Maria Elena Lippi

Laureata in Giurisprudenza, è dottoressa di ricerca in Scienze Giuridiche e appassionata di letteratura. Ha iniziato a scrivere quando era piccola e non è più riuscita a smettere. Ha pubblicato due sillogi poetiche e alcuni racconti horror che sono stati raccolti in antologie. È la cantante del trio di musica tradizionale Folkoinè, con cui studia e arrangia canti da tutto il mondo, e fa parte come soprano del gruppo vocale Stereo Tipi, che spazia dalla polifonia rinascimentale all’interpretazione di brani contemporanei.

Il Freud Museum di Londra: la casa dell’esilio

Che siano piccoli o grandi, gli spazi di Londra raccontano sempre una storia, come abbiamo visto quest’estate su La Settima Base. Nel caso del Freud Museum a Hampstead, nella parte settentrionale della città, si tratta di una vicenda individuale e familiare intrecciata alle più tragiche vicende del Novecento.   Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, ateo, ma di origine ebraica, subì la minaccia del regime nazista e fu tra coloro ai quali, prima dell’avvio della “soluzione finale”, fu concesso di abbandonare Vienna per trovare rifugio in Inghilterra. Fu così che Freud giunse a Londra nel 1938, insieme a ben diciassette persone, tra cui la moglie e i figli, ma anche le domestiche e il medico personale.     Le condizioni di salute del neurologo austriaco, infatti, erano già ampiamente compromesse alla partenza: Freud morirà di lì a un anno, in esilio e apolide, in quanto privato della cittadinanza dal regime.     In questo breve lasso di tempo, tuttavia, la dimora londinese del dottore si riempì di ricordi e di oggetti che oggi ci permettono di entrare in contatto con la vita quotidiana di quei giorni. Al pianoterra, infatti, oltre al divano, ai libri e ad effetti personali come i famosi occhiali dalla montatura tonda, si trova una ricchissima collezione di oggetti antichi, dall’Antico Egitto al Giappone, dalla Cina al Nord America, testimonianza di una passione (o una vera e propria ossessione) coltivata per decenni dal medico.       Se la sala e lo studio di Freud colpiscono per la loro apparenza di “museo nel museo”, è però al piano superiore della casa che si ha modo di mettere meglio a fuoco i tasselli della vicenda di una famiglia in fuga dal nazismo, uscendo del tutto dal mito e incontrando la Storia. Il vero e proprio pezzo forte del museo, infatti, è, a parere di chi scrive, il filmato in cui la voce di un’anziana Anna Freud, la figlia di Sigmund, ricorda i giorni della fuga e l’ultimo compleanno del padre a Maresfield Gardens. Freud appare fragile nei fotogrammi catturati dalla macchina da presa e le scene sono i momenti di un gruppo di amici e familiari felici davanti allo scampato pericolo. Un privilegio che non spetterà a tutti i membri della famiglia Freud: in una sala vicina a quella dove si può visionare il filmato, un piccolo memoriale ricorda le quattro sorelle del medico, Rosa, Mitzi, Dolphi e Paula, deportate e trucidate ad Auschwitz.     Alla figura di Anna Freud sono dedicate anche altre sezioni del museo, che riesce a valorizzarla alla pari del padre. Anna, infatti, fu tutt’altro che una figura secondaria: non solo raccolse l’eredità paterna, ma contribuì al suo sviluppo e trovò la propria strada nello studio della psicoanalisi infantile. Il museo conserva non solo le decine di migliaia di lettere e documenti del “Sigmund Freud archive”, ma conserva anche uno specifico “Anna Freud archive” che va dal 1895 al 1982, ovvero l’intero arco della vita della psicoanalista.     Fino al 14 febbraio 2027 il museo ospiterà la mostra 40 Objects, 40 Years, per celebrare i quaranta anni di attività con un’esposizione degli oggetti più preziosi tra le antichità collezionate da Freud, nonché di alcuni cimeli familiari che racconteranno la vita tra le mura della casa di Maresfield Gardens e che verranno mostrati al pubblico per la prima volta. Un modo per entrare ancora a più stretto contatto con una figura che, con i suoi studi, tra apprezzamenti e critiche, ha contribuito a plasmare la Storia del Novecento, dalla medicina alla letteratura.       01/10/2026

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Things of Beauty: a casa di John Keats

Things of Beauty: a casa di John Keats

A Londra, non lontano dall’oasi verde di Hampstead Heath, si trova la casa di uno dei pilastri della poesia britannica: John Keats, che nei suoi venticinque anni di vita ha dato un contributo fondamentale al Romanticismo. Dal poema Endimione fino alla celebre Bright Star, Keats ha realizzato opere che uniscono all’eleganza del verso un’indiscussa capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Se vi trovate a Londra, una volta lasciato alle spalle il colorato caos di Camden Town, vi consigliamo di procedere verso la quieta Wentworth Place, dove Keats soggiornò a partire dal 1818. Considerando che il 31 ottobre è pure l’anniversario della sua nascita, il periodo è più che buono per una visita.     Wentworth Place è oggi un museo nel quale ogni sala vi parlerà di un pezzo della storia di questo eternamente giovane poeta. Subito all’ingresso, vi troverete davanti ai (non molto poetici) utensili e documenti legati alla professione medica che Keats esercitò prima di dedicarsi interamente all’arte. In altre sale, poi, troverete gli strumenti del suo “mestiere” definitivo: penne, calamai (anche di origine etrusca!) e una moltitudine di libri, tra cui colpisce in particolare la presenza di un Paradiso perduto di Milton con i versi sottolineati dallo stesso Keats durante la lettura.     Fu proprio a Wentworth Place che Keats conobbe Fanny Brawne, l’amore della sua vita, il cui ritratto può essere ammirato nel salottino a pianoterra, insieme ai volti di molti altri affetti che popolarono i giorni del poeta (e dove si trova ancora un orologio il cui rintocco era ben noto al poeta). Secondo, la leggenda, poi, Keats avrebbe composto la sua Ode a un usignolo proprio sotto il susino nel giardino della casa, nel 1819. Infiorettata o meno che sia, la storia è comunque verosimile, visto che il giardino rimane tuttora un luogo perfetto per riposarsi e fermarsi un attimo per leggere o godersi semplicemente il silenzio, immaginando un altro tempo intorno a sé. In caso di pioggia, comunque, non preoccupatevi: in varie sale della casa potrete immergervi del tutto nell’opera di Keats ascoltando in cuffia le letture messe a disposizione del pubblico.     La permanenza di Keats nella casa fu intensa, ma, purtroppo, breve. In seguito al peggioramento delle sue condizioni di salute, infatti, nel 1820 la lasciò per partire alla volta dell’Italia. Morì nel 1821 a Roma ed è qui sepolto in una tomba anonima intitolata a uno «YOUNG ENGLISH POET», che, come termina l’epitaffio, «nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”».   Questo tratto di malinconica inquietudine che coglie visitando il piano di sopra, dove Keats giacque  malato all’aggravarsi della tubercolosi, è stato colto appieno da Martin Huxter, nella sua mostra The Nightingale Suite. A sua volta poeta, oltre che artista visivo, Huxter ha iniziato questa serie di disegni nel 1997 per cogliere «atmosfera intima, quasi tangibile, evocata da John Keats in ‘Ode to a Nightingale’, una poesia che ammiro fin dai tempi da studente». Sono presenti anche tre disegni ispirati dalle visite alla Keats House nel 2025 e che sono stati creati appositamente per questo evento. L’usignolo di Keats emerge in varie versioni in un bianco e nero che, a primo acchito, potrebbe avere i contorni di un incubo: a ben guardare, però, la sensazione che si ricava è sì quella di un sogno, ma di uno di quei sogni che si fa fatica a spiegare e che comunque non certo per questo cessano di essere nitidi quasi quanto un ricordo al quale aggrapparsi. Proprio come la poesia di Keats.     Per poter ammirare la mostra avete tempo fino al 31 ottobre. Per portarvela via nella mente e nell’animo, invece, non avete scadenze, perché, come ci ricorda il poeta all’inizio di Endimione: «una cosa bella è una gioia per sempre».     18/09/2026

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Nelle sale della mente: passato e futuro al Bethlem Museum of the Mind

Londra è una città in cui si può passeggiare in lungo e in largo, finendo sempre per imbattersi in nuovi luoghi che vale la pena visitare, ricchi di memoria come sono. Uno di questi spazi è il Bethlem Museum of the Mind, situato nella parte meridionale della metropoli. Fin dall’esterno si capisce che non si tratta di un museo convenzionale: si trova all’interno dell’area del Bethlem Royal Hospital, centro di cura delle malattie mentali tuttora in attività.     Il nome “Bethlem” vi suona familiare? Forse lo avete incontrato in qualche film in costume o in un romanzo vittoriano (magari in uno dei libri di Dickens, protagonista della nostra prima tappa londinese) non nella sua dicitura corretta, bensì nella più famigerata storpiatura “Bedlam”. Il termine è entrato nell’uso comune per indicare un luogo o una scena di totale confusione, che è lo stato in cui doveva apparire l’ospedale in un passato incline a recludere i pazienti più che a farsi realmente carico del loro benessere.       L’attuale Bethlem Hospital si trova in un edificio e in una zona diverse da quelle originarie, come è forse naturale che sia, se si considera che il primo nucleo risale addirittura al 1247. Ben diverso è anche lo spirito che lo anima e la cultura che si respira oggi nelle sale del Museum of the Mind, in equilibrio tra il rispetto della memoria del luogo e l’attenzione alla salute mentale nella nostra epoca. Non a caso, Colin Gale, Direttore del museo, ci tiene a specificare che l’obiettivo principale dell’istituzione è «mettere in dialogo il passato e il presente». Le mostre che vi si tengono non sono organizzate in ordine cronologico e non intendono raccontare la storia dell’ospedale in modo ordinario, ma affrontano piuttosto temi delicati e ancora attuali, cercando di «lasciare le questioni aperte, senza dire alle persone cosa pensare, ma incoraggiando la riflessione e la discussione». La terapia e il recupero, la categorizzazione sociale dei malati e l’importanza del processo diagnostico sono solo alcuni degli argomenti su cui il museo intende portare l’attenzione, nella speranza di indurre il pubblico a interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul futuro.     Questo sguardo onnicomprensivo sul mondo della salute mentale lo si percepisce già appena varcata la soglia del museo. Subito nell’atrio, infatti, si viene accolti dalle due statue di Caius Gabriel Cibber, Malinconia e Follia delirante, giunte a noi dall’edificio barocco dell’ospedale, di cui ornavano il portale d’ingresso. Le imponenti sculture rappresentano la classica distinzione binaria dei disturbi mentali, che poco aveva a che fare con la diagnostica in senso moderno. Soprattutto Follia delirante, stretta da pesanti catene, ci parla di un’epoca in cui le malattie mentali venivano affrontate anche con l’uso di strumenti di contenimento del tutto crudeli ai nostri occhi. Come sottolinea Gale, le opere di Cibber non sono state esposte per confortare i visitatori al pensiero dei progressi compiuti nell’umanizzazione dei pazienti, bensì per riflettere sul fatto che la questione delle modalità del contenimento e del consenso al trattamento continua ad essere aperta e rilevante anche nella nostra società. Nella sua attività di sensibilizzazione, il Bethlem Museum of the Mind può contare sull’archivio delle cartelle cliniche e documenti storici dell’ospedale, il patrimonio di strumentazione medica dei secoli andati e la collezione delle opere d’arte (più di mille!) realizzate dai pazienti. Queste ultime rappresentano una ricchezza inestimabile e, vista la loro quantità, vengono esposte a rotazione, con almeno tre percorsi tematici ogni anno. Proprio sulla presenza dell’arte al Bethlem Museum of the Mind si è concentrata la nostra visita.   1. L’esposizione permanente     Salite le scale, sulla sinistra, troviamo l’area dedicata all’esposizione permanente. Dalle cartelle cliniche agli strumenti, dalle installazioni artistiche alle fotografie, si ha modo di approfondire le questioni legate alla diagnosi e alla classificazione medica e sociale dei pazienti, proseguendo il percorso ideale già avviato dalla presenza delle statue barocche all’ingresso. Nel gioco tra passato e presente è subito un’opera moderna a catturare l’attenzione: l’Ambivalent Falls di Adrian (2014), un piccolo cuore in gabbia sopra il quale, appese a dei fili, pendono delle tessere. Su ogni tessera, a seconda di come le si giri, si possono leggere due parole diverse e opposte: un’installazione delicata, ma potente, che, in un gioco di dicotomie, richiama la difficoltà della diagnostica e la facile caduta nella polarizzazione in cui già incorreva l’arte medica ai tempi di Cibber.     Impressionanti sono poi le fotografie scattate da Henry Hering intorno alla metà del XIX secolo. I ritratti dei pazienti del Bethlem Hospital sono accompagnati dalle sole iniziali («anche allora si faceva attenzione a non rompere la riservatezza medica», ci ricorda Gale) e dal nome dei disturbi che li affliggevano. “Malinconia cronica”, “malinconia acuta”, “demenza acuta”, “mania cronica con deliri”: espressioni che, sebbene non coincidenti con gli attuali significati, mostrano una maggiore diversificazione nella diagnostica ottocentesca, ancora legata, tuttavia, alla percezione del singolo medico e non a una classificazione universale vera e propria. A colpire, in particolare, è la foto di una donna che tiene stretta a sé una bambola. Uno strumento terapeutico? Un oggetto donatole per darle conforto? Questo, purtroppo, non possiamo più saperlo.   2. Gli artisti del Bethlem Hospital     Tra i pazienti ritratti da Hering c’erano anche artisti. Tra le fotografie visionabili, infatti, troviamo quella di Richard Dadd, pittore celebre per le sue rappresentazioni dense di elementi soprannaturali e fiabeschi. La sua tragica vicenda personale si lega alla storia del Bethlem e allo sviluppo del principio di imputabilità nel diritto penale inglese. Dadd, parricida, venne internato a ventisei anni nel manicomio criminale dell’ospedale, dove venivano condotti i rei di crimini capitali ritenuti incapaci di intendere e di volere e, dunque, non condannabili all’impiccagione. La durata della permanenza dei pazienti presso la struttura era rimessa alla discrezione dell’Home Secretary (figura equiparabile al Ministro dell’Interno). Fu proprio presso il Bethlem che Dadd realizzò la maggior parte della propria produzione artistica, poiché l’ospedale forniva ai pazienti gli spazi e i materiali per dedicarsi alle proprie opere.    

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3 libri per bimbi in vacanza

Le vacanze sono quasi agli sgoccioli e la scuola è alle porte: è il momento che i bimbi leggano il più possibile. Per questo abbiamo stilato una lista di titoli adatti ai più giovani, ma chi li ha letti vi assicura di averli comunque apprezzati ampiamente, pur essendo ormai una “bimba” solo nel senso toscano (che va da 1 a 99 anni). Scopriamo quali sono!   1. Il giorno della spensieranza di Stefano Tofani (Rizzoli, 2025) – Da 10 anni in su     Durante un temporale, la tredicenne Gaia (soprannominata “Maiunagioia”) e il suo gemello Luca (detto il “tartarugo”, sordo dalla nascita) si rifugiano all’interno di una grotta. Si imbattono così in un varco che li conduce nel Mondo BC, un mondo in parte simile al nostro e in parte del tutto diverso, coloratissimo, pieno di strani animali, come lo “struzzicadenti”, e di persone dall’aspetto ancora più curioso, con arti non sempre al loro posto e non sempre funzionanti. Ospitati dal piccolo Bernaldo, Gaia e Luca nascondono la loro identità di alieni e scoprono che, nel Mondo BC, sono attesi Passaggeri provenienti da un’altra dimensione, annunciati da un’antica profezia sull’arrivo del “Sommo Bene” e del “Sommo Male”. Anche altri due terrestri sono arrivati poco prima di loro nel Mondo BC: questi non possono che rappresentare il Sommo Male e ci vorrà l’aiuto di Bernaldo, dell’amica Maria Losa e di altri sconclusionati, ma coraggiosi personaggi per salvare il pacifico mondo da una terribile minaccia. La scrittura di Tofani ha il grande pregio di giocare con le parole senza cadere nell’accondiscendenza verso un pubblico giovane: non c’è niente di didascalico né di paternalistico nel modo in cui il lettore viene accompagnato nel fantasiosissimo Mondo BC. Candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi, Il giorno della spensieranza unisce alla narrazione di un’avventura fantastica il richiamo a temi profondi e importanti nel percorso di crescita di un bambino: il rispetto della disabilità e l’apertura verso ciò e chi è a suo modo “imperfetto”; le difficoltà familiari legate alla depressione di un genitore; la necessità di imparare ad analizzare con occhio critico l’operato di chi detiene potere e autorità. Tutto questo viene affrontato senza cadere nella trappola dei buoni sentimenti e senza rinunciare alla tridimensionalità dei personaggi. Gaia, infatti, non è una sorellona disneyana, burbera, ma visibilmente di buon cuore: è una ragazza reale e complessa, che è sia politicamente scorretta nei confronti del fratello, sia capace di dimostrare coi fatti l’affetto totale che prova nei suoi confronti e verso i loro genitori. Il giorno della spensieranza non può mancare nella vostra libreria (e nella borsa-vacanze) e dal 1° settembre potete trovarlo nella collana BuR Verde.   2. La scintilla di Kenny Welsh di Elena Bertagna (Tori Edizioni, 2026) – Da 16 anni in su     Kenny Welsh ha diciannove anni e due gravi lutti sulle spalle quando lascia la madre a Liverpool per imbarcarsi sul brigantino Ann per cercare di dare una svolta alla sua vita di fatica e miseria. Inizia così un viaggio che non sarà solo di personale e definitiva transizione nell’età adulta, ma anche di ingresso nella Storia. Siamo nel 1745 e Charles Edward Stuart sta per tornare in Scozia e reclamare per la dinastia Stuart il trono inglese: è l’anno della Rivolta Giacobita e Bonnie Prince Charlie avrà bisogno del sostegno dei clan scozzesi delle Highlands per poter marciare verso Edimburgo. Negli sconvolgimenti politici e militari che lo circondano, Kenny si trova a dover rivedere i propri valori e compiere delle scelte difficili e nette: qual è la causa giusta per cui lottare? Bertagna intreccia eventi reali a vicende di fantasia, in un crescendo di tensione narrativa che ha il sapore di un libro d’avventure di altri tempi. Lo sguardo passa gradualmente dalle conquiste individuali di Kenny (la nascita di un’amicizia profonda, la scoperta delle proprie capacità di marinaio, l’incontro con la brutalità del mondo, ma anche con la natura totalizzante dell’amore) al ruolo che il ragazzo dovrà decidere di giocare nella Storia. Kenny imparerà a non guardare più solo a se stesso e alla propria cerchia di affetti, ma imparerà che stare al mondo (e, magari, cambiarlo) è un’impresa collettiva, che richiede coraggio, anche quello di rivedere le proprie convinzioni. L’accuratezza storica e tecnica (indispensabile per passeggiare su un brigantino inglese del ˈ700!) e la vividezza delle descrizioni dei luoghi contribuiscono a trascinare il lettore accanto a Kenny, facendogli assaporare il salmastro che si respira a pieni polmoni a bordo della Ann.   3. Alle medie senza social di Annalisa Strada (Edizioni Piemme, 2026) – Da 10 anni in su     Cinzia frequenta le medie e solo da poco ha deciso di acquistare un cellulare. Non si tratta di uno smartphone, però, ma di un vecchio cellulare a conchiglia: pertanto, nessuna chat di gruppo, nessun social, nessuna connessione costante con i compagni di classe, la migliore amica Ninfa e il fidanzatino Fiorenzo, ma solo le vecchie chiamate e i vecchi SMS. Se, da un lato, Cinzia ama la sua vita privata e off-line, dall’altro dovrà fare i conti con la sensazione di essere tagliata fuori da un mondo accattivante e iperconnesso che si sviluppa senza di lei. Via, via, la tentazione di aprire un profilo social si fa sempre più forte, ma, allo stesso tempo, la ragazzina riflette ogni giorno con grande lucidità nel suo diario sia sui lati positivi che sui lati negativi sul postare online le proprie giornate. Sequel di Alle medie senza cellulare, Alle medie senza social fonde la fruibilità della scrittura diaristica a una narrazione leggera, adatta a un pubblico di giovanissimi, ma capace di cogliere l’essenza di questioni ormai radicate nella quotidianità di tutti, che si fanno particolarmente delicate quando l’età dei protagonisti è critica come quella di Cinzia e dei suoi amici. Strada non demonizza i social, ma non fa altro che suggerire al giovane lettore tutti i rischi ad essi legati, dai più intimi (la perdita di tempo e di capacità di apprezzare davvero il momento presente) ai

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La Londra di Dickens: sulle tracce di un comune amico

Una delle caratteristiche di un grande scrittore è la capacità di osservare e interpretare il proprio tempo e i propri contemporanei. È ciò che ha fatto Charles Dickens con la Londra dell’età vittoriana e della rivoluzione industriale. I suoi personaggi costituiscono un campionario umano di un’epoca di progresso e ipocrisia, di alienazione umana e oppressione, in cui si finiva in prigione per debiti e l’appartenenza a una certa classe sociale  segnava la differenza tra la vita e la morte per fame e malattie. Leggere Dickens oggi ci aiuta a interiorizzare quel gusto critico e di intima ribellione all’ingiustizia che ha reso le sue pagine immortali.   Se siete in giro per Londra, vi lasciamo una piccola mappa per andare alla ricerca delle tracce dickensiane che ancora si possono trovare nella capitale britannica e sentirvi più vicini (anche geograficamente) a questo immenso romanziere.          1. Il Charles Dickens Museum       La prima tappa del nostro percorso non può che essere il numero 48 di Doughty Street. La casa abitata dallo scrittore inglese tra il 1837 e il 1839 è stata trasformata nel Charles Dickens Museum, dove si può respirare la quotidianità della famiglia Dickens. Lo staff, che comprende un nutrito numero di volontari, vi accompagnerà per le varie stanze e vi regalerà aneddoti sulla vita e le opere di Dickens, facendovi sentire immersi in un altro tempo. Grazie a queste gradevoli chiacchierate e alla sensibilità e interessi di queste preparatissime guide, ogni visita non sarà mai uguale all’altra.         Inoltre, il museo è molto attivo anche per quanto riguarda le mostre temporanee. Questa estate, fino al 6 settembre, troverete Extra/Ordinary Women, che, tra fotografie, oggetti e documenti, approfondisce le storie delle donne che hanno ispirato Dickens e approccia con sguardo critico il ruolo dei personaggi femminili dickensiani, spesso fondamentali e di buon cuore, ma anche rischiosamente tendenti a rafforzare lo stereotipo vittoriano della donna intesa come un individuo fragile. Nella realtà, però, lo scrittore incontrò donne di tutt’altro carattere: al museo avrete modo di incontrarle, incluse le figlie di Dickens, Katey e Mamie, di cui troverete esposto per la prima volta al pubblico un bellissimo ritratto.       2. The Old Curiosity Shop         Non lontano dal parco di Lincoln’s Inn Fields, in Portsmouth Street, vi imbatterete in quello che è considerato il più antico negozio di Londra. The Old Curiosity Shop è sopravvissuto sia al grande incendio di Londra del 1666, sia alla distruzione portata dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel 2018 è stato acquisito dalla London School of Economics and Political Science ed è oggetto di un progetto di restauro portato avanti in collaborazione con il City of Westminster Conservation Officer e l’Historic England. Nel corso degli anni (anzi, dei secoli), il negozio ha più volte cambiato destinazione, ma si pensa che il nome attuale si debba a un libraio, Mr Tesseyman, che vi gestì la propria attività nel XIX secolo. Cosa c’entra Dickens? Pur non essendoci fonti certe sul suo collegamento con il negozio reale, molti lo ricollegano al romanzo  La bottega dell’antiquario (1840-1841). Anche se è momentaneamente chiuso per i lavori, quindi, da bravi dickensiani non abbiamo potuto fare a meno di fermarci davanti alla sua porta.     3. Le corti inglesi e Fleet Street         Il tema della giustizia e della sua cattiva amministrazione è centrale in un’opera come Casa desolata (1852-1853). In generale, in molti romanzi e anche racconti di Dickens è presente un appiglio per riflettere sul confine tra giusto e sbagliato, tra l’onesto esercizio di un proprio diritto e lo sprezzo totale dell’altrui umanità (basti pensare allo Scrooge di Canto di Natale, che, nel rispetto della legge, sceglie di spadroneggiare sui suoi debitori). Per ricordare anche questo importante aspetto dell’opera dickensiana, non resta che incamminarsi lungo lo Strand, passando davanti al goticheggiante edificio delle Royal Courts of Justice, dove risiedono l’Alta corte e la Corte d’appello d’Inghilterra e Galles.          L’area è considerata il cuore del sistema giudiziario britannico e del diritto inglese. Ciò non impedisce comunque di concedersi un drink presso Ye Old Cock Tavern in Fleet Street, dove pare si recasse lo stesso Dickens.         Proseguendo in direzione della Cattedrale di St. Paul si arriverà all’imponente edificio che ospita la corte penale inglese, il famigerato Old Bailey. Sulla sua facciata si legge: «Defend the Children of the Poor & Punish the Wrongdoer» («Difendi i figli dei poveri e punisci il malfattore»). Forse Oliver Twist avrebbe qualcosa da ridire su una tale frase riferita a un luogo che ha visto perpetuata più di un’ingiustizia, inclusa la condanna ai lavori forzati di un altro genio della letteratura, Oscar Wilde.     4. Il pub storico The Lamb         Come si sarà intuito, molti luoghi londinesi vantano un legame con Dickens (reale o solo supposto). A Bloomsbury si trova il The Lamb, pub costruito nel XVIII secolo e tuttora in attività. Ci siamo fermati a bere qualcosa e lo staff ci ha confermato che è del tutto plausibile che Dickens vi abbia fatto visita (non siamo nemmeno troppo distanti da Doughty Street), così come fu frequentato abitualmente dalla poetessa Sylvia Plath. Senz’altro, l’atmosfera di altri tempi che vi si respira e la vicinanza con il quartier generale degli intellettuali del Bloomsbury Group fanno  venire voglia di sedersi a uno dei tavoli con una pinta e un buon libro. Una curiosità: sulle pareti si trovano i ritratti di molte attrici e attori dell’età vittoriana ed edoardiana, inclusa Jennie Jerome Churchill, madre del Primo Ministro Winston Churchill). Molti di questi artisti erano soliti esibirsi del vicino Empire Theatre e frequentavano così spesso il pub che, dopo la distruzione del teatro sotto un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, le loro fotografie vennero donate al The Lamb. Non ci discostiamo perciò troppo dal nostro tema principale, considerando l’impegno che Dickens profondeva nelle letture pubbliche delle sue opere e il suo amore per la

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“My name is Orson Welles”: a Torino la mostra sullo straordinario regista

Orson Welles è uno di quei nomi che hanno fatto la storia del cinema. Innovativo e dal multiforme ingegno, il regista statunitense ha creato pietre miliari della settima arte del calibro di Quarto potere (1941), sua opera d’esordio sul grande schermo per la quale fu anche attore, sceneggiatore e produttore. Capace di regalare al pubblico performance intense e indimenticabili sia a teatro che davanti alla macchina da presa, Welles ha anche dato un inestimabile contributo all’interpretazione di Shakespeare nel Novecento.     Sono innumerevoli le notizie e gli aneddoti intorno a questa magnetica figura e coglierne tutti gli aspetti in poche righe è assai arduo. Ma qualcuno è riuscito nell’impresa di restituirne un ritratto quanto più accurato possibile, raccogliendo (metaforicamente e materialmente parlando) le fila di una vita e di una carriera fuori dall’ordinario. Potete verificarlo in prima persona concedendovi una trasferta piemontese.     Dal 1 aprile al 5 ottobre 2026, infatti, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, all’interno del suggestivo spazio della Mole Antonelliana, ospita una mostra imperdibile per ogni cinefilo. Si tratta di “My Name Is Orson Welles” , concepita dalla Cinémathèque française, curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, e arricchita dalla presenza di più di 400 pezzi, alcuni ancora mai esposti, provenienti da collezioni pubbliche e private, nonché dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema stesso.     Ad accrescere il senso di immersione nel vissuto e nell’opera di Orson Welles contribuiscono le scelte di allestimento della mostra. Appena entrati nell’Aula del Tempio, i visitatori sono accolti da tre schermi sospesi con la celebre “scena degli specchi” de La signora di Shanghai (1947) e possono entrare a visitare le installazioni del piano terreno prima di salire lungo la rampa elicoidale dell’Aula.     La mostra è divisa in cinque aree tematiche: 1915-1939 Wonder Boy; 1941 Quarto Potere; 1942 L’inizio dei guai; 1947-1968 Una star in Europa; 1969-1985 Un re senza regno. Ogni area presenta fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni: da curiosità come il certificato di nascita di Welles ai manifesti originali dei film, dalle sceneggiature annotate alle tavole disegnate e colorate da Guido Crepax, dedicate a La Storia immortale (1968) ed esposte per la prima volta.     Lodevole è anche la scelta degli organizzatori di seguire il principio del Design for All, che la rende pienamente accessibile tramite testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni e video in LIS attivabili tramite QR code, modelli e pannelli visivo-tattili.     I più esperti e appassionati avranno modo di scoprire e approfondire nuovi dettagli della parabola artistica e umana di Welles, mentre i neofiti verranno accompagnati in un viaggio che, complice il luogo, li affascinerà e permetterà loro di immergersi in questo capitolo del cinema mondiale proprio come se stessero sfogliando le pagine di un libro esaustivo e, allo stesso tempo, coinvolgente.        “My name is Orson Welles” è una fonte di emozioni e conoscenza da non lasciarsi assolutamente sfuggire durante un soggiorno torinese. Non solo un omaggio, ma un modo per instaurare un dialogo sia con l’uomo che con il genio che è stato Orson Welles.     7/7/2026

