arte

Colpire nel segno: intervista a Enrica Giannasi

Enrica Giannasi è un’artista dai mille talenti, che spaziano dalla pittura alla grafica e alla fotografia. Diplomatasi all’Accademia di Belle Arti di Carrara,  è l’autrice delle locandine delle ultime edizioni del Capannori Underground Festival, nonché del logo della Settima Base. La sua collaborazione più duratura è quella con il gruppo industrial post punk CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico, per cui ha disegnato il logo e curato le grafiche in ogni occasione, dalle locandine ai booklet e agli artwork di copertina degli album. Attualmente, Enrica lavora come insegnante presso il Liceo Artistico Musicale “Passaglia” di Lucca. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio ed entrare nel suo mondo che ha il disegno – e il “segno” – come centro gravitazionale.     1. Come nasce la tua passione per la pittura e per la grafica?   Fin da bambina ho sempre disegnato e ho sempre avuto le idee chiare al riguardo. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, approfondendo gli aspetti legati alla pittura, alla stampa d’arte  e alla fotografia. Inoltre, ho iniziato a studiare la grafica digitale già durante gli anni dell’Accademia e l’ho poi approfondita per conto mio, seguendo corsi specifici. Della grafica mi piacciono le possibilità comunicative. Ho provato tante cose e ho anche collaborato con una compagnia teatrale, approcciandomi alla scenografia. Ma la passione principale rimane quella del “segno”, del disegno fatto con le proprie mani, anche con supporti digitali.   2. Puoi parlarci della tua esperienza con la fotografia?   La mia tesi è stata proprio sulla fotografia legata alla stampa d’arte, è stato un lavoro sulla fotoincisione. La fotografia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. Ho lavorato con tecniche della camera oscura che si legano alla stampa d’arte. In un certo senso, si può dire che siano parenti stretti. Infatti, la stampa d’arte fa sì che l’opera d’arte sia data dal totale delle stampe. È un sistema diverso rispetto all’arte intesa come pezzo unico: implica una matrice e una tiratura di copie, decisa in anticipo. Una volta effettuate le copie, la matrice viene distrutta. Come dicevo, sono molto legata al segno, al disegno, che è proprio ciò che mi fa stare bene. Quando ho conosciuto le tecniche legate alla stampa d’arte, ho capito che lì si pratica la sublimazione del segno nella stampa. C’è una magia legata alla produzione del disegno fatto a mano, all’odore dell’inchiostro, all’uso dei materiali. È un mondo che è sempre stato per me molto affascinante. Tra fotografia e stampa d’arte c’è un legame. Mi riferisco alla fotografia intesa come rullino e stampa delle foto con la carta, all’uso dell’ingranditore, della soluzione rivelatrice. Anche qui c’è una fisicità del momento creativo, legata agli odori e ai materiali e all’idea di partire dalle immagini per trasformarle.   3. Che cosa cerchi di trasmettere con le tue opere? C’è un filo conduttore nei tuoi lavori?   Di cose ne ho fatte tante e diverse, ma penso di essere ancora in fase di ricerca e penso che sarà sempre così. Sono curiosa di ciò che è nuovo. Un obiettivo che mi pongo sempre è che le immagini siano di impatto, che abbiano un messaggio che si legga subito.     4. Parliamo della tua collaborazione con i CRP. Che cosa significa lavorare a stretto contatto con un gruppo impegnato nella sperimentazione? Come si intersecano arti visive e musica nella tua esperienza?   Con i CRP collaboro già dal 2020 e ho seguito la ripartenza del progetto dopo la pausa dovuta alla pandemia. Ho curato l’artwork sia del primo album, Beati voi (2023) che di Al diavolo (2025). Si tratta di artwork molto diversi, ma ci sono degli elementi in comune. Per il primo album ho lavorato su fotografie che avevo scattato e che includevano oggetti come tubi e ferraglia. Li ho accostati ad atmosfere industrial. In copertina c’è un manometro fotografato da me: ho spostato la lancetta per portare la pressione al massimo, come la musica dell’album. Le scritte sono state fatte a mano da Elettra (la figlia di Gianmarco, il frontman del gruppo), che ai tempi aveva 4-5 anni. Volevamo sottolineare l’idea insita nel nome del gruppo, “protosonico”: la parola “proto” rimanda a qualcosa di primordiale e il segno grafico dei bambini è primordiale, privo di costrizioni. Un bimbo, quando inizia a scrivere, difficilmente avrà una scrittura precisa: sarà fuori dalle righe, come la musica dei CRP. Nel secondo album, Al diavolo, ho voluto fare un lavoro un po’ più lineare, più pulito a livello di linee grafiche, di maggiore impatto visivo. L’artwork è ricco di simbolismi che riflettono il contenuto e il ritmo incalzante dei brani, e ho ripreso alcuni disegni di Elettra che ho digitalizzato. Nella prima pagina c’è un disegno di Elettra, uno scheletro accostato a un palazzone sovietico e, infatti, il riferimento è al decadentismo post sovietico. Ho inserito anche l’elemento della pressa, che rappresenta la pressione sociale e il concetto di stalking, che è il tema di una delle canzoni. C’è poi l’elemento delle formiche, presente in tutto il booklet, che rappresentano il popolo e la società: stanno in fila, si spaventano, si raggruppano. C’è anche un ragno, che rappresenta il potere: è proprio la foto di un ragno che ho rielaborato al computer. Inoltre, nella custodia, togliendo il disco, ci sono tre occhi (uno per ogni CRP), su cui corrono delle formiche: è un riferimento al brano Screpolano gli occhi. È un album con tante tematiche, dalla pressione sociale alla resistenza (c’è un brano dedicato ai partigiani): volevo che il disegno le rispecchiasse. Ma c’è anche una vena ironica che ho voluto valorizzare. Ecco allora dettagli come le pasticche presenti sul retro, le formiche che girano rincorse dal ragno. Un’ironia anche triste, ma comunque presente.   5. Per entrambi gli album c’è stato quindi un dialogo creativo tra adulto e bambino.   Sì, una collaborazione che c’è stata fin dall’inizio. Infatti, il logo dei CRP è la prima cosa che ho fatto per loro, seguendo le indicazioni di Gianmarco. Ci siamo ispirati ai manifesti della propaganda sovietica,

