2026

The Nameless Ballad

The Nameless Ballad: Federico Zampaglione presenta il suo nuovo horror a Lucca Comics & Games 2026

In occasione della rassegna Notti Horror di Lucca Comics & Games 2026, il 31 ottobre noi de La Settima Base abbiamo assistito, presso il Cinema Astra, alla proiezione di The Nameless Ballad, il nuovo film di Federico Zampaglione. La pellicola è stata presentata in anteprima alla presenza del regista, della sceneggiatrice Barbara Baraldi e dell’attrice Giglia Marra. Il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane il prossimo 5 novembre.   Il protagonista del film, Sam, è un giovane musicista britannico di origini italiane che si trova bloccato dal punto di vista artistico ed è ormai dipendente dai farmaci. Il suo produttore decide di farlo tornare in Italia, nei luoghi della sua infanzia, per ritrovare l’ispirazione perduta. La dimora scelta per l’isolamento presto si rivelerà popolata da strane e oscure entità che sembrano nutrirsi delle sue paure, della sua angoscia e del suo disperato bisogno di creare musica.   Federico Zampaglione debutta alla regia nel 2006 con Nero bifamiliare, a cui seguono Shadow, presentato in diversi festival horror internazionali, e Tulpa. Nel 2021 torna dietro la macchina da presa con Morrison, adattamento cinematografico del romanzo Dove tutto è a metà, scritto insieme a Giacomo Gensini.   Con The Well si riavvicina al genere horror, rafforzando ulteriormente la propria presenza sulla scena cinematografica internazionale. Il film viene infatti selezionato in importanti festival, tra cui il Sitges Film Festival, e distribuito in oltre cento Paesi.     Parlando di The Nameless Ballad, il regista Federico Zampaglione ha raccontato quanto questo film sia personale, quasi autobiografico. Tutto ciò che lo spettatore vedrà sullo schermo, dall’inizio alla fine, prende spunto da esperienze vissute direttamente da lui o da persone a lui molto vicine. Si tratta quindi di un’opera a cui è particolarmente legato. Il regista ha confessato inoltre di essere molto emozionato per la presentazione, paragonando la sensazione a quella di un genitore che vede il proprio figlio andare via, accompagnata da un grande amore e dal desiderio di custodirne il ricordo.   Alla sceneggiatrice Barbara Baraldi invece è stato chiesto come sia nata la collaborazione con Federico Zampaglione e come si sviluppi il processo di scrittura a quattro mani. Barbara ha raccontato che Federico l’ha contattata dopo aver già avuto modo di collaborare a un progetto che, purtroppo, non ha mai visto la luce. In quell’occasione entrambi avevano potuto conoscere il rispettivo metodo di lavoro.   Ad accomunarli, oltre alla passione per il cinema, è soprattutto il grande amore per l’horror. La sceneggiatrice ha ricordato infatti che, fin dal loro primo incontro, avevano iniziato a parlare di film horror e dei loro titoli preferiti, lasciando quasi spiazzate le persone presenti.   Successivamente, Federico le ha sottoposto l’idea iniziale del film, che Barbara ha apprezzato moltissimo. Da lì è iniziato un intenso lavoro di scrittura condivisa: lui le inviava una prima versione della sceneggiatura, lei la rielaborava e gliela rimandava, ampliando ogni volta l’universo narrativo e approfondendo i personaggi. Un processo portato avanti con grande dedizione, tanto da coinvolgerli a qualsiasi ora del giorno, weekend compresi. Entrambi, scherza Barbara, sono degli autentici ossessivi compulsivi, accomunati dalla passione per il genere horror. È proprio da questa sintonia che è nato il soprannome con cui hanno iniziato a definirsi: «fratelli di sangue», naturalmente sangue cinematografico.   Infine, all’attrice Giglia Marra è stato chiesto come abbia lavorato alla costruzione del suo personaggio (del quale, naturalmente, non sveliamo nulla per evitare spoiler). L’attrice ha raccontato di essersi dovuta isolare dal mondo e da qualsiasi possibile distrazione, dedicando molto tempo allo studio, soprattutto durante le ore notturne.      Per prepararsi al ruolo ha anche preso lezioni di pianoforte. Si è trattato di un personaggio particolarmente impegnativo, che, come racconta lei stessa, «mi ha veramente rubato l’anima». Ha cercato di mettere tutta sé stessa nell’interpretazione, con la speranza che il suo impegno e il suo coinvolgimento emotivo siano arrivati anche al pubblico.   Il regista ha spiegato che ha voluto realizzare un film diverso dai suoi lavori precedenti, sperimentando un nuovo modo di raccontare la paura. Dopo aver realizzato con The Well un film molto grafico e violento, ha scelto di concentrarsi su una paura più psicologica ed emotiva, legata all’ansia, all’angoscia e alla suspense, ispirandosi anche alle atmosfere del cinema orientale e ai racconti di fantasmi.   L’idea del film nasce dal desiderio di raccontare il lato oscuro del mondo della musica, fatto di sofferenza, cambiamenti e difficoltà. Il regista ha capito che il genere horror fosse il mezzo più adatto per rappresentare queste emozioni profonde. Il film affronta temi molto personali, come il successo, i cambiamenti nella vita e nelle persone che ci circondano, prendendo spunto dalle esperienze vissute direttamente dal regista e da quelle di persone a lui vicine. La collaborazione con Barbara è stata fondamentale sia nella scrittura sia durante le riprese.   Il film è dedicato alla memoria di Federico Frusciante, noto critico e youtuber recentemente scomparso.   In conclusione, il regista ha descritto il film come un’opera più personale e autobiografica, attraverso la quale ha potuto esplorare il tema dei fantasmi, una sua grande passione, e raccontare paure ed esperienze realmente vissute. Prima di salutare il pubblico e lasciarlo alla visione del film, Federico ha comunicato che, al termine della proiezione, avrebbe incontrato il pubblico per conoscere le impressioni, le opinioni e i pareri degli spettatori sul film.     A noi della Settima Base The Nameless Ballad è piaciuto. La musica ha un ruolo davvero importante e diventa quasi una protagonista della storia, con melodie che ti rimangono in testa anche dopo aver finito di vedere il film.   È un horror che punta più sulle atmosfere e sulla tensione che sugli spaventi improvvisi. Un film cupo e malinconico, che richiama “Un tranquillo posto di campagna” di Elio Petri e il gotico italiano raccontando una storia molto personale.   Non è un film per chi cerca paura e colpi di scena a ogni minuto, ma per chi ama lasciarsi coinvolgere lentamente dalle atmosfere e dalla musica, fino ad arrivare alla fine con tante domande

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Schiele e il peso dell'intimità: il nuovo graphic novel a quattro mani

