Chiara Venturini

Musicista del gruppo industrial post punk CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, Chiara Venturini consegue il diploma di pianoforte al Conservatorio “A. Vivaldi” di Alessandria e si laurea e specializza in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo (indirizzo Scenografia) presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara. E’ anche musicoterapista. Negli anni si è avvicinata allo studio dell’ukulele e fa parte del gruppo “KaniKapila Ukulele Band” con cui ha partecipato a diversi eventi in Italia (Festival dell'Ukulele di Vicenza nel 2018 e Ukulele for Peace di Paul Moore nel 2019 a Lucca, apertura del concerto dell’ukulelista Danilo Vignola nel 2019 ad Alessandria) e in Spagna (Barcellona 2017). Dal 2020 collabora con il gruppo musicale Yo Yo Mundi. Nel 2021 ha formato un duo ukulele e voce con Paolo Enrico Archetti Maestri ( Yo Yo Mundi) con cui ha realizzato lo spettacolo “Majakovskij e l’ukulele”. Nel maggio 2022 ha fatto parte del cast di artisti del Mediterranean Ukulele Fest (Monopolele), 1° festival internazionale di ukulele tenutosi a Monopoli (Puglia). Nell’estate 2022 ha formato il duo ukulele e voce “Le Canzoniere” con l’attrice Irene Baruffetti.

Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

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“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

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Il ritorno dei Bluvertigo

Bluvertigo, a Firenze il ritorno di una band che ha segnato la storia dell’alternative rock italiano Ci sono reunion che vivono di nostalgia e altre che riescono a dimostrare di avere ancora qualcosa da dire. Quella dei Bluvertigo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A quasi trent’anni dalla nascita della band, il tour “Esseri Umani” segna il ritorno sul palco della formazione originale guidata da Morgan, affiancato da Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale, con l’aggiunta del polistrumentista Lele Battista. Noi de La Settima Base abbiamo assistito alla terza data del tour, il 19 luglio all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze. Fin dagli esordi, la band ha rappresentato un’anomalia nel panorama musicale italiano, introducendo un linguaggio capace di fondere alternative rock, elettronica e sperimentazione con una scrittura raffinata e profondamente contemporanea. Un’identità che, ancora oggi, conserva tutta la sua forza.   Ad aprire la serata sono stati i Manitoba, duo electro-rock fiorentino formato da Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti. Attivi dal 2015, hanno raggiunto il grande pubblico grazie alla partecipazione a X Factor nel 2020, proponendo un set energico che ha preparato il pubblico all’arrivo dei Bluvertigo. Il concerto prende il via con “Decadenza” e “Il Dio Denaro”, due brani tratti dall’album Acidi e Basi, che riportano immediatamente il pubblico nell’universo sonoro della band. La scaletta attraversa poi l’intera carriera del gruppo con alcuni dei brani più significativi di Zero, tra cui “Sono = Sono”, “La Comprensione” e “Forse”, quest’ultima interpretata da Andy. Non mancano “L’Assenzio (The Power of Nothing)”, presentata al Festival di Sanremo nel 2001, e la splendida “Cieli Neri”, tratta da Metallo Non Metallo, accolta con entusiasmo dal pubblico. Tra un brano e l’altro Morgan dialoga spesso con il pubblico, ringraziando più volte i presenti e sottolineando quanto sia importante vedere le persone cantare insieme alla band. Momenti spontanei che contribuiscono a creare un clima di grande vicinanza tra artisti e spettatori. Più che un semplice concerto, quello dei Bluvertigo è un vero e proprio percorso artistico costruito attorno al concetto di “Esseri Umani”, il tema che dà il nome al tour e che attraversa musica, immagini e parole. Ogni elemento della produzione contribuisce a sviluppare questa riflessione, trasformando il live in un’esperienza immersiva. A colpire in modo particolare è l’identità visiva dello spettacolo. I visual, ideati e realizzati da Sergio Carnevale e Alex Tacchi, dialogano costantemente con la musica attraverso un linguaggio fatto di pixel, geometrie e richiami all’anatomia meccanica. Un immaginario che non si limita a fare da sfondo alla performance, ma ne amplifica il significato, accompagnando il pubblico in una riflessione sull’identità dell’uomo, capace di sopravvivere anche in un mondo governato da codici, algoritmi e sistemi.     Il pubblico risponde con entusiasmo, canta, applaude e balla per tutta la durata dello spettacolo, esplodendo soprattutto durante “La Crisi” e nel finale affidato ad “Altre Forme di Vita”. Tra i volti dei fan si scorgono anche lacrime di emozione e nostalgia, testimonianza del legame profondo che questa band continua a mantenere con chi l’ha seguita fin dagli esordi. Quello di Firenze è stato un concerto intenso, della durata di circa due ore, capace di alternare sperimentazione sonora, grande qualità esecutiva e momenti di autentica riflessione. I Bluvertigo dimostrano di essere ancora una realtà viva e artisticamente rilevante, non una semplice operazione nostalgia. Se questo tour rappresenta un nuovo inizio, non possiamo che augurarci che sia anche il preludio a nuova musica. Nel frattempo, resta una sola cosa da dire: grazie per il concerto e bentornati.   23/07/2026

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Musica, magia e fantasy: Arthuan Rebis

La nostra intervista a Arthuan Rebis, musicista, compositore, polistrumentista, cantante, scrittore e concertista internazionale. Rebis ha all’attivo progetti da solista e in collaborazione con vari artisti. La prima domanda che vogliamo farti è: come è avvenuto il tuo incontro con questo tipo di mondo, quello fantasy e celtico? Dal punto di vista generale direi da bambino, come sicuramente accade un po’ a tutti. Nel mio caso specifico, ho avuto la fortuna di subire la fascinazione di una rivista di parapsicologia e occultismo piena di folklore e di iconografie connesse al fantastico. Quindi, in termini generali, è avvenuto allora. Dal punto di vista musicale, il disco che mi ha aperto la mente, escludendo Branduardi, è stato Aion dei Dead Can Dance.   Hai scritto un nuovo romanzo, Helughèa. Il guardiano alato [Eterea edizioni, Visioni d’altrove] e un nuovo album di musiche correlato. Le due cose vanno ovviamente insieme. Ma in questo e in altri casi, è la scrittura che ti suggerisce la musica o viceversa? O forse anche nel processo creativo le due cose vanno in parallelo? Nel primo romanzo la musica era figlia della letteratura. Ho scritto prima i testi cantati dai personaggi, o le canzoni chiave della vicenda, e successivamente li ho musicati. Nel secondo invece l’album musicale è anche un elemento metaletterario, più indipendente. Prima dei romanzi c’è sempre stata una dimensione di forte connessione con i mondi letterari, della mitologia, della spiritualità, del fantastico, ma completamente in balìa della musica che dominava la scena.     Prima di questo avevi scritto un altro libro con cd allegato, Helughèa, il racconto di una stella foglia. Come è nato? È stata una sorta di… l’ho proprio scaricato da un sogno, come un download, mi è stato come trasmesso. Mi sono svegliato che avevo in testa tutta la vicenda estremamente articolata. Poi il lavoro di limatura è durato mesi. Per il secondo romanzo invece è stato un procedimento più premeditato. Nell’ultimo album, Ballate Mitomagiche, c’è la collaborazione con altri due musicisti. Si, Nicola Caleo, che era già presente nel precedente e con il quale suono anche con gli In Vino Veritas; e la polistrumentista Alice Petrin. Loro suonano dal vivo con me. Alice ha arricchito tutto. Come me canta, suona le cornamuse, la nyckelharpa e altri strumenti. Con la loro versatilità diventa più facile articolare e variare uno spettacolo in trio. In una realtà come quella di oggi, con il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale, che compito credi che abbia il genere fantasy? La letteratura fantastica è stata quella che ha ammonito l’umanità prima delle due guerre mondiali. Se pensiamo al Faust, alla sua progenie di miti moderni, o al Golem e poi alle calamità che sono seguite, notiamo che il fantastico è un impulso irrazionale dell’ombra che viene repressa e sfocia nell’arte da questa intersezione comune dell’inconscio dell’umanità, generando questi mostri. Sono demoni che appaiono feroci, ma il loro è un messaggio di compassione, sono messaggeri dell’Apocalisse che cercano di ammonire l’umanità. Il mio ultimo romanzo parla anche di incombenti guerre mondiali spaventose, ma non è stata una scelta premeditata, è emersa. Quando uno cerca la guarigione individuale deve confrontarsi con quella della collettività. Il fantastico ha sempre avuto un ruolo nobile a partire dalla fiaba, che non è strettamente per bambini: come intendeva anche Tolkien, è una maschera del mito e il mito è quello che ci racconta qualcosa in modo universale. La magia è una componente fondamentale del mondo cui fai riferimento nei tuoi lavori. Credi che l’elemento magico in qualche modo si manifesti fra noi? Non parliamo ovviamente di curatori, truffatori e personaggi del genere. Partiamo dal presupposto che la magia più potente la incontriamo ogni secondo che passa ed è quella che chiamiamo realtà, che è sempre colorata dai nostri organi sensoriali, diversi a seconda della specie, degli individui e delle loro esperienze. Noi ci afferriamo alla realtà in un modo completamente allucinato ogni secondo che passa, immemori delle verità basilari (la mortalità, l’impermanenza, l’interdipendenza). Per me quella che chiamiamo realtà è un incantesimo potentissimo. Il termine comune “magia” sicuramente può racchiudere esperienze di coscienza non ordinaria, ma è più difficile di quanto sembri distinguere ciò che chiamiamo realtà da sogno e fantasia. Credo che ciò che faccia la differenza sia il nostro atteggiamento: anche il sogno e la fantasia sono esperienze valide da cui possiamo apprendere moltissime cose. Nel momento in cui un’esperienza è valida, io non la sottovaluterei. A me è capitato di fare sogni che dalla nostra parte duravano minuti ma, dall’altra, settimane. Parlo di sogni lucidi, e in alcuni mi è capitato di studiare testi e praticare con strumenti musicali. Ho sbloccato molte cose in sogno. Il primato tra sogno e veglia oscilla come un pendolo.       Abbiamo visto che suoni diversi strumenti: come ti sei avvicinato a ognuno di essi e qual è il primo strumento che hai imparato? Sono partito dalla chitarra e dalle tastiere, poi ho studiato musica nel senso che ho una laurea umanistica. Ma lo studio sugli strumenti è stato praticamente individuale, pur avendo avuto la fortuna di suonare con bravissimi musicisti folk internazionali. L’arpa celtica è il mio strumento principale, insieme alla nyckelharpa. C’è una ricerca molto personale dietro, sono molto disciplinato ma anche molto anarchico nello studio, diligentemente anarchico. È uno studio fatto di viaggi, pratica e intuizione. L’arpa celtica la suono con le unghie e non è la pratica comune; da molti secoli si suona con i polpastrelli. Sulla nyckelharpa ho ideato un’accordatura mia che mi permette di fare cose che gli altri non fanno, pur presentando altri limiti. Un’accordatura influenza la tecnica, lo stile. In Grecia Antica si intendeva una sola cosa quando si parlava di armonia e accordatura.    

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Yo Yo Mundi

La musica collettiva e resistente degli Yo Yo Mundi

La musica collettiva e resistente degli Yo Yo Mundi  Intervista con Paolo Enrico Archetti Maestri   Yo Yo Mundi: uno dei tanti gruppi emersi nei primi anni ‘90, gli ultimi momenti di gloria della musica alternativa italiana; nati in un periodo in cui appunto tutto sembrava possibile e la creatività sprizzava da tutte le parti, gli Yo Yo Mundi proseguono tuttora la loro attività musicale con tenacia e passione, tra collettivismo e impegno. Abbiamo intervistato Paolo Enrico Archetti Maestri, il cantante, chitarrista e portavoce del gruppo. Gli Yo Yo Mundi, una realtà degli anni ‘90 che va avanti con continuità senza mai fermarsi. Te lo saresti mai aspettato? Lo abbiamo voluto fortemente ed è così ancora oggi, anzi oggi più che mai! Quando io e gli altri componenti degli Yo Yo Mundi ci siamo messi insieme, dissi loro che il mio sogno era sempre stato quello di scrivere canzoni e di suonare da professionista (avevo già sfiorato questa possibilità con due band). Il gruppo nasce con  Eugenio Merico (batterista), praticamente subito abbiamo coinvolto Andrea Cavalieri (bassista), e dopo un anno di prove e composizione nella band è entrato Fabio Martino (fisarmonica e tastiere), all’epoca quindicenne. Questa è la formazione originaria degli Yo Yo, il nostro compleanno cade il 5 marzo 1989, in occasione del nostro primo live in quattro. Abbiamo subito avuto la percezione che poteva funzionare, perché noi quattro funzionavamo prima di tutto come persone e poi anche come musicisti, ognuno con la propria peculiarità, ma con la grande attitudine di aiutarci, sempre. E poi perché avevamo gli occhi che brillavano quando si parlava di musica. Infine ci voleva coraggio, spensieratezza, tenacia, determinazione e tanta voglia di emergere e a noi non mancava nulla di tutto questo. Ci siamo fatti i primi anni ‘90, con dei semplici demo e con quelli abbiamo ottenuto recensioni su diversi giornali nazionali (all’epoca c’erano tanti giornali specializzati e quasi tutti avevano uno spazio dedicato alla musica indipendente e ai demotape). E poi suonavamo ovunque senza avere neppure un disco, ma solo una grande intraprendenza e parecchia faccia tosta. Ed Eugenio già all’epoca si dimostrava abilissimo a trovare date e organizzare le continue trasferte.   Erano altri tempi, altre situazioni, contesti molto diversi da quelli in cui viviamo oggi. Erano situazioni in cui ci si doveva adattare a tutte le cose più pazzesche e bizzarre ma allo stesso tempo creative perché ci permettevano di crescere e diventare più abili e potenti ogni volta che riuscivamo a suonare da qualche parte (facevamo anche tutti i concorsi possibili vincendone diversi, era molto istruttivo parteciparvi perché spesso c’erano impianti belli e un pubblico vergine, non quello delle solite birrerie, c’era, all’epoca molta curiosità e molta disponibilità da parte del pubblico). A proposito di situazioni bizzarre… A volte non c’era neppure il palco e ricordiamo certi impianti audio luci… davvero spaventosi!! A un certo punto avevamo un po’ esaurito birrerie e pub in cui suonare e non ci piacevano neppure più tanto. Ci mancava qualcosa, allora abbiamo cominciato a suonare in strada e siamo arrivati anche in Francia, prima la Costa Azzurra e poi addirittura quindici giorni a Parigi, mantenendoci quasi completamente con quello che ci offrivano per strada mentre suonavamo le nostre canzoni e quelle di Paolo Conte (che anni dopo definì “selvatica” la nostra musica!). Quando siamo tornati ci siamo guadagnati dei palchi più importanti. Non avevamo letteralmente più paura di niente. Nel ‘91 abbiamo realizzato un album completamente autoprodotto intitolato “Nuovi oggetti di culto”, un disco che non è mai uscito perché noi volevamo fortemente essere prodotti da Gianni Maroccolo (Litfiba, CSI) e riuscimmo grazie a un amico giornalista, Marco Baratti, a incontrarlo e nacque immediatamente una simpatia, oltre a stima reciproca. Lui preferiva, giustamente, lavorare da zero con noi e le registrazioni acerbe di “Nuovi oggetti di culto” diventarono vecchie e inutili in un battibaleno. Con lui abbiamo realizzato prima un demo con alcuni inediti e poi, finalmente, l’anno successivo, cinque anni dopo la nascita del gruppo abbiamo registrato e dato alle stampe il primo album ufficiale del gruppo.  Quanto sono rimasti gli Yo Yo Mundi di un tempo? Quanto e come sono cambiati? I Litfiba dicevano: “Siamo cinque dita della stessa mano che sul palco si trasformano in pugno.” Noi eravamo in quattro e abbiamo voluto assolutamente trovare il quinto Yo Yo. Il desiderio si è materializzato nella persona di Fabrizio Barale (chitarra), che era l’assistente di studio dove registrammo l’album “Percorsi di musica sghemba” (Columbia – Sony, 1996). Finalmente anche noi potevamo diventare un pugno chiuso! Questa formazione a cinque è durata fino al 2013, poi Fabri cominciò a essere meno presente perché aveva cominciato a fare tour con l’amico Ivano Fossati (che fu nostro ospite ne “L’Impazienza”, 1999 e scrisse per noi la canzone “Il sud e il nord” e noi Yo Yo fummo ospiti nel suo album “La disciplina della terra”). Poi anche Fabio è andato a vivere in Svizzera (suona con i Vad Vuc, grande band ticinese!), la distanza e gli impegni, lavorativi e familiari, hanno  limitato assai la frequentazione artistica e così nel 2013 ci siamo trasformati in un collettivo. Fabio inizialmente è stato affiancato e poi sostituito da Chiara Giacobbe, violinista e cantante con noi da undici anni. A seguire abbiamo ospitato Simone Lombardo, suonatore di strumenti etnici che è a tutti gli effetti uno Yo Yo ad honorem. Così come Dario Mecca Aleina il nostro ingegnere del suono e Daniela Tusa l’attrice che collabora con noi da quasi dieci anni o ancora Ivano A. Antonazzo che non suona, ma è un artista che si occupa delle copertine degli album, dei video, delle fotografie.   Ci siamo trasformati in un collettivo di circa una decina di persone che come una fisarmonica si apre e si chiude a seconda delle esigenze del momento e dei progetti. In qualche modo abbiamo ovviato così ad uno scioglimento che non è mai avvenuto, ci siamo tenuti insieme con un filo tanto sottile, quanto resistente. Nel prossimo disco (uscirà nella primavera

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