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Mal d’Arte – Follia e delirio: in mostra le opere dei giovani

Mal d’Arte – “Follia e Delirio”, un vero e proprio successo la mostra inaugurata domenica scorsa al Palazzo delle Esposizioni di Lucca. Mal d’Arte è il gruppo di giovani che si propone appunto di valorizzare i propri lavori in modo indipendente e il tema di quest’anno è appunto Follia e delirio. La peculiarità di Mal d’Arte è che si tratta di un gruppo di giovani ideato e organizzato da studenti del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia”, un gruppo nato come esperienza formativa ma sviluppato come iniziativa culturale autonoma, che coinvolge diverse discipline artistiche: arti visive, fotografia, musica, performance e pratiche espressive contemporanee. L’obiettivo è offrire ai giovani uno spazio reale in cui confrontarsi con il pubblico e con professionisti del settore culturale. La stessa curatrice della mostra nonché nostra collaboratrice, Amy Pandolfi è fresca del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia” dove ha terminato gli studi nel 2025: “Mal d’Arte – spiega – nasce da un’urgenza semplice e radicale: creare uno spazio reale per chi sente il bisogno di esprimersi senza chiedere il permesso. È un progetto collettivo portato avanti da giovani artisti, nato tra le mura di una scuola ma pensato per uscire fuori, contaminare, incontrare un pubblico vero. “ L’inaugurazione si è tenuta nell’Auditorium della Fondazione Banca del Monte con gli interventi introduttivi della stessa Amy Pandolfi del prof. Andrea Marchetti, di Elisabetta Linda Balsamo, dirigente medico psichiatra, la prof.ssa Ilaria Borelli Boccasso, il prof. Alessandro Romanini. La mostra sarà arricchita da un ciclo di quattro conferenze, durante il mese di febbraio, ciascuna pensata per approfondire diverse sfaccettature della creatività e della condizione dell’artista contemporaneo.  La mostra resterà aperta fino al 22 febbraio, dal martedì alla domenica, dalle 15 alle 19, all’interno del Palazzo delle Esposizioni. L’evento si svolge con la collaborazione del Liceo Artistico Musicale Passaglia di Lucca e del Palazzo delle Esposizioni e gode del patrocinio della Provincia e della Città di Lucca, di CNA Lucca e del Centro Studi e Ricerche Prof.Guglielmo Lippi Francesconi, con il supporto di IAAPs e ALAP. 10/02/2026

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Musica, magia e fantasy: Arthuan Rebis

La nostra intervista a Arthuan Rebis, musicista, compositore, polistrumentista, cantante, scrittore e concertista internazionale. Rebis ha all’attivo progetti da solista e in collaborazione con vari artisti. La prima domanda che vogliamo farti è: come è avvenuto il tuo incontro con questo tipo di mondo, quello fantasy e celtico? Dal punto di vista generale direi da bambino, come sicuramente accade un po’ a tutti. Nel mio caso specifico, ho avuto la fortuna di subire la fascinazione di una rivista di parapsicologia e occultismo piena di folklore e di iconografie connesse al fantastico. Quindi, in termini generali, è avvenuto allora. Dal punto di vista musicale, il disco che mi ha aperto la mente, escludendo Branduardi, è stato Aion dei Dead Can Dance.   Hai scritto un nuovo romanzo, Helughèa. Il guardiano alato [Eterea edizioni, Visioni d’altrove] e un nuovo album di musiche correlato. Le due cose vanno ovviamente insieme. Ma in questo e in altri casi, è la scrittura che ti suggerisce la musica o viceversa? O forse anche nel processo creativo le due cose vanno in parallelo? Nel primo romanzo la musica era figlia della letteratura. Ho scritto prima i testi cantati dai personaggi, o le canzoni chiave della vicenda, e successivamente li ho musicati. Nel secondo invece l’album musicale è anche un elemento metaletterario, più indipendente. Prima dei romanzi c’è sempre stata una dimensione di forte connessione con i mondi letterari, della mitologia, della spiritualità, del fantastico, ma completamente in balìa della musica che dominava la scena.     Prima di questo avevi scritto un altro libro con cd allegato, Helughèa, il racconto di una stella foglia. Come è nato? È stata una sorta di… l’ho proprio scaricato da un sogno, come un download, mi è stato come trasmesso. Mi sono svegliato che avevo in testa tutta la vicenda estremamente articolata. Poi il lavoro di limatura è durato mesi. Per il secondo romanzo invece è stato un procedimento più premeditato. Nell’ultimo album, Ballate Mitomagiche, c’è la collaborazione con altri due musicisti. Si, Nicola Caleo, che era già presente nel precedente e con il quale suono anche con gli In Vino Veritas; e la polistrumentista Alice Petrin. Loro suonano dal vivo con me. Alice ha arricchito tutto. Come me canta, suona le cornamuse, la nyckelharpa e altri strumenti. Con la loro versatilità diventa più facile articolare e variare uno spettacolo in trio. In una realtà come quella di oggi, con il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale, che compito credi che abbia il genere fantasy? La letteratura fantastica è stata quella che ha ammonito l’umanità prima delle due guerre mondiali. Se pensiamo al Faust, alla sua progenie di miti moderni, o al Golem e poi alle calamità che sono seguite, notiamo che il fantastico è un impulso irrazionale dell’ombra che viene repressa e sfocia nell’arte da questa intersezione comune dell’inconscio dell’umanità, generando questi mostri. Sono demoni che appaiono feroci, ma il loro è un messaggio di compassione, sono messaggeri dell’Apocalisse che cercano di ammonire l’umanità. Il mio ultimo romanzo parla anche di incombenti guerre mondiali spaventose, ma non è stata una scelta premeditata, è emersa. Quando uno cerca la guarigione individuale deve confrontarsi con quella della collettività. Il fantastico ha sempre avuto un ruolo nobile a partire dalla fiaba, che non è strettamente per bambini: come intendeva anche Tolkien, è una maschera del mito e il mito è quello che ci racconta qualcosa in modo universale. La magia è una componente fondamentale del mondo cui fai riferimento nei tuoi lavori. Credi che l’elemento magico in qualche modo si manifesti fra noi? Non parliamo ovviamente di curatori, truffatori e personaggi del genere. Partiamo dal presupposto che la magia più potente la incontriamo ogni secondo che passa ed è quella che chiamiamo realtà, che è sempre colorata dai nostri organi sensoriali, diversi a seconda della specie, degli individui e delle loro esperienze. Noi ci afferriamo alla realtà in un modo completamente allucinato ogni secondo che passa, immemori delle verità basilari (la mortalità, l’impermanenza, l’interdipendenza). Per me quella che chiamiamo realtà è un incantesimo potentissimo. Il termine comune “magia” sicuramente può racchiudere esperienze di coscienza non ordinaria, ma è più difficile di quanto sembri distinguere ciò che chiamiamo realtà da sogno e fantasia. Credo che ciò che faccia la differenza sia il nostro atteggiamento: anche il sogno e la fantasia sono esperienze valide da cui possiamo apprendere moltissime cose. Nel momento in cui un’esperienza è valida, io non la sottovaluterei. A me è capitato di fare sogni che dalla nostra parte duravano minuti ma, dall’altra, settimane. Parlo di sogni lucidi, e in alcuni mi è capitato di studiare testi e praticare con strumenti musicali. Ho sbloccato molte cose in sogno. Il primato tra sogno e veglia oscilla come un pendolo.       Abbiamo visto che suoni diversi strumenti: come ti sei avvicinato a ognuno di essi e qual è il primo strumento che hai imparato? Sono partito dalla chitarra e dalle tastiere, poi ho studiato musica nel senso che ho una laurea umanistica. Ma lo studio sugli strumenti è stato praticamente individuale, pur avendo avuto la fortuna di suonare con bravissimi musicisti folk internazionali. L’arpa celtica è il mio strumento principale, insieme alla nyckelharpa. C’è una ricerca molto personale dietro, sono molto disciplinato ma anche molto anarchico nello studio, diligentemente anarchico. È uno studio fatto di viaggi, pratica e intuizione. L’arpa celtica la suono con le unghie e non è la pratica comune; da molti secoli si suona con i polpastrelli. Sulla nyckelharpa ho ideato un’accordatura mia che mi permette di fare cose che gli altri non fanno, pur presentando altri limiti. Un’accordatura influenza la tecnica, lo stile. In Grecia Antica si intendeva una sola cosa quando si parlava di armonia e accordatura.    

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“Il corpo e l’anima”: mostra su Jia Ruskaja a Roma fino al 31 gennaio

C’è ancora tempo fino al 31 gennaio 2025 per visitare la mostra “JIA RUSKAJA: Il corpo e l’anima – attualità di un mito”, dedicata alla celebre danzatrice e coreografa, ospitata dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Inaugurata lo scorso 13 dicembre, l’esposizione, a cura di Lorenzo Tozzi con il coordinamento scientifico di Chiara Zoppolato e Gianluca Bocchino, rappresenta un’occasione imperdibile per scoprire il lato più intimo e visionario di una delle figure più affascinanti della danza italiana del Novecento.   La mostra, attraverso trenta fotografie storiche provenienti dall’Archivio Storico della Fondazione dell’Accademia Nazionale di Danza, ripercorre la vita artistica di Jia Ruskaja, rivelandone il talento straordinario e l’innovativo approccio alla danza come espressione di arte e spiritualità. L’esposizione si articola in sezioni tematiche che raccontano l’evoluzione artistica e personale di Jia Ruskaja. Nella prima sezione, dedicata alle sue origini, spiccano gli iconici scatti di Anton Giulio Bragaglia risalenti agli anni Venti, che immortalano i primi passi della giovane danzatrice e la nascita del suo stile unico. Proseguendo nella seconda sezione, si esplora il legame profondo tra danza e anima, un concetto centrale nella filosofia artistica della danzatrice, fino ad arrivare all’ultima sezione con i ritratti glamour di Ghitta Carell, che nel 1938 catturano tutta la grazia e la forza espressiva di Ruskaja.   Ad arricchire il percorso espositivo, due abiti di scena originali degli anni Trenta e le opere di tre artiste italiane contemporanee – Annalisa Cervone, Clarissa Lapolla e Simona Gasperini – che reinterpretano l’immaginario ruskajano secondo una personale visione estetica e poetica. I lavori proposti – appositamente commissionati per l’occasione – declinano le pose della tartara danzante con scatti in doppia esposizione, in movimento e in forma di collage, creando un ponte creativo tra tradizione e innovazione. Le loro creazioni stabiliscono un dialogo tra le immagini storiche e una sensibilità moderna, rendendo omaggio al mito di Ruskaja e proiettandolo nel futuro. Ruskaja, con la sua figura elegante e il suo stile inconfondibile, è un’icona della danza libera italiana, capace di celebrare i valori estetici della classicità e di tradurli in un linguaggio artistico moderno. La mostra non solo rievoca un’epoca di grande fermento culturale, ma evidenzia come la sua poetica continui a parlare al presente, rendendo Jia Ruskaja un simbolo di ispirazione senza tempo, perfettamente in sintonia con la sede scelta per l’esposizione. Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, con la sua Sala dello Zodiaco del Ninfeo, diventa infatti il palcoscenico ideale per un progetto che intreccia storia e arte contemporanea. Gli affreschi della Sala, che celebrano il ciclo delle stagioni e i segni zodiacali, amplificano il fascino delle opere in mostra, offrendo una cornice capace di dialogare con la bellezza eterna della danza e della memoria ruskajana. La performance inaugurale, tenutasi lo scorso 13 dicembre, ha dato il via alla mostra con un momento di rara intensità artistica: la danzatrice e coreografa Erica Modotti e la violinista Valentina Moriggi, hanno reinterpretato l’universo creativo di Jia Ruskaja, trasformandolo in una performance contemporanea intrisa di suggestioni improvvisative. La sinergia tra il movimento della danza e le sonorità del violino ha evocato l’essenza della poetica ruskajana, rendendo omaggio alla profondità storica dell’artista reinterpretandola con una sensibilità moderna. La mostra stessa si inserisce in un progetto più ampio, attraverso il quale la Fondazione dell’Accademia Nazionale di Danza riafferma il ruolo della danza come linguaggio universale e strumento di innovazione culturale. Questo evento rappresenta il capitolo conclusivo della programmazione 2024 della Fondazione, realizzata nell’ambito del progetto Promozione danza ricambio generazionale sostenuto dal Fondo Unico dello Spettacolo del Ministero della Cultura ed è patrocinata dalla Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Incentrata sul tema dell’Innovazione, l’iniziativa amplia e arricchisce i percorsi tematici di Storia e Bellezza, sviluppati negli anni precedenti, rispettivamente nel 2022 e nel 2023, creando un ponte ideale tra tradizione e contemporaneità. Grazie al lavoro svolto in questi progetti, la poetica di Jia Ruskaja ha trovato nuova vita e diffusione attraverso una rete di collaborazioni nazionali con scuole di danza e istituti culturali. Questo approccio ha permesso di sensibilizzare un pubblico sempre più ampio sull’importanza della danza libera del Novecento italiano, incoraggiando la partecipazione attiva e il coinvolgimento di coreografi e danzatori in tutto il Paese. Un risultato che sottolinea l’attualità della visione artistica di Ruskaja e il suo valore come fonte inesauribile di ispirazione per le generazioni future.   Informazioni utili Per chi non avesse ancora visitato l’esposizione, questa rimarrà aperta al pubblico fino al 31 gennaio 2025 presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Per ulteriori dettagli, è possibile consultare il sito www.fondazioneand.it. Non perdete l’occasione di immergervi nel mondo di Jia Ruskaja, un’artista che ha saputo trasformare il suo corpo in un linguaggio universale libero, capace di evocare, oggi come allora, l’essenza dell’animo umano attraverso il movimento.   Luogo: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma Date: Fino al 31 gennaio 2025 Orari: Dal martedì alla domenica, 9.00-19.00 (chiuso il lunedì) Email: info@fondazioneand.it Sito web: fondazioneand.it 

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Oscar Wilde: il ritratto di un esteta

L’importanza di chiamarsi Oscar Wilde: è questa una delle novità editoriali presentate a Lucca Comics & Games 2024, una novel basata sulla vita del dandy per definizione edita da Becco Giallo. Una biografia, sceneggiata da Tommaso Vitiello e disegnata da Licia Cascione, per i 170 anni dalla nascita dello scrittore e che mira a far conoscere l’uomo Oscar Wilde che, dall’iniziale posizione di brillante ed eccentrico artista, scrittore e poeta al centro dell’attenzione e di successo, sprofonda col passare del tempo, nei propri tormenti e nelle proprie angosce senza mai tuttavia perdere le proprie convinzioni. Abbiamo intervistato gli autori Tommaso Vitiello e Licia Cascione allo stand di Becco Giallo a Lucca Comics & Games 2024.     Come mai proprio un lavoro su Oscar Wilde? Tommaso Vitiello: Di questo autore molte persone conoscono solo i testi teatrali più famosi o gli aforismi. La cosa che mi ha spinto a scrivere di lui è che tante persone sanno poco della sua vita. E la sua vita non è stata per niente facile.   Quali sono le particolarità della vita di Wilde che ti hanno incuriosito maggiormente? T.V.: Sapevo che dopo l’università Wilde aveva tenuto una serie di conferenze negli Stati Uniti. Gli americani , che si sono visti arrivare questo uomo alto un metro e 90, si sono sentiti in un certo qual modo minacciati e lo hanno sfidato a bevute, a box e a poker. Il “problema” è che sfidarono una persona molto intelligente che riusciva a giocare molto bene a poker, che se la cavava altrettanto bene a boxer grazie anche alla sua imponente statura e alle sue grandi mani e che era abituato, da buon irlandese a bere. Questa cosa mi ha fatto molto ridere.   Hai attinto a qualcosa di particolare per la realizzazione di questa storia? T.V.: Wilde ha scritto principalmente commedie e Salomè è stata una delle sue poche tragedie. Ciò che mi è parso interessante è il motivo per cui non è riuscito a metterla in scena in Inghilterra in quanto in questo periodo, durante il regno della regina Vittoria cioè, era difficile rappresentare un testo teatrale che ha come oggetto una donna che balla per ottenere qualcosa. E alla fine Salomè è andata in scena quando lui era in carcere: quando siamo andati a scrivere quella parte ho spedito a Licia i disegni originali che accompagnavano il libretto dell’opera.   Per quel che riguarda la grafica ci sono state ispirazioni provenute da altre illustrazioni o bozzetti? Licia Cascione: Per quanto riguarda le grafiche no, per costumi e ambienti invece mi sono rifatta molto a illustrazioni dell’epoca per  riproporre lo stile dandy, in particolare anche per quel che riguarda il tratto e i colori. C’è stata una grande ricerca sui costumi e sugli ambienti del tempo.   Avete deciso insieme di scrivere una storia su Wilde o l’idea è partita da uno di voi? T. V.: Sono stato io che ho mandato il progetto a Becco Giallo e subito ci siamo messi a cercare un disegnatore ideale per questo lavoro. Ne abbiamo vagliati diversi e quando ho visto i disegni di Licia ho detto: “Ok, sarà lei a illustrare l’opera.”   La vita di Wilde ha appassionato subito la disegnatrice? L. C.: Ero interessata a fare un lavoro su Wilde in quanto sono una grande appassionata dell’epoca vittoriana. Tuttavia, per quanto ora sia riconosciuto come figura queer, Wilde è pur sempre un uomo della sua epoca, e per alcuni suoi aspetti, dal punto di vista personale, ho inizialmente fatto un po’ di fatica ad approcciarmi a lui.       Tu hai indivudato aspetti di questo autore che hanno poi influito sulla tua visione dell’artista? L. C.: Una delle cose che mi ha colpito di più è che io immaginavo questo uomo gigantesco che cercava sempre di essere al centro dell’attenzione, che sapeva quel che faceva e voleva farlo sapere agli altri. Entrando nella storia e conoscendo così chi è stato accanto a lui, vedere l’influenza che queste persone hanno avuto su di lui è stato molto importante per me.   E questo ha influito sulla stesura grafica? L. C.: Sì, ad esempio all’inizio della storia Wilde indossa vestiti sgargianti che lo pongono al centro della scena in modo teatrale. Andando avanti, più si innamora di Bosie, più assorbe i colori dell’amante, anche lui comincia a vestirsi in azzurro fino a che non ne è completamente assuefatto. 11/11/2024  

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Capannori Underground Festival 2024 Lucca Underground Festival 2024

Capannori Underground Festival 2024: ci siamo!

Al via Capannori Underground Festival 2024 con quattro eventi e tanti nomi di primo ordine della musica alternativa italiana.     Quest’anno gli appuntamenti saranno scaglionati in due mesi: due a novembre 2024 e due a gennaio 2025. Oltre agli ospiti torneranno anche quest’anno il noto conduttore radiofonico di Radio Capital, Master Mixo, e Dome La Muerte nella veste ci co-conduttori; a loro si aggiunge anche Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba, già ospite del Festival edizione 2023. Si inizia  il 10 novembre con Finaz, Nuto e Don Bachi della Bandabardò che presenteranno il libro sulla storia della band, “Se mi rilasso collasso” con la co-conduzione di Aiazzi. Si prosegue il 30 novembre con una mostra dei ragazzi del Liceo Artistico “A. Passaglia” di Lucca introdotta da una performance di CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, costola musicale del Festival. Si riprende l’11 gennaio 2025 con Paolo Archetti Maestri degli Yo Yo Mundi e la co-conduzione di Dome La Muerte . La serata sarà inoltre arricchita dalla consueta proeizione fotografica di Visioni Underground accompaganta dalla performance di CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e Enzo Correnti, l’Uomo Carta. Si chiude il 18 gennaio con Andy dei Bluvertigo e la co-conduzione di Master Mixo. Tutti gli eventi saranno condotti da Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival; la locandina è realizzata come sempre negli ultimi anni, da Enrica Giannasi. Tutti gli appuntamenti si tengono ad Artemisia alle 17.15 con l’eccezione di quello del 30 novembre che si terrà ad Athena. L’ingresso è libero su prenotazione fino ad asaurimento posti scrivendo una mail a associazionevaga@gmail.com. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI LUCCA E VERSILIA, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.

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Giacomo Puccini fotografo

“Qual occhio al mondo”. Puccini fotografo – La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti rivela un nuovo aspetto del compositore lucchese   È un Giacomo Puccini del tutto inedito e sconosciuto quello che viene proposto nella mostra “Qual occhio al mondo”. Puccini fotografo alla Fondazione Ragghianti di Lucca aperta fino al 1° aprile. Realizzata dalla Fondazione Centro studi Licia e Carlo Ludovico Ragghianti in collaborazione con la Fondazione Simonetta Puccini per Giacomo Puccini di Torre del Lago e il Centro studi Giacomo Puccini di Lucca, l’esposizione svela infatti una passione del compositore che non conoscevamo.   La mostra si articola in più sezioni basandosi sui materiali conservati nell’Archivio Puccini di Torre del Lago, e in piccola parte provenienti da altri fondi. Una vera e propria sorpresa: fino all’apertura dell’Archivio Puccini di Torre del Lago (Lucca), in particolare quando è stata concessa agli studiosi la consultazione della più importante parte della documentazione, nessuno immaginava di trovarvi pellicole e fotografie realizzate dal compositore stesso. Sono oltre ottanta le fotografie esposte. E se Puccini ha interpretato le emozioni e il mondo con la sua musica, qui possiamo ammirare come interpretasse il mondo anche con la macchina fotografica. Ai tempi del compositore non solo non era così scontato possedere una macchina fotografica, anzi. Puccini, amante delle nuove tecnologie, ce l’aveva, anch’essa esposta a Lucca, un raro modello Kodak No. 4 Panorama Camera Model B, apparecchio a cassetta (realizzato in metallo, legno e vetro) ricoperto in cuoio e prodotto nel 1899. Anche solo per le dimensioni, non piccole come le fotocamere a cui siamo abituati da anni, è evidente come scattare fotografie da parte del compositore fosse qualcosa di più che un passatempo.     Non mancano notevoli scatti di complessi architettonici e vedute panoramiche di città visitate dal compositore come New York, ma  uno dei soggetti che attira maggiormente Puccini è la natura selvaggia, incontaminata, a partire dal “suo” Lago di Massaciuccoli. Non si può rimanere indifferenti di fronte alle foto in cui il compositore ritrae  i cavalli nella pampa o l’oceano, catturato in quella che avrebbe potuto essere una semplice fotografia ricordo scattata dalla nave, e che invece grazie a Puccini emerge in tutta la sua forza naturale, irrazionale e indomita.   Nelle fotografie del compositore il confine fra fotografia artistica e scatto per “immagazzinare” nella memoria impressioni da trasferire forse in seguito nelle opere, è sottile. È questa la vera sorpresa e il valore di una mostra che va al di là della mera curiosità dello scoprire un Puccini anche fotografo.    E Puccini, sempre acuto, conscio di ciò che poteva essere valido e di ciò che poteva non esserlo durante la stesura delle proprie musiche, è probabilmente consapevole anche della validità artistica di alcuni dei suoi scatti. Ne è prova una fotografia in cui il compositore lucchese ha immortalato due barche sul lago di Massaciuccoli. Da questa foto Puccini farà realizzare una cartolina e, sotto l’immagine, scriverà a penna «!Opera mia!».     Per quanto si tratti di una annotazione ironica, è chiaro come il musicista sia consapevole di avere realizzato qualcosa di artistico, un’opera creata con una tecnologia relativamente nuova che può gareggiare con la pittura. E non a caso questa cartolina è indirizzata al pittore Guglielmo Amedeo Lori, esponente non di secondo piano del Divisionismo. Nella parte finale della mostra troviamo una serie di bellissimi ritratti fotografici del compositore fra i quali quelli che hanno tramandato la sua iconica immagine così come la conosciamo noi oggi. L’esposizione, a cura di Gabriella Biagi Ravenni, Paolo Bolpagni e Diana Toccafondi, sarà visitabile gratuitamente fino al 1° aprile 2024 nella Sala dell’affresco del Complesso di San Micheletto a Lucca, con ingresso da via Elisa, 8.     La mostra, realizzata con il supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, si avvale del patrocinio della Regione Toscana e della Provincia e del Comune di Lucca, con la partnership della Fondazione Giacomo Puccini di Lucca, della Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago e dell’Associazione Lucchesi nel Mondo, ente gestore del Museo Pucciniano di Celle. Il comitato scientifico della mostra è costituito da Claudia Baroncini, Barbara Cattaneo, Maria Pia Ferraris, Michele Girardi, Giovanni Godi e Umberto Sereni.   Per l’occasione è stato realizzato un catalogo (Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte) contenente le riproduzioni di tutte le fotografie esposte e i testi di Gabriella Biagi Ravenni, Paolo Bolpagni, Manuel Rossi ed Eugenia Di Rocco.     Sede Sala dell’affresco | Complesso di San Micheletto | Lucca Ingresso da via Elisa n. 8   Orari dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18 apertura straordinaria lunedì 1° aprile   | Ingresso gratuito |    www.fondazioneragghianti.it info@fondazioneragghianti.it tel. 0583.467205   18/03/2024

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Spazio G43: la galleria alternativa di Prato, festeggia i suoi quattro anni con CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico

Lo SPAZIO G43, la più piccola galleria alternativa di Prato compie quattro anni e ha voluto festeggiarli sabato 3 febbraio con la musica dal vivo del gruppo industrial punk CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico che per la prima volta si è esibito con la nuova formazione.   Lo Spazio G43 è una galleria alternativa con una particolarità: nata durante il periodo pandemico, è piccolissima, misura solo 210 x 180 cm. La G43 è stata concepita da Enzo Correnti – noto artisticamente come Uomo Carta – in un disimpegno del proprio appartamento, ed è diventata in poco tempo un punto di riferimento per gli artisti alternativi.   Enzo Correnti è un artista performer, poeta visivo, mail artista, collagista, ideatore e curatore di “Esserci senza esserci” e molto altro ancora, e ha partecipato alle due ultime edizioni del Lucca Capannori Underground Festival.   Tornando allo Spazio G43, in questo “disimpegno” collocato tra le camere e il bagno, ci sono 5 porte e un frigo in disuso che diventano parte attiva della mini-galleria.   Può sembrare incredibile viste le sue piccole dimensioni, ma la galleria in questi anni è stata molto attiva: «Nei quattro anni di vita dello Spazio G43 − spiega Correnti − sono state ospitate quattro mostre personali, quattro collettive, letture di poesie, danza butoh, video-art, video performance, performance, ascolto di musica da vinili rari e musica dal vivo. Con questa mostra raccontiamo quattro anni di intenso lavoro di partecipazione, di sperimentazione, di incontri avvenuti allo Spazio G43: _guroga, artista venezuelana, ha realizzato tutte le locandine degli eventi esposte».   L’esibizione del CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con la nuova formazione   Sorprese anche da parte dell’ospite d’onore, il gruppo industrial punk  di Capannori, CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico che ha aperto il live con un brano inedito e che si è esibito per la prima volta con la nuova formazione. Lo scorso dicembre, infatti, Chiara Venturini è stata annunciata sui social del CRP come nuova componente del gruppo: «Non vedevo l’ora di esibirmi come membro effettivo dei CRP, e averlo fatto per la prima volta in un contesto così particolare è stato ancor più siginficativo». «Lo Spazio G43 è una piccola grande realtà − affermano i CRP − capace di attrarre e coinvolgere numerosi artisti della scena culturale alternativa. Sono situazioni che ti aspetteresti di trovare a Berlino, e non in città italiane».     Spazio G43 polo di attrazione di artisti alternativi       Presenti al festeggiamento dei quattro anni della G43 numerosi artisti della scena culturale alternativa: Murat Onol che ha curato l’allestimento, Ina Ripari, Mattia Crisci e Lauraballa che operano a Prato, Ubaldo Molesti dell’area fiorentina e Maya Lopez Muro molto attiva nel mondo della mail art, Claudio Balducci fondatore e caporedattore di SCHEDA Metropolitana di Prato e infine l’esperto d’arte Contemporanea Piero Cantini che è stato anche l’allestitore delle mostre al Centro Pecci di Prato per una ventina di anni. Ha partecipato anche l’assessore alla cultura del Comune di Prato, Simone Mangani.   

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