Schiele e il peso dell’intimità: il nuovo graphic novel a quattro mani

Il nuovo graphic novel dedicato a Egon Schiele ed edito da Becco Giallo non è la solita biografia lineare. È un’opera a quattro mani che unisce la sceneggiatura di Marina Valenti e lo stile realistico dell’autrice al tratto dinamico e “nervoso” del noto illustratore Ernesto Anderle. Nato quasi per caso da un video youtube, il volume mette in parallelo il viaggio di due giovani del nostro tempo con le vicende umane e artistiche del pittore austriaco: un ragazzo e una ragazza che hanno avuto una storia d’amore, si incontrano per caso mentre vanno a visitare una mostra, una antologica di Schiele. Si sviluppa così un dialogo sospeso tra passato e presente, dove l’arte incontra le debolezze umane, un racconto a specchio tra i giovani di oggi e il mito di Schiele: le nevrosi della Vienna di inizio secolo si riflettono con le fragilità e le insicurezze della giovinezza contemporanea. Gli autori scavano nei traumi dal pittore, nella sua tormentata ricerca della figura paterna attraverso l’erotismo e in quella scelta fatale che farà alla fine, “borghese”, che spengerà la luce dell’ispirazione poco prima della morte avvenuta prestissimo, a soli 28 anni. Abbiamo incontrato Marina Valenti a Lucca Comics and Games 2026 che ha rilasciato un’intervista per noi.     Questa graphic novel è a tutti gli effetti un lavoro a quattro mani. Com’è nata l’idea originaria e come si è sviluppata la vostra collaborazione? L’idea è partita da Ernesto che voleva realizzare un graphic novel su Schiele. Navigando su YouTube si è imbattuto in un mio video intitolato “Egon Schiele. Gli artisti vivranno eternamente”, in cui condividevo a braccio una serie di riflessioni personali sulla sua vita. Mi ha contattata su Instagram, ha scoperto che sono anche io una pittrice e illustratrice, e mi ha proposto di unire le forze.     Tu hai curato la sceneggiatura e parte dei disegni, mentre Ernesto si è concentrato esclusivamente sulla parte visiva. Come avete fatto convivere due stili che avete definito molto diversi? Ernesto ha uno stile molto fresco, istintivo e “nervoso” – potremmo dire molto vicino alla sensibilità di Schiele. Io, al contrario, ho un approccio molto più realistico. Poteva sembrare una scelta azzardata per lo stesso volume, ma abbiamo sfruttato la struttura del racconto nel racconto. La cornice narrativa segue due ragazzi dei giorni nostri su un treno diretto a una mostra di Schiele. Tutta la loro linea temporale è gestita con il mio stile più cinematico e lineare, quasi giornalistico. Quando la narrazione si sposta sulla vita di Schiele e sulle sue opere, subentra il tratto poetico e libero di Ernesto. In questo modo i due stili si fondono ed evolvono anche attraverso il colore: all’inizio le tavole sono cupe, ma diventano sempre più luminose man mano che i protagonisti si aprono tra loro.     Entrando nel merito della storia, qual è il focus di questa biografia? Non volevamo fare la classica cronistoria accademica dall’inizio alla fine. Il fumetto scava nel lato emotivo e strettamente umano di Schiele, mettendolo a specchio con le insicurezze dei ragazzi di oggi. Pur essendo un genio assoluto, Schiele era un ragazzo come tutti gli altri, che ha commesso i suoi errori, condizionato dal contesto storico e dalle sue vicende familiari. L’obiettivo del libro è spingere il lettore a guardarsi dentro proprio attraverso i suoi errori.      C’è qualche aspetto meno noto della sua vita che è emerso durante le vostre ricerche e che avete deciso di inserire? Sicuramente il legame profondo tra la sua arte e i traumi familiari. Suo padre è morto di sifilide dopo aver frequentato a lungo le prostitute. È un dettaglio noto agli esperti, ma raramente approfondito sotto questo aspetto: tutta la produzione di Schiele legata al nudo, alla sessualità esasperata e all’intimità può essere letta quasi come una ricerca inconscia della figura paterna. Un altro punto cruciale è la scelta “barbina” che fece alla fine della sua vita, quando decise di abbandonare Wally – la sua storica compagna e musa – per sposare una donna della borghesia, classe sociale che inseguiva da sempre. Una svolta che ha spento la sua arte: i quadri successivi mostrano un Egon compiacente.     È diventato mainstream, diremmo oggi. Sì, quasi mainstream. Cercò di trasformare la moglie nella nuova Wally, forte anche la somiglianza tra le due donne, senza mai riuscirci. Segno che non l’aveva mai dimenticata. Per ironia della sorte, è morto appena un anno dopo il matrimonio.           02/11/2026

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Povero Frankenstein, povero mostro!

Frankenstein o Il moderno Prometeo di Mary Shelley è stato fonte di ispirazione per il cinema fin dai tempi di Boris Karloff. Solo negli ultimi due anni sono usciti Povere creature! di Yorgos Lanthimos, Lisa Frankenstein di Zelda Williams e Frankenstein di Guillermo Del Toro (per citare solo i film noti a chi scrive). In particolare, Povere creature! si basa sull’omonimo libro di Alasdair Gray (Safarà Editore, 2023), a sua volta ispiratosi all’opera di Shelley: una conferma di come un’ottima idea letteraria rimanga fertile nei secoli influenzando penne diverse. Ma perché (ri)leggere Frankenstein quando si può accedere comodamente a Netflix? Perché, come con Dracula, una pellicola, anche quando è di qualità, ci offre una specifica lente tramite cui osservare la storia, preselezionando per noi determinati elementi. Un regista calcherà la mano sugli aspetti orrorifici, un altro ci suggerirà che il vero mostro sia l’uomo privo di scrupoli etici, un altro ancora approfondirà i dettagli romantici della vicenda, mentre qualcuno ci farà ridere con una brillante parodia. Alla fine, magari, rischieremo pure di confonderci e chiamare il mostro “Frankenstein” come il suo creatore!     Addentrandoci nel romanzo di Shelley, invece, apprezzeremo senza mediazioni la trama relazionale tessuta dall’autrice. Da un lato abbiamo Victor Frankenstein, scienziato esperto in chimica e filosofia naturale, determinato a comprendere e controllare il principio stesso della vita, ma pronto a rinnegare con orrore l’essere nato dai suoi esperimenti. Dall’altro lato, il “mostro”, la “creatura”, respinta e odiata da Frankenstein, sfiorerà soltanto la bellezza dell’esistenza e cederà alla vendetta e all’omicidio nel momento in cui solitudine e disprezzo diventeranno i suoi unici compagni.     Creatura e creatore si scontrano e si accusano a vicenda, entrambi insoddisfatti, entrambi carichi di odio e incapaci di preservare e assaporare il soffio vitale che Frankenstein ha deciso di catturare ed elargire con avventatezza. Gli altri personaggi, tra cui i familiari di Victor, rimangono invischiati loro malgrado in una rete di dolore e ingiustizia, ora vittime innocenti, ora artefici della sofferenza che alimenterà i lati più crudeli del comportamento della creatura. A turbare non è tanto la nauseabonda genesi del mostro quanto la profondità della frattura tra i protagonisti della vicenda. Se il Prometeo del mito ruba il fuoco per il progresso effettivo dell’umanità, il Prometeo di Shelley crea per ambizione un Adamo personale e lo  abbandona senza pietà al caos delle relazioni umane, negandogli affetto e istruzione. Le paure e i rancori sorti da ambo i lati sedimentano in una barriera emotiva e morale che isola ciascuno nella sua interiorità. Tra Frankenstein e il mostro, infatti, nasce una guerra che lascia dietro di sé vite spezzate, una vittoria inutile e il dubbio su ciò che avrebbe potuto essere con premesse diverse.     Vi siete convinti a spengere per un po’ la TV? Allora non resta che recuperare una delle tante edizioni dell’opera, a partire dalla versione edita da Neri Pozza (2018), con l’introduzione di Nadia Fusini, una delle nostre angliste più note e preparate.     Se, invece, preferite assaporare i classici in lingua originale, si segnala la sobria, ma pur sempre elegante edizione con copertina rigida della serie Penguin Clothbound Classics (Penguin Classics, 2013). All’interno, troverete anche A Fragment di George Byron e The Vampyre: A Tale di John Polidori, frutto della celebre sfida di scrittura di storie dell’orrore tenutasi a Villa Diodati nel 1816, da cui nacque Frankenstein stesso.     C’è poi una nuovissima e deliziosa versione, le cui illustrazioni sono state curate dai MinaLima (ovvero Miraphora Mina e Eduardo Lima) per la Harper Design (2025). Non aspettatevi “solo” disegni: come loro consueto, i MinaLima offrono un gioiello di paper engineering che vi permetterà di introdurvi nel laboratorio di Frankenstein, curiosare tra i suoi averi e seguire la creatura nelle sue peregrinazioni. Davvero un’edizione da brividi (di piacere).     30/10/2026

