Settembre 2026

Perché “Disclosure Day” è un film da non perdere

***  >  Click here for English  version ***   Il cinema si trova in una fase interessante: i giovani emergenti che hanno plasmato ciò a cui pensiamo quando sentiamo termini come “blockbuster” sono ormai la vecchia guardia, rispettata e affermata, che guarda al crepuscolo delle proprie carriere. Steven Spielberg, la leggenda che ha definito il “film dell’estate” e il “blockbuster”, torna quest’anno con un nuovo progetto, Disclosure Day. Il film ha inizialmente suscitato qualche apprensione tra i critici, mentre cominciavano a circolare voci secondo cui la stella di Spielberg si fosse ormai offuscata e che, come alcuni dei suoi contemporanei, fosse arrivato il momento di cavalcare verso il tramonto come tanti eroi prima di lui. Eppure, come accade a tutti i grandi eroi, dopo un momento di disastro quasi inevitabile, è tornato a trionfare.     Spielberg fa parte dei cosiddetti “Movie Brats”, un gruppo di registi che si affermò insieme negli anni Settanta, aiutandosi a vicenda nei vari progetti e sostenendosi mentre ciascuno lasciava il proprio segno a Hollywood. Cresciuti con una profonda ammirazione per Alfred Hitchcock, John Ford e Akira Kurosawa, questi registi hanno fatto tesoro di molte delle lezioni apprese dai grandi maestri della loro giovinezza e oggi si ritrovano a essere veterani e fonte d’ispirazione per una considerevole parte del cinema moderno. Tuttavia, questo giro d’onore non è stato completamente privo di inciampi. Francis Ford Coppola, regista di film come la trilogia de Il padrino, La conversazione (1974) e Apocalypse Now (1979), ha diretto quello che è stato il suo ultimo e potenzialmente definitivo film, Megalopolis (2024), rivelatosi un flop umiliante. Martin Scorsese, regista di Quei bravi ragazzi (1990) e Taxi Driver (1976), si trova oggi a faticare per raccogliere i finanziamenti necessari ai suoi nuovi progetti, mentre i suoi ultimi due film, The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), sono diventanti film per le piattaforme di streaming. Brian De Palma, autore di Carrie (1976) e Gli intoccabili (1987), si è ormai in gran parte ritirato da tempo e ha realizzato soltanto due film nell’arco di quasi vent’anni. Infine, George Lucas, celebre per Star Wars, ha seguito una strada simile a quella di Coppola e De Palma: dopo aver faticato a mantenere il pubblico soddisfatto con il suo ritorno nell’universo di Star Wars, si è ritirato e ha venduto la sua società, LucasArts, alla Disney. Questa fine ingloriosa non è certo una novità: anche i loro eroi hanno percorso strade simili. Gli ultimi anni della carriera registica di Hitchcock non raggiunsero neppure lontanamente il successo che aveva ottenuto all’apice della sua carriera, mentre Kurosawa faticava a trovare finanziamenti per i propri progetti con l’avanzare dell’età, fino a dover ricorrere all’aiuto dei suoi entusiasti ammiratori Spielberg e Lucas per finanziare Kagemusha (1980).     Quindi, all’uscita di Disclosure Day, molti si sono chiesti se Spielberg, ormai settantanovenne, avesse ancora abbastanza assi nella manica per trionfare al botteghino. Con un sospiro di sollievo, la risposta sembra essere sì. Fin da subito emerge il talento che lo ha accompagnato nel corso dei decenni: il suo uso della macchina da presa è ancora preciso e raffinato come sempre. Quando guardi un film di Spielberg, sai di trovarti davanti a un film di Spielberg. La composizione all’interno dell’inquadratura, la scelta delle inquadrature e la transizione dall’una all’altra sono tutte di altissimo livello. Mentre il cinema cambia, emergono nuovi registi e il pubblico scopre nuovi modi di fruire i film, le lezioni classiche sul movimento e sulla composizione all’interno dell’inquadratura scompaiono lentamente. Nonostante ciò, la tecnica di Spielberg rimane un esempio di quanto questi strumenti possano ancora avere un forte impatto sugli spettatori. Senza dubbio, il suo amore duraturo per lo stile di Akira Kurosawa è rimasto con lui e ha continuato a influenzare il suo lavoro nel corso degli anni. Questa maestria è evidente per tutta la durata del film, soprattutto durante una scena che probabilmente sarà uno dei momenti cinematografici più discussi dell’anno: un inseguimento automobilistico che si trasforma in un incontro da cardiopalma con un treno.   