Award per il film.   4. Lo stile e i costumi     Scelte come l’utilizzo di cineprese IMAX per gran parte del film hanno influenzato significativamente l’aspetto e l’atmosfera dell’opera. Questo ha permesso di catturare dettagli e texture con grande precisione, aiutando gli spettatori a immergersi completamente nel film. Coogler si è davvero concentrato sul ruolo che queste cineprese potevano avere, al punto da confrontarsi con registi esperti come Christopher Nolan per capire come utilizzarle al meglio. È arrivato persino a pubblicare un video in cui spiegava le proprie scelte tecniche agli appassionati di cinema. Oltre a ciò, materiali, costumi e colori hanno contribuito a collegare il pubblico all’ambientazione degli anni Trenta. Gli stessi strumenti vengono utilizzati per indicare i cambiamenti nella narrazione, fornire simbolismi nel corso della storia e distinguere l’aspetto e la sensazione trasmessa dai personaggi. I materiali illustrano le differenze di classe sociale, i costumi raccontano la storia e il passato dei personaggi, mentre i colori vengono spesso usati per separare visivamente i due personaggi interpretati da Jordan.   5. L’uso dei generi cinematografici     Gli spettatori sono usciti dalle sale discutendo se il film fosse più un musical che un horror. Altri si sono chiesti se la prima metà fosse un dramma storico o addirittura un gangster movie. Il dibattito ha dominato le discussioni online, e a ragione: ogni elemento è stato trattato con la stessa cura. Le sequenze musicali risultano inventive e fresche, con il medley del fienile in fiamme considerato una delle scene più memorabili dell’anno. Il dramma storico cattura l’interesse del pubblico grazie a una trama intrigante e a un eccellente senso dell’epoca rappresentata. Questa combinazione di generi ha quasi rischiato di ritorcersi contro il film, perché il pubblico è stato così coinvolto dalle prime parti che l’horror strisciante è sembrato quasi un’intrusione quando finalmente è arrivato. Eppure, esiste forse momento migliore per mettere i personaggi in pericolo mortale, se non dopo aver fatto sì che un’intera sala cinematografica si sia affezionata alle loro vite?   6. La costruzione del mondo narrativo     Nel film c’era davvero qualcosa per tutti. Inoltre, l’opera ha trovato nuove prospettive e aspetti poco esplorati della mitologia e della storia da approfondire. Questo ha contribuito molto a distinguerlo dagli altri film horror. Diversi gruppi di spettatori hanno dichiarato di essersi sentiti rappresentati, riconoscendo sullo schermo parti della propria storia e cultura. Il Mississippi degli anni Trenta è l’ambientazione ideale per mettere in luce la cultura afroamericana in un periodo molto specifico e difficile della storia americana. Il Mississippi, in particolare, permette di esplorare il profondo folklore del Sud degli Stati Uniti. I personaggi discutono della natura della crisi, scambiando inizialmente i vampiri per haints, spiriti della tradizione folkloristica del Sud. Anche la musica

“I peccatori”: riflessioni su un film da Oscar Leggi tutto »

Torna in alto