Daniel Nelson

Daniel Nelson He has two degrees, one a Masters in Enterprise Software Engineering and has spent more than a decade as a senior software developer working in FinTech. He has also been a member of two professional engineering institutions for 17 years. Currently a film quiz champion, he has the near impossible goal of watching every film ever released. He also runs an organisation for board games enthusiasts, which currently has over 10,000 members. Daniel Nelson Laureato in Ingegneria dei Software, ha un Master in Ingegneria del Software per l’Impresa e ha trascorso più di un decennio come sviluppatore senior di software lavorando nel settore FinTech. È inoltre membro di due istituzioni professionali di ingegneria da 17 anni. Attualmente è un campione di quiz cinematografici e ha l’obiettivo quasi impossibile di guardare ogni film mai uscito. Gestisce anche un’organizzazione per appassionati di giochi da tavolo, che conta attualmente oltre 10.000 membri.

L’”Odissea” di Christopher Nolan: un’epica moderna che fa rimpiangere l’epica classica

***  > click here to read the article in English ***   L’Odissea di Christopher Nolan ha travolto il mondo del cinema, affermandosi come un evento culturale da un miliardo di dollari, tecnologicamente sbalorditivo. Eppure, se si mettono da parte l’impressionante formato IMAX e il cast stellare, emerge un difetto fondamentale. Il film mette in luce una tendenza preoccupante del cinema contemporaneo: il lento impoverimento del linguaggio cinematografico di base e il ruolo sempre più marginale di una messa in scena significativa. Gli spettacolari paesaggi di Nolan ci costringono a confrontarci con una dura realtà: Hollywood ha continuato a perfezionare l’arte di registrare immagini, dimenticando però, lentamente, come infondere loro significato.     La perdita della messa in scena è particolarmente frustrante, perché questa tecnica ha una storia fondamentale nel teatro ed è direttamente legata a quest’ultimo. Sul palcoscenico, la disposizione degli attori nacque da una necessità narrativa assoluta. I registi teatrali non possono effettuare tagli su una nuova angolazione, imporre un primo piano o correggere una sequenza in fase di montaggio. La posizione fisica degli attori sul palcoscenico era quindi lo strumento principale per comunicare rapporti di potere, sottotesti emotivi e indirizzare l’attenzione dello spettatore. Il cinema ha ereditato questa ricca intelligenza spaziale, ma nel corso del tempo il cinema contemporaneo se ne è progressivamente allontanato. Oggi i registi possono trattare il set come uno spazio passivo in cui gli attori si limitano a pronunciare le battute, affidando interamente al montaggio la creazione del ritmo e dell’energia della scena.     Quando figure leggendarie come Agamennone o Odisseo condividono lo schermo nell’Odissea, la regia di Nolan ricorre di default a una sequenza monotona e ripetitiva di campo-controcampo. I personaggi si trovano all’interno di ambienti vasti e spettacolari, ma con una disposizione visiva piatta e uniforme, senza modificare le dinamiche di potere e suscitando ben poco interesse visivo. Questa monotonia delle immagini crea un netto contrasto con Alfred Hitchcock, che trasformò la semplice disposizione degli attori nello spazio in una vera e propria lezione di significato cinematografico. In una classica sequenza hitchcockiana, il passo in avanti di un attore, un sottile spostamento verso l’ombra o la deliberata modifica della distanza fisica tra due personaggi potevano alterare rapidamente la tensione psicologica senza bisogno di una sola parola di dialogo. I grandi maestri dell’epica classica condividevano questa rigorosa intenzionalità. Basta guardare l’opera di Akira Kurosawa, in capolavori come Ran (1985) o I sette samurai (1954): la disposizione degli attori nello spazio viene utilizzata come una potente forza narrativa. Kurosawa organizzava meticolosamente i suoi attori lungo linee orizzontali, sfruttando gli elementi dell’ambiente e una geometria rigorosa per comunicare visivamente il mutare delle alleanze e i conflitti interiori. Allo stesso modo, David Lean utilizzava l’inquadratura per trasmettere un senso di peso esistenziale nei suoi kolossal storici, come Lawrence d’Arabia (1962). Lean non si limitava a filmare le folle: attraverso la disposizione dei personaggi contrapponeva la fragilità delle figure umane alla vastità dei paesaggi desertici, incorporando una tensione nella stessa architettura dell’inquadratura.     