Un altro elemento che Spielberg porta in campo è il potere delle star: artisti provenienti da tutto il mondo continuano a cogliere al volo l’opportunità di lavorare con lui. Emily Blunt offre forse una delle migliori interpretazioni della sua carriera nei panni di una delle protagoniste. Interpreta una giornalista televisiva locale che sviluppa nuovi poteri di lettura del pensiero e diventa la figura centrale braccata da misteriose autorità. A Blunt viene richiesto di offrire un’interpretazione capace di passare dalla leggerezza e cordialità a uno stato di profondo turbamento, per poi assumere toni saggi e benevoli, spesso nel giro di pochi istanti. Coleman Domingo deve trasmettere un profondo senso di affetto ed empatia mentre trascorre buona parte del tempo a camminare parlando al cellulare. La sua interpretazione raggiunge il suo apice quando si trova a condividere lo schermo con Colin Firth e affronta con lui una conversazione a cuore aperto sui loro obiettivi contrastanti e sulla loro amicizia ormai compromessa. Non sorprende che un regista capace di un simile livello di costruzione cinematografica riesca anche a cogliere tutta la profondità delle interpretazioni dei suoi attori.   Un aspetto particolarmente triste dell’ultimo film di Coppola, Megalopolis, è stato il fatto che si trattasse di un’opera incredibilmente sincera da parte del regista. È evidente che l’ottantasettenne abbia osservato lo stato del mondo e riflettuto sui mali della società moderna che ci troviamo ad affrontare oggi. Attraverso gli strumenti a sua disposizione (la sua arte), Coppola sceglie di tentare di indicare alle persone una strada più speranzosa verso il futuro. Tuttavia, il modo in cui ha trasmesso questo messaggio è stato, nel migliore dei casi, maldestro e non è riuscito a entrare in sintonia con il pubblico. Questo potrebbe aver spinto Spielberg a riflettere prima di portare avanti il proprio tentativo di rivolgersi al mondo in modo sincero. La riflessione sentita di Disclosure Day sul potenziale dell’umanità è molto più coerente. Una storia in cui l’empatia è letteralmente un superpotere è tutt’altro

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Things of Beauty: a casa di John Keats

Things of Beauty: a casa di John Keats

A Londra, non lontano dall’oasi verde di Hampstead Heath, si trova la casa di uno dei pilastri della poesia britannica: John Keats, che nei suoi venticinque anni di vita ha dato un contributo fondamentale al Romanticismo. Dal poema Endimione fino alla celebre Bright Star, Keats ha realizzato opere che uniscono all’eleganza del verso un’indiscussa capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Se vi trovate a Londra, una volta lasciato alle spalle il colorato caos di Camden Town, vi consigliamo di procedere verso la quieta Wentworth Place, dove Keats soggiornò a partire dal 1818. Considerando che il 31 ottobre è pure l’anniversario della sua nascita, il periodo è più che buono per una visita.     Wentworth Place è oggi un museo nel quale ogni sala vi parlerà di un pezzo della storia di questo eternamente giovane poeta. Subito all’ingresso, vi troverete davanti ai (non molto poetici) utensili e documenti legati alla professione medica che Keats esercitò prima di dedicarsi interamente all’arte. In altre sale, poi, troverete gli strumenti del suo “mestiere” definitivo: penne, calamai (anche di origine etrusca!) e una moltitudine di libri, tra cui colpisce in particolare la presenza di un Paradiso perduto di Milton con i versi sottolineati dallo stesso Keats durante la lettura.     