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Dove mangiare a Lucca Comics?

Dove mangiare (etnico) a Lucca Comics & Games 2026

Cari amici, ci siamo! Anche quest’anno, dal 28 ottobre al 1° novembre 2026, Lucca accoglierà migliaia di appassionati di fumetti e non solo, in occasione della 60ª edizione di Lucca Comics & Games. Di questo importante anniversario abbiamo già parlato nel nostro articolo Legacy: 60 anni di Lucca Comics & Games, ma ora che la manifestazione è iniziata è arrivato il momento di pensare anche a un altro aspetto fondamentale (per me di sicuro, ho sempre fame!): dove mangiare a Lucca Comics? Lo scorso anno vi abbiamo suggerito cinque posti “da local”  (consigli ancora validissimi, sia chiaro!), pensati soprattutto per chi arriva a Lucca e vuole approfittare dei Comics anche per scoprire i sapori della cucina tradizionale. Quest’anno, però, abbiamo deciso di cambiare prospettiva e proporvi una versione 2.0 della nostra guida. Da lucchese trapiantata a Milano, il cibo etnico è diventato una delle mie ossessioni. E allora perché non dedicargli una selezione tutta sua? Ecco quindi cinque posti dove mangiare buon cibo etnico a Lucca, senza spendere una fortuna e con un occhio di riguardo alle opzioni vegetariane. Perché durante i Comics, tra una bancarella e l’altra, anche trovare qualcosa di buono da mangiare può diventare una piccola impresa.   Soup in Town Nel cuore del centro storico di Lucca, a due passi da piazza Napoleone (piazza Grande, per i local), troviamo Soup in Town, un piccolo locale che si definisce un «concentrato di natura». Il menù spazia dal cous cous ai burger vegetali, passando per piatti che combinano ingredienti genuini e preparazioni ispirate a diverse tradizioni gastronomiche. Non manca nemmeno qualche richiamo ai sapori locali, soprattutto nei dolci. Insomma, un’ottima alternativa per chi cerca qualcosa di buono e diverso dal solito, senza allontanarsi dal cuore dei Comics. E si beve anche bene, che non guasta mai!   Opzioni vegetariane e vegane: entrambe disponibili, con un menù dedicato alla cucina vegetale.   Ristorante Hong Kong Appena fuori dalle mura della città, a una decina di minuti a piedi da Porta Santa Maria, troverete uno dei ristoranti cinesi storici di Lucca, aperto più di trent’anni fa. Un locale vecchia scuola, sia chiaro: niente di troppo fancy, ma prezzi onesti, porzioni generose e una cucina autentica (per autentica intendo proprio quella cinese trapiantata in Italia a suon di riso alla cantonese e pollo alle mandorle). Il menù offre un’infinità di piatti, gli gnocchi di riso sono assolutamente da provare e, per favore, ordinate i ravioli alla piastra: la giusta dose di unto per affrontare un altro pomeriggio tra gli stand dei Comics.   Opzioni vegetariane: tra le proposte del menù segnaliamo il riso alla piastra con verdure e il tofu (o tou-fu, come lo chiamano loro) in salsa piccante.   M.I.C. Ramen Dalla Cina passiamo al Giappone. Questo ristorante mi è stato consigliato dai colleghi della redazione e, diciamocelo, sembra pensato apposta per i Comics. Siamo in un ambiente decisamente sopra le righe, tra casette di legno, capanne di paglia, corsi d’acqua e pesci che nuotano sotto i vostri piedi. Insomma, la sobrietà non è proprio di casa, ma se amate manga e anime potreste trovarvi nel posto giusto. Il menù ruota attorno al ramen (dal nome si poteva intuire!), accompagnato da altre specialità come gyoza e bao. Attenzione! Il locale è fuori dal centro storico, a circa mezz’ora a piedi da Porta San Donato, ma facilmente raggiungibile in auto. Segnalo che il 31 ottobre ci sarà anche una serata speciale di Halloween, con la formula «Dolcetto o scherzetto?». Perché, evidentemente, l’ambientazione da sola non era abbastanza!   Opzioni vegetariane: segnaliamo il Veggie Ramen, con noodles di frumento, verdure, funghi e brodo a scelta tra miso soia, spicy soia e spicy miso.   Da Dino, cucina dello Sri Lanka Per assaggiare qualcosa di diverso dal solito, vale la pena fare un salto Da Dino, un piccolo ristorante a conduzione familiare che porta a Lucca i sapori dello Sri Lanka. Qui a fare la differenza sono la cucina casalinga, il profumo delle spezie e l’accoglienza dei proprietari. Il menù propone piatti della tradizione singalese, tra riso, verdure, carne e tante preparazioni da assaggiare. Le porzioni sono generose e i prezzi onesti, due caratteristiche che durante i Comics non guastano mai. Siamo appena fuori dalle mura, a una decina di minuti a piedi da piazza Santa Maria. Fidatevi, allontanarsi per un momento dalla confusione del centro sarà una buona idea: il vostro stomaco vi ringrazierà!   Opzioni vegetariane: la cucina dello Sri Lanka è ricca di preparazioni a base di verdure, legumi, riso, spezie e latte di cocco. Da Dino segnaliamo il riso con verdure e l’egg roti.   Kebabbari (una garanzia!) Diciamocelo, un kebab è sempre una buona idea. Ormai a Lucca ci sono diversi locali dove trovare kebab, falafel, baklava e le immancabili patatine. Se però dovessi consigliarvene uno, sceglierei quello di via Elisa, soprattutto per ragioni affettive. È proprio lì che ho mangiato il mio primo panino, quando andavo alle scuole medie (circa vent’anni fa, ma preferirei non soffermarmi su questo dettaglio). All’epoca l’apertura di un kebabbaro era quasi una rivoluzione per Lucca, città che, come avrete capito, non è circondata soltanto da mura, ma anche da una certa diffidenza verso le novità. Ero scettica anch’io, lo ammetto, ma mi sono ricreduta in fretta: il mio record personale è diventato ben presto di due kebab e mezzo in un solo pasto (Pensavo di morire, ma sono sopravvissuta per raccontarvelo!). Insomma, quello di via Elisa resta il mio preferito per ragioni sentimentali, ma i kebabbari sono sempre una garanzia per un pranzo abbondante, economico e che dà grandi soddisfazioni.   Opzioni vegetariane: non mancano i falafel, da gustare nel panino oppure da soli, accompagnati da verdure e salse a scelta. E poi ci sono sempre le immancabili patatine, che mettono tutti d’accordo! Insomma, spero che nei prossimi anni Lucca continui a fare spazio a nuove cucine e nuovi sapori. La strada è quella giusta e, diciamocelo, il mondo è pieno di cose buone da assaggiare! Noi, nel frattempo, aspettiamo con

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Il Cosplay: passione e cultura globale

Il Cosplay: passione e cultura globale

A breve inizierà Lucca Comics & Games e, come sempre, una grande attenzione sarà rivolta ai cosplay che invaderanno pacificamente la città toscana. Non tutti, però, conoscono la storia del cosplay e il mondo che si cela dietro questo fenomeno. Il termine cosplay, nato dall’unione delle parole inglesi costume (abito) e play (gioco), indica l’interpretazione di un personaggio di manga, videogiochi o molto altro. Il cosplayer ne imita gesti e comportamenti e, soprattutto, ne indossa il costume, spesso realizzato artigianalmente. Ogni cosplayer è quindi unico e le differenze nei vestiti, nel trucco e nell’atteggiamento rappresentano una grande ricchezza di lettura dello stesso personaggio. Inoltre i cosplayer accompagnano spesso i propri costumi con armi, scettri e accessori di ogni tipo, comunemente chiamati “props”, dall’inglese theatrical properties, ovvero oggetti di scena: elementi utilizzati per allestire un set o essere maneggiati da un attore. Perché, alla fine, pur sempre di una pratica che ha radici nel teatro stiamo parlando.     Le origini : Star Trek e la nascita dei fandom   Ad oggi non siamo ancora sicuri di quali siano esattamente le origini del cosplay, perché non esiste una data precisa che ne indichi la nascita. Nel 1939, Forrest J. Ackerman e Myrtle Douglas parteciparono in costume alla prima Worldcon di New York, in una delle prime testimonianze documentate di questa pratica nelle convention di fantascienza. Ma il periodo fondamentale per il suo sviluppo risale intorno agli anni Settanta, quando comparvero le prime fiere dedicate al fumetto. Le convention divennero un punto di ritrovo per una pratica dalle origini molto più ampie, legate all’espressione di sé, a movimenti di protesta e alla struttura e al cambiamento che stava avvenendo nella società.   Un momento cruciale infatti, avvenne in quegli anni negli Stati Uniti, scossi da forti tensioni, dove durante numerose manifestazioni dedicate alla fantascienza i fan iniziarono a presentarsi nei panni degli eroi della famosa serie Star Trek. In quegli anni la NASA stava completando il primo Orbiter del programma Space Shuttle, che avrebbe dovuto chiamarsi Constitution. I fan di Star Trek, tra cui Bjo e John Trimble, organizzarono una grande campagna epistolare per chiedere che il nome venisse cambiato in Enterprise, come la celebre astronave del capitano Kirk. La richiesta venne accolta e venne presentata al pubblico il 17 settembre 1976 con il nuovo nome, alla presenza di Gene Roddenberry e di gran parte del cast della serie.      Un fenomeno inclusivo   Star Trek rappresenta una svolta non solo per il mondo del cosplay, ma anche per quello dei “fandom”, parola nata dall’inglese fan (appassionato) e il suffisso -dom (Un dominio collettivo, come in Kingdom, Regno), significa letteralmente “universo dei fan”. Il fandom di Star Trek, sin dalle origini, era composto in grande parte da donne, che non vennero escluse da questo mondo. La serie creò un terreno fertile per lo sviluppo del cosplay: la varietà di alieni, culture e personaggi favoriva l’inclusività e permetteva a persone provenienti da realtà diverse di riconoscersi nello stesso mondo. Anche la comunità queer trovò spazio all’interno di quella cosplay. Nel 1974, per esempio, la fanfiction A Fragment Out of Time introdusse una relazione tra Kirk e Spock, contribuendo alla nascita del filone delle storie slash, dedicate alle coppie queer nei fandom. Insomma, fin dai suoi albori il cosplay si è prestato a essere un movimento aperto, uno spazio di condivisione in cui ciò che conta è solo la passione per interessi comuni.     Dal Giappone a una nuova identità   Il fenomeno si sviluppò ovviamente anche in Giappone, dove trovò una delle sue massime espressioni. Tra i titoli fondamentali per la nascita troviamo: Gundam, del 1979, e successivamente Neon Genesis Evangelion, del 1995.  Con il tempo il cosplay non è diventato soltanto un modo per travestirsi da un personaggio, ma una vera e propria pratica attraverso la quale sperimentare un’identità diversa dalla propria. Un personaggio, nato come immagine bidimensionale, viene trasformato in qualcosa di tridimensionale e vivente attraverso il corpo del cosplayer. Il corpo diventa quindi, a tutti gli effetti, un mezzo artistico. Per interpretare un personaggio assumiamo temporaneamente un’altra identità e possiamo così mostrare aspetti di noi che nella vita quotidiana rimangono nascosti e inesplorati.   È una mediazione tra il sé reale e un’esistenza alternativa, che può avere anche un effetto catartico: attraverso il cosplay possiamo sentirci più liberi, proprio perché i nostri limiti espressivi sembrano allontanarsi. Questo non significa necessariamente voler diventare quel personaggio, ma utilizzare quella figura come strumento per esplorare le diverse possibilità del proprio io. Il cosplay può quindi essere anche una fuga momentanea dalla vita ordinaria, una sospensione della quotidianità che però non avviene in solitaria, bensì all’interno di una comunità capace di creare appartenenza e condivisione. Con l’avvento di internet, inoltre, il fenomeno ha superato i confini degli eventi fisici: sono nati forum di discussione, Wiki dedicate ai fandom e comunità online, mentre nelle principali città hanno iniziato a diffondersi anche bar e sale da gioco in cui i commessi lavorano in cosplay. Il costume, insomma, è solo il punto di partenza: dietro un cosplay c’è un mondo fatto di creatività, ingegno, identità, comunità e voglia di esprimersi.  