Ironia della sorte, la regressione di Nolan nella grammatica visiva è alimentata in parte proprio dalla tecnologia che egli stesso porta avanti con tanta convinzione: le enormi cineprese IMAX. Queste gigantesche macchine da presa offrono una risoluzione senza pari, ma presentano notevoli limitazioni meccaniche. Le dimensioni, il rumore e le esigenze legate agli obiettivi delle apparecchiature IMAX rendono notoriamente difficile realizzare coreografie complesse e agili all’interno di set fisici. Questo costringe la troupe a trascinare semplicemente queste macchine colossali da un punto all’altro per registrare ciò che accade, trasformando il regista da coreografo attivo dello spazio a osservatore passivo. Il risultato è un film che procede dal punto A al punto B, senza mai rallentare abbastanza da permettere allo spettatore di esplorare le dinamiche all’interno dell’inquadratura, né di fermarsi e indugiare sugli esseri umani che danno concretezza alla saga.   Questo standard di minima intenzionalità visiva fa apparire il lavoro dei registi della vecchia scuola quasi rivoluzionario. Se si guarda al recente thriller fantascientifico di Steven Spielberg, Disclosure Day, il film ha avuto un successo commerciale nettamente inferiore ed è narrativamente molto meno ambizioso dell’Odissea. Eppure, Spielberg conserva senza sforzo le competenze proprie della grande tradizione hollywoodiana. A differenza dei blockbuster contemporanei che fanno affidamento su un montaggio iperattivo, Disclosure Day mostra un eccellente e paziente lavoro di macchina da presa. Spielberg dirige la cinepresa con uno scopo preciso, lasciando che lunghi piani-sequenza seguano gli attori mentre si muovono naturalmente nello spazio, costruendo una tensione narrativa autentica.     L’Odissea è dunque un altro trionfo tecnico di Nolan, ma purtroppo è una sorta di cavallo di Troia: una maestosa confezione visiva priva di profondità. La democratizzazione del cinema ha indubbiamente contribuito a creare spazio per nuove idee e nuove voci. Tuttavia, alcuni degli elementi classici dell’arte cinematografica stanno gradualmente scomparendo. La grandiosità di Nolan soddisfa l’immediato desiderio di spettacolo del pubblico. Ma una messa in scena piatta e una grammatica visiva poco incisiva lasciano lo spettatore a rimpiangere la profonda padronanza dello spazio che apparteneva ai veri grandi maestri del cinema.   ***   Christopher Nolan’s Odyssey: A Modern Epic That Makes Me Miss the Classic Epics   by Daniel Nelson   Christopher Nolan’s The Odyssey has taken the cinematic world by storm, establishing its place as a technologically astonishing, billion dollar cultural event. Yet if you strip away the impressive IMAX format and star performances a fundamental flaw appears. The film highlights a worrying trend in modern cinema: the slow erosion of core cinematic language and the diminished role of meaningful screen blocking. Nolan’s spectacular landscapes force us to confront a harsh reality: Hollywood has continued to improve the art of recording images, while slowly forgetting how to inject meaning into those same images.   The loss of physical blocking is particularly frustrating because the craft shares a direct, foundational history with the theatre. On the live stage, blocking was born out of absolute narrative necessity. Theatre directors can’t cut to a new angle, force a close-up, or fix

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“I peccatori”: riflessioni su un film da Oscar

***  Scroll down to read the article in English *** Il film I peccatori (Sinners, 2025) ha conquistato quasi unanimemente critica e pubblico lo scorso anno, con la storia di due gemelli afroamericani nel Mississippi degli anni ’30 che si trovano ad affrontare una minaccia dai contorni soprannaturali. Tuttavia, dopo le sue sedici nomination da record alla 98ª edizione degli Academy Awards, molti osservatori si chiedono quale sia la fonte dell’immenso successo del film.   1. Il regista     Ryan Coogler era già considerato un talento promettente e ormai consolidato dopo il successo del piccolo biopic Prossima fermata Fruitvale Station (2013). In seguito, Coogler è passato a grandi produzioni come Black Panther (2018), distinguendosi nel cinema d’intrattenimento capace di conquistare il grande pubblico. Tuttavia, I peccatori, il suo ultimo trionfo, è stato particolarmente apprezzato per il suo legame diretto con il regista. Il film possiede un tratto personale che lo eleva. Le influenze del regista sono estremamente evidenti sullo schermo. L’uso di diverse cineprese, la riflessione sulla storia della musica, il rapporto familiare con il Mississippi e la cultura irlandese: tutto è presente in ogni inquadratura. I film che hanno ispirato il regista fanno da eccellente sfondo ai temi profondi che cerca di affrontare nel corso dell’opera. Tutto ciò rende I peccatori speciale, un film con un’identità unica che si vede di rado e che richiede davvero l’attenzione dello spettatore.   2. L’attore protagonista     Michael B. Jordan, attore presente sugli schermi fin dai primi anni 2000, è la principale star della produzione. Fin da adolescente Jordan ha lavorato in serie acclamate come The Wire. Nel corso degli ultimi decenni è cresciuto non solo anagraficamente, ma anche come interprete, entrando in enormi franchise come i film Marvel ed ereditando la saga di Rocky, dove interpreta il protagonista Adonis Johnson (Creed) in Creed (2015). Il suo ruolo nei Peccatori richiede che sia al massimo delle proprie capacità, poiché deve interpretare due personaggi nel corso del film. L’attore deve distinguerli chiaramente l’uno dall’altro, far affezionare il pubblico a entrambi e, al tempo stesso, gestire il rapporto reciproco tra i due personaggi. Un compito arduo anche per gli attori più esperti, soprattutto considerando che il progetto si basa sull’empatia e sull’interesse che il pubblico deve nutrire verso questi due protagonisti. Jordan riesce brillantemente nell’impresa ed è stato giustamente premiato per questa interpretazione, ottenendo anche l’Academy Award come Miglior Attore.   3. Il cast corale e la collaborazione tra gli artisti     Gli ultimi Academy Awards hanno sottolineato fortemente l’importanza del cast e del casting stesso, introducendo il nuovo premio dedicato a quest’ultimo. I peccatori ha eccelso anche in questo aspetto, grazie a un solido mix di nuove scoperte come Miles Caton e veterani dell’industria come Delroy Lindo. Questa varietà di talenti è stata celebrata durante la stagione dei premi, quando il film ha ricevuto nomination agli Oscar in tre delle principali categorie attoriali, oltre a una candidatura per la nuova categoria Miglior Casting. Lo stesso Coogler non è nuovo alla creazione di un gruppo affiatato di collaboratori per i suoi progetti. I peccatori rappresenta, infatti, la quinta collaborazione tra Coogler, il compositore Ludwig Göransson e l’attore Michael B. Jordan. Il risultato è stato che tutti e tre hanno vinto un Academy Award per il film.   4. Lo stile e i costumi     Scelte come l’utilizzo di cineprese IMAX per gran parte del film hanno influenzato significativamente l’aspetto e l’atmosfera dell’opera. Questo ha permesso di catturare dettagli e texture con grande precisione, aiutando gli spettatori a immergersi completamente nel film. Coogler si è davvero concentrato sul ruolo che queste cineprese potevano avere, al punto da confrontarsi con registi esperti come Christopher Nolan per capire come utilizzarle al meglio. È arrivato persino a pubblicare un video in cui spiegava le proprie scelte tecniche agli appassionati di cinema. Oltre a ciò, materiali, costumi e colori hanno contribuito a collegare il pubblico all’ambientazione degli anni Trenta. Gli stessi strumenti vengono utilizzati per indicare i cambiamenti nella narrazione, fornire simbolismi nel corso della storia e distinguere l’aspetto e la sensazione trasmessa dai personaggi. I materiali illustrano le differenze di classe sociale, i costumi raccontano la storia e il passato dei personaggi, mentre i colori vengono spesso usati per separare visivamente i due personaggi interpretati da Jordan.   5. L’uso dei generi cinematografici     Gli spettatori sono usciti dalle sale discutendo se il film fosse più un musical che un horror. Altri si sono chiesti se la prima metà fosse un dramma storico o addirittura un gangster movie. Il dibattito ha dominato le discussioni online, e a ragione: ogni elemento è stato trattato con la stessa cura. Le sequenze musicali risultano inventive e fresche, con il medley del fienile in fiamme considerato una delle scene più memorabili dell’anno. Il dramma storico cattura l’interesse del pubblico grazie a una trama intrigante e a un eccellente senso dell’epoca rappresentata. Questa combinazione di generi ha quasi rischiato di ritorcersi contro il film, perché il pubblico è stato così coinvolto dalle prime parti che l’horror strisciante è sembrato quasi un’intrusione quando finalmente è arrivato. Eppure, esiste forse momento migliore per mettere i personaggi in pericolo mortale, se non dopo aver fatto sì che un’intera sala cinematografica si sia affezionata alle loro vite?   6. La costruzione del mondo narrativo     Nel film c’era davvero qualcosa per tutti. Inoltre, l’opera ha trovato nuove prospettive e aspetti poco esplorati della mitologia e della storia da approfondire. Questo ha contribuito molto a distinguerlo dagli altri film horror. Diversi gruppi di spettatori hanno dichiarato di essersi sentiti rappresentati, riconoscendo sullo schermo parti della propria storia e cultura. Il Mississippi degli anni Trenta è l’ambientazione ideale per mettere in luce la cultura afroamericana in un periodo molto specifico e difficile della storia americana. Il Mississippi, in particolare, permette di esplorare il profondo folklore del Sud degli Stati Uniti. I personaggi discutono della natura della crisi, scambiando inizialmente i vampiri per haints, spiriti della tradizione folkloristica del Sud. Anche la musica

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Il successo silenzioso dei duo registici

*** Scroll down to read the article in English ***   Con il successo di L’ultima missione: Project Hail Mary (2026), i talenti registici di Phil Lord e Christopher Miller sono ormai sotto i riflettori. Il loro ultimo progetto è stato definito uno dei migliori film di fantascienza del decennio. Per molti, però, non è affatto una sorpresa. I due non sono diventati soltanto affermati produttori durante la loro esperienza a Hollywood, ma anche eccellenti registi, avendo diretto Piovono polpette (2009), 21 Jump Street (2012) e The LEGO Movie (2014). È chiaro che si tratta di una collaborazione estremamente proficua.     Le collaborazioni sono sempre state una parte integrante dell’industria cinematografica, ma forse il mondo del cinema dovrebbe dedicare più attenzione ai successi dei registi che lavorano in coppia. L’industria, infatti, è sempre stata rapida nel celebrare i sodalizi tra registi e compositori. Provereste le stesse emozioni per un classico di Steven Spielberg senza John Williams? Da Lo squalo (1975) a Jurassic Park (1993) i due hanno fatto la storia del cinema. Dopo una collaborazione che ha portato a 29 film, questo duo è probabilmente il sodalizio più prolifico della storia del cinema. Si può parlare di coppie di successo anche per figure come Wes Anderson, che ha sviluppato uno stile e un’estetica ormai iconici nei suoi film, condividendo però costantemente i riflettori con Robert Yeoman. Ingmar Bergman e Sven Nykvist, Alfonso Cuarón e Emmanuel Lubezki, Christopher Nolan e Hans Zimmer, Alfred Hitchcock e Bernard Herrmann, Sergio Leone e Ennio Morricone, Tim Burton e Danny Elfman: esiste una lista pressoché infinita di celebri sodalizi tra registi e coloro che modellano l’estetica e il suono dei loro film.     Le collaborazioni tra registi e montatori sono meno conosciute, come quella tra Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker, che lavorano insieme dalla metà degli anni Sessanta. Nonostante ciò, occupano ancora un posto ben visibile nell’immaginario dei cinefili. Scorsese è ampiamente considerato uno dei più grandi registi della storia e Schoonmaker è stata al suo fianco raccogliendo premi e riconoscimenti. Ha ricevuto nove candidature agli Academy Awards e ne ha vinti tre. Il fatto che tutte e tre le vittorie siano arrivate per film diretti da Scorsese dimostra l’importanza e il peso della loro collaborazione.     Il riconoscimento più vicino che di solito diamo a una coppia di registi è, in modo piuttosto curioso, quello tra regista e attore. Coppie come Ryan Coogler e Michael B. Jordan, Akira Kurosawa e Toshiro Mifune, oppure Alfred Hitchcock con sia Cary Grant che James Stewart, illustrano il profondo impatto che gli attori hanno avuto sui registi. Spesso vengono etichettati con termini come “musa” o “fonte d’ispirazione”, per sottolineare l’influenza che possono avere sui progetti cinematografici. Questo confine sempre più sfumato è arrivato al punto in cui Noah Baumbach ha lavorato così a stretto contatto con Greta Gerwig in film come Frances Ha (2012) e Mistress America (2015), che lei ha ottenuto il credito di sceneggiatrice in entrambi ed è considerata una co-regista dei film. Gerwig avrebbe poi iniziato a dirigere autonomamente i propri progetti a partire da Lady Bird (2017), ottenendo un notevole successo come attrice diventata regista.     Fin dai primi giorni del cinema, i duo registici sono sempre esistiti. La leggendaria collaborazione britannica tra Michael Powell e Emeric Pressburger ha prodotto opere ancora oggi molto apprezzate. Scarpette rosse (1948) e Scala al paradiso (1946) sono due esempi della loro perdurante rilevanza. Negli ultimi anni, coppie di fratelli hanno condiviso la sedia da regista con grande successo. I fratelli Russo sono entrati a far parte del Marvel Cinematic Universe dopo anni di lavoro in televisione. I due hanno diretto Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019), due dei film con i maggiori incassi di tutti i tempi. Le sorelle Wachowski, poi, hanno cambiato il panorama cinematografico con il loro debutto in Matrix (1999). La combinazione di azione e filosofia, insieme a numerose innovazioni tecniche, stupì il pubblico al momento dell’uscita, dando origine a un’ondata di film imitativi che cercavano di replicarne lo stile. Lo scorso anno, dopo anni di collaborazione, i fratelli Safdie hanno realizzato film sportivi che hanno finito per competere per molti degli stessi premi. Tuttavia, questi due talenti emergenti hanno iniziato la loro carriera come duo registico, ottenendo rapidamente notorietà, con Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). Hanno lasciato la porta aperta a future collaborazioni.     Ad ogni modo, la coppia più iconica è senz’altro quella dei fratelli Coen: Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998) e Non è un Paese per vecchi (2007), insieme ad altri titoli, si sono guadagnati lo status di nomi entrati nell’immaginario collettivo. Avendo padroneggiato numerosi stili e generi, i fratelli Coen si sono solidamente inseriti nella discussione sui più grandi registi viventi. Daniel Kwan e Daniel Scheinert (i Daniels) probabilmente guardano con una certa invidia al successo dei Coen. I Daniels hanno iniziato realizzando videoclip musicali per poi passare ai lungometraggi, ottenendo enorme successo di critica e un trionfo agli Oscar con Everything Everywhere All at Once (2022). Con una creatività apparentemente infinita e un arsenale di soluzioni cinematografiche senza limiti, il duo ha lasciato l’industria in trepidante attesa di nuovi progetti.   Tutti questi duo hanno aperto numerosi possibili percorsi per i talentuosi Lord e Miller, percorsi che speriamo decidano di percorrere ancora insieme, magari a braccetto.   ***   The Quiet Success of Directing Duos by Daniel Nelson   With the success of Project Hail Mary (2026), the directing talents of Phil Lord and Christopher Miller are now front and centre. Their latest project has been labelled one of the best Sci-fi film of the decade. However, for many this isn’t a surprise. The duo have not just become accomplished producers during their time in Hollywood but also excellent directors having directed Cloudy with a Chance of Meatballs (2009), 21 Jump Street (2012) and The Lego Movie (2014). Clearly this is a fruitful partnership.   Partnerships have always been an integral part of the film industry, but perhaps

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I 3 migliori film di Catherine O’Hara che potresti aver perso

*** Scroll down to read the article in English. ***   È un triste inizio per il 2026: la famosa comica, attrice e sceneggiatrice canadese Catherine O’Hara è scomparsa all’età di 71 anni il 30 gennaio. Il momento dell’anno è particolarmente significativo, poiché per le famiglie di tutto il mondo O’Hara è stata una presenza fissa durante molte festività natalizie. Se il pubblico non l’ha vista aggiungere un tocco di macabro al Natale prestando la voce al personaggio di Sally in The Nightmare Before Christmas (1993), allora è probabile che molti appassionati di cinema abbiano trascorso innumerevoli feste a fare il tifo per lei mentre cerca di ricongiungersi con il dispettoso Kevin McCallister in Mamma, ho perso l’aereo (1990). Perciò, senza dubbio, in quel periodo Catherine O’Hara era nella mente degli amanti del cinema. Diverse generazioni hanno apprezzato il suo lavoro sul grande e piccolo schermo in progetti come SCTV, Schitt’s Creek e The Studio, per non dimenticare la sua interpretazione della madre yuppie di Lydia Deetz, il personaggio di Winona Ryder in Beetlejuice (1988). Tuttavia, poiché ha trascorso decenni tra schermo e palcoscenico, molti spettatori potrebbero essersi persi alcuni dei suoi migliori film. Ecco tre gemme nascoste della sua carriera che dovreste vedere.   1. Campioni di razza di Christopher Guest (2000)     Una commedia in stile mockumentary su una serie di coppie che allevano cani per prestigiose esposizioni canine. Uscito nelle sale nel settembre 2000, è diventato un classico sia per la critica che per il pubblico. Christopher Guest non ha inventato il mockumentary, ma lo ha certamente reso popolare con film come Sognando Broadway (1996), lo stesso Campioni di razza e For Your Consideration (2006). O’Hara è diventata presto una delle sue collaboratrici più assidue, insieme a nomi come Eugene Levy. O’Hara e Levy hanno lavorato insieme più volte negli anni, non solo in diversi film di Guest ma anche in altri progetti (probabilmente Schitt’s Creek è il più noto tra quelli condivisi). La loro collaborazione non diventa mai monotona, e la loro familiarità porta a momenti sempre più esilaranti. In Campioni di razza O’Hara e Levy interpretano una coppia che attraversa il Paese con il loro terrier, Winky. Durante il viaggio incontrano numerosi ex amanti del personaggio interpretato da O’Hara, dando vita a molte comiche conversazioni che il suo attuale partner deve sopportare. Si tratta di un film speciale, considerato uno dei migliori mockumentary di Guest, che mette in evidenza lo straordinario talento comico di O’Hara. L’attrice non ha mai deriso le persone, ma ha sempre reso credibili personalità sopra le righe, mettendo in luce con delicatezza stranezze e frustrazioni personali. Questo film dimostra proprio la sua capacità di interpretare personaggi eccentrici facendoli sembrare persone reali.   2. Fuori Orario di Martin Scorsese (1985)     Qui O’Hara si unisce al suo co-protagonista di Mamma, ho perso l’aereo e marito sullo schermo John Heard (Peter McCallister) per una rara commedia diretta da Martin Scorsese. Questa dark comedy racconta una singola notte in cui il personaggio di Griffin Dunne, Paul Hackett, cerca di tornare a casa dopo un appuntamento fallito con una donna incontrata in un diner. Hackett deve attraversare Manhattan per rincasare e poter tornare al suo lavoro d’ufficio il giorno dopo. Tuttavia, il destino e una serie di bizzarri personaggi, tra cui Gail, interpretata da O’Hara, fanno di tutto per ostacolarlo. Il film mette in luce alcuni degli aspetti più strani della New York degli anni ’80 e catapulta il protagonista in un viaggio contorto, simile a quello del Mago di Oz, attraverso la città. Vale la pena vederlo anche solo per osservare un regista leggendario alle prese con un genere che ha esplorato raramente. Lo stile di Scorsese non risente affatto del cambio di genere: offre numerose occasioni a un gruppo di attori comici di brillare nei panni di eccentrici yuppie degli anni ’80. Il personaggio di O’Hara, Gail, appare nella seconda metà del film come autista di camion/vigilante, aggiungendo non solo comicità, ma anche un maggiore senso di pericolo. Fuori Orario è un’opportunità per vedere quanto l’attrice sapesse adattarsi a diversi stili di comicità, in un film che oscilla tra dark comedy e film noir. Il tono diventa a tratti surreale, esplorando una New York fuori dagli schemi – o meglio, una “New York dopo l’orario di chiusura” – dimostrando perfettamente l’intelligenza di O’Hara nell’interpretare il materiale e nel mantenere il pubblico sospeso tra risate e tensione.   3. Il robot selvaggio di Chris Sanders (2024)     Un film di animazione e il più recente con Catherine O’Hara, escludendo il documentario John Candy: I Like Me (2025). O’Hara era abituata alle performance vocali, avendo doppiato numerosi personaggi animati nel corso degli anni (come in Chicken Little, 2005; Frankenweenie, 2012; Elemental, 2023). Il robot selvaggio vanta un cast ricco di nomi famosi, come Lupita Nyong’o e Pedro Pascal. Racconta la storia di un robot smarrito in una foresta remota insieme a diversi animali selvatici, costretto dalle circostanze a prendersi cura di un’oca orfana. O’Hara interpreta un’opossum alle prese con il proprio percorso verso la maternità. Temi come l’ambientalismo, la maternità e la famiglia “ritrovata” sono tra i più forti del film. Sebbene la narrazione offra tutte le risate e i momenti toccanti tipici di un film per famiglie, tra i film di animazione a cui O’Hara ha partecipato questo è uno dei più apprezzati. Nel corso della sua carriera, l’attrice ha spesso recitato in film con cast folti e importanti, senza mai lasciare che ciò riducesse il suo impatto in alcuna storia. Il robot selvaggio lo dimostra chiaramente. È un esempio perfetto dell’eredità che O’Hara lascerà nell’industria cinematografica. La sua carriera è stata ricca di sceneggiature, interpretazioni dal vivo, ruoli di doppiaggio e performance comiche tra sketch e improvvisazione. Una vita intera trascorsa a far ridere il pubblico in modi apparentemente infiniti.    ***         The 3 Best Catherine O’Hara Films you may have missed   by Daniel Nelson   It’s a sad way to start 2026ː the

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Eephus: ode e lamento per i “terzi spazi”

*** Scroll down, to read the article in English. *** Il baseball è sempre stato un tema caro ai registi. D’altronde, la maggior parte dei film mainstream con un impatto globale proviene dagli Stati Uniti: non sorprende che lo sport noto come il “passatempo nazionale americano” abbia avuto un ruolo così significativo nella storia del cinema. Tuttavia, sebbene siano stati realizzati moltissimi film su questo sport, i temi e, spesso, anche la trama hanno poco a che fare direttamente con il baseball, che funge piuttosto da sfondo per raccontare altre storie. L’uomo dei sogni (1989), ad esempio, esplora il rapporto speciale tra padri e figli, mentre Il migliore (1984) indaga la lotta per mantenere la propria integrità personale. Ragazze vincenti (1992), poi, affronta il cambiamento del ruolo delle donne durante e dopo la Seconda guerra mondiale. In questa grande tradizione si inserisce Eephus (2024), il cui tema portante è il trascorrere del tempo e la perdita – molto contemporanea – dei “terzi spazi”, quei luoghi di socialità e incontro che stanno ormai svanendo dalle nostre città.     Eephus è il primo lungometraggio diretto da Carson Lund e vede come protagonista Keith William Richards, già apparso in Diamanti grezzi nel 2019. Il film racconta la storia di uno stadio di baseball locale che sta per chiudere per sempre e segue l’ultima partita che verrà disputata su quel campo. A sfidarsi sono due squadre amatoriali composte da uomini anziani con livelli molto diversi di abilità e forma fisica. La partita non ha alcuna importanza ufficiale: non c’è un trofeo in palio e il pubblico è una sparuta raccolta di passanti curiosi. Lo stadio non può essere salvato e non esiste nemmeno un malvagio costruttore immobiliare da contrastare, sconfiggere o almeno odiare. Non c’è neppure motivo di protesta, dato che lo stadio verrà demolito per costruire una nuova scuola. Tuttavia, non sarebbe corretto dire che la giornata non sia importante: è l’ultima occasione per riunirsi come comunità, l’ultima opportunità per ricordare i bei momenti trascorsi insieme e, con ogni probabilità, l’ultima volta in cui tutte quelle persone si ritroveranno nello stesso luogo.     