Chiara Grace Di Vito

Classe 1993. All’anagrafe Chiara, si firma con il nome di battesimo Chiara Grace in onore della nonna paterna, con la quale condivide la passione per l’opera. Lucchese di nascita, milanese di adozione nel 2012 si trasferisce a Milano per studiare “Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo” in Cattolica. Attualmente lavora come ufficio stampa freelance in ambito culturale. Nel tempo libero cucina per amici e parenti, un posto a tavola non manca mai per nessuno!

Concerto di solidarietà Lucca per Gaza

di Chiara Grace Di Vito   Lo scorso 19 dicembre, al Teatro Giovanni XXIII di San Cassiano a Vico (Lucca), si è tenuta la seconda edizione del concerto di solidarietà Lucca per Gaza, organizzato dal Forum per la pace di Lucca Ripudiamo la guerra, con il sostegno delle associazioni Amani Nyayo, Gaza FuoriFuoco-Palestina, la Scuola per la Pace della Provincia di Lucca, Palestine Children’s Relief Fund Italia. Più di 200 spettatori hanno partecipato all’evento e molti che non hanno potuto essere presenti hanno comunque contribuito con le proprie donazioni. In totale sono stati raccolti più di 3500 euro destinati a supportare le attività del Palestine Children’s Relief Fund Italia (PCRF), la principale organizzazione umanitaria che fornisce cure mediche e aiuti umanitari ai bambini e alle bambine palestinesi. Sotto la conduzione esperta e sempre piacevole di Michela Panigada, hanno portato la loro testimonianza Abu Sittah Amhed, cittadino palestinese, con l’aiuto della traduttrice Fatena Ahmad della Comunità Palestinese Toscana; Giancarlo Albori, Presidente di Gaza FuoriFuoco Palestina e Presidente Provinciale dell’Anpi di Massa Carrara; Stefano Luisi, Presidente di PCRF Italia e cardiochirurgo infantile; e Andrea Carobbi, Vicepresidente di PCRF Italia e Direttore UO Ch. S Luca e Dipartimento Chirurgia Generale AUSL Toscana Nord Ovest.   E poi, naturalmente, c’è stata la musica. Numerosi artisti si sono alternati sul palco, ciascuno con il proprio stile e la propria sensibilità: Enzo Girolami con il suo progetto cantautorale Cantiamoci Chiaro, Andrea Del Testa e Igor Vazzaz (La Serpe d’Oro) con i canti della tradizione toscana; i Progetto in La Minore con i loro arrangiamenti di Fabrizio De André; Martino Biondi che ha proposto un suo inedito; Maria Elena Lippi che ha dedicato un brano di Violeta Parra alla scomparsa Elisa Frediani; Igor Santini con la sua conoscenza del cantautorato italiano, accompagnato a sorpresa da Marco Bachi della Bandabardò; i Contratto Sociale Gnu – Folk con il loro combat elettro folk rock; gli Onda Acustica con le sonorità del Sud Italia; i CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con il loro industrial post punk. Non sono mancati toccanti momenti teatrali, grazie a Igor Vazzaz e Marco Salotti, con interpretazione di brani e poesie. Fondamentale è stato il contributo dei tecnici del suono e delle luci, Roberto Micheletti e Claudio Di Paolo. La cifra artistica della serata è stata alta e condivisa, animata da un intento comune: mettere il proprio talento al servizio di una causa umanitaria. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, molti artisti in tutto il mondo stanno rispondendo alla violenza con gesti pacifici: come ricordato da Panigada, Brian Eno ed altri musicisti, tra cui Peter Gabriel, hanno realizzato una canzone, Lullaby, per raccogliere fondi che andranno a sostegno della campagna Together for Palestine dell’organizzazione benefica inglese Choose Love. Non molto tempo fa, a Firenze si è tenuto il concerto SOS Palestina, ideato da Piero Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere (ve ne avevamo parlato qui: SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra – La settima base). Ogni realtà, ogni persona è importante. Quando un’ingiustizia si consuma e c’è bisogno di restituire voce a chi non ce l’ha, la partecipazione di tutti diventa necessaria. La serata Lucca per Gaza ha dimostrato che la cultura, la musica e la presenza possono ancora essere strumenti concreti di solidarietà. 28/12/2025

Mamma, ho perso il regalo!

Le 6 idee della Settima Base per regalare cultura anche a Natale di Chiara Di Vito   Eccoci qui: è il fine settimana prima di Natale e, come ogni anno, ci ritroviamo all’ultimo momento a cercare qualcosa da mettere sotto l’albero. Un po’ come in Mamma, ho perso l’aereo, solo che qui l’urgenza non è prendere un volo ma trovare il regalo giusto. Senza troppo tempo per riflettere, la scelta rischia di ricadere sul solito regalo destinato a finire in soffitte, cantine o sugli scaffali più remoti di amici e parenti. Ma attenzione: quest’anno sarà diverso. Noi della Settima Base siamo qui per darvi una mano con cinque idee regalo pensate proprio per voi, i nostri lettori. E dato che di arte e cultura scriviamo (e viviamo), cosa potevamo scegliere secondo voi?!   Un libro (o più di uno) Uno dei regali più semplici e allo stesso tempo più personali. È un’idea per tutti i portafogli e si adatta a ogni tipo di lettore. Può essere uno solo (scelto con cura), oppure più di uno: una lettura che ci ha colpito durante l’anno, un romanzo da consigliare, una graphic novel o un libro fotografico da sfogliare senza fretta. Il nostro consiglio è di cercarlo nelle librerie di quartiere: entrare, chiedere, lasciarsi suggerire. Anche il gesto della scelta diventa parte del regalo, un segno di attenzione che va oltre l’oggetto.     Un biglietto a… Regalare un biglietto significa regalare un appuntamento. Che sia un posto in platea al San Carlo o un prato Gold a San Siro, un concerto heavy metal, una serata al cinema per il sequel del Diavolo veste Prada, uno spettacolo teatrale o un musical, poco importa. Sono tutte esperienze che iniziano prima dell’evento e continuano dopo, nei racconti e nei ricordi. Un biