Chiara Grace Di Vito

Classe 1993. All’anagrafe Chiara, si firma con il nome di battesimo Chiara Grace in onore della nonna paterna, con la quale condivide la passione per l’opera. Lucchese di nascita, milanese di adozione nel 2012 si trasferisce a Milano per studiare “Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo” in Cattolica. Attualmente lavora come ufficio stampa freelance in ambito culturale. Nel tempo libero cucina per amici e parenti, un posto a tavola non manca mai per nessuno!

“Random” a Carrara: Massari e Donnaloia si raccontano

Sabato 11 luglio siamo stati all’inaugurazione della mostra Random, ospitata a Palazzo Binelli di Carrara, per incontrare alcuni dei protagonisti dell’esposizione e approfondire il loro percorso artistico. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Palazzo Binelli, Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Attraverso le loro opere, gli artisti si fanno interpreti di un dialogo che travalica il tempo e le convenzioni, per restituire una visione plurale del paesaggio. Non solo quello fisico, riconoscibile, ma anche quello interiore, astratto e visionario, che si scompone e si ricompone tra memoria e immaginazione. Più che una semplice esposizione, Random è un’esplorazione dello spazio geografico e mentale, un’immersione nel mistero di ciò che è stato e di ciò che potrà essere. Le opere dialogano tra loro attraverso materiali, forme e linguaggi differenti, offrendo al visitatore molteplici chiavi di lettura e una riflessione sul rapporto tra natura, trasformazione e immaginazione. In questo articolo andremo ad approfondire il lavoro di Luciano Massari e Giuseppe Donnaloia, due percorsi artistici profondamente diversi ma accomunati da una ricerca che mette al centro il rapporto tra materia, forma e significato. In occasione dell’inaugurazione abbiamo incontrato entrambi gli artisti per parlare delle opere esposte e conoscere più da vicino la loro ricerca.   Intervista a Giuseppe Donnaloia     Nel tuo percorso convivono scultura, pittura, restauro e insegnamento. In che modo queste esperienze si influenzano a vicenda e contribuiscono a definire il tuo linguaggio artistico? Credo che queste esperienze facciano parte di un unico percorso. Il restauro mi ha insegnato il rispetto per la materia e per il tempo, oltre a offrirmi una conoscenza profonda delle tecniche e della storia dell’ arte. L’insegnamento, invece, mi costringe ogni giorno a mettere in discussione le mie certezze e confrontarmi con nuove generazioni di artisti. La pittura e scultura sono il luogo in cui tutto questo confluisce. Non considero le discipline come ambienti separati, ma come linguaggi che si alimentano reciprocamente. Cerco di costruire un linguaggio personale, riconoscibile, nel quale la materia conserva la memoria del gesto e il processo creativo rimane sempre visibile. È proprio in questa ricerca di un impronta autentica che riconosco il filo conduttore del mio lavoro.   Alcune delle opere che presenti in questa mostra non appartengono alla tua produzione più recente. Che cosa ti ha portato a scegliere proprio questi lavori e quale dialogo instaurano con il tuo percorso artistico? Ho scelto queste opere perché, pur appartenendo a momenti diversi del mio percorso, condividono una stessa tensione: quella verso un equilibrio sempre fragile. È un tema che attraversa da tempo la mia ricerca e oggi ritrovo tanto nella mia pittura quanto nella scultura. Le superfici pittoriche, così come le forme ceramiche sospese su esili strutture, suggeriscono una condizione di instabilità che considero profondamente umana. Viviamo in un’ epoca in cui gli equilibri personali, sociali e perfino geopolitici sembrano continuamente messi alla prova. Le mie opere non raccontano questi eventi in modo diretto, ma cercano di evocare quella sensazione di precarietà e, allo stesso tempo, la continua ricerca di un punto di equilibrio. Per questo ho voluto riunire proprio questi lavori: non rappresentano una retrospettiva, ma testimoniano la coerenza di una ricerca che, attraverso il gesto, la materia e la forma, continua ad interrogarsi sulla fragilità dell’esistenza e sulla capacità dell’ uomo di mantenersi in un equilibrio in un mondo sempre più instabile. Intervista a Luciano Massari     La tua ricerca parte dalla tradizione del marmo di Carrara ma negli anni si è aperta anche ad altri materiali e linguaggi. Che cosa guida la scelta del materiale con cui dare forma a un’opera? La scelta del materiale nasce sempre dall’idea e dalla necessità interna dell’opera. Non considero mai la materia come un semplice supporto, ma come una presenza capace di orientare il processo creativo e di introdurre significati propri. Come è risaputo il marmo appartiene profondamente alla mia formazione e al territorio in cui sono nato, ma nel tempo ho cercato di liberarlo dalla sua dimensione monumentale e dalla sua apparente compattezza, portandolo verso una condizione più fragile, sottile e leggera. Accanto al marmo ho utilizzato anche altri materiali, scegliendoli in base alla tensione che volevo creare tra peso e leggerezza, resistenza, permanenza o trasformazione. Ogni materiale possiede una memoria, un tempo e una voce, il mio lavoro consiste anche nell’ascoltarli, nel comprenderne i limiti e nel portarli, quando possibile, oltre la loro funzione abituale.     Durante l’inaugurazione hai parlato di una dimensione “ancestrale” che attraversa i tuoi lavori. Che cosa rappresenta per te questo concetto e in che modo prende forma nelle opere esposte? Quando parlo di dimensione ancestrale non penso a una citazione del passato o ad un riferimento archeologico preciso, mi riferisco piuttosto a qualcosa che precede il linguaggio e la forma definita, come una memoria profonda, quasi biologica che lega saldamente l’uomo alla materia e al paesaggio sia lunare che terreno. Le opere esposte nascono da questa ricerca di una presenza originaria, le mie forme non descrivono direttamente un luogo, ma cercano di restituirne la traccia di un silenzio di una energia trattenuta che non appare come un paesaggio riconoscibile, ma come una geografia interiore, affidata a variazioni minime di superficie. La dimensione ancestrale prende forma proprio da questa essenzialità. È il tentativo di riportare la scultura a un gesto primario, riducendo il rumore dell’immagine e lasciando emergere un rapporto più intimo tra materia, memoria e percezione.     La mostra Random è ospitata a Palazzo Binelli di Carrara ed è visitabile fino all’8 agosto 2026. Orari di apertura dal lunedì al venerdì: 10.30 – 12.30 venerdì e sabato: 18.30 – 22.30 domenica: chiuso 21/07/2026

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Andrea Balestri racconta "Giacomo Puccini - Video delle opere"

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere”

Il nuovo portale del Centro studi Puccini raccoglie oltre 550 video delle opere del compositore lucchese   Nel corso della sua storia il teatro d’opera ha lasciato dietro di sé una quantità immensa di tracce: partiture, bozzetti, fotografie, recensioni, lettere. Più complesso è invece ricostruire e studiare il percorso delle opere quando escono dal palcoscenico e incontrano il linguaggio audiovisivo, dando vita a riprese teatrali, produzioni televisive, film-opera e altre forme di trasposizione video.   È proprio in questo spazio, sospeso tra archivio, ricerca e tutela della memoria, che si inserisce Giacomo Puccini – Video delle opere, il progetto dedicato alla raccolta, catalogazione e valorizzazione delle realizzazioni audiovisive delle opere del compositore lucchese.     Avviato nel 2022, Giacomo Puccini – Video delle opere è un progetto del Centro studi Giacomo Puccini di Lucca coordinato da Emanuele Senici, che ne segue lo sviluppo come referente all’interno del Comitato Direttivo. Sotto la guida della presidente Gabriella Biagi Ravenni, l’iniziativa ha dato vita a un portale che offre un primo censimento delle realizzazioni video delle opere pucciniane aggiornato alla fine del 2025. Un lavoro che si colloca all’interno di un interesse sempre più forte della musicologia per il rapporto tra melodramma e media audiovisivi, tema divenuto ancora più centrale negli ultimi anni con il mutare delle modalità di fruizione del teatro musicale, sempre più legate a piattaforme digitali, streaming e trasmissioni televisive delle produzioni dei grandi teatri.   In questo contesto, il progetto si propone come uno strumento di ricerca particolarmente significativo. Le opere pucciniane rappresentano infatti un terreno privilegiato per lo studio della diffusione audiovisiva del melodramma: basti pensare che, secondo le statistiche di Operabase, tra i dieci titoli operistici più rappresentati al mondo figurano La bohème, Tosca e Madama Butterfly, mentre il compositore lucchese occupa stabilmente le prime posizioni tra gli autori più eseguiti.      Il portale raccoglie oggi oltre 550 schede dedicate a singole realizzazioni video. Ogni scheda contiene crediti artistici, dati tecnici e produttivi, una breve analisi del materiale audiovisivo e riferimenti bibliografici e sitografici. I contenuti sono consultabili sia attraverso percorsi dedicati alle singole opere sia tramite un sistema di ricerca che permette di filtrare i risultati per titolo, tipologia di video, anno e personalità coinvolte.   Abbiamo incontrato Andrea Balestri per parlare di questo archivio video, che è stato presentato lo scorso 5 giugno all’Auditorium Cappella Guinigi di Lucca, all’interno delle manifestazioni 30 anni con Puccini, organizzate dal Centro studi Giacomo Puccini per celebrare il trentennale della propria attività. L’incontro ha visto la partecipazione di Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e dello stesso Balestri e si inserisce in tre giornate di eventi tra Lucca e Torre del Lago dedicate alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio pucciniano.     Opera in video nasce da un percorso di ricerca iniziato durante i tuoi studi universitari. Quando hai capito che quel lavoro poteva trasformarsi in un progetto più ampio e strutturato? Negli ultimi anni di studio all’Università mi sono dedicato alle questioni specifiche della messa in video dell’opera, fino a dedicare la mia tesi magistrale a Tosca tra cinema e televisione nel periodo 1955–2019. Da quell’approfondimento molto circoscritto è nata l’idea di presentare un progetto più ampio per l’edizione 2021 del Premio Rotary Giacomo Puccini Ricerca, un’altra iniziativa che caratterizza l’attività del Centro studi. L’idea iniziale era ampliare il lavoro della tesi, indagando alcuni nuclei tematici e il loro trattamento audiovisivo, dal cinema muto alle dirette streaming. La proposta era accompagnata da un’ampia videografia, e proprio quella si è rivelata la parte più interessante del progetto, o almeno il suo primo sviluppo: creare un censimento sistematico di tutte le realizzazioni video delle opere pucciniane come strumento di ricerca per studi come quello che avevo immaginato. Da lì è nato un progetto pluriennale che ha fatto impallidire i numeri iniziali: dalle 28 versioni video di Tosca siamo arrivati oggi a 138. Complessivamente abbiamo identificato e schedato 562 produzioni video di opere integrali di Puccini. È stata senza dubbio la scelta giusta: stiamo costruendo uno strumento di ricerca che non esiste per nessun altro compositore e che potrà incoraggiare e sostenere nuove indagini. Una volta di più, il Centro studi Puccini si confermerà un punto di riferimento per gli studiosi, dialogando con gli indirizzi più attuali della musicologia internazionale.     Nel corso del progetto ti sarà capitato di osservare decine di regie e messe in scena diverse delle stesse opere. Quanto è cambiato il modo di leggere e interpretare Puccini rispetto anche solo a venti o trent’anni fa? E che ruolo può avere oggi l’attualizzazione delle opere nel creare un dialogo più diretto con il pubblico? Devo dire che con 562 video non c’è molto tempo per soffermarsi sulla singola produzione: si notano però meglio alcune tendenze.  La principale riguarda il rapporto fortissimo che Puccini, forse più di ogni altro compositore, instaura tra opera e ambientazione. Lo sappiamo già da molte ricerche, ma la prassi esecutiva lo conferma. Numerosi studi hanno evidenziato come il processo creativo di Puccini – non solo compositivo – si accendesse spesso attorno a un’immagine scenica o a un’ambientazione. Cambiando approccio, e osservando il fenomeno dal punto di vista dei risultati invece che delle intenzioni, si nota quanto la forza di questo legame continui a frenare interventi radicali: delle 138 Tosca censite finora, soltanto una quindicina circa non sono ambientate a Roma. Proprio questa enorme quantità di produzioni relativamente omogenee, però, mette in risalto le operazioni più sperimentali, che sono anche quelle che personalmente trovo più interessanti. Forse è questo uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni: di fronte a un’offerta online sterminata, fatta di grandissime regie e interpretazioni insuperabili, una delle poche strade rimaste è il coraggio di un’idea nuova, di un’ambientazione diversa o di una riflessione sui linguaggi stessi del video. Penso, ad esempio, alla La bohème di Mario Martone, prodotta dalla Rai nel 2022 e girata nei laboratori del Teatro dell’Opera di Roma: con l’orchestra che talvolta condivide lo spazio scenico dei personaggi, propone una diversa idea di opera e dei

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Una vigilia di Liberazione

Il 24 aprile il Circolo Arci di Sant’Alessio (Lucca) ha ospitato la “vigilia” della Festa della Liberazione, una serata capace di coniugare grande partecipazione e pluralità di linguaggi. L’iniziativa, ideata da Gianmarco Caselli, ha riunito artisti provenienti da percorsi eterogenei, costruendo una proposta lontana dalle celebrazioni rituali e restituendo al 25 aprile una dimensione attuale, in un contesto in cui i valori antifascisti tornano ad essere minacciati quotidianamente.    «Credo fosse importante celebrare una ricorrenza fondamentale per la nostra libertà – commenta Caselli – facendo interagire in una stessa serata anime artistiche e culturali diverse della nostra comunità. Sono rimasto molto contento – ma non stupito – dal fatto che tutti gli artisti invitati a partecipare abbiano immediatamente dato risposta positiva, e che il pubblico sia stato veramente numerosook messo ». Sul palco si sono alternati Marco Salotti, che ha proposto la lettura di un testo di Francesco Guccini; Vanni Baldini, con il suo adattamento di testi di Gaber e Ennio Flaiano; Elisa D’Agostino e Daniele Bianucci, che ha scelto di leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. L’adattamento dell’Agnese va a morire di Renata Viganò, interpretato da Elisa D’Agostino, è stato impreziosito dalla danza di Nicoletta Binci. Particolarmente coinvolgente è stata l’interpretazione del brano umoristico Il pornosabato dello Splendor, tratto dal Bar sotto il mare di Stefano Benni, in cui si sono cimentati D’Agostino e Baldini. Infatti, come ha ricordato D’Agostino, la libertà di ridere, spesso data per scontata, è in realtà il frutto di battaglie contro ogni forma di autoritarismo.     Ovviamente, non è mancata la musica. Il gruppo di musica tradizionale Folkoinè ha proposto una scelta di canti partigiani e antifascisti, tra cui Maledizioni a Mussolini, presente nel loro disco Zampe di rondine e raccolto dalla voce dell’ora scomparsa Lilia Biagini, che ha vissuto il regime e la guerra in prima persona. Il gruppo vocale Stereo Tipi, oltre a un medley di brani argentini e al canto haitiano Wangol, ha intonato la ninna nanna araba Nami nami, coinvolgendo i presenti in un’improvvisazione sotto la guida di Martino Biondi, che ha anche suonato l’handpan. I CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico hanno aperto la loro performance con il brano Partigiano, tratto dal loro ultimo disco Al diavolo, che si pone come collegamento tra il passato e presente (nell’album, infatti, il testo è intonato anche da una bambina, Elettra Caselli, a simboleggiare il passaggio di testimone generazionale tra vecchi e nuovi combattenti per la libertà dal fascismo). Inoltre, gli Stereo Tipi hanno creato un tappeto di note per accompagnare la voce di Gianmarco Caselli in Partigiano. Con questa collaborazione e transizione musicale siamo così entrati nel vivo dell’industrial post punk dei CRP, che hanno eseguito anche brani tratti dal loro primo lavoro, Beati voi!, come Soviet, facendo culminare la serata in un’esplosione di suoni ed energia.     Il pubblico è intervenuto numeroso e partecipe, restituendo alla serata una dimensione autenticamente condivisa. In un contesto come quello attuale, in cui il significato della Liberazione non può essere dato per acquisito, iniziative di questo tipo assumono un valore che va oltre la semplice commemorazione. Il Circolo di Sant’Alessio si è confermato ancora una volta uno spazio adatto a ospitare questo confronto, capace di tenere insieme memoria, linguaggi contemporanei e una partecipazione reale.     5/5/2026

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Altro che fish and chips: cosa mangiare tra Scozia e Inghilterra

Quando abbiamo deciso di passare due settimane tra Scozia e Inghilterra, i commenti di amici e parenti sono stati più o meno tutti gli stessi: «In Inghilterra si mangia male, farà freddo, piove sempre… mi raccomando, ricordatevi di prendere un tè alle cinque in punto». Forse sono stata fortunata, ma nelle due settimane trascorse in Gran Bretagna – era gennaio – ho mangiato davvero bene, ha piovuto solo due volte e non sono mai riuscita a trovare qualcuno che si fermasse solennemente alle cinque per il tè. Il freddo, quello sì, era vero. Questo articolo nasce anche per sfatare questi luoghi comuni che – dal mio punto di vista – sono quasi solo leggende. Sul cibo non partivo con grandi pregiudizi: mi piace assaggiare e cucinare cose nuove e, quando viaggio, torno sempre con mezza valigia piena di spezie e prodotti tipici (questa volta ho rischiato il sovrapprezzo in aeroporto… e forse anche il divorzio). È vero, però, che come tutte le semplificazioni anche questa contiene un fondo di verità. In Inghilterra – e in Scozia – si mangia in modo diverso da noi. I piatti sono più sostanziosi, a volte decisamente impegnativi. Ma anche sorprendentemente gustosi e molto più vari di quanto si immagini. Chi arriva pensando di sopravvivere solo a fish and chips scopre presto una tradizione fatta di colazioni monumentali, pie fumanti, salse dense e un’idea di comfort food che, nelle giornate più ventose, acquista tutto un altro significato.   Una colazione che vale il viaggio Se c’è un momento in cui la cucina britannica si prende la sua rivincita, è la mattina. E con una bella colazione – scozzese, in questo caso – abbiamo iniziato il nostro viaggio. L’English breakfast non è una semplice colazione: è una dichiarazione di intenti. Uova (e qui una postilla è d’obbligo. In Gran Bretagna le uova non sono un ingrediente, sono un’istituzione: strapazzate, in camicia, fritte, alla Benedict, su toast con avocado, dentro panini, sopra un hamburger o del salmone affumicato), bacon – quello vero – salsiccia, baked beans, funghi e pomodori grigliati, black pudding. Il tutto accompagnato da toast imburrato e tè (anche se, lo ammetto, io ho sempre scelto una bella tazza fumante di caffè). In Scozia si rilancia: alla versione classica si aggiunge spesso l’haggis, il piatto nazionale a base di interiora di pecora, avena e spezie. Sulla carta può spaventare – confesso di non aver letto cosa contenesse prima di assaggiarlo – ma anche nel pub più spartano di Glasgow era davvero ottimo. Sicuramente un piatto da provare. E in versione gourmet – polpettine fritte servite a cena – è stato persino sorprendente. È una colazione che può tranquillamente sostituire pranzo e cena. In due settimane ne ho forse abusato, ma resta il modo migliore per iniziare una lunga giornata tra musei, parchi e città tutte da scoprire.   Il regno delle pies Più che un viaggio nel Regno Unito, sono state due settimane nel Regno delle Pie. Non si tratta di una semplice torta salata, ma di un vero modo di essere… e di mangiare. Ne abbiamo provate di ogni tipo: carne, pesce, formaggio, perfino patate e tartufo. Ogni pub ha la sua e immagino valga lo stesso per ogni famiglia. La versatilità di questo piatto è incredibile: si può mangiare al volo per strada oppure diventa protagonista di una cena, accompagnata da purè e gravy. E vogliamo parlare della gravy? Ne ho provate di ogni tipo, tutte da leccarsi i baffi.   Il tè (ma non alle cinque) Durante una gita a Bath mi sono detta: questo è il posto perfetto per un tè vero, quello inglese, accompagnato da tartine e scones caldi con burro e marmellata. Usciti dalle terme dopo le 16, ero convinta fosse l’orario ideale. Spoiler: nessuno beve il tè alle cinque. In realtà quello che in Italia chiamiamo “tè delle cinque” nasce come spuntino tra i due pasti principali della giornata, per spezzare la lunga attesa tra la ricca colazione e la cena, che viene servita molto presto, dalle 17 in poi. Quel pomeriggio abbiamo optato per una birra al pub. Ma a Londra non ho resistito e, nel luogo più turistico dopo Harrods e il Big Ben, abbiamo preso un delizioso tè alla National Gallery. Questa volta alle 16 (nessun errore per fortuna).   Cinque piatti che mi sono rimasti nel cuore Di cibo ne abbiamo provato tantissimo e non basterebbero tre articoli per raccontarlo tutto. Ma prima di chiudere voglio citare cinque piatti che mi sono rimasti nel cuore. Il Sunday Roast, prima di tutto: carne – di ogni tipo – mash potatoes, Yorkshire pudding, carote arrosto (forse l’unica verdura mangiata in due settimane), il tutto accompagnato da una gravy perfetta. Un piatto che sa di casa. Il miglior filetto alla Wellington che abbia mai mangiato – cottura impeccabile, e vi assicuro che non è semplice (sulle cotture ho sempre qualcosa da ridire). Un numero imbarazzante di apple crumble, sempre servito con custard, una salsa simile alla nostra crema pasticcera, semplicemente irresistibile. Un pranzo di pesce sul mare: crudité incredibile (indimenticabile la selezione di pesci affumicati) e un pesce alla griglia cotto alla perfezione. E infine, anche se meriterebbe un capitolo a parte, la straordinaria varietà di cucina etnica, non solo a Londra ma anche in molte altre città. Insomma, di cose da mangiare in Gran Bretagna ce ne sono eccome. E – se posso darvi un consiglio – provatele. Quindi sì, in Gran Bretagna fa freddo. Ma no, non si mangia male.   6 marzo 2026

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Concerto di solidarietà Lucca per Gaza

Lo scorso 19 dicembre, al Teatro Giovanni XXIII di San Cassiano a Vico (Lucca), si è tenuta la seconda edizione del concerto di solidarietà Lucca per Gaza, organizzato dal Forum per la pace di Lucca Ripudiamo la guerra, con il sostegno delle associazioni Amani Nyayo, Gaza FuoriFuoco-Palestina, la Scuola per la Pace della Provincia di Lucca, Palestine Children’s Relief Fund Italia. Più di 200 spettatori hanno partecipato all’evento e molti che non hanno potuto essere presenti hanno comunque contribuito con le proprie donazioni. In totale sono stati raccolti più di 3500 euro destinati a supportare le attività del Palestine Children’s Relief Fund Italia (PCRF), la principale organizzazione umanitaria che fornisce cure mediche e aiuti umanitari ai bambini e alle bambine palestinesi. Sotto la conduzione esperta e sempre piacevole di Michela Panigada, hanno portato la loro testimonianza Abu Sittah Amhed, cittadino palestinese, con l’aiuto della traduttrice Fatena Ahmad della Comunità Palestinese Toscana; Giancarlo Albori, Presidente di Gaza FuoriFuoco Palestina e Presidente Provinciale dell’Anpi di Massa Carrara; Stefano Luisi, Presidente di PCRF Italia e cardiochirurgo infantile; e Andrea Carobbi, Vicepresidente di PCRF Italia e Direttore UO Ch. S Luca e Dipartimento Chirurgia Generale AUSL Toscana Nord Ovest.   E poi, naturalmente, c’è stata la musica. Numerosi artisti si sono alternati sul palco, ciascuno con il proprio stile e la propria sensibilità: Enzo Girolami con il suo progetto cantautorale Cantiamoci Chiaro, Andrea Del Testa e Igor Vazzaz (La Serpe d’Oro) con i canti della tradizione toscana; i Progetto in La Minore con i loro arrangiamenti di Fabrizio De André; Martino Biondi che ha proposto un suo inedito; Maria Elena Lippi che ha dedicato un brano di Violeta Parra alla scomparsa Elisa Frediani; Igor Santini con la sua conoscenza del cantautorato italiano, accompagnato a sorpresa da Marco Bachi della Bandabardò; i Contratto Sociale Gnu – Folk con il loro combat elettro folk rock; gli Onda Acustica con le sonorità del Sud Italia; i CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con il loro industrial post punk. Non sono mancati toccanti momenti teatrali, grazie a Igor Vazzaz e Marco Salotti, con interpretazione di brani e poesie. Fondamentale è stato il contributo dei tecnici del suono e delle luci, Roberto Micheletti e Claudio Di Paolo. La cifra artistica della serata è stata alta e condivisa, animata da un intento comune: mettere il proprio talento al servizio di una causa umanitaria. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, molti artisti in tutto il mondo stanno rispondendo alla violenza con gesti pacifici: come ricordato da Panigada, Brian Eno ed altri musicisti, tra cui Peter Gabriel, hanno realizzato una canzone, Lullaby, per raccogliere fondi che andranno a sostegno della campagna Together for Palestine dell’organizzazione benefica inglese Choose Love. Non molto tempo fa, a Firenze si è tenuto il concerto SOS Palestina, ideato da Piero Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere (ve ne avevamo parlato qui: SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra – La settima base). Ogni realtà, ogni persona è importante. Quando un’ingiustizia si consuma e c’è bisogno di restituire voce a chi non ce l’ha, la partecipazione di tutti diventa necessaria. La serata Lucca per Gaza ha dimostrato che la cultura, la musica e la presenza possono ancora essere strumenti concreti di solidarietà. 28/12/2025

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Mamma, ho perso il regalo!

Le 6 idee della Settima Base per regalare cultura anche a Natale Eccoci qui: è il fine settimana prima di Natale e, come ogni anno, ci ritroviamo all’ultimo momento a cercare qualcosa da mettere sotto l’albero. Un po’ come in Mamma, ho perso l’aereo, solo che qui l’urgenza non è prendere un volo ma trovare il regalo giusto. Senza troppo tempo per riflettere, la scelta rischia di ricadere sul solito regalo destinato a finire in soffitte, cantine o sugli scaffali più remoti di amici e parenti. Ma attenzione: quest’anno sarà diverso. Noi della Settima Base siamo qui per darvi una mano con cinque idee regalo pensate proprio per voi, i nostri lettori. E dato che di arte e cultura scriviamo (e viviamo), cosa potevamo scegliere secondo voi?!   Un libro (o più di uno) Uno dei regali più semplici e allo stesso tempo più personali. È un’idea per tutti i portafogli e si adatta a ogni tipo di lettore. Può essere uno solo (scelto con cura), oppure più di uno: una lettura che ci ha colpito durante l’anno, un romanzo da consigliare, una graphic novel o un libro fotografico da sfogliare senza fretta. Il nostro consiglio è di cercarlo nelle librerie di quartiere: entrare, chiedere, lasciarsi suggerire. Anche il gesto della scelta diventa parte del regalo, un segno di attenzione che va oltre l’oggetto.     Un biglietto a… Regalare un biglietto significa regalare un appuntamento. Che sia un posto in platea al San Carlo o un prato Gold a San Siro, un concerto heavy metal, una serata al cinema per il sequel del Diavolo veste Prada, uno spettacolo teatrale o un musical, poco importa. Sono tutte esperienze che iniziano prima dell’evento e continuano dopo, nei racconti e nei ricordi. Un biglietto è un regalo che non si consuma subito e che spesso resta impresso più a lungo di qualsiasi cosa materiale.     Una tessera museale o culturale La tessera annuale del FAI, una card museale regionale o cittadina sono un invito continuo alla scoperta. Permettono di entrare più volte, tornare su un’opera, esplorare luoghi magari già visti ma mai davvero osservati. È il regalo ideale per chi ama l’arte, ma anche per chi ha solo bisogno di una piccola spinta per cominciare.     Un cd o un vinile (meglio se in edizione speciale) In un’epoca dominata dallo streaming, regalare un cd o un vinile è un gesto che torna ad avere un valore particolare. Non è solo musica, ma un oggetto da tenere, aprire, ascoltare con attenzione. Se poi si vuole rendere il regalo davvero speciale, il consiglio è di cercare un’edizione limitata dell’album più amato dalla persona a cui è destinato il dono. Chi ama la musica lo sa: avere tra le mani il disco giusto, scelto con cura, significa sentirsi visti e capiti. E anche qui vale la regola d’oro: meglio ancora se acquistato in negozi di dischi indipendenti, dove spesso si trovano chicche introvabili e consigli preziosi.     Un buono viaggio per una città d’arte Non serve andare lontano: a volte basta un treno per una città italiana o un volo per una capitale europea ricca di musei, librerie e musica. Un buono viaggio lascia libertà, apre possibilità e accende l’immaginazione. È un regalo che promette scoperta, senza imporre tempi o itinerari rigidi.     Un’esperienza culturale da fare insieme Una visita guidata a un archivio o a una biblioteca storica, una proiezione speciale al cinema d’essai, un reading musicale, un festival, una rassegna culturale o anche un corso breve (di scrittura, fotografia, stampa, illustrazione). Sono esperienze che troppo spesso passano sottotraccia, ma che sono capaci di creare legami e storie condivise.   In fondo, gli oggetti prima o poi si consumano. Le esperienze restano. E il regalo più grande che possiamo fare a Natale è il nostro tempo: i momenti passati insieme, quelli che riempiono le giornate e non solo gli scaffali. E forse è proprio questo, più di ogni altra cosa, il pensiero che conta davvero.  

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Lucca Comics & Games 2025

Dove mangiare (bene) a Lucca Comics&Games

I consigli della Settima Base per vivere al meglio questa edizione anche a tavola   Ci siamo: oggi è iniziato Lucca Comics & Games 2025! Le strade brulicano di cosplay, zaini e sorrisi, i vicoli profumano di carta stampata e l’aria vibra di quella magia inconfondibile che solo questo evento sa creare. Per cinque giorni — dal 29 ottobre al 2 novembre — Lucca diventa un universo parallelo dove ogni angolo racconta una storia, tra mostre, concerti, anteprime e incontri con artisti e autori. L’edizione 2025 si preannuncia tra le più vivaci di sempre, e noi della Settima Base saremo come sempre tra i padiglioni per raccontarvela da vicino. E mentre ci immergiamo nel mondo dei fumetti, dei giochi e dell’immaginazione, c’è un aspetto che prendiamo molto sul serio: dove mangiare (bene) a Lucca durante i Comics. Perché, diciamolo, non di solo pane vive l’uomo… ma comunque di pane vive. E dopo ore di camminate, code e incontri, arriverà il momento di ricaricarsi.Alcuni di noi sono “local”, conoscono ogni trattoria, forno e bistrot nascosto tra le mura, e così abbiamo raccolto per voi cinque posti perfetti dove rifugiarsi tra un panel e l’altro. Colazione da Taddeucci Se vuoi iniziare la giornata come un vero lucchese, la tappa è obbligatoria. Da Taddeucci non si mangia solo il buccellato: troverai una grande varietà di brioche, dolci, focaccine e panini ripieni. Il nostro consiglio? Una pizzetta o una valdostana accompagnata da una spuma bionda ghiacciata e un caffè forte come si deve. È la colazione più lucchese che ci sia, perfetta per affrontare la maratona tra i padiglioni!   Focaccia al Forno Casali Non c’è merenda migliore della focaccia del Forno Casali, croccante fuori e soffice dentro. È una vera istituzione per chi vive o lavora tra le mura, e durante i Comics la fila fuori ne è la prova. Assolutamente da provare la focaccia di mais (magari con la mortadella) o la versione semplice da mangiare passeggiando tra i vicoli della città, altro che «Bada come la fuma!».   Pizza e cecina da Felice Da Felice è la più antica pizzeria di Lucca, e in città dire “Felice” è come dire pizza. Pochi fronzoli, tanto sapore e una tradizione che resiste al tempo: un must per un pranzo al volo (proprio al volo per i Comics non sarà, ma vale la pena attendere!) o per ricaricare le energie dopo una mattinata intensa. Qui la pizza si prende al banco e si mangia per strada, come da rito. Oltre al trancio, ricordatevi di ordinare la cecina (un’ottima alternativa vegana e senza lattosio), rigorosamente con sale e pepe, possibilmente dentro una focaccina fumante!   Gelato alla Veneta Nel pomeriggio, tra un padiglione e l’altro, serve una pausa dolce: la Gelateria Veneta è la risposta. Da provare assolutamente crema, lampone e stracciatella (i gusti della nostra infanzia). E se farà freddo, buttatevi sulle loro crêpes alla Nutella (o, per meglio dire, la Nutella alla crêpe). È il posto perfetto per tirare il fiato e godersi il gelato più buono della città!     Cena alla Trattoria da Gigi E per chiudere la giornata come si deve, niente batte una cena da Gigi, una delle trattorie simbolo della cucina lucchese. L’atmosfera è calda e autentica ma senza tempo, il servizio familiare e i piatti quelli della tradizione: tordelli di carne al ragù, rovellina alla lucchese e verdure fritte croccantissime. Un posto dove si finisce sempre con la pancia piena e il sorriso stampato (ma ricordatevi di prenotare un tavolo, è sempre pieno!).   Che tu venga per i fumetti, per i giochi o solo per respirare l’atmosfera, Lucca Comics & Games resterà un’esperienza che coinvolgerà tutti i sensi. Noi saremo lì, tra la folla, tra un disegno e una forchettata, perché a Lucca, la fantasia si vive anche a tavola.    

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Michele Rossi

Condotti da fragili desideri

Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, è un affascinante volume di Michele Rossi — direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze — che racconta la storia del celebre gruppo musicale partendo dall’analisi dei testi delle loro canzoni.   Il libro è stato presentato lo scorso 25 settembre a Lucca, nell’ambito del festival I Musei del sorriso, organizzato dal Sistema museale territoriale della Provincia di Lucca, in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’incontro è stato introdotto da Adriano Scarmozzino (direttore del festival) e ha vistoRossi dialogare con Gianmarco Caselli, musicista e direttore della nostra testata, due personalità accomunate dalla passione per la musica dei CCCP.     Rossi, già biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei CCCP, affronta nel volume il gruppo attraverso diciannove canzoni selezionate dal loro ampio repertorio, raccontandone la genesi e la storia, dalla mostra Felicitazioni a Reggio Emilia fino alla recente ripresa dei concerti a Bologna, intrecciando letteratura, musica e memoria personale.   In questa intervista, Michele Rossi racconta come è nato il progetto, il legame profondo tra i testi dei CCCP e la letteratura, e come la musica possa assumere oggi una funzione poetica fondamentale, continuando a parlare alle nuove generazioni.   Michele Rossi, in “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” racconta la storia del gruppo partendo dall’analisi dei testi. Può spiegare la logica con cui ha selezionato i brani e perché ha scelto di concentrarsi proprio su questi 19? Nel libro, edito nella bella collana “I Fenicotteri” di Baldini+Castoldi, ripercorro l’avventura artistica del gruppo post-punk raccontando la genesi, ovvero l’incontro accidentale, avvenuto nell’agosto del 1981, tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in una discoteca di Berlino, e concludo la storia, 43 anni dopo, nella stessa città tedesca dei nostri giorni, completamente trasformata. È infatti all’ombra del Muro, in un’area ferroviaria abbandonata dell’ex Germania est (la cosiddetta “Zona grezza”), ritagliata nell’ultimo rifugio alternativo (il quartiere Friedrichshain), che ho assistito a febbraio dell’anno scorso per due sere di fila ai concerti dei CCCP- Fedeli alla linea al Kulturhaus, annunciati come Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik. Ho scelto dal loro ampio repertorio (sono più di sessanta le canzoni dei CCCP incise su disco) solo diciannove testi, come se si trattasse di un concerto del gruppo. Queste e non altre perché sono le mie preferite al contempo le più letterarie; alcune perché necessitano di una spiegazione o ci sono dietro curiosi aneddoti. Bisogna riconoscerlo: sono stato un po’ profetico… Il volume si chiude con il commento del testo di Sexy Soviet, la stessa canzone con cui i CCCP hanno aperto, alcuni mesi dopo l’uscita del mio libro, le ultime sette date del luglio scorso del tour Ultima chiamata. Ci tengo molto a precisare una cosa: le canzoni dei CCCP sono state scritte da Giovanni, anche se spesse volte nascevano da un confronto continuo con Zamboni; alcuni testi furono scritti però da Zamboni, come ad esempio Noia, ripresi poi da Ferretti. Mia intenzione era mettere bene in evidenza anche il ruolo avuto dall’allora chitarrista nella composizione dei testi, perché il libro è dedicato a loro due.     C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpita durante questo lavoro e che l’ha “illuminata” nella comprensione del brano musicale corrispondente o del suo contesto creativo? I testi dei CCCP contengono reminiscenze della grande letteratura, soprattutto francese, e come tutte le reminiscenze sono inconsapevoli citazioni di pagine letterarie lette dagli autori. C’è, oltre che alla “storia dei loro sentimenti”, molta letteratura dentro alle canzoni. Alcuni testi contengono imitazioni che gli autori desiderano che sfuggano il più possibile al pubblico (ho sorpreso Ferretti, scoprendoli…); altri invece contengono allusioni, che producono l’effetto voluto solo negli ascoltatori che riescono a cogliere l’opera letteraria a cui fanno riferimento. A volte ci sono vere e proprie citazioni. È stata una sfida per me, che mi occupo di letteratura. Leggendo il libro capirete meglio…   Il titolo “Condotti da fragili desideri” suggerisce un equilibrio tra tensione ideale e vulnerabilità. In che misura questa fragilità è, secondo lei, la chiave per leggere la poetica dei CCCP e forse anche una parte della nostra storia culturale recente? Ritiene che possa esserci un collegamento tra il periodo storico in cui il gruppo si formò e il loro ritorno sulle scene? “Condotti da fragili desideri” è un verso tratto dalla canzone Trafitto, incisa nel loro primo album: 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Correva l’anno 1986. Forse però non tutti sanno che il testo di questa canzone non è stata scritto né da Ferretti né da Zamboni, ma dal cugino di quest’ultimo: Ludovico, che lo frequentavano in quel periodo. Allude al fragile equilibrio di una intera generazione, laddove si era dissolta la dimensione politica che aveva avuto in tanti giovani grande importanza e che per alcuni significò perdersi, per altri cercare altre strade per dare un senso alla loro vita.  Il mondo è completamente cambiato dagli anni Ottanta, forse più in peggio che in meglio. I CCCP hanno avuto però la capacità di entrare nei lati profondi della società contemporanea, che adesso sono alla luce del sole, senza nessuna vergogna. Il collegamento più manifesto tra i due periodi storici sta nelle inquietudini e nei disagi del vivere, che sono aumentati nello scenario potenzialmente apocalittico odierno.   I CCCP sono stati e sono ancora un vero e proprio fenomeno culturale. Guardando oggi al gruppo e alla loro eredità, cosa resta vivo del loro linguaggio, del loro modo di fondere politica, spiritualità e provocazione? Pensa che possano ancora parlare alle nuove generazioni? I CCCP sono stati l’ultima avanguardia italiana del Novecento, che ha saputo fare propria l’essenza del punk, che è – è vero – sfrontatezza, una manifestazione antagonistica nei confronti dei costumi dominanti e della tradizione, ma è soprattutto un’illuminazione, un invito alla riflessione. L’eredità che hanno lasciato i CCCP non è tanto la visione del no future

