Maria Elena Lippi

Laureata in Giurisprudenza, è dottoressa di ricerca in Scienze Giuridiche e appassionata di letteratura. Ha iniziato a scrivere quando era piccola e non è più riuscita a smettere. Ha pubblicato due sillogi poetiche e alcuni racconti horror che sono stati raccolti in antologie. È la cantante del trio di musica tradizionale Folkoinè, con cui studia e arrangia canti da tutto il mondo, e fa parte come soprano del gruppo vocale Stereo Tipi, che spazia dalla polifonia rinascimentale all’interpretazione di brani contemporanei.

Palabras para Violeta Parra

di Maria Elena Lippi Il 5 febbraio 1967 poneva fine alla sua vita Violeta del Carmen Parra Sandoval, cantante, polistrumentista, compositrice, etnomusicologa, poetessa e tessitrice cilena. Nei suoi cinquant’anni sulla Terra, conobbe i tormenti della povertà, del lutto, del rifiuto, dell’abbandono e della depressione. Eppure, il suo genio è stato tale che ogni impresa artistica da lei intrapresa si è trasformata in eredità collettiva. Con la sua attività di ricerca sul territorio dei brani del folklore cileno, Violeta Parra è l’antesignana della Nueva Canción Chilena. La sua opera si muove nell’autobiografia come nello spazio politico, abbattendo i confini tra dimensione individuale e sociale e veicolando le istanze di cambiamento che animavano il Cile degli anni ’50 e ’60. Sono passati cinquantanove anni dal giorno in cui Parra chiuse gli occhi su un mondo a cui aveva mostrato l’importanza della musica come strumento chiave nei processi di lotta politica. Il suo testimone, già raccolto in Cile da artisti del calibro di Víctor Jara e degli Inti-Illimani, continua ad essere tramandato nell’universo folklorico e non solo. Il miglior modo per ricordarla è ascoltare le sue canzoni e soffermarsi sui suoi testi, che ne mostrano le straordinarie capacità poetiche. Un altro è leggere i volumi che la raccontano e hanno cercato di cogliere la sua essenza. Ve ne proponiamo tre.   1) Violeta. Corazón maldito di Virginia Tonfoni e Alessio Spataro (Bao Publishing, 2017)   Partiamo con una graphic novel i cui disegni, tutti in arancione, bianco e nero, hanno le rotondità rassicuranti di una storia per bambini. Ma la storia è la biografia di Violeta, dalla nascita a Chillán in una famiglia povera e numerosa e i primi passi nella musica fino al tragico epilogo, passando per la ricerca etnomusicologica, la morte dell’amata figlia Rosita Clara e gli amori, incluso quello immenso e tormentato per Gilbert Favre, il “Run-Run fuggito al Nord” di una delle sue canzoni più note. È (quasi) tutto racchiuso in queste pagine che, grazie a testi essenziali, delinea gli anni di Violeta come una sorta di lungo sogno animato da passioni e dolori, che il lettore può cogliere in tutta la loro intensità.   