Fu proprio a Wentworth Place che Keats conobbe Fanny Brawne, l’amore della sua vita, il cui ritratto può essere ammirato nel salottino a pianoterra, insieme ai volti di molti altri affetti che popolarono i giorni del poeta (e dove si trova ancora un orologio il cui rintocco era ben noto al poeta). Secondo, la leggenda, poi, Keats avrebbe composto la sua Ode a un usignolo proprio sotto il susino nel giardino della casa, nel 1819. Infiorettata o meno che sia, la storia è comunque verosimile, visto che il giardino rimane tuttora un luogo perfetto per riposarsi e fermarsi un attimo per leggere o godersi semplicemente il silenzio, immaginando un altro tempo intorno a sé. In caso di pioggia, comunque, non preoccupatevi: in varie sale della casa potrete immergervi del tutto nell’opera di Keats ascoltando in cuffia le letture messe a disposizione del pubblico.     La permanenza di Keats nella casa fu intensa, ma, purtroppo, breve. In seguito al peggioramento delle sue condizioni di salute, infatti, nel 1820 la lasciò per partire alla volta dell’Italia. Morì nel 1821 a Roma ed è qui sepolto in una tomba anonima intitolata a uno «YOUNG ENGLISH POET», che, come termina l’epitaffio, «nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”».   Questo tratto di malinconica inquietudine che coglie visitando il piano di sopra, dove Keats giacque  malato all’aggravarsi della tubercolosi, è stato colto appieno da Martin Huxter, nella sua mostra The Nightingale Suite. A sua volta poeta, oltre che artista visivo, Huxter ha iniziato questa serie di disegni nel 1997 per cogliere «atmosfera intima, quasi tangibile, evocata da John Keats in ‘Ode to a Nightingale’, una poesia che ammiro fin dai tempi da studente». Sono presenti anche tre disegni ispirati dalle visite alla Keats House nel 2025 e che sono stati creati appositamente per questo evento. L’usignolo di Keats emerge in varie versioni in un bianco e nero che, a primo acchito, potrebbe avere i contorni di un incubo: a ben guardare, però, la sensazione che si ricava è sì quella di un sogno, ma di uno di quei sogni che si fa fatica a spiegare e che comunque non certo per questo cessano di essere nitidi quasi quanto un ricordo al quale aggrapparsi. Proprio come la poesia di Keats.     Per poter ammirare la mostra avete tempo fino al 31 ottobre. Per portarvela via nella mente e nell’animo, invece, non avete scadenze, perché, come ci ricorda il poeta all’inizio di Endimione: «una cosa bella è una gioia per sempre».     18/09/2026

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Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Parlare di Renzo Cresti vuol dire parlare di una persona profondamente immersa nella musica contemporanea e non solo. Docente di Storia della musica al Conservatorio di Lucca per 40 anni, ne è stato anche Direttore e ha fatto parte del Comitato di Direzione; è stato Consulente artistico del Teatro del Giglio e Direttore di numerose Associazioni e manifestazioni, fra cui “Anfiteatro Jazz” e “Sonata di Mare” progetto della Comunità Europea. Attualmente è Presidente della Cappella Musicale della Cattedrale di Lucca, è nel Comitato Scientifico delle Edizioni Diastema di Treviso e di quello dell’UNIDEL di Lucca, Presidente Onorario dell’Associazione Suono Sacro di Assisi. La Società Italiana di Musica Contemporanea gli ha consegnato la tessera di Socio Onorario per la sua attività rivolta alla musica del presente. La sua attività musicologica si è indirizzata soprattutto alla musica del Novecento con l’Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei (in tre volumi e 10 CD) e con monografie su compositori contemporanei. La sua monografia Richard Wagner, la poetica del puro umano, è arrivata alla terza edizione ed è stata tradotta anche in inglese. Fra gli ultimi libri da citare il fortunato Musica presente, seconda edizione 2019; con lo stesso titolo dirige le Edizioni discografiche on line presenti sulle piattaforme in internet.     Renzo Cresti ha rilasciato un’intervista per noi.   Hai ricoperto e ricevuto tanti incarichi prestigiosi. Qual è stato quello che ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?  Aver diretto per alcuni anni il Conservatorio dove alla fine ho trascorso 40 anni della mia vita è stata un’esperienza importante, così come la carica di Socio Onorario che mi ha concesso la Società Italiana di Musica Contemporanea per aver svolto con costanza e competenza la diffusione e l’approfondimento della musica del presente, carica che non ho preso solo in modo onorifico ma molto fattivo: sono anni che lavoro per la SIMC, fra l’altro ho curato tutte le manifestazioni del Centenario (80 concerti in 50 città!)   Il tuo sguardo è sempre stato rivolto alla musica contemporanea. Indubbiamente, dopo gli anni ‘80, c’è stata una progressiva perdita di interesse da parte del pubblico verso la nuova musica: tanti compositori, tanta musica nuova ma forse – spesso – davvero poco degna di nota e che non riesce ad attirare pubblico. Qual è il punto della situazione? Non ho lavorato e non mi occupo solo di contemporanea, ma anche quando affronto musicisti o tematiche del passato le studio con la cultura del presente, del resto l’unico punto di osservazione dal quale possiamo interpretare la tradizione che, anche volendo, non potrà mai essere riproposta com’era, il passato va sempre interrogato sia quello remoto che quello prossimo. I decenni recenti hanno visto un cambiamento epocale durante gli anni ’70 del secolo scorso, con il passaggio dal Moderno a ciò che è stato chiamato Post-moderno, nel tragitto s’è frantumato il grande racconto storico e sociale, si sono evaporizzate le ideologie forti in favore di un pensiero debole, s’è affermato l’effimero e la leggerezza dell’essere che, con il progressivo emergere di internet, è diventata volatile. Oggi, passato anche il Postmoderno la situazione è molto fluida, ‘liquida’ si direbbe con Bauman, un mare magnum di fatti, eventi, opere nel quale è molto difficile trovare chiavi di lettura.     Cosa rimarrà – e per chi – della musica che viene scritta oggi? La tua domanda è rivolta al futuro, per rispondere occorrerebbe avere la sfera di cristallo, ma se si analizza bene la cultura odierna qualcosa si può intuire, in fondo il futuro ha radici nel nostro presente. La critica del giudizio è spesso autoreferenziale ed è bene andarci cauti, occorre un profondo pensiero critico e disponibilità di ascolto. Innanzitutto è evidente che la musica su carta ha già perso parte del suo storico prestigio e continuerà a perderlo, ogni giorno di più si assiste a una creatività diffusa che è principalmente orale. La musica che viene pensata per essere scritta e realizzata sulla carta è già una musica reservata per una nicchia accademica, non scomparirà mai ma avrà funzioni ristrette. Inoltre, il rapporto fra compositore e macchina è diventato, nolenti o volenti, indispensabile e lo sviluppo ulteriore dell’intelligenza artificiale lo incrementerà. Infine, l’ibridazione fra generi e stili sarà una problematica sorpassata perché verrà data per scontata. Ovviamente ci sarebbero da analizzare meglio queste tematiche e altre ve ne sarebbero da aggiungere, come, per esempio, il rapporto fra la musica e il sempre più stritolante rapporto con l’industria, con il pensiero unico, l’omologazione etc.   