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30 anni di Sky Stone & Songs

Trent’anni di musica e un’intera città a festeggiarli   Una domenica che resterà nella memoria della città. Lo scorso 7 settembre dalle 13 alle 22, Lucca ha celebrato i trent’anni di Sky Stone & Songs, il negozio di dischi che ormai da tre decenni pulsa nel cuore del centro storico, trasformandosi per l’occasione in un vero e proprio palco urbano.   La vetrina del negozio si è trasformata in un piccolo palcoscenico, il marciapiede in platea: nove ore di musica senza sosta, un flusso ininterrotto che ha visto alternarsi nove tra band e musicisti tra i più rappresentativi della scena lucchese e provinciale. In ordine di apparizione: Devid Winter, Colectivo di Marco Panattoni, Solo1981, Luca Giovacchini, Moonari, C.R.P. Collettivo Rivoluzionario Protosonico, Staindubatta, Esterina e The Garden of Love.   Generi diversi, linguaggi differenti, dal cantautorato al post punk, passando per l’industrial e le sperimentazioni più ardite. Un mosaico sonoro che ha reso evidente la vitalità di un territorio e la sua gratitudine verso chi, per trent’anni, ha custodito e alimentato questa passione. Il pubblico ha risposto con entusiasmo: tantissime persone si sono accalcate in strada e hanno affollato il negozio, trasformando via Veneto in una festa collettiva. Non era solo il compleanno di un negozio di dischi: era il riconoscimento a un luogo che è diventato spazio culturale, punto di incontro, laboratorio creativo.   Il titolare René Bassani, visibilmente emozionato, lo ha raccontato così: «In questi 30 anni Sky Stone & Songs è stato (e ancora lo è), un piccolo territorio libero dove la musica incontra l’arte, la poesia, si mescola alla cultura e le storie di fanno suono. Dove succedono cose strane, dove si racconta la storia e le storie della musica che ci piace, dove si sono esposte poesie in barattoli di marmellata, viste performance tra gioco e arte contemporanea, dove si sono inventati dischi, fumetti, appesi quadri con lo scotch e perfino aperto una farmacia musicale e seppellito vinili». Un’energia che appare ancora più significativa se si pensa che, quando Sky Stone aprì, a Lucca c’erano sei negozi di dischi; oggi è rimasto solo lui, unico superstite nella città che ha dato i natali a Boccherini, Puccini e Giani Luporini.   La maratona musicale di domenica è stata dunque molto più di una festa: è stata una dichiarazione d’amore alla musica, alla città e a uno spazio che, controcorrente, continua a essere presidio culturale. Un compleanno che suona come una promessa: la storia di Sky Stone non si ferma qui.  

