Novembre 2026

The Nameless Ballad

The Nameless Ballad: Federico Zampaglione presenta il suo nuovo horror a Lucca Comics & Games 2026

In occasione della rassegna Notti Horror di Lucca Comics & Games 2026, il 31 ottobre noi de La Settima Base abbiamo assistito, presso il Cinema Astra, alla proiezione di The Nameless Ballad, il nuovo film di Federico Zampaglione. La pellicola è stata presentata in anteprima alla presenza del regista, della sceneggiatrice Barbara Baraldi e dell’attrice Giglia Marra. Il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane il prossimo 5 novembre.   Il protagonista del film, Sam, è un giovane musicista britannico di origini italiane che si trova bloccato dal punto di vista artistico ed è ormai dipendente dai farmaci. Il suo produttore decide di farlo tornare in Italia, nei luoghi della sua infanzia, per ritrovare l’ispirazione perduta. La dimora scelta per l’isolamento presto si rivelerà popolata da strane e oscure entità che sembrano nutrirsi delle sue paure, della sua angoscia e del suo disperato bisogno di creare musica.   Federico Zampaglione debutta alla regia nel 2006 con Nero bifamiliare, a cui seguono Shadow, presentato in diversi festival horror internazionali, e Tulpa. Nel 2021 torna dietro la macchina da presa con Morrison, adattamento cinematografico del romanzo Dove tutto è a metà, scritto insieme a Giacomo Gensini.   Con The Well si riavvicina al genere horror, rafforzando ulteriormente la propria presenza sulla scena cinematografica internazionale. Il film viene infatti selezionato in importanti festival, tra cui il Sitges Film Festival, e distribuito in oltre cento Paesi.     Parlando di The Nameless Ballad, il regista Federico Zampaglione ha raccontato quanto questo film sia personale, quasi autobiografico. Tutto ciò che lo spettatore vedrà sullo schermo, dall’inizio alla fine, prende spunto da esperienze vissute direttamente da lui o da persone a lui molto vicine. Si tratta quindi di un’opera a cui è particolarmente legato. Il regista ha confessato inoltre di essere molto emozionato per la presentazione, paragonando la sensazione a quella di un genitore che vede il proprio figlio andare via, accompagnata da un grande amore e dal desiderio di custodirne il ricordo.   Alla sceneggiatrice Barbara Baraldi invece è stato chiesto come sia nata la collaborazione con Federico Zampaglione e come si sviluppi il processo di scrittura a quattro mani. Barbara ha raccontato che Federico l’ha contattata dopo aver già avuto modo di collaborare a un progetto che, purtroppo, non ha mai visto la luce. In quell’occasione entrambi avevano potuto conoscere il rispettivo metodo di lavoro.   Ad accomunarli, oltre alla passione per il cinema, è soprattutto il grande amore per l’horror. La sceneggiatrice ha ricordato infatti che, fin dal loro primo incontro, avevano iniziato a parlare di film horror e dei loro titoli preferiti, lasciando quasi spiazzate le persone presenti.   Successivamente, Federico le ha sottoposto l’idea iniziale del film, che Barbara ha apprezzato moltissimo. Da lì è iniziato un intenso lavoro di scrittura condivisa: lui le inviava una prima versione della sceneggiatura, lei la rielaborava e gliela rimandava, ampliando ogni volta l’universo narrativo e approfondendo i personaggi. Un processo portato avanti con grande dedizione, tanto da coinvolgerli a qualsiasi ora del giorno, weekend compresi. Entrambi, scherza Barbara, sono degli autentici ossessivi compulsivi, accomunati dalla passione per il genere horror. È proprio da questa sintonia che è nato il soprannome con cui hanno iniziato a definirsi: «fratelli di sangue», naturalmente sangue cinematografico.   Infine, all’attrice Giglia Marra è stato chiesto come abbia lavorato alla costruzione del suo personaggio (del quale, naturalmente, non sveliamo nulla per evitare spoiler). L’attrice ha raccontato di essersi dovuta isolare dal mondo e da qualsiasi possibile distrazione, dedicando molto tempo allo studio, soprattutto durante le ore notturne.      Per prepararsi al ruolo ha anche preso lezioni di pianoforte. Si è trattato di un personaggio particolarmente impegnativo, che, come racconta lei stessa, «mi ha veramente rubato l’anima». Ha cercato di mettere tutta sé stessa nell’interpretazione, con la speranza che il suo impegno e il suo coinvolgimento emotivo siano arrivati anche al pubblico.   Il regista ha spiegato che ha voluto realizzare un film diverso dai suoi lavori precedenti, sperimentando un nuovo modo di raccontare la paura. Dopo aver realizzato con The Well un film molto grafico e violento, ha scelto di concentrarsi su una paura più psicologica ed emotiva, legata all’ansia, all’angoscia e alla suspense, ispirandosi anche alle atmosfere del cinema orientale e ai racconti di fantasmi.   L’idea del film nasce dal desiderio di raccontare il lato oscuro del mondo della musica, fatto di sofferenza, cambiamenti e difficoltà. Il regista ha capito che il genere horror fosse il mezzo più adatto per rappresentare queste emozioni profonde. Il film affronta temi molto personali, come il successo, i cambiamenti nella vita e nelle persone che ci circondano, prendendo spunto dalle esperienze vissute direttamente dal regista e da quelle di persone a lui vicine. La collaborazione con Barbara è stata fondamentale sia nella scrittura sia durante le riprese.   Il film è dedicato alla memoria di Federico Frusciante, noto critico e youtuber recentemente scomparso.   In conclusione, il regista ha descritto il film come un’opera più personale e autobiografica, attraverso la quale ha potuto esplorare il tema dei fantasmi, una sua grande passione, e raccontare paure ed esperienze realmente vissute. Prima di salutare il pubblico e lasciarlo alla visione del film, Federico ha comunicato che, al termine della proiezione, avrebbe incontrato il pubblico per conoscere le impressioni, le opinioni e i pareri degli spettatori sul film.     A noi della Settima Base The Nameless Ballad è piaciuto. La musica ha un ruolo davvero importante e diventa quasi una protagonista della storia, con melodie che ti rimangono in testa anche dopo aver finito di vedere il film.   È un horror che punta più sulle atmosfere e sulla tensione che sugli spaventi improvvisi. Un film cupo e malinconico, che richiama “Un tranquillo posto di campagna” di Elio Petri e il gotico italiano raccontando una storia molto personale.   Non è un film per chi cerca paura e colpi di scena a ogni minuto, ma per chi ama lasciarsi coinvolgere lentamente dalle atmosfere e dalla musica, fino ad arrivare alla fine con tante domande