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Legacy: 60 anni di Lucca Comics & Games

Legacy: 60 anni di Lucca Comics & Games

Il 2026 è un anno speciale per il Lucca Comics & Games: l’edizione Legacy celebra il 60° anniversario della più importante rassegna europea del fumetto. Nel corso di questi sessanta anni, il Lucca Comics & Games ha collezionato miriadi di affezionati che ogni anno arrivano anche da molto lontano per prendervi parte. In attesa dell’inizio della manifestazione, ripercorriamone insieme la storia.     Gli esordi   Nel 1966, dopo la prima edizione a Bordighera del 1965, Lucca fu scelta per ospitare il Salone Internazionale dei Comics, dedicato al fumetto, all’illustrazione e all’animazione. La rassegna si tenne il 24 e 25 settembre all’interno della città: il Teatro del Giglio ospitò le tavole rotonde, mentre il baluardo San Regolo fu dedicato alle mostre espositive. Il Salone includeva anche una mostra mercato, dedicata non solo agli editori, ma anche a collezionisti e antiquari. La vera forza, comunque, era proprio lo spazio intellettuale creato per parlare di un’arte da molti a torto considerata minore: gli interventi in cartellone analizzarono il fumetto italiano da vari punti di vista, da quello storico al rapporto con altri ambiti artistici come il cinema.     Questa tendenza volta alla ricerca e alla dimensione intellettuale del fumetto venne conservata anche nelle edizioni successive. Nel 1968 nacque l’Immagine-Centro di Studi Iconografici, un’organizzazione culturale privata fondata da Romano Calisi, sorta con il patrocinio dell’Università di Roma e destinata a farsi carico del Salone, ormai radicatosi a Lucca. Per anni il Salone continuò ad arricchirsi di iniziative e ad allungare la durata del festival, diventando un appuntamento fisso per la città, studiosi e appassionati, finché, nella sua ottava edizione, prese il nome di “Salone Internazionale dei Comics e del Cinema di Animazione”.     Mentre il festival cresceva e assumeva una rilevanza sempre più internazionale, tuttavia, le modalità di gestione del Salone furono oggetto di analisi e critiche. Dopo l’edizione del 1976, l’evento fu reso biennale e, nel 1980, si trasformò in Salone Internazionale dei Comics, del Film di Animazione e dell’Illustrazione, sempre accompagnato dalla mostra mercato allestita all’interno della mitica tensostruttura in Piazza Napoleone. Questi anni intensi di esposizioni, premi e conferenze (organizzate anche fuori dell’ormai canonico periodo di fine ottobre – inizio novembre) subirono un inceppo nel 1988 per problemi finanziari, per poi riprendere vigore nel 1990 (anno in cui venne introdotto il biglietto per i visitatori). La vita del “Salone lucchese” sarebbe però terminata di lì a poco. Infatti, dopo l’epocale torneo di Dungeons&Dragons del 1992, uno dei primi a livello nazionale, il Salone chiuse i battenti nella città, ormai impossibilitata a gestire un evento che si sarebbe spostato nella capitale. Una fine che, ad ogni modo, era solo un nuovo inizio.     Arrivano i Comics: dalle Tagliate al centro storico   Nel 1993 i fumetti tornarono a Lucca grazie alla spinta dell’Ente autonomo Max Massimino Garnier con il nome di “Lucca Comics” (che, nel 1995, sarebbe diventato “Lucca Comics & Games”). Non più solo fumetti e arti visive: la fiera si ampliò ad includere i giochi, arricchendosi di campionati e tornei e divenendo attrattiva per un pubblico sempre maggiore. Nel 1999, poi, venne introdotto anche un concorso per cosplayers, che diventeranno sempre più protagonisti nei giorni della manifestazione.     Sono gli anni dei “tendoni” al Palazzetto dello Sport in via delle Tagliate, a protezione di stand che ospitano un popolo variopinto sia dal lato dei venditori che di quello del pubblico e dei collezionisti.     Ogni anno un nuovo tema, un nuovo poster (da collezionare, ovviamente) e nuovi titoli in anteprima. A Lucca si va per le rarità, per la compagnia, per scoprire nuovi autori e, dal 2006, si entra proprio all’interno della città, dato che le strutture della fiera vengono riportate all’interno delle Mura per celebrare il quarantennale.     Da lì il “Lucca Comics” non si muoverà più e crescerà ogni anno, di edizione in edizione, fino a raggiungere cifre folli di visitatori: l’edizione French Kiss del 2025 registrerà un tetto di oltre 280.000 biglietti venduti.     Gli ultimi dieci anni   A chi, come chi scrive, ha vissuto la fiera quasi ogni anno dalla fine degli anni ’90, prima con curiosità infantile, poi con la voglia adulta di tornare bambini, i “Comics” (come è affettuoso chiamarli) hanno sempre trasmetto un senso di comunità e di comfort. Perciò chi, come chi scrive, ha avuto modo di visitare i Comics ripetutamente e con passione, non avrà fatto a meno di notare la loro crescita esponenziale proprio negli ultimi dieci anni. Non è solo perché “siamo cambiati noi”: i Comics sono diventati un evento enorme, che è tornato ad estendersi oltre le mura urbane (pensiamo alla Japan Town al Polo Fiere) e che si è arricchito di sponsor internazionali. I nomi degli ospiti sono cambiati: arrivano da tutto il mondo, come l’autore di videogiochi Hideo Kojima Kojima e il mangaka Tetsuo Hara, “padre” di Ken il Guerriero, entrambi giapponesi ed ospiti dell’edizione 2025. D’altronde, da tempo non ci sono più solo i pilastri del fumetto, dell’animazione e del fantasy, ma anche attori e registi di calibro internazionale (Tim Burton nel 2022; Hwang Dong-hyuk, Lee Jung-jae e Wi Ha-jun della serie sudcoreana Squid Game nel 2024; Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Noah Schnapp, i giovani protagonisti di Stranger Things, insieme ai creatori della serie, Matt e Ross Duffer, nel 2025), con tutta l’isteria collettiva che la presenza di nomi di tale portata porta con sé.     Accanto alle lodi non mancano le critiche: troppo grande, troppo costoso, troppo spazio agli sponsor. Non sono nemmeno mancate le criticità etiche: l’edizione 2023, non a caso boicottata dal fumettista Zerocalcare, ha visto il patrocinio dell’ambiasciata israeliana, in un momento in cui Gaza iniziava ad essere rasa al suolo a danno della popolazione civile palestinese. D’altronde, etica è anche la perplessità legata alla presenza delle grandi multinazionali, che va a discapito degli spazi dedicati alle anime indipendenti del fumetto – che sono comunque rappresentate – e di quel clima vivace e creativo che si respirava anche