Il titolo si riferisce al lancio “eephus”, un tipo particolare di lancio talmente lento da mandare fuori tempo il battitore. È proprio questo ciò che il film intende esplorare: lo scorrere del tempo nel corso dei mesi e degli anni, che le persone faticano a misurare perché il ritmo ha alterato la loro percezione. Seguiamo i personaggi mentre giocano quest’ultima partita, a volte celebrando l’evento e altre lamentando la perdita del loro spazio condiviso e della comunità informale che vi ruotava attorno. In assenza di un conflitto evidente, il film sceglie di mostrare i personaggi impegnati a portare a termine la partita: i partecipanti lottano contro le numerose frizioni che minacciano di rovinare quest’ultimo incontro. La partita deve essere conclusa e deve accadere ora. Certo, vengono fatte promesse poco convinte di ritrovarsi di tanto in tanto e di spostare il campionato in un altro stadio a trenta minuti di distanza, ma tutti riconoscono la fine di un’epoca. Il peso degli impegni esterni finirà quasi certamente per schiacciare qualsiasi piano di far rivivere questa tradizione. Nonostante ciò, il tono del film è umoristico: amici si prendono in giro e si punzecchiano in modi che solo legami decennali possono permettere; osservatori distaccati offrono commenti divertenti; atleti che non hanno mai nemmeno sognato le grandi leghe regalano momenti di comicità fisica.     Il film è una celebrazione dei terzi spazi e contemporaneamente ne piange l’assenza nel mondo moderno. La storia è ambientata negli anni Novanta, ma è costellata di elementi visivi provenienti da decenni diversi: uniformi e automobili coprono da sole un ampio arco temporale e contribuiscono a creare quella sensazione nebulosa di riflessione sul tempo che pervade i personaggi, permettendo allo spettatore di immedesimarsi in loro e invitandolo a ripensare a un’attività o a uno spazio sociale amato. In definitiva, Lund riesce a intrattenere analizzando come lo sport offra alle persone un canale fondamentale per trovare un generale senso di condivisione. Lund comprende che, all’interno di questo contesto, il pubblico ritroverà personaggi e dinamiche riconoscibili con cui potersi identificare, e che in questo ambiente, dove i confini si dissolvono naturalmente, emergono commedia, dramma (talvolta meschino) e calore umano.   ***     Eephus: Ode and Lament for “Third Spaces” by Daniel Nelson   Baseball has always been a topic film has return to over the years. Besides, most mainstream films that have a worldwide impact are from America: it may not be a surprise that the sport referred to as “America’s past time” has had such a significant place in film history. However, although there has been so many movies about the sport, the themes and often the plot frequently has little to do with baseball, and simply acts as the background for other stories to be told.   “Field of Dreams” (1989) delves into the special relationship between fathers and sons, “The Natural” (1984) explores the struggle to maintain personal integrity and “A League of Their Own” (1992) looks at the changing role of women during and after WW2. Within this great tradition fits “Eephus” (2024), whose central theme is the passage of time and the distinctly contemporary loss of “third spaces”, those places of sociality and gathering that are gradually disappearing from our cities.   “Eephus” is the first feature directed by Carson Lund and stars Keith William Richards who previously appeared in “Uncut Gems” (2019). The movie is about the local baseball stadium that is about to close forever and follows the last game to ever be played on that field. The game is between two amateur teams filled with an assortment of aging men of various levels of skill and fitness. The game is of no significance: no trophy is on the line, the audience is a sparse collection of idly curious passers-by. The stadium can’t be saved and there isn’t even a villainous property developer to challenge and defeat or at least hate.

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