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Le leggende dell’arcipelago toscano nel nuovo libro di Paolo Fantozzi

È il momento delle vacanze estive e molti di voi sceglieranno il mare come destinazione. Se il vostro obiettivo è l’Elba o Capraia, in valigia, insieme alla crema solare, vi consigliamo di mettere l’ultimo libro del professor Paolo Fantozzi, I custodi del mare. Storie e leggende dell’arcipelago toscano (NPS, 2025, casa editrice di cui avevamo parlato qui).      L’autore ha una consolidata esperienza per quanto riguarda il folklore locale, con pubblicazioni che risalgono al 1999 (anno in cui è uscito Le leggende delle Alpi Apuane, edizioni Le Lettere) e che denotano una profonda sensibilità per la fitta trama di racconti e credenze che rappresentano il patrimonio immateriale di una regione, di un villaggio o, in questo caso, di un’isola.     Il casus per la narrazione delle storie contenute nel volume è quello classico del gruppo di persone costrette a trascorrere del tempo insieme a causa di un imprevisto. Una tempesta fa sì che un gruppo di pescatori debba attendere il bel tempo per rimettersi in mare: nella furia degli elementi, si crea il momento perfetto per rievocare i miti del passato. Questa cornice narrativa, assente in precedenti pubblicazioni di Fantozzi, è un elemento di arricchimento che recupera spazio all’estro dell’autore e ce ne restituisce la voce in più di un punto, in cui la memoria dei pescatori passa quasi in secondo piano a vantaggio di descrizioni di paesaggi e stati d’animo che sembrano celare un affetto del tutto personale.     Il centro dell’attenzione, comunque, rimane ovviamente il folklore dell’arcipelago: miti eziologici, racconti di streghe e fantasmi, leggende di pirati e principesse che affondano le radici nella Storia e conducono il lettore in un mondo invisibile e affascinante, “tràdito”, ma anche “tradìto” dalla memoria dei membri di una comunità che narrano e rielaborano temi e storie. Gran parte del fascino del folklore si lega, infatti, alla centralità della tradizione orale, che preserva, ma anche aggiunge o toglie dettagli e trame ogni volta che la stessa storia viene ripetuta e assimilata da menti diverse.     Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Silvia Talassi, che, con il suo stile inconfondibile, cattura il salmastro sulla carta e restituisce i volti stregoneschi e le atmosfere marine che albergano in queste pagine. Operazioni come quella compiuta ancora una volta da Paolo Fantozzi non rappresentano solo intrattenimento, ma sono fondamentali per ridare vita al folklore in comunità in cui il racconto orale non è più preponderante come un tempo. Certo, la parola scritta pone un punto d’arrivo alla storia “tramandata” ed è altro dai giochi narrativi di epoche passate, ma, come afferma lo stesso Fantozzi nell’introduzione al libro: «Dall’incontro con le parole nascono i nostri pensieri, la nostra identità, la nostra percezione del mondo. Così l’ascolto e la lettura diventano il modo per farsi un giusto equipaggiamento per vivere. Penso che nessuno di noi nasca in un punto, da un punto. Piuttosto si nasce da una trama di punti, che si intessono in una maglia di parole; i quali punti, o parole, formano un tessuto, che è il testo della nostra esistenza».   17/06/2026  

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Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri

  Tra le case editrici che abbiamo incontrato al Salone del Libro di Torino, ce n’è stata una che ci ha colpiti in particolare. Non si è trattato solo (ed è già tanto) della qualità dei testi proposti, delle vesti grafiche sgargianti e delle idee creative esposte elegantemente sui banchi (come le “musicassette” contenenti libriccini di racconti, anziché canzoni): ciò che rende la Marotta&Cafiero editori unica è il sogno che l’ha fatta nascere. Ma andiamo con ordine.   La Marotta&Cafiero si definisce orgogliosamente terrona. Al suo stand c’erano libri di ogni genere, la statua di un grosso drago viola e tanti scugnizzi: ragazzi indaffarati, competenti e pronti a raccontare la storia di come a Scampia la camorra venga umiliata a colpi di parole messe nero su bianco.     Tutto è partito da Rosario Esposito La Rossa, cugino di Antonio Landieri. Ragazzo disabile, Antonio fu ucciso nel 2004 a venticinque anni in una sparatoria. Stava giocando a biliardino con i suoi amici e si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi lo stadio di Scampia è intitolato a lui, vittima innocente di mafia, ma, nei primi tempi dopo la sua morte, i giornali ne hanno infangato la memoria, parlandone come se fosse coinvolto in faide di droga. È stato allora che Rosario, ancora minorenne, si è posto un obiettivo: «[f]ar fiorire il sangue innocente di mio cugino dall’asfalto di Scampia». Da lì è iniziata una sfida che Rosario, la moglie Maddalena Stornaiuolo e gli scugnizzi di Scampia hanno ampiamente vinto, anche grazie al sostegno di molti professionisti eccellenti ed esseri umani lungimiranti, che hanno permesso la realizzazione del sogno di portare e fare cultura in una terra di criminalità organizzata. I primi a crederci sono stati Tommaso Marotta e Anna Cafiero, della storica e omonima casa editrice di Posillipo, con cui Rosario ha pubblicato Al  di là della neve – storie di Scampia, nel 2007. Sono stati loro a lasciare la Marotta&Cafiero in regalo a Rosario, che ha saputo far fruttare questo dono immenso.   Infatti, questo ragazzo, oggi Cavaliere della Repubblica, ha altresì rilevato la Coppola Editore di Salvatore Coppola, venuto a mancare nel 2013: con lui Rosario aveva aperto la Fabbrica dei Pizzini della Legalità, bloc notes contenenti le storie delle vittime innocenti delle mafie. Rosario ha anche dato vita alla Scugnizzeria, la prima libreria dell’Area Nord di Napoli, grazie alla quale tanti ragazzi sono diventati Spacciatori di Libri, proprio come hanno fatto al SalTo.   I progetti non si limitano all’editoria: negli anni si sono consolidate iniziative come la Scuola di Recitazione la Scugnizzeria, gestita da Maddalena, l’”equobar” con tanto di macinino antico, e il Giardino della Poesia, che è il «giardino di tutti», con «i limoni di Montale, gli oleandri di D’Annunzio, l’edera di Pascoli, i cedri di Deledda».     Oggi la Marotta&Cafiero pubblica Stephen King, Daniel Pennac, Don De Lillo, Ian McEwan e Günter Grass. Pubblica sia narrativa che saggistica, un intero arsenale di volumi stampati con materiali e tecniche ecosostenibili che hanno permesso di evitare, in dieci anni, l’abbattimento di 177 alberi ad alto fusto, preservare gli habitat aviari annessi e ridurre i rischi di frane sul territorio campano.       Al SalTo, uno di questi testi ce lo ha consegnato Matteo, 22 anni, ragioniere della Marotta&Cafiero. Si tratta proprio di Spacciatori di libri, in cui lo stesso Rosario racconta del suo sogno nato nel nome di Antonio Landieri, dei suoi progetti apparentemente irrealizzabili e dei successi ottenuti. Anzi, dei veri e propri trionfi, perché, come ricorda lui stesso, con pubblicazioni come il saggio Guns. Contro le armi di Stephen King, «abbiamo trasformato i proiettili in carta». D’altronde, Rosario lo aveva capito già a diciassette anni: «narrare è resistere».     01/06/2026  