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Fuori di zucca: racconti horror di altri tempi

Ottobre è un mese di transizione: le ombre si infittiscono presto durante il giorno, le serate si fanno più fredde e, mentre la natura aggiusta il proprio cammino verso l’inverno, il consumismo rende alquanto peculiari gli scaffali dei supermercati (zucche di Halloween o primi panettoni?). Per tenersi alla larga dal mercato e recuperare un pizzico di atmosfera autunnale, malinconica e dorata allo stesso tempo, tra foglie che cadono ed echi di feste dedicate ai defunti, un modo sicuro è rifugiarsi all’interno di un buon libro. Non un libro qualsiasi, ovviamente: il suggerimento per queste settimane è quello di tuffarsi in una raccolta di racconti dell’orrore e affini.     Il racconto, per sua conformazione, si presta a diventare un gustoso manicaretto letterario, se il suo breve spazio viene ben gestito dall’autore. D’altronde, la letteratura orrorifica è stata padroneggiata da maestri arcinoti come Mary Shelley, Edgar Allan Poe, Bram Stoker, H.P. Lovecraft e, in tempi più recenti, Shirley Jackson, Anne Rice e Stephen King. Tra generi e sottogeneri, poi, l’horror si è arricchito notevolmente nelle ultime decadi e sono tanti i titoli che potremmo consigliarvi, pescando nel mare magnum delle raccolte che escono mensilmente. A noi, però,  piace il vintage e chi lo recupera: per questo vi proponiamo una serie di titoli “di altri tempi” per esplorare un genere che è tutt’altro che minore nel panorama letterario mondiale.   1. Signore in nero: le raccolte di Blackie Edizioni     Negli ultimi anni la Blackie Edizioni ha realizzato due perle che non possono mancare sui vostri scaffali da amanti dell’horror. Stiamo parlando di Dark Ladies. Racconti di scrittrici vittoriane che vi faranno morire di paura (2022) e Regine del brivido. Storie del mistero dalle più spaventose scrittrici del passato (2023), entrambe tradotte da Sabrina Bottari. In questi volumi troverete nomi notissimi come Charlotte Brontë ed Elizabeth Gaskell insieme ad una pletora di autrici meno conosciute dal grande pubblico, ma non meno valide sia per l’abilità nello strutturare i racconti che per la capacità di bilanciare clichés del genere e qualità artistica. Apprezzabilissima, inoltre, la scelta di introdurre in Dark Ladies tre (immense) scrittrici italiane: Luisa Saredo, Matilde Serao e Grazia Deledda, che danno prova di non avere niente da invidiare alle loro colleghe britanniche, tra folklore, superstizioni e l’orrore che si cela non solo nel mondo ultraterreno, ma anche nella realtà più banale. Nelle loro pagine, inoltre, come ci ricorda l’introduzione, queste “dark ladies” si sono prese la loro rivincita in una società pensata per gli uomini: nelle loro storie, infatti, sono prevalentemente gli uomini a dare prova di quelle forme di isteria e svenevolezza che si tendeva ad attribuire alle brave e delicate signore vittoriane. Ma, più che una vendetta, è una lucida presa d’atto di come il terrore non guardi proprio in faccia a nessuno.   2. Incubi italiani nelle raccolte de L’Alcova Letteraria      C’è tanta cura e passione nelle scelte che hanno portato alla nascita di questi due piccoli, ma importanti volumi, curati dal collettivo L’Alcova Letteraria e disponibili online: Incubi d’autore e Florilegio oscuro. L’obiettivo che il collettivo si è posto è stato raccogliere e riproporre le opere di autori italiani che, tra l’Ottocento e il Novecento, hanno animato la letteratura gotica, grottesca e dell’orrore, con risultati che, come già nel sopracitato caso delle dark ladies nostrane, tengono degnamente testa alle opere anglosassoni. Le penne coinvolte sono del calibro di Luigi Capuana, Luigi Pirandello, Emilio Salgari, Igino Ugo Tarchetti e, di nuovo, Grazia Deledda e Matilde Serao. Ciascuno di loro dà il proprio contributo al genere nel rispetto della propria sensibilità artistica e umana, restituendo sguardi allo stesso tempo noti e inediti al lettore abituato a incontrarli in altre vesti. Un segno di come un racconto horror non debba necessariamente ridursi a un mero esercizio di stile, ma possa riflettere un pezzo (magari quello più oscuro e inquieto) dell’identità del suo autore.   3. I fantasmi di Dickens     Il binomio “Dickens-fantasmi” non si limita a “Canto di Natale”. Forse i nostri più fedeli lettori ricorderanno la “moda” vittoriana delle storie di spettri (ne avevamo parlato qui). Dickens non ne fu esente: il soprannaturale occupa un grande spazio anche nella produzione di uno degli scrittori più fotografici e socialmente impegnati dell’età vittoriana. I suoi racconti li trovate in innumerevoli edizioni. Per la vostra collezione, vi consigliamo Storie di fantasmi. Edizione integrale (Rusconi, 2026), nella traduzione di Francesca Gallo. Tra atmosfere gotiche e l’immancabile ironia che caratterizza lo stile dickensiano, questo orrorifico tuffo nel passato vi suonerà familiare e inquietante allo stesso tempo.   Sempre a proposito di Dickens, infine, se vi trovate a Londra nel periodo halloweenesco, il Charles Dickens Museum (da noi già esplorato in passato) vi darà la possibilità di assistere direttamente alla messa in scena di alcuni racconti dickensiani, nello spirito del loro autore, che dedicò ampio spazio della sua carriera alla lettura scenica delle sue opere (qui i dettagli logistici).      Il 28 e il 29 ottobre al Museo troverete Nancy’s Murder and Other Horrifying Tales, interpretati da Dominic Gerrard: oltre alla celebre e drammatica scena dell’omicidio di Nancy in Oliver Twist, Gerrard proporrà anche altri racconti di Dickens, come The Lawyer and the Ghost, insieme ad alcuni racconti di Wilkie Collins, l’autore di The Woman in White che di Dickens fu grande amico. Una curiosità: dal 1868 Dickens stesso introdusse l’assassinio di Nancy tra le sue letture pubbliche in teatro, scioccando non solo il pubblico, ma provando un tale coinvolgimento emotivo da entrare in uno stato di forte tachicardia e rimanere pressoché paralizzato dopo le performance. Dal 30 ottobre al 1° novembre, poi, le esperienze al museo continuano con The Signal-Man e The Trial for Murder, interpretati da James Swanton ed entrambi pervasi da una profonda inquietudine e dall’incombere del soprannaturale: il primo narra di una misteriosa figura che appare all’entrata di un tunnel ferroviario ed elabora il trauma di Dickens, sopravvissuto all’incidente ferroviario di Staplehurst, mentre il secondo recupera il tema della giustizia, tanto caro allo scrittore,