2) ¡REVOLUCIONARIA! di Lavinia Mancusi (Red Star Press, 2023)   In questo libro Lavinia Mancusi, cantante e polistrumentista romana, ha raccolto il frutto dei suoi studi non solo su Violeta Parra, ma anche su altre due grandi cantoras populares sudamericane: Mercedes Sosa e Chavela Vargas. Non si tratta di un saggio: sono le tre donne a parlare, a turno, narrando in prima persona le loro storie, con ampio ricorso ai testi delle loro canzoni. Nella parte dedicata a Parra si recuperano i dettagli della sua esistenza, si scende nelle tappe della sua esperienza umana e artistica, ma sempre con una prosa scorrevole, mai tediosa. Il tutto è impreziosito dalle illustrazioni di Giulia Ananìa. Un volume davvero imperdibile sia per gli appassionati sia per chi si avvicini per la prima volta al rivoluzionario mondo di Violeta.   3) Décimas: un’autobiografia in versi   Fuori dal Cile sono rare da trovare, anzi, rarissime. Tuttavia, potrebbero apparirvi in qualche mercatino dell’antiquariato o, molto meno avventurosamente, tramite una ricerca su Internet, che vi rimanderà senz’altro a qualche sito cileno (accademico o amatoriale). Merita davvero prendersi la briga di armeggiare con un dizionario o un traduttore online, perché le Décimas sono nientemeno che l’autobiografia in versi di Violeta Parra, composta tra il 1954 e il 1958 e pubblicata postuma nel 1970. Le décimas sono una forma poetica popolare cilena, la cui struttura è di dieci versi di otto sillabe ciascuno. Violeta le conobbe tramite il fratello Nicanor (anch’egli poeta) e le usò per dare testimonianza della propria vita e della Storia in cui era immersa, creando una sorta di diario che è sintesi degli ideali da lei perseguiti e cristallizzati nella sua musica:   Come tempesta di grandine devono sbocciare le parole, si deve stupire il diavolo con mille splendide ragioni come nelle conversazioni tra San Pietro e San Paolo.   Ma questa musica non è solo “sua”: è la musica del Cile, è il canto di tutti, el canto de todos, come dice lei stessa in Gracias a la vida. Non a caso, molte Décimas sono state musicate e adattate non solo da Parra, ma anche da altri artisti. Un esempio su tutti: La exiliada del Sur, musicata da Patricio Manns e resa famosa dagli Inti-Illimani.   Quelle delle Décimas sono parole a volte delicate, a volte crude, sempre profonde, spesso intrecciate in espressioni che assumono pieno significato solo per chi conosce la cultura cilena. Tuttavia, possono parlare a tutti, svelando quella che è stata la vicenda umana di Violeta Parra e, allo stesso tempo, fornendo immagini vivide in cui scorgere le proprie stesse sofferenze e le proprie gioie. Buona lettura e buon ascolto!     11/02/2026  

“Senza fermata” di Chimenti: prima tappa al Festival Underground

di Maria Elena Lippi Sabato 31 gennaio il Capannori Underground Festival ha registrato l’ultimo successo della stagione. Un’edizione cominciata con la prima presentazione assoluta del nuovo album dei Not Moving, proseguita con il fumettista Bigo e gli attori Elisa D’Agostino e Marco Brinzi e, a gennaio con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e conclusa appunto con Chimenti. Il tutto con la partecipazione di altri grandi nomi come Antonio Aiazzi dei Litfiba, Michele Rossi del Gabinetto Vieusseux, Marco Bachi della Bandabardò e lo scrittore horror Paolo D’Orazio. Il polo culturale Artemisia si è gremito di persone per Andrea Chimenti e la prima presentazione in assoluto del suo nuovo libro, la raccolta di racconti Senza fermata (Ronzani editore, 2026). Nel corso degli anni Chimenti ha portato avanti una duplice carriera di successo, in ambito musicale e letterario. Dal 1983 al 1989 è stato il cantante dei Moda, pietra miliare del rock italiano, e, da solista, ha collaborato con artisti del calibro di Mick Ronson, David Sylvian e Piero Pelù. Sul fronte letterario, Chimenti aveva già al suo attivo Yuri (Zona, 2014) e L’organista di Mainz (Lorusso Editore, 2022), a riprova di un talento instancabile che ha travolto anche il pubblico di Capannori in un pomeriggio coinvolgente e ricco di ospiti. La serata di sabato, infatti, si è aperta con uno special guest: a sorpresa era nel pubblico lo scrittore Paolo D’Orazio, il cui nome è sinonimo della rivista Splatter, già ospite in precedenti edizioni del Festival. Dopo i saluti del Comune di Capannori, portati da Claudia Berti, Assessora alla Cultura, il direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, ha invitato D’Orazio a prendere la parola. D’Orazio ha così introdotto Enrica Giannasi, grafica ufficiale del Festival e dei CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, che ha illustrato le locandine del Capannori Underground. Dopo questo tuffo nelle arti visive, è entrato in scena Chimenti che, senza indugio, ha intrapreso la lettura recitata di uno dei racconti di Senza fermata. Si è trattato di un dialogo fra due personaggi, di cui uno interpretato da Chimenti e l’altro diffuso tramite una registrazione audio, in uno scambio tra voce “presente” e voce “in differita” che ha creato un’atmosfera teatrale e suggestiva. È giunto poi il momento dell’intervista, durante la quale sono intervenuti Antonio Aiazzi, lo storico tastierista dei Litfiba, e Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze. L’intervista è stata quindi in felice equilibrio tra musica (grazie ad Aiazzi) e letteratura (grazie a Rossi), ricalcando appieno la doppia anima artistica di Chimenti. Inoltre, Caselli, che ha moderato l’intervista, ha posto a Chimenti domande su curiosità di carattere generale. C’è stata anche un’altra sorpresa: a un certo punto è intervenuto Marco Bachi, già ospite del Festival, che ha voluto ricordare il ruolo importante giocato da Chimenti nella formazione della Bandabardò. Infine, al termine dell’intervista e dopo la lettura di un altro estratto del libro da parte di Chimenti, c’è stato il momento cruciale dell’evento. All’artista è stato conferito il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground. Per l’occasione è tornata sul palco Enrica Giannasi, che ha omaggiato Chimenti, Rossi, Aiazzi e Bachi con una delle linoleografie da lei realizzate per l’uscita di Al Diavolo, il nuovo album dei CRP  Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Per il finale, con la sigla del Festival, ai  CRP che l’hanno composta si sono uniti al pianoforte lo stesso Chimenti e Aiazzi, con Bachi al basso, Paolo D’Orazio alle percussioni ed Erika Citti con un tamburello. In questo momento di profonda condivisione musicale, Aiazzi e Chimenti si sono esibiti suonando insieme sullo stesso pianoforte. Si è trattato davvero di un gran finale per un’edizione straordinaria e partecipatissima. Il coinvolgimento di tanti artisti di alto profilo, che, come visto, spesso tornano come special guest, rende il Capannori Underground Festival un inestimabile punto di riferimento e di incontro per gli artisti che vivono e promuovono la cultura underground e per il pubblico intenzionato a conoscerla e celebrarla. Fa molto piacere notare come, ad ogni incontro, siano stati presenti anche molti giovani, a riprova di come il Festival abbia saputo costruire un linguaggio condiviso e intergenerazionale. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara Alla prossima!

