Gennaio 2026

Pace e rivoluzione nelle Tre domande dell’angelo

di Maria Elena Lippi Il modo più immediato per definire Le tre domande dell’angelo di Katia Lari Faccenda (CartaCanta Editore, 2024) è che si tratta di un romanzo ispirato alla figura di Giovanna d’Arco. La protagonista del libro, infatti, si chiama Giovanna e, come la patrona di Francia, è una ragazzina che riceve le visite di un angelo e si mette alla guida di un gruppo di giovani uomini, sfidando le convenzioni sociali che la vorrebbero relegata alla cura del focolare. Tuttavia, limitarsi a dir ciò fornirebbe solo una visione parziale dell’opera. L’autrice ha sì studiato la vita della Pulzella d’Orléans e le carte del processo di cui fu vittima (citate nel libro stesso), ma il risultato non è un romanzo storico o un’agiografia, anche se ripercorre molte tappe della breve vita della Jeanne reale. Lasciando trapelare un gusto per i simboli che ha un che di squisitamente medievale, la Giovanna di Lari Faccenda è un’icona che racchiude in sé e nelle sue vicende molteplici lotte e vicissitudini dell’animo umano: il riscatto della donna da una condizione di inferiorità, il coraggio che può animare anche le persone a prima vista più fragili, l’amore, la fede (da intendersi anche e soprattutto in chiave laica), il dubbio, l’assunzione di responsabilità, la difesa della pace. Uno dei punti di forza del libro sta proprio nel suo trattare in modo originale temi universali, in un’ambientazione e un’epoca che fanno pensare all’attuale Medio Oriente, ma che lasciano immaginare anche altri spazi e momenti, i tanti in cui si perpetuano o sono state perpetuate violenze e ingiustizie a danno dei civili. Giovanna, infatti, si muove in uno scenario bellico e il suo appello alla pace e alla giustizia, raccolto dai ragazzi che la seguono e proposto alle genti che incontreranno sul loro cammino, passa tramite una rivoluzione silenziosa, non violenta e consapevole della necessità di prendere in mano il presente per cambiare il futuro. Il silenzio è coltivato non come mera assenza di parole, ma come un’orchestra farebbe con le pause di un pentagramma: coincide con la disponibilità all’ascolto, col “prendere consiglio dal silenzio” e coltivare l’unione dei silenzi da cui possono generarsi dialogo e cambiamento.   Le diverse sfaccettature del silenzio ce le rammenta la stessa autrice nell’appendice Dal quaderno di composizione di Le tre domande dell’angelo, una piccola e arguta guida per andare a riflettere di nuovo sulle pagine appena lette (e da cui ciascuno, senza dubbio, riemergerà portando con sé la sfaccettatura che più avrà toccato il suo animo). Nell’appendice viene anche fatta un’affermazione importante ai fini della lettura: «Due verità interrogative distinte non si sommano, si relazionano. Generano una terza verità». La dualità dell’esistenza è feconda nella relazione e si realizza anche su un piano qualitativo: essa emerge nella coesistenza delle due accezioni (positiva e negativa) attribuibili a un’idea. Ne è un esempio il concetto di “colpa”, che è al contempo “senso di colpa”, ma anche “responsabilità”. Nello specifico, come sottolinea la stessa Giovanna, il «trono della colpevolezza» è un trono che «nessuno vuole occupare», visto che in tanti si dicono responsabili di qualcosa, ma difficilmente sono pronti a sentirsi davvero colpevoli. Da un punto di vista stilistico, una menzione d’onore spetta alla prosa, dall’anima poetica e dalla forma ricercata, ma mai prolissa o superflua, proprio come accade nei componimenti migliori. Estetica e contenuto si fondono in un connubio felice, che fa pensare a un’opera di altri tempi, perché rara in un momento di diffusa tendenza alla banalizzazione delle architetture linguistiche e dei concetti. In questo periodo (in ogni periodo) abbiamo bisogno di libri come questo, che, accompagnandoci con mano leggera, ci tengano con i piedi per terra e ci predispongono a vedere il mondo come faremmo grazie a una favola o a una parabola.

I volti di Toffolo al Festival underground

di Maria Elena Lippi   L’anno si è aperto in grande stile per il Capannori Underground Festival, che sabato 17 gennaio ha registrato il tutto esaurito per Davide Toffolo, frontman del gruppo alternative rock Tre Allegri Ragazzi Morti. Anche da dietro la maschera-teschio che caratterizza i membri dei TARM, Toffolo ha mostrato i suoi vari volti, dando prova di una poliedricità che lo ha portato ad essere cantante, chitarrista, fumettista e autore di numerose graphic novel.   Nella prima parte dell’incontro, l’intervista a cura di Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival, e Marco Bachi, bassista della Bandabardò, ha guidato il pubblico nell’universo creativo di Toffolo. L’artista ha ripercorso la sua carriera e la sua storia personale, ricordando le prime esperienze artistiche a Pordenone e gli stralci di vita da lui rielaborati tramite parole e disegni. Con il supporto di un proiettore, Toffolo ha mostrato le copertine e le tavole di alcuni dei suoi lavori più importanti, da Animali, nato proprio dalla testimonianza delle vicende dei quartieri popolari, a Cinque Allegri Ragazzi Morti e Intervista a Pasolini, passando per la rivista antologica Dinamite, da lui ideata nel 1995 insieme a Giovanni Mattioli per dare voce alle anime del fumetto indipendente italiano. La conversazione è stata interrotta da una piacevole sorpresa: l’arrivo di una piccola torta con tanto di candelina per festeggiare il compleanno dell’artista, che, per una fortunata coincidenza, cadeva proprio il 17 gennaio.     Dopo l’intervista, Toffolo ha regalato un’intensa performance di numerosi successi dei TARM, in un flusso travolgente e pressoché continuo di note. I testi di Toffolo fondono realtà e sogno, critica sociale e malinconia, parlando sia d’amore che di quel delicato periodo di transizione e speranza che è l’adolescenza. Di grande emozione è stato il momento in cui il pubblico ha intonato all’unisono il ritornello de Il mondo prima. Anche Marco Bachi ha dato il suo sempre magistrale sostegno musicale con il basso sul brano Io e il demonio, il graffiante adattamento realizzato dallo stesso Toffolo di Me And The Devil Blues di Robert Johnson.     Al termine della performance, l’artista ha ricevuto dalle mani di Gianmarco Caselli ed Erika Citti il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground ed i saluti del Comune di Capannori, portati dall’assessora Claudia Berti.   La serata si è conclusa con l’immancabile sigla finale, composta dai CRP per il CUF 2025. Per l’occasione, Toffolo si è unito con il suo sax ai CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e a Marco Bachi, suonando anche in mezzo al pubblico e alimentando ulteriormente il forte coinvolgimento che ha caratterizzato l’intero evento. Nel finale è intervenuta anche l’assessora alla cultura del Comune di Capannori, Claudia Berti, che ha ribadito l’importanza del Festival, in particolare per le nuove generazioni.   Un altro grande successo per il CUF e per l’associazione V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) che lo organizza. L’ultimo appuntamento è il 31 gennaio con Andrea Chimenti, già cantante dei Moda, con la prima presentazione in assoluto del suo libro Senza fermata. Saranno presenti anche Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze, e Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba.    

Consigli di viaggio: un salto a Spoon River

– di Maria Elena Lippi    In Canzone per Piero, Francesco Guccini inserisce il verso È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Non può che riferirsi all’Antologia di Spoon River, che di Masters è l’opera più conosciuta e che ha reso il suo autore noto e amato in tutto il mondo. Questa silloge poetica, infatti, è diventata uno di quei testi capaci di parlare con chiarezza ed efficacia ben oltre il tempo e lo spazio in cui sono stati scritti. La sua esistenza è il frutto della tenacia che sorge in chi ha qualcosa di urgente da dire e può farlo compiutamente solo con la veste della poesia, se pensiamo che, a discapito delle sue aspirazioni letterarie, Edgar Lee Masters fu costretto dal padre all’avvocatura (professione nella quale, peraltro, eccelleva).       Nato a Garnett, in Kansas, nel 1868, Masters visse tra la campagna e la città. Grazie al suo lavoro ebbe modo di conoscere e studiare da vicino gli esseri umani con le loro ipocrisie e passioni, celate dal puritanesimo della società statunitense dell’epoca. Ispirato dalla lettura dell’Antologia Palatina, Masters decise di ricorrere alla forma dell’epitaffio per narrare le vite di un villaggio immaginario i cui abitanti incarnano le verità e le menzogne che egli percepiva nel mondo che lo circondava. Così, tra il 1914 e il 1915, le poesie dell’Antologia di Spoon River apparvero regolarmente sul Reedy’s Mirror, per poi uscire in volume nella loro versione definitiva nel 1916. Negli anni seguenti Masters non riuscì a replicare il successo dell’Antologia e nel 1950 morì in miseria, pressoché dimenticato. Tuttavia, già negli anni ’40, in Italia era uscita un’edizione italiana dell’opera, con il curioso titolo di Antologia di S. River, quasi fosse una raccolta di massime di un santo, voluto dal ministero della cultura popolare fascista per de-americanizzare la silloge.     Il primo a cogliere la grandezza dell’Antologia e di Masters fu Cesare Pavese, che dedicò loro un saggio nel 1931 sulla rivista La Cultura. Pavese menzionò la «consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti» che il poeta dimostrava nelle parole delle anime di Spoon River, un coro di voci che si svelano al lettore e che si intrecciano per parentele e relazioni sociali, ciascuna sconquassata dalle proprie speranze, illusioni e solitudine. Tramite Pavese il libro arrivò nelle mani di Fernanda Pivano, che ne realizzò la sua traduzione più famosa e contribuì a far sì che, negli anni ’60, Masters fosse riscoperto da scrittori, poeti e cantautori. Tra questi non si può non menzionare Fabrizio De André, di cui abbiamo ricordato la scomparsa l’11 gennaio. In Non al denaro non all’amore né al cielo De André non si limita a musicare alcune poesie della raccolta, ma conferisce loro nuovo spirito, rivestendole della propria esperienza e sensibilità di compositore politicamente impegnato nell’Italia della contestazione e degli anni di piombo. Come accade con i classici, quindi, l’Antologia di Spoon River si pone in un dialogo aperto a sempre nuove generazioni di artisti e lettori. Una sua copia merita di trovarsi in ogni libreria personale e di essere letta e riletta, magari in fasi diverse della propria vita.     Se entrate a Spoon River per la prima volta, la prima guida da cui farsi affascinare è proprio Pivano: la trovate nell’edizione Super ET Einaudi (2014), che contiene un’intervista alla traduttrice stessa, oltre a tre scritti di Pavese e l’introduzione di Guido Davico Bonino. Se siete ospiti fissi della cittadina di Masters o, comunque, volete fin da subito approfondire la conoscenza con i suoi abitanti, di certo apprezzerete la recente versione con la traduzione di Alberto Cristofori (La Nave di Teseo, 2022). Cristofori commenta la genesi delle poesie inquadrandole nella vita di Masters e analizzandone contenuto e stile: il risultato è uno strumento inestimabile per attraversare le vie di Spoon River ad occhi ben aperti. Con l’Antologia tra le mani e Il suonatore Jones in sottofondo, non vi resta che scostare idealmente l’edera dalle lapidi e iniziare a leggere.