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L’isola dei femminielli

L’isola dei femminielli

Intervista ad Aldo Simeone sul suo romanzo L’isola dei femminielli    Negli anni bui del regime fascista, su un’isola dell’Adriatico, prese forma una delle prime comunità omosessuali della storia italiana. Una vicenda dimenticata, rimossa dai manuali e dalla memoria collettiva, torna alla luce grazie al romanzo L’isola dei femminielli di Aldo Simeone (Fazi Editore, 2024). Settembre 1939. Aldo, ventenne fiorentino, giunge a San Domino, l’isola delle Tremiti scelta dal regime fascista come confino per chi era accusato di omosessualità. I cosiddetti “femminielli” alloggiano in due baracche fatiscenti, con un secchio a fare da gabinetto e un camino mal funzionante per le notti più fredde. Sono perlopiù siciliani, perché arrestati per un omicidio avvenuto anni prima a Catania e tuttora impunito, che continua a perseguitarli. Nonostante le intenzioni del regime, dalla segregazione nascerà una comunità di uomini paradossalmente liberi e solidali. Un libro coraggioso che narra un pezzo dimenticato della storia italiana attraverso singole esperienze di discriminazione e resistenza. Un racconto sui rapporti umani e sul confine, spesso sottile, che separa prigionia e libertà. In questa intervista, l’autore ci accompagna dietro le quinte della sua opera: dalla scoperta dell’episodio storico, al lavoro di ricerca, fino al senso – oggi più che mai attuale – di dare voce agli invisibili.   «L’isola dei femminielli racconta un episodio storico poco noto: il confino dei cosiddetti “femminielli” sull’isola di San Domino durante il regime fascista. Come hai scoperto questa vicenda e cosa ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?» Mi occupo di storia in una casa editrice scolastica. Sotto gli occhi mi sono passati molti manuali. Eppure, nessuno ha mai ricordato la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo, né tantomeno ha accennato all’esistenza di un’unica isola di confino per “pederasti” (come erano chiamati all’epoca). Sono incappato in questa per caso: leggendo un articolo su Focus Storia (era il 2016) che recensiva un saggio di Goretti e Giartosio di dieci anni prima: La città e l’isola (Donzelli). Ne rimasi colpito. Credo che le parole giuste siano: sorpreso e incuriosito. Sorpreso perché nessuno ne aveva mai parlato prima; incuriosito perché gli studi condotti fino ad allora si spingevano a ricostruire molti dettagli, ma era assai di più quanto restava sepolto: cosa successe sull’isola, nei dieci mesi che durò l’esperienza di quella prima comunità omosessuale della storia? Quali vicende umane e personali? Fui folgorato, in particolare, da una testimonianza diretta (una delle pochissime) concessa a Goretti e Giartosio da un reduce oltre sessant’anni dopo i fatti: «In fondo, si stava meglio là che qua». Un’affermazione che spiazza, che lascia intendere un capovolgimento di situazione avvenuto a dispetto delle intenzioni del regime: dalla segregazione alla “libertà”. Ma quale libertà? A che costo?   «Chi sono i “femminielli”? E come hai lavorato alla costruzione dei personaggi e delle loro voci?» Questa è la vera domanda che mi sono posto e che ciascun lettore e lettrice dovrebbe porsi. Se lo chiese persino il regime fascista. Forse per la prima volta con approccio pseudo-scientifico: chi sono gli omosessuali? Da cosa dipende la loro “natura” (all’epoca si diceva “devianza”)? Ovviamente, la risposta fu pregiudiziale, e difatti furono usati termini collettivi, sprezzanti, impropri per ghettizzarli: per esempio “pederasti” anziché “omosessuali”, con evidente uso strumentale dell’etimologia: dal greco pâis, “fanciullo” ed erastés, “amatore”, dunque “pedofilo”. All’epoca si oscillò tra due ipotesi: che l’”inversione” (altro termine caro al regime) fosse una malattia, letteralmente un virus; che fosse un vizio, un’aberrazione dei costumi. Dunque, in entrambi i casi il rimedio consisteva nell’isolare i “colpevoli” per evitare il “contagio”. Ecco spiegato l’assurdo di San Domino: un’isola di soli confinati gay. Tutto questo è aberrante, ma forse lo è ancora di più il silenzio intorno alla vicenda e all’esistenza stessa di casi di omosessualità in Italia. Il codice Rocco, il codice penale fascista, non faceva della pederastia un crimine, e non certo per liberalismo: perché non si doveva neppure pensare che il “sangue latino” fosse infettato da questo morbo. «Gli italiani sono tutti maschi» – si diceva. E questa congiura del silenzio è durata anche oltre la caduta del fascismo. Per decenni, o se ne è taciuto, o se n’è fatta materia di comicità, o se n’è parlato in termini di categoria discriminatoria, d’iperonimo onnicomprensivo. Ebbene, il tentativo di questo romanzo è di rompere sia il silenzio sia la stereotipizzazione: fare emergere dalla massa indistinta la comunità, e dalla comunità gli individui. Tutti i personaggi sono reali. Io ho potuto leggere le loro parole, ho addirittura visto i loro volti (grazie al reportage fotografico di Luana Rigolli, L’isola degli arrusi). Anche i soprannomi con cui li chiamo sono quelli che loro stessi hanno scelto per sé, e sono significativi.    «Che tipo di ricerca – storica, antropologica, culturale – ha accompagnato la scrittura del romanzo?» Onore al merito di chi l’ha compiuta: non io, ma alcuni valenti studiosi che ringrazio nella postfazione del libro. Altri se ne stanno aggiungendo, per fortuna (benché ancora troppo pochi). Io ho letto questi saggi, alcune testimonianze (come lo splendido memoriale di Mario Magri, Una vita per la libertà), i documenti recuperati dall’Archivio di Stato da Luana Rigolli, ho visto le sue fotografie, ho compulsato dizionari e lessicografie in siciliano, toscano, napoletano, persino in friulano, ripescato articoli su giornali d’epoca (si parlava del confino come di “villeggiatura”!) e poi ho soprattutto immaginato. Per riempire i vuoti, per trascendere dal dato documentale a quello umano. Per passare dalla Storia alla storia, alle storie. Davanti a me avevo un file simile alla lavagna investigativa dei film gialli: fotografie, schede segnaletiche, oggetti, dettagli di ogni tipo. Persino gli oroscopi, i temi natale di ciascun personaggio! Per lungo tempo mi sono obbligato a non violare alcun dato di realtà, rispettare ogni dettaglio, anche meteorologico e logistico. A posteriori, posso dire di essermi legato le mani da solo e avere forse concesso troppo poco alla “narrazione”, al romanzesco; ma ho anche la coscienza pulita. Mi conforto nella presunzione di avere fatto una piccola operazione di giustizia.    «Il libro affronta con grande delicatezza temi legati all’identità

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