Guardando all’ultima grande generazione di compositori del ‘900, quale autore ritieni abbia lasciato l’eredità più significativa per lo sviluppo futuro della musica? Innanzitutto limitiamoci al mondo musicale italiano, altrimenti le comparazioni divengono difficili: se parliamo di pieno ‘900, direi che la cosiddetta Generazione dei Maestri, quella nata dagli anni Venti ai primi dei Trenta, va citata nei suoi rappresentanti maggiori che sono ormai già storicizzati: Bruno Maderna, Luigi Nono, Luciano Berio, Franco Donatoni, Aldo Clementi, Niccolò Castiglioni, Sylvano Bussotti e Giorgio Gaslini (e qui si aprirebbe una lunga e indispensabile parentesi sul jazz e dintorni, non si può più ragionare a scompartimenti stagni!) Per le generazioni successive, direi che potremmo partire da Salvatore Sciarrino, poi potremmo menzionare Ivan Fedele e Alessandro Solbiati, non fosse altro per essere stati e per essere i docenti di Alta Composizione presso l’Accademia di Santa Cecilia. Citerei anche Nicola Sani, attualmente Direttore dell’Accademia Chigiana, Alessandro Melchiorre e altri anche più giovani. Sui decenni dal 2000 a oggi la molteplicità dei contesti, delle motivazioni e delle finalità, dei linguaggi e soprattutto delle funzioni, rende sempre più difficile circoscrivere la musica al mondo della scrittura.     Oggi viviamo una condizione molto particolare. Tanti ragazzi, compresi quelli che frequentano il conservatorio, sembrano non possedere più il piacere dell’ascolto: molti non hanno neppure un lettore cd e non sanno cosa significhi sedersi e ascoltare all’impianto hi-fi un vinile di qualità senza distrazioni. È solo cambiato il modo di ascoltare o stiamo perdendo qualcosa di importante nel rapporto con la musica? Nel 1936, all’epoca del suo primo

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Nelle sale della mente: passato e futuro al Bethlem Museum of the Mind

Londra è una città in cui si può passeggiare in lungo e in largo, finendo sempre per imbattersi in nuovi luoghi che vale la pena visitare, ricchi di memoria come sono. Uno di questi spazi è il Bethlem Museum of the Mind, situato nella parte meridionale della metropoli. Fin dall’esterno si capisce che non si tratta di un museo convenzionale: si trova all’interno dell’area del Bethlem Royal Hospital, centro di cura delle malattie mentali tuttora in attività.     Il nome “Bethlem” vi suona familiare? Forse lo avete incontrato in qualche film in costume o in un romanzo vittoriano (magari in uno dei libri di Dickens, protagonista della nostra prima tappa londinese) non nella sua dicitura corretta, bensì nella più famigerata storpiatura “Bedlam”. Il termine è entrato nell’uso comune per indicare un luogo o una scena di totale confusione, che è lo stato in cui doveva apparire l’ospedale in un passato incline a recludere i pazienti più che a farsi realmente carico del loro benessere.       L’attuale Bethlem Hospital si trova in un edificio e in una zona diverse da quelle originarie, come è forse naturale che sia, se si considera che il primo nucleo risale addirittura al 1247. Ben diverso è anche lo spirito che lo anima e la cultura che si respira oggi nelle sale del Museum of the Mind, in equilibrio tra il rispetto della memoria del luogo e l’attenzione alla salute mentale nella nostra epoca. Non a caso, Colin Gale, Direttore del museo, ci tiene a specificare che l’obiettivo principale dell’istituzione è «mettere in dialogo il passato e il presente». Le mostre che vi si tengono non sono organizzate in ordine cronologico e non intendono raccontare la storia dell’ospedale in modo ordinario, ma affrontano piuttosto temi delicati e ancora attuali, cercando di «lasciare le questioni aperte, senza dire alle persone cosa pensare, ma incoraggiando la riflessione e la discussione». La terapia e il recupero, la categorizzazione sociale dei malati e l’importanza del processo diagnostico sono solo alcuni degli argomenti su cui il museo intende portare l’attenzione, nella speranza di indurre il pubblico a interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul futuro.     Questo sguardo onnicomprensivo sul mondo della salute mentale lo si percepisce già appena varcata la soglia del museo. Subito nell’atrio, infatti, si viene accolti dalle due statue di Caius Gabriel Cibber, Malinconia e Follia delirante, giunte a noi dall’edificio barocco dell’ospedale, di cui ornavano il portale d’ingresso. Le imponenti sculture rappresentano la classica distinzione binaria dei disturbi mentali, che poco aveva a che fare con la diagnostica in senso moderno. Soprattutto Follia delirante, stretta da pesanti catene, ci parla di un’epoca in cui le malattie mentali venivano affrontate anche con l’uso di strumenti di contenimento del tutto crudeli ai nostri occhi. Come sottolinea Gale, le opere di Cibber non sono state esposte per confortare i visitatori al pensiero dei progressi compiuti nell’umanizzazione dei pazienti, bensì per riflettere sul fatto che la questione delle modalità del contenimento e del consenso al trattamento continua ad essere aperta e rilevante anche nella nostra società. Nella sua attività di sensibilizzazione, il Bethlem Museum of the Mind può contare sull’archivio delle cartelle cliniche e documenti storici dell’ospedale, il patrimonio di strumentazione medica dei secoli andati e la collezione delle opere d’arte (più di mille!) realizzate dai pazienti. Queste ultime rappresentano una ricchezza inestimabile e, vista la loro quantità, vengono esposte a rotazione, con almeno tre percorsi tematici ogni anno. Proprio sulla presenza dell’arte al Bethlem Museum of the Mind si è concentrata la nostra visita.   1. L’esposizione permanente     Salite le scale, sulla sinistra, troviamo l’area dedicata all’esposizione permanente. Dalle cartelle cliniche agli strumenti, dalle installazioni artistiche alle fotografie, si ha modo di approfondire le questioni legate alla diagnosi e alla classificazione medica e sociale dei pazienti, proseguendo il percorso ideale già avviato dalla presenza delle statue barocche all’ingresso. Nel gioco tra passato e presente è subito un’opera moderna a catturare l’attenzione: l’Ambivalent Falls di Adrian (2014), un piccolo cuore in gabbia sopra il quale, appese a dei fili, pendono delle tessere. Su ogni tessera, a seconda di come le si giri, si possono leggere due parole diverse e opposte: un’installazione delicata, ma potente, che, in un gioco di dicotomie, richiama la difficoltà della diagnostica e la facile caduta nella polarizzazione in cui già incorreva l’arte medica ai tempi di Cibber.     Impressionanti sono poi le fotografie scattate da Henry Hering intorno alla metà del XIX secolo. I ritratti dei pazienti del Bethlem Hospital sono accompagnati dalle sole iniziali («anche allora si faceva attenzione a non rompere la riservatezza medica», ci ricorda Gale) e dal nome dei disturbi che li affliggevano. “Malinconia cronica”, “malinconia acuta”, “demenza acuta”, “mania cronica con deliri”: espressioni che, sebbene non coincidenti con gli attuali significati, mostrano una maggiore diversificazione nella diagnostica ottocentesca, ancora legata, tuttavia, alla percezione del singolo medico e non a una classificazione universale vera e propria. A colpire, in particolare, è la foto di una donna che tiene stretta a sé una bambola. Uno strumento terapeutico? Un oggetto donatole per darle conforto? Questo, purtroppo, non possiamo più saperlo.   2. Gli artisti del Bethlem Hospital     Tra i pazienti ritratti da Hering c’erano anche artisti. Tra le fotografie visionabili, infatti, troviamo quella di Richard Dadd, pittore celebre per le sue rappresentazioni dense di elementi soprannaturali e fiabeschi. La sua tragica vicenda personale si lega alla storia del Bethlem e allo sviluppo del principio di imputabilità nel diritto penale inglese. Dadd, parricida, venne internato a ventisei anni nel manicomio criminale dell’ospedale, dove venivano condotti i rei di crimini capitali ritenuti incapaci di intendere e di volere e, dunque, non condannabili all’impiccagione. La durata della permanenza dei pazienti presso la struttura era rimessa alla discrezione dell’Home Secretary (figura equiparabile al Ministro dell’Interno). Fu proprio presso il Bethlem che Dadd realizzò la maggior parte della propria produzione artistica, poiché l’ospedale forniva ai pazienti gli spazi e i materiali per dedicarsi alle proprie opere.    

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