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Schiele e il peso dell'intimità: il nuovo graphic novel a quattro mani

Schiele e il peso dell’intimità: il nuovo graphic novel a quattro mani

Il nuovo graphic novel dedicato a Egon Schiele ed edito da Becco Giallo non è la solita biografia lineare. È un’opera a quattro mani che unisce la sceneggiatura di Marina Valenti e lo stile realistico dell’autrice al tratto dinamico e “nervoso” del noto illustratore Ernesto Anderle. Nato quasi per caso da un video youtube, il volume mette in parallelo il viaggio di due giovani del nostro tempo con le vicende umane e artistiche del pittore austriaco: un ragazzo e una ragazza che hanno avuto una storia d’amore, si incontrano per caso mentre vanno a visitare una mostra, una antologica di Schiele. Si sviluppa così un dialogo sospeso tra passato e presente, dove l’arte incontra le debolezze umane, un racconto a specchio tra i giovani di oggi e il mito di Schiele: le nevrosi della Vienna di inizio secolo si riflettono con le fragilità e le insicurezze della giovinezza contemporanea. Gli autori scavano nei traumi dal pittore, nella sua tormentata ricerca della figura paterna attraverso l’erotismo e in quella scelta fatale che farà alla fine, “borghese”, che spengerà la luce dell’ispirazione poco prima della morte avvenuta prestissimo, a soli 28 anni. Abbiamo incontrato Marina Valenti a Lucca Comics and Games 2026 che ha rilasciato un’intervista per noi.     Questa graphic novel è a tutti gli effetti un lavoro a quattro mani. Com’è nata l’idea originaria e come si è sviluppata la vostra collaborazione? L’idea è partita da Ernesto che voleva realizzare un graphic novel su Schiele. Navigando su YouTube si è imbattuto in un mio video intitolato “Egon Schiele. Gli artisti vivranno eternamente”, in cui condividevo a braccio una serie di riflessioni personali sulla sua vita. Mi ha contattata su Instagram, ha scoperto che sono anche io una pittrice e illustratrice, e mi ha proposto di unire le forze.     Tu hai curato la sceneggiatura e parte dei disegni, mentre Ernesto si è concentrato esclusivamente sulla parte visiva. Come avete fatto convivere due stili che avete definito molto diversi? Ernesto ha uno stile molto fresco, istintivo e “nervoso” – potremmo dire molto vicino alla sensibilità di Schiele. Io, al contrario, ho un approccio molto più realistico. Poteva sembrare una scelta azzardata per lo stesso volume, ma abbiamo sfruttato la struttura del racconto nel racconto. La cornice narrativa segue due ragazzi dei giorni nostri su un treno diretto a una mostra di Schiele. Tutta la loro linea temporale è gestita con il mio stile più cinematico e lineare, quasi giornalistico. Quando la narrazione si sposta sulla vita di Schiele e sulle sue opere, subentra il tratto poetico e libero di Ernesto. In questo modo i due stili si fondono ed evolvono anche attraverso il colore: all’inizio le tavole sono cupe, ma diventano sempre più luminose man mano che i protagonisti si aprono tra loro.     Entrando nel merito della storia, qual è il focus di questa biografia? Non volevamo fare la classica cronistoria accademica dall’inizio alla fine. Il fumetto scava nel lato emotivo e strettamente umano di Schiele, mettendolo a specchio con le insicurezze dei ragazzi di oggi. Pur essendo un genio assoluto, Schiele era un ragazzo come tutti gli altri, che ha commesso i suoi errori, condizionato dal contesto storico e dalle sue vicende familiari. L’obiettivo del libro è spingere il lettore a guardarsi dentro proprio attraverso i suoi errori.      C’è qualche aspetto meno noto della sua vita che è emerso durante le vostre ricerche e che avete deciso di inserire? Sicuramente il legame profondo tra la sua arte e i traumi familiari. Suo padre è morto di sifilide dopo aver frequentato a lungo le prostitute. È un dettaglio noto agli esperti, ma raramente approfondito sotto questo aspetto: tutta la produzione di Schiele legata al nudo, alla sessualità esasperata e all’intimità può essere letta quasi come una ricerca inconscia della figura paterna. Un altro punto cruciale è la scelta “barbina” che fece alla fine della sua vita, quando decise di abbandonare Wally – la sua storica compagna e musa – per sposare una donna della borghesia, classe sociale che inseguiva da sempre. Una svolta che ha spento la sua arte: i quadri successivi mostrano un Egon compiacente.     È diventato mainstream, diremmo oggi. Sì, quasi mainstream. Cercò di trasformare la moglie nella nuova Wally, forte anche la somiglianza tra le due donne, senza mai riuscirci. Segno che non l’aveva mai dimenticata. Per ironia della sorte, è morto appena un anno dopo il matrimonio.           02/11/2026

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