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La natura umana in “Sodoma Zombie” di Salvatore Amato

Come ormai ben sapete, al Salone del Libro di Torino di quest’anno abbiamo fatto incetta di titoli e autori. Tra questi ultimi abbiamo incontrato una nostra vecchia conoscenza: Salvatore Amato, stavolta non in veste di poeta, ma di romanziere. È infatti appena uscito per Edikit il suo Sodoma zombie, che racconta un mondo (e un’Italia, nello specifico) devastato da un’epidemia di morti viventi.     Lo stile si divide tra passaggi non privi di lirismo, che accompagnano soprattutto i “buoni”, e i toni grotteschi e iperbolici delle losche vicende dei molti “cattivi” che affollano la trama e che, più che gli zombie, sono proprio gli umani. Infatti, mentre le basi del vivere civile vengono completamente minate, il caos genera una sequela di turpitudini indicibili. È davanti al terrore e allo spaesamento degli indifesi che i violenti e i sadici possono scatenare i propri istinti crudeli e dare sfogo alle proprie perversioni, come nella Sodoma biblica e nei fotogrammi pasoliniani. C’è pure un’ulteriore complicazione: il progresso tecnologico usato per fini malevoli, che amplifica le potenzialità malvagie della natura umana, fotografata nei suoi eccessi più bestiali. In questa storia, narrata in un incalzante presente, i malvagi sono malvagi sul serio. Sullo sfondo delle loro azioni infami, si staglia in forte contrasto l’eroismo e la tenacia di chi ancora sceglie di lottare non solo per mera sopravvivenza, ma per rendere più giusta la vita che continua a resistere anche in mezzo all’orrore.     Con una vividezza in bilico tra le versioni cinematografiche di World War Z e Caligola, Sodoma zombie non si inserisce soltanto nel genere horror, ma aggiunge qualcosa al discorso “sugli zombie” e lo fa con consapevolezza e padronanza degli strumenti a sua disposizione, dai tòpoi di genere alla cura del linguaggio, sempre funzionale alla sostanza.   Non a caso, lo stesso Amato ci ha raccontato che l’idea per questa storia è nata leggendo diversi libri di narrativa zombie e notando come tutti sembrassero simili tra loro, prevalentemente con un registro basso, di mero intrattenimento. L’autore ha perciò puntato a creare qualcosa di innovativo, cercando di «dire qualcosa che ancora non si era mai detto in questo tipo di letteratura». Pensiamo che ci sia ampiamente riuscito, perché, senza fare “spoiler”, queste pagine spiazzeranno il lettore e lo spingeranno a chiedersi non tanto che armi e strategie conviene usare in caso di attacco zombie, ma chi diventeremmo in uno scenario in cui legge e morale hanno perso la loro forza.    Abbiamo infine chiesto ad Amato cosa gli piacerebbe che il lettore conservasse della lettura di Sodoma zombie. Con onestà ci ha risposto che è una domanda difficile: di sicuro, la dedica alla sua ragazza («Eleonora, importante come l’antifascismo»), ma anche semplice svago o, possibilmente, un sottotesto da trovare e portare con sé.   Cogliamo questo suo implicito invito. Ciò che è rimasto a noi di queste pagine è ciò che va oltre personaggi e trama e affonda le sue radici in quegli interrogativi costanti nella storia umana, in quelle domande di valore le cui risposte rischiano di essere molto più spaventose di qualsiasi mostro: davanti al dolore dell’altro ci trasformeremo in compagni o carnefici?       27/05/2026  

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I protagonisti dell’editoria italiana al Salone Internazionale del Libro

Si è appena concluso il Salone Internazionale del Libro di Torino, giunto alla sua trentottesima edizione, un evento annuale imperdibile per lettori e “grafomani” che qui possono scoprire nuovi titoli e autori, nonché le realtà editoriali da seguire e con cui collaborare.     Il tema di quest’anno era Il mondo salvato dai ragazzini, in omaggio all’omonima opera poetica di Elsa Morante. Una scelta significativa sotto un duplice profilo: il rimando a un genere (la poesia) di certo non in vetta alle classifiche di mercato; il richiamo all’importanza di guardare la realtà con la vivacità creativa “dei ragazzini”.   Come ricordato da Annalena Benini, Direttrice editoriale del SalTo, è questo «il mondo che il Salone del Libro si prefigge, auspica, prova a costruire ogni giorno con inventiva e dedizione». Ma questo è anche il mondo che tentano di costruire e preservare coloro che, a parere di chi scrive, sono i pilastri di eventi come il SalTo e dell’intera editoria italiana: le case editrici indipendenti. Nonostante le mille difficoltà che la contemporaneità pone loro, infatti, esse lavorano affinché nuove voci possano emergere a creare il presente (e il futuro) della letteratura italiana. Al SalTo 2026 abbiamo incontrato alcuni di questi protagonisti, che dal 14 al 18 maggio hanno accolto lettori e autori presso i loro stand.   Un nome di rilievo è quello di Nicola Pesce, che ha fondato Edizioni NPE a soli sedici anni. Sui social pubblica video in cui parla di letteratura e della sua esperienza di editore e scrittore, riuscendo, con la gentilezza e i toni pacati che lo contraddistinguono, ad avvicinare il grande pubblico ai libri e a coniugare virtuosamente la dimensione digitale e quella analogica. Di fatti, lo abbiamo incontrato davanti al suo stand, pronto a scambiare quattro chiacchiere con i lettori.   Nei padiglioni del SalTo convivono realtà consolidate del panorama editoriale e anime venute di recente alla luce. Tra le prime rientra, senza dubbio, Edizioni Settecolori, fondata alla fine degli anni ’70 da Pino Grillo e specializzata nella grande letteratura del XX secolo, libri di viaggio e classici. Dal 2020, sotto la guida di Manuel Grillo e Stenio Solinas, ha avviato un nuovo progetto editoriale volto al recupero di testi inediti in Italia o da tempo fuori catalogo, con un occhio di riguardo agli autori internazionali e anticonformisti, al di là di mode e cliché. Insieme a Settenove e Quinto Quarto, al Salone, Settecolori ha ricevuto il Premio Ernesto Ferrero, proprio in virtù della sua attività di «riscoperta di autori e testi “laterali” del Novecento, con un’identità culturale ed estetica precisa e riconoscibile, lontana dal mainstream». Risale, invece, al 2025 la nascita di Tori Edizioni, che fa dell’etica nei confronti di autori e opere un cardine della propria attività e propone le collane Portali (New adult e Adult) e Passaggi (Young adult), comprendenti svariati generi letterari.   Per quanto riguarda i generi, per l’appunto, al SalTo ce ne sono davvero per tutti i gusti. Numerose, ma ciascuna con una propria precisa identità sono le case editrici che si dedicano all’horror, al weird e alla fantascienza (molto cari a chi scrive!). Tra queste, ABEditore (ne abbiamo già parlato qui) sfoggia una veste grafica inconfondibile e tiene a specificare che pubblica libri, «ma solo di chi è morto da almeno un secolo». Infatti, ABEditore riscopre il gotico con attenzione particolare ai classici inediti o dimenticati della letteratura e offre proposte inconsuete e originali che si discostano dalla concezione tradizionale di libro. Abbiamo incontrato anche Edikit, che rinnova la sua sfida al mercato editoriale sotto la nuova direzione di Andrea K. Lanza e spazia dal thriller all’horror, passando per il romanzo storico e la saggistica cinematografica, sempre esplorando storie d’impatto. Una di queste l’abbiamo già letta e ve ne parleremo prossimamente.     Ma gli incontri “fantastici” non sono finiti qui. Ci siamo fermati anche allo stand di Edizioni Hypnos, dedita alla letteratura weird e fantastica: si muove tra autori classici e le nuove proposte del panorama italiano e internazionale e propone una propria rivista con racconti di autori italiani e stranieri, per la maggior parte inediti, oltre a saggi e segnalazioni. Una piacevole scoperta è stata poi Zona 42, che si prefigge di riportare la fantascienza nelle librerie italiane, dove le nuove voci del genere faticano ad arrivare. Inoltre, al SalTo capita di ritrovare volti noti e (per noi) geograficamente prossimi, come la toscana NPS Edizioni, marchio editoriale dell’associazione Nati per scrivere, che propone letteratura fantastica per tutte le età e ha in catalogo molti testi dedicati alle tradizioni e al folklore nazionale.   Cambiando genere, realtà come Interno Poesia, nata a settembre 2016 e erede dell’omonimo blog creato ad aprile 2014 da Andrea Cati, resistono con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nel panorama dell’editoria poetica, tanto bistrattata quanto necessaria per dare spazio alle penne dei poeti di oggi (che esistono ancora, come vi abbiamo già mostrato).   Anche chi non si concentra su un unico genere lo fa ricercando qualità e ponendosi obiettivi precisi. Così, Gruppo CTL Editore, diventata ligure nel 2026 , grazie all’acquisizione da parte di Alberto Marubbi, autore teatrale, linguista e scrittore, si prefigge di restituire alla cultura il posto che merita, selezionando opere di qualità e promuovendole su tutto il territorio nazionale. L’ultimo passo (per ora) è stata proprio la presenza al SalTo presso lo stand della Regione Liguria. La napoletana De Nigris Editori, invece, pubblica biografie, testimonianze, saggistica e narrazioni contemporanee che affrontano, in particolare, temi legati all’identità, alla cultura e ai linguaggi del presente, con un forte legame con i contesti da cui nascono. Alter Ego, poi, spazia dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico e la letteratura mainstream, concentrandosi sul tema del “doppio”, ça va sans dire.     Il SalTo è un’ottima occasione anche per conoscere gli editori indipendenti che sposano obiettivi di carattere sociale, oltreché letterario. Blackie Edizioni, ad esempio, pubblica narrativa, saggistica e «tutto quello che ci ispira», con un’attenzione speciale alla narrativa femminile contemporanea, ma anche del

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