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Le Ninfee (Les Nymphéas), Claude Monet, Musée de l'Orangerie

Le premier dimanche du mois à Paris

La prima domenica del mese a Parigi ogni amante d’arte detiene una fortuna inaspettata: il museo gratuito. Il volume della prorompente, ma pur sempre elegante, caoticità di Parigi può essere attenuato entrando gratuitement in alcuni tra i più famosi musei parigini e mondiali. Varcata la soglia, al di là dei muri, al di là delle vetrate, si viene trasportati in un mondo di cultura, colori, ingegni e vita che dovrebbero ispirare ammirazione, pace e stupore tutt’insieme.     L’unico cruccio parrebbe essere lo scegliere ciò che si vuol visitare ed il consiglio, in tal caso, è di sfogliare il libro dei propri interessi. Le possibilità spaziano dai grandi classici, come il Musée de l’Orangerie e il Musée d’Orsay, all’arte moderna, dall’arte asiatica, con il Musée Guimet, alla natura. E poi ancora immigrazione, archeologia, ceramica, per un totale di oltre venti musei nell’intera regione dell’Île-de-France. È sufficiente recarsi sul sito dell’Ufficio del Turismo – Paris je t’aime – al fine di consultare l’elenco completo delle gallerie aderenti all’iniziativa, ricordando che, per quelle più richieste, la prenotazione rimane obbligatoria ed effettuabile sulle pagine web ufficiali nei giorni antecedenti la visita.     Che il viaggiatore non si scoraggi, qualora il suo museo prediletto non fosse in quell’elenco: alcuni tra i più famosi siti estendono l’apertura domenicale gratuita solo nei periodi di minore affluenza (da ottobre/novembre a marzo). Tra i più conosciuti potremmo citare il Musée Rodin, la Sainte-Chapelle, il Panthéon, l’Arc de Triomphe e lo Château de Versailles. E se volessimo ammirare la Nike di Samotracia o rivivere i primi minuti de Il Codice da Vinci – omicidio a parte, s’intende? Ecco che ci si apre un’ulteriore possibilità: ogni primo venerdì del mese, ad eccezione dei mesi di Luglio ed Agosto, è possibile prenotare una visita al Musée du Louvre con ingresso dalle 18 e permanenza fino a regolare chiusura del museo.     «Senza immaginazione non v’è salvezza» disse cinquant’anni fa il critico d’arte Giulio Carlo Argan parlando della corrente impressionista di cent’anni prima. Un’affermazione sorprendentemente veritiera anche al giorno d’oggi, in cui ci troviamo afflitti da una grave crisi culturale, climatica e finanziaria. Verrebbe pertanto da chiedersi se i grandi capolavori di Parigi e la loro lettura in chiave contemporanea potrebbero, una volta ancora, radicare nel tessuto sociale riflessioni e futuri cambiamenti. 7/10/2026

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Il Freud Museum di Londra: la casa dell’esilio

Che siano piccoli o grandi, gli spazi di Londra raccontano sempre una storia, come abbiamo visto quest’estate su La Settima Base. Nel caso del Freud Museum a Hampstead, nella parte settentrionale della città, si tratta di una vicenda individuale e familiare intrecciata alle più tragiche vicende del Novecento.   Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, ateo, ma di origine ebraica, subì la minaccia del regime nazista e fu tra coloro ai quali, prima dell’avvio della “soluzione finale”, fu concesso di abbandonare Vienna per trovare rifugio in Inghilterra. Fu così che Freud giunse a Londra nel 1938, insieme a ben diciassette persone, tra cui la moglie e i figli, ma anche le domestiche e il medico personale.     Le condizioni di salute del neurologo austriaco, infatti, erano già ampiamente compromesse alla partenza: Freud morirà di lì a un anno, in esilio e apolide, in quanto privato della cittadinanza dal regime.     In questo breve lasso di tempo, tuttavia, la dimora londinese del dottore si riempì di ricordi e di oggetti che oggi ci permettono di entrare in contatto con la vita quotidiana di quei giorni. Al pianoterra, infatti, oltre al divano, ai libri e ad effetti personali come i famosi occhiali dalla montatura tonda, si trova una ricchissima collezione di oggetti antichi, dall’Antico Egitto al Giappone, dalla Cina al Nord America, testimonianza di una passione (o una vera e propria ossessione) coltivata per decenni dal medico.       Se la sala e lo studio di Freud colpiscono per la loro apparenza di “museo nel museo”, è però al piano superiore della casa che si ha modo di mettere meglio a fuoco i tasselli della vicenda di una famiglia in fuga dal nazismo, uscendo del tutto dal mito e incontrando la Storia. Il vero e proprio pezzo forte del museo, infatti, è, a parere di chi scrive, il filmato in cui la voce di un’anziana Anna Freud, la figlia di Sigmund, ricorda i giorni della fuga e l’ultimo compleanno del padre a Maresfield Gardens. Freud appare fragile nei fotogrammi catturati dalla macchina da presa e le scene sono i momenti di un gruppo di amici e familiari felici davanti allo scampato pericolo. Un privilegio che non spetterà a tutti i membri della famiglia Freud: in una sala vicina a quella dove si può visionare il filmato, un piccolo memoriale ricorda le quattro sorelle del medico, Rosa, Mitzi, Dolphi e Paula, deportate e trucidate ad Auschwitz.     Alla figura di Anna Freud sono dedicate anche altre sezioni del museo, che riesce a valorizzarla alla pari del padre. Anna, infatti, fu tutt’altro che una figura secondaria: non solo raccolse l’eredità paterna, ma contribuì al suo sviluppo e trovò la propria strada nello studio della psicoanalisi infantile. Il museo conserva non solo le decine di migliaia di lettere e documenti del “Sigmund Freud archive”, ma conserva anche uno specifico “Anna Freud archive” che va dal 1895 al 1982, ovvero l’intero arco della vita della psicoanalista.     Fino al 14 febbraio 2027 il museo ospiterà la mostra 40 Objects, 40 Years, per celebrare i quaranta anni di attività con un’esposizione degli oggetti più preziosi tra le antichità collezionate da Freud, nonché di alcuni cimeli familiari che racconteranno la vita tra le mura della casa di Maresfield Gardens e che verranno mostrati al pubblico per la prima volta. Un modo per entrare ancora a più stretto contatto con una figura che, con i suoi studi, tra apprezzamenti e critiche, ha contribuito a plasmare la Storia del Novecento, dalla medicina alla letteratura.       01/10/2026

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Perché “Disclosure Day” è un film da non perdere

***  >  Click here for English  version ***   Il cinema si trova in una fase interessante: i giovani emergenti che hanno plasmato ciò a cui pensiamo quando sentiamo termini come “blockbuster” sono ormai la vecchia guardia, rispettata e affermata, che guarda al crepuscolo delle proprie carriere. Steven Spielberg, la leggenda che ha definito il “film dell’estate” e il “blockbuster”, torna quest’anno con un nuovo progetto, Disclosure Day. Il film ha inizialmente suscitato qualche apprensione tra i critici, mentre cominciavano a circolare voci secondo cui la stella di Spielberg si fosse ormai offuscata e che, come alcuni dei suoi contemporanei, fosse arrivato il momento di cavalcare verso il tramonto come tanti eroi prima di lui. Eppure, come accade a tutti i grandi eroi, dopo un momento di disastro quasi inevitabile, è tornato a trionfare.     Spielberg fa parte dei cosiddetti “Movie Brats”, un gruppo di registi che si affermò insieme negli anni Settanta, aiutandosi a vicenda nei vari progetti e sostenendosi mentre ciascuno lasciava il proprio segno a Hollywood. Cresciuti con una profonda ammirazione per Alfred Hitchcock, John Ford e Akira Kurosawa, questi registi hanno fatto tesoro di molte delle lezioni apprese dai grandi maestri della loro giovinezza e oggi si ritrovano a essere veterani e fonte d’ispirazione per una considerevole parte del cinema moderno. Tuttavia, questo giro d’onore non è stato completamente privo di inciampi. Francis Ford Coppola, regista di film come la trilogia de Il padrino, La conversazione (1974) e Apocalypse Now (1979), ha diretto quello che è stato il suo ultimo e potenzialmente definitivo film, Megalopolis (2024), rivelatosi un flop umiliante. Martin Scorsese, regista di Quei bravi ragazzi (1990) e Taxi Driver (1976), si trova oggi a faticare per raccogliere i finanziamenti necessari ai suoi nuovi progetti, mentre i suoi ultimi due film, The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), sono diventanti film per le piattaforme di streaming. Brian De Palma, autore di Carrie (1976) e Gli intoccabili (1987), si è ormai in gran parte ritirato da tempo e ha realizzato soltanto due film nell’arco di quasi vent’anni. Infine, George Lucas, celebre per Star Wars, ha seguito una strada simile a quella di Coppola e De Palma: dopo aver faticato a mantenere il pubblico soddisfatto con il suo ritorno nell’universo di Star Wars, si è ritirato e ha venduto la sua società, LucasArts, alla Disney. Questa fine ingloriosa non è certo una novità: anche i loro eroi hanno percorso strade simili. Gli ultimi anni della carriera registica di Hitchcock non raggiunsero neppure lontanamente il successo che aveva ottenuto all’apice della sua carriera, mentre Kurosawa faticava a trovare finanziamenti per i propri progetti con l’avanzare dell’età, fino a dover ricorrere all’aiuto dei suoi entusiasti ammiratori Spielberg e Lucas per finanziare Kagemusha (1980).     Quindi, all’uscita di Disclosure Day, molti si sono chiesti se Spielberg, ormai settantanovenne, avesse ancora abbastanza assi nella manica per trionfare al botteghino. Con un sospiro di sollievo, la risposta sembra essere sì. Fin da subito emerge il talento che lo ha accompagnato nel corso dei decenni: il suo uso della macchina da presa è ancora preciso e raffinato come sempre. Quando guardi un film di Spielberg, sai di trovarti davanti a un film di Spielberg. La composizione all’interno dell’inquadratura, la scelta delle inquadrature e la transizione dall’una all’altra sono tutte di altissimo livello. Mentre il cinema cambia, emergono nuovi registi e il pubblico scopre nuovi modi di fruire i film, le lezioni classiche sul movimento e sulla composizione all’interno dell’inquadratura scompaiono lentamente. Nonostante ciò, la tecnica di Spielberg rimane un esempio di quanto questi strumenti possano ancora avere un forte impatto sugli spettatori. Senza dubbio, il suo amore duraturo per lo stile di Akira Kurosawa è rimasto con lui e ha continuato a influenzare il suo lavoro nel corso degli anni. Questa maestria è evidente per tutta la durata del film, soprattutto durante una scena che probabilmente sarà uno dei momenti cinematografici più discussi dell’anno: un inseguimento automobilistico che si trasforma in un incontro da cardiopalma con un treno.   Un altro elemento che Spielberg porta in campo è il potere delle star: artisti provenienti da tutto il mondo continuano a cogliere al volo l’opportunità di lavorare con lui. Emily Blunt offre forse una delle migliori interpretazioni della sua carriera nei panni di una delle protagoniste. Interpreta una giornalista televisiva locale che sviluppa nuovi poteri di lettura del pensiero e diventa la figura centrale braccata da misteriose autorità. A Blunt viene richiesto di offrire un’interpretazione capace di passare dalla leggerezza e cordialità a uno stato di profondo turbamento, per poi assumere toni saggi e benevoli, spesso nel giro di pochi istanti. Coleman Domingo deve trasmettere un profondo senso di affetto ed empatia mentre trascorre buona parte del tempo a camminare parlando al cellulare. La sua interpretazione raggiunge il suo apice quando si trova a condividere lo schermo con Colin Firth e affronta con lui una conversazione a cuore aperto sui loro obiettivi contrastanti e sulla loro amicizia ormai compromessa. Non sorprende che un regista capace di un simile livello di costruzione cinematografica riesca anche a cogliere tutta la profondità delle interpretazioni dei suoi attori.   Un aspetto particolarmente triste dell’ultimo film di Coppola, Megalopolis, è stato il fatto che si trattasse di un’opera incredibilmente sincera da parte del regista. È evidente che l’ottantasettenne abbia osservato lo stato del mondo e riflettuto sui mali della società moderna che ci troviamo ad affrontare oggi. Attraverso gli strumenti a sua disposizione (la sua arte), Coppola sceglie di tentare di indicare alle persone una strada più speranzosa verso il futuro. Tuttavia, il modo in cui ha trasmesso questo messaggio è stato, nel migliore dei casi, maldestro e non è riuscito a entrare in sintonia con il pubblico. Questo potrebbe aver spinto Spielberg a riflettere prima di portare avanti il proprio tentativo di rivolgersi al mondo in modo sincero. La riflessione sentita di Disclosure Day sul potenziale dell’umanità è molto più coerente. Una storia in cui l’empatia è letteralmente un superpotere è tutt’altro

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