Pace e rivoluzione nelle Tre domande dell’angelo

di Maria Elena Lippi Il modo più immediato per definire Le tre domande dell’angelo di Katia Lari Faccenda (CartaCanta Editore, 2024) è che si tratta di un romanzo ispirato alla figura di Giovanna d’Arco. La protagonista del libro, infatti, si chiama Giovanna e, come la patrona di Francia, è una ragazzina che riceve le visite di un angelo e si mette alla guida di un gruppo di giovani uomini, sfidando le convenzioni sociali che la vorrebbero relegata alla cura del focolare. Tuttavia, limitarsi a dir ciò fornirebbe solo una visione parziale dell’opera. L’autrice ha sì studiato la vita della Pulzella d’Orléans e le carte del processo di cui fu vittima (citate nel libro stesso), ma il risultato non è un romanzo storico o un’agiografia, anche se ripercorre molte tappe della breve vita della Jeanne reale. Lasciando trapelare un gusto per i simboli che ha un che di squisitamente medievale, la Giovanna di Lari Faccenda è un’icona che racchiude in sé e nelle sue vicende molteplici lotte e vicissitudini dell’animo umano: il riscatto della donna da una condizione di inferiorità, il coraggio che può animare anche le persone a prima vista più fragili, l’amore, la fede (da intendersi anche e soprattutto in chiave laica), il dubbio, l’assunzione di responsabilità, la difesa della pace. Uno dei punti di forza del libro sta proprio nel suo trattare in modo originale temi universali, in un’ambientazione e un’epoca che fanno pensare all’attuale Medio Oriente, ma che lasciano immaginare anche altri spazi e momenti, i tanti in cui si perpetuano o sono state perpetuate violenze e ingiustizie a danno dei civili. Giovanna, infatti, si muove in uno scenario bellico e il suo appello alla pace e alla giustizia, raccolto dai ragazzi che la seguono e proposto alle genti che incontreranno sul loro cammino, passa tramite una rivoluzione silenziosa, non violenta e consapevole della necessità di prendere in mano il presente per cambiare il futuro. Il silenzio è coltivato non come mera assenza di parole, ma come un’orchestra farebbe con le pause di un pentagramma: coincide con la disponibilità all’ascolto, col “prendere consiglio dal silenzio” e coltivare l’unione dei silenzi da cui possono generarsi dialogo e cambiamento.   Le diverse sfaccettature del silenzio ce le rammenta la stessa autrice nell’appendice Dal quaderno di composizione di Le tre domande dell’angelo, una piccola e arguta guida per andare a riflettere di nuovo sulle pagine appena lette (e da cui ciascuno, senza dubbio, riemergerà portando con sé la sfaccettatura che più avrà toccato il suo animo). Nell’appendice viene anche fatta un’affermazione importante ai fini della lettura: «Due verità interrogative distinte non si sommano, si relazionano. Generano una terza verità». La dualità dell’esistenza è feconda nella relazione e si realizza anche su un piano qualitativo: essa emerge nella coesistenza delle due accezioni (positiva e negativa) attribuibili a un’idea. Ne è un esempio il concetto di “colpa”, che è al contempo “senso di colpa”, ma anche “responsabilità”. Nello specifico, come sottolinea la stessa Giovanna, il «trono della colpevolezza» è un trono che «nessuno vuole occupare», visto che in tanti si dicono responsabili di qualcosa, ma difficilmente sono pronti a sentirsi davvero colpevoli. Da un punto di vista stilistico, una menzione d’onore spetta alla prosa, dall’anima poetica e dalla forma ricercata, ma mai prolissa o superflua, proprio come accade nei componimenti migliori. Estetica e contenuto si fondono in un connubio felice, che fa pensare a un’opera di altri tempi, perché rara in un momento di diffusa tendenza alla banalizzazione delle architetture linguistiche e dei concetti. In questo periodo (in ogni periodo) abbiamo bisogno di libri come questo, che, accompagnandoci con mano leggera, ci tengano con i piedi per terra e ci predispongono a vedere il mondo come faremmo grazie a una favola o a una parabola.

I volti di Toffolo al Festival underground

di Maria Elena Lippi   L’anno si è aperto in grande stile per il Capannori Underground Festival, che sabato 17 gennaio ha registrato il tutto esaurito per Davide Toffolo, frontman del gruppo alternative rock Tre Allegri Ragazzi Morti. Anche da dietro la maschera-teschio che caratterizza i membri dei TARM, Toffolo ha mostrato i suoi vari volti, dando prova di una poliedricità che lo ha portato ad essere cantante, chitarrista, fumettista e autore di numerose graphic novel.   Nella prima parte dell’incontro, l’intervista a cura di Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival, e Marco Bachi, bassista della Bandabardò, ha guidato il pubblico nell’universo creativo di Toffolo. L’artista ha ripercorso la sua carriera e la sua storia personale, ricordando le prime esperienze artistiche a Pordenone e gli stralci di vita da lui rielaborati tramite parole e disegni. Con il supporto di un proiettore, Toffolo ha mostrato le copertine e le tavole di alcuni dei suoi lavori più importanti, da Animali, nato proprio dalla testimonianza delle vicende dei quartieri popolari, a Cinque Allegri Ragazzi Morti e Intervista a Pasolini, passando per la rivista antologica Dinamite, da lui ideata nel 1995 insieme a Giovanni Mattioli per dare voce alle anime del fumetto indipendente italiano. La conversazione è stata interrotta da una piacevole sorpresa: l’arrivo di una piccola torta con tanto di candelina per festeggiare il compleanno dell’artista, che, per una fortunata coincidenza, cadeva proprio il 17 gennaio.     Dopo l’intervista, Toffolo ha regalato un’intensa performance di numerosi successi dei TARM, in un flusso travolgente e pressoché continuo di note. I testi di Toffolo fondono realtà e sogno, critica sociale e malinconia, parlando sia d’amore che di quel delicato periodo di transizione e speranza che è l’adolescenza. Di grande emozione è stato il momento in cui il pubblico ha intonato all’unisono il ritornello de Il mondo prima. Anche Marco Bachi ha dato il suo sempre magistrale sostegno musicale con il basso sul brano Io e il demonio, il graffiante adattamento realizzato dallo stesso Toffolo di Me And The Devil Blues di Robert Johnson.     Al termine della performance, l’artista ha ricevuto dalle mani di Gianmarco Caselli ed Erika Citti il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground ed i saluti del Comune di Capannori, portati dall’assessora Claudia Berti.   La serata si è conclusa con l’immancabile sigla finale, composta dai CRP per il CUF 2025. Per l’occasione, Toffolo si è unito con il suo sax ai CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e a Marco Bachi, suonando anche in mezzo al pubblico e alimentando ulteriormente il forte coinvolgimento che ha caratterizzato l’intero evento. Nel finale è intervenuta anche l’assessora alla cultura del Comune di Capannori, Claudia Berti, che ha ribadito l’importanza del Festival, in particolare per le nuove generazioni.   Un altro grande successo per il CUF e per l’associazione V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) che lo organizza. L’ultimo appuntamento è il 31 gennaio con Andrea Chimenti, già cantante dei Moda, con la prima presentazione in assoluto del suo libro Senza fermata. Saranno presenti anche Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze, e Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba.    

Consigli di viaggio: un salto a Spoon River

– di Maria Elena Lippi    In Canzone per Piero, Francesco Guccini inserisce il verso È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Non può che riferirsi all’Antologia di Spoon River, che di Masters è l’opera più conosciuta e che ha reso il suo autore noto e amato in tutto il mondo. Questa silloge poetica, infatti, è diventata uno di quei testi capaci di parlare con chiarezza ed efficacia ben oltre il tempo e lo spazio in cui sono stati scritti. La sua esistenza è il frutto della tenacia che sorge in chi ha qualcosa di urgente da dire e può farlo compiutamente solo con la veste della poesia, se pensiamo che, a discapito delle sue aspirazioni letterarie, Edgar Lee Masters fu costretto dal padre all’avvocatura (professione nella quale, peraltro, eccelleva).       Nato a Garnett, in Kansas, nel 1868, Masters visse tra la campagna e la città. Grazie al suo lavoro ebbe modo di conoscere e studiare da vicino gli esseri umani con le loro ipocrisie e passioni, celate dal puritanesimo della società statunitense dell’epoca. Ispirato dalla lettura dell’Antologia Palatina, Masters decise di ricorrere alla forma dell’epitaffio per narrare le vite di un villaggio immaginario i cui abitanti incarnano le verità e le menzogne che egli percepiva nel mondo che lo circondava. Così, tra il 1914 e il 1915, le poesie dell’Antologia di Spoon River apparvero regolarmente sul Reedy’s Mirror, per poi uscire in volume nella loro versione definitiva nel 1916. Negli anni seguenti Masters non riuscì a replicare il successo dell’Antologia e nel 1950 morì in miseria, pressoché dimenticato. Tuttavia, già negli anni ’40, in Italia era uscita un’edizione italiana dell’opera, con il curioso titolo di Antologia di S. River, quasi fosse una raccolta di massime di un santo, voluto dal ministero della cultura popolare fascista per de-americanizzare la silloge.     Il primo a cogliere la grandezza dell’Antologia e di Masters fu Cesare Pavese, che dedicò loro un saggio nel 1931 sulla rivista La Cultura. Pavese menzionò la «consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti» che il poeta dimostrava nelle parole delle anime di Spoon River, un coro di voci che si svelano al lettore e che si intrecciano per parentele e relazioni sociali, ciascuna sconquassata dalle proprie speranze, illusioni e solitudine. Tramite Pavese il libro arrivò nelle mani di Fernanda Pivano, che ne realizzò la sua traduzione più famosa e contribuì a far sì che, negli anni ’60, Masters fosse riscoperto da scrittori, poeti e cantautori. Tra questi non si può non menzionare Fabrizio De André, di cui abbiamo ricordato la scomparsa l’11 gennaio. In Non al denaro non all’amore né al cielo De André non si limita a musicare alcune poesie della raccolta, ma conferisce loro nuovo spirito, rivestendole della propria esperienza e sensibilità di compositore politicamente impegnato nell’Italia della contestazione e degli anni di piombo. Come accade con i classici, quindi, l’Antologia di Spoon River si pone in un dialogo aperto a sempre nuove generazioni di artisti e lettori. Una sua copia merita di trovarsi in ogni libreria personale e di essere letta e riletta, magari in fasi diverse della propria vita.     Se entrate a Spoon River per la prima volta, la prima guida da cui farsi affascinare è proprio Pivano: la trovate nell’edizione Super ET Einaudi (2014), che contiene un’intervista alla traduttrice stessa, oltre a tre scritti di Pavese e l’introduzione di Guido Davico Bonino. Se siete ospiti fissi della cittadina di Masters o, comunque, volete fin da subito approfondire la conoscenza con i suoi abitanti, di certo apprezzerete la recente versione con la traduzione di Alberto Cristofori (La Nave di Teseo, 2022). Cristofori commenta la genesi delle poesie inquadrandole nella vita di Masters e analizzandone contenuto e stile: il risultato è uno strumento inestimabile per attraversare le vie di Spoon River ad occhi ben aperti. Con l’Antologia tra le mani e Il suonatore Jones in sottofondo, non vi resta che scostare idealmente l’edera dalle lapidi e iniziare a leggere.

C’era una volta: storie passate per Natali presenti

di Maria Elena Lippi   Vi mancano gli ultimi acquisti di Natale per i piccoli, ma siete stufi dei soliti giocattoli e dei soliti marchi? Potreste progettare castelli in miniatura con abitanti meccanici, proprio come fa il signor Drosselmeier, abile orologiaio e padrino della piccola Marie nella fiaba Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Il fai da te non vi appassiona? L’alternativa è regalare direttamente il libro di Hoffmann, in una delle tante edizioni disponibili, da quelle più colorate (come Rizzoli, 2022, con le illustrazioni di Iacopo Bruno) a quelle adatte anche ai più grandi, magari con il testo tedesco a fronte (La Vita Felice, 2025). Pubblicato nel 1816, Schiaccianoci ha ispirato tante opere successive, tra cui spiccano il racconto di Alexandre Dumas padre (1844) e il balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1892), con le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. Lo Schiaccianoci. Una fiaba di Natale edito da Donzelli (2018) raccoglie le versioni di Hoffmann e Dumas in un unico volume con le illustrazioni di Aurélia Fronty e con una sezione dedicata alla versione musicata dal grande compositore russo. Forse alcuni bambini conoscono già le avventure di Schiaccianoci in qualche formato cartoonesco o cinematografico. Tuttavia, l’originale di Hoffmann permette di immergersi in un mondo meraviglioso e allo stesso tempo inquietante che avvolge Marie Stahlbaum, la piccola protagonista, la sera della Vigilia di Natale. Buona e gentile, Marie si affeziona subito allo Schiaccianoci donatole dal padre e lo aiuterà nella sua battaglia contro il malvagio Re dei topi, un orribile ratto dalle sette teste che guida schiere di roditori. Gli adulti ridicolizzeranno le avventure raccontate dalla bambina, tutti tranne Drosselmeier, che a sua volta le narrerà la fiaba della principessa Pirlipat, della noce Krakatuk e di un bel giovane capace di schiacciare le noci coi denti e di spezzare la maledizione di cui Pirlipat è vittima.     In Schiaccianoci si intrecciano tutti gli elementi della fiaba: paesi incantati, oggetti all’apparenza inanimati dietro cui si celano splendidi principi, principesse da salvare e prove da superare. Ma non solo: accanto ai sogni infantili di intere città di zucchero, Hoffmann distilla un po’ dell’incubo che permea i suoi Notturni per adulti. Il mondo onirico si interseca con la realtà, rendendosi a tratti visibile anche “ai grandi”, benché questi cerchino di razionalizzarlo. L’enigmatica figura di Drosselmeier funge da punto di contatto tra le due dimensioni. Con il suo ingegno e i suoi modi a tratti burberi, il padrino di Marie rievoca i ben più malevoli inventori e alchimisti delle più perturbanti opere di Hoffmann. La stessa Marie, poi, è dolce, ma anche piena di iniziativa, pronta a sfidare la paura e la derisione per portare avanti una causa che ritiene giusta. Con queste premesse, Schiaccianoci è una lettura perfetta per unire alla magia natalizia un’atmosfera goticheggiante e una profondità psicologica che incantano e incuriosiscono al tempo stesso. Se, però, pensate che una sola fiaba non basti a soddisfare la voglia di lettura dei vostri bimbi, non resta che consigliare altri due classici.     Il primo, le Fiabe di Hans Christian Andersen, è una raccolta indispensabile per genitori pronti ad accompagnare i figli tra pagine in cui il fantastico e il meraviglioso si intrecciano alle malinconie e ai dolori della vita. A tal proposito, la Sirenetta dell’autore danese è senz’altro meno allegra di quella disneyana! Come per Schiaccianoci, troverete edizioni per tutti i gusti, tra volumi illustrati, riduzioni per i più piccoli e collezioni complete (qui si segnala quella integrale e recente della Newton Compton Editori, 2024). Il secondo libro è le Fiabe italiane di Italo Calvino, a cui dobbiamo un mastodontico lavoro di riordino del patrimonio narrativo folklorico nazionale. Calvino attinse ai testi redatti da autori precedenti «sotto dettatura delle nonne» e scelse fiabe dalle varie Regioni, comparandone le varianti e traducendole dai dialetti all’italiano. Grazie a questo lavoro, la tradizione diventa accessibile anche ai bambini, che gradiranno edizioni come quella illustrata da Emanuele Luzzati (Mondadori, 2019). Anche con queste fiabe, ogni tanto, ci si inquieta, ma si sogna anche molto, accanto a uno dei più grandi scrittori del Novecento.  

Non solo Marley: fantasmagorie natalizie

– di Maria Elena Lippi Prima dell’avvento di Babbo Natale, dei jingle pubblicitari e degli abeti esposti fin da inizio novembre, il Natale è stato per lungo tempo una faccenda oscura. È noto come le celebrazioni cristiane della nascita di Gesù abbiano soppiantato i culti pagani legati al periodo invernale, appropriandosi fin dal IV secolo d.C. della data del 25 dicembre e condannando all’oblio il Sol invictus di età imperiale. Tuttavia, lontano da Roma, le tradizioni europee hanno resistito nelle abitudini e nei racconti della gente, che ai dogmi ecclesiastici ha continuato ad affiancare per secoli le proprie credenze e i propri riti, spesso non privi di elementi spaventosi e soprannaturali. Alcuni vengono celebrati ancora oggi, per affetto o turismo: dai demoniaci Krampus di area tedesca alla Mari Lwyd gallese, che, anticamente connessa a riti di fertilità, altro non è che un teschio di cavallo sorretto da un bastone e ornato da nastrini.   Non va poi dimenticato che, tra i rituali di tempi svaniti e le nostre lucine al led, nell’Ottocento del Volksgeist e della fascinazione per lo spiritismo e l’occulto, le gelide notti natalizie offrivano l’atmosfera perfetta a chi volesse conservare una parvenza di mistero anche nel bel mezzo delle neonate metropoli industriali. Nella puritana epoca della Regina Vittoria, infatti, si riscoprì il fascino (e la moda) dei racconti di fantasmi, la cui aura intrinsecamente pagana era in genere mitigata dalla presenza di una morale a beneficio del pubblico, proprio come in Canto di Natale di Charles Dickens. «Tanto per cominciare, Marley era morto» è l’incipit più natalizio che possa venire in mente a chi scrive, preludio della vicenda di redenzione di Ebenezer Scrooge, l’avaro per eccellenza. Ma, nel vasto panorama della letteratura vittoriana, il Natale non è infestato solo dallo spettro di Jacob Marley e dai tre spiriti dickensiani, pronti a risalire le scale con fragor di catene e ad affacciarsi da dietro le tende di un letto a baldacchino. Chi volesse trascorrere qualche ora come si faceva una volta, leggendo o condividendo ad alta voce storie di fantasmi e suspense, potrà cimentarsi con più di una raccolta a tema. Di particolare pregio è il voluminoso A Merry Victorian Christmas (Mondadori, 2025), in cui, oltre al citato Canto di Natale, il lettore troverà una collezione di racconti di più di trenta autori che sono oggi per noi fondamentali testimoni dell’età vittoriana, da Elizabeth Gaskell a Wilkie Collins, senza dimenticare Robert Louis Stevenson e Arthur Conan Doyle.   Con il Natale come sfondo, ciascuno di loro ci restituisce vividi stralci della sua epoca e tormenti che superano il mero timore del soprannaturale, che pur alberga in molte di queste pagine. Troveremo le vicissitudini di sognatori sconfitti dalla vita, il terrore della madre davanti alla malattia del figlio, la lotta interiore tra il bene e il male che imperversa nell’uomo in una società sempre più progredita e moderna, ma anche sempre più violenta e sorda ai bisogni dei poveri. Allo stesso tempo, non mancheranno il tono confidenziale e la vena sagace che caratterizzano la letteratura britannica, contribuendo a trasportare il lettore odierno in un salotto del 1843 e dintorni. I racconti di questa raccolta, così come di altre confezionate per le Feste, sono dunque il frutto di menti colte, capaci di bilanciare realtà e sogno, da bravi eredi degli artifici gotici di Horace Walpole e dell’attenzione di Mary Shelley per la potenza e le ombre dell’animo umano. Chi volesse celebrare un Natale vittoriano con un’atmosfera ben più torbida potrà farlo con Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street (Newton Compton Editori, 2024), macabro esempio di penny dreadful, pubblicato originariamente a puntate tra il 1846 e il 1847. I penny dreadful erano storie a puntate acquistabili alla modica cifra di un penny, dai temi scabrosi e sconvolgenti, di relativo valore letterario, ma senz’altro ricche di tensioni e colpi di scena. Tutti elementi che non mancano nelle vicende del signor Todd, abituato a trucidare i propri clienti, poi trasformati in pasticci di carne dall’industriosa signora Lovett. La fortuna attuale di Sweeney Todd è legata al musical di Stephen Sondheim e alla versione cinematografica di Tim Burton, che hanno avuto il merito di riscoprire questo piccolo pezzo di antiquariato londinese. Nelle prossime notti natalizie si potrebbe pure strafare, saltando dal libro allo schermo (o viceversa, a seconda dei gusti). Ad ogni modo, Sweeney Todd ci lascia comunque ancorati alla Londra della rivoluzione industriale, con orrori molto concreti e a noi sempre più vicini. E gli spiriti e i mostri dell’inconscio che la mente umana ha partorito per secoli, dando forma e nome all’ignoto? Per raggiungerli una via sicura è rappresentata dalle Fiabe irlandesi raccolte nella seconda metà dell’Ottocento da William Butler Yeats (nella versione che più vi aggrada, incluse quelle disponibili gratuitamente online). Dai folletti alle fate alle banshee al pooka, conoscerete tutte quelle creature che per gli Irlandesi di un tempo non erano solo personaggi letterari, ma compagni invisibili della vita di ogni giorno, nati dalle ceneri delle antiche religioni e dalla costante fede umana in un altrove che affianca anche la più ordinaria delle esistenze. Certo, sarete lontani dai confortevoli salotti di Londra, ma amerete le storie di quanti, a Natale, senza nemmeno un soldo da spendere in carta stampata, si sarebbero dovuti accontentare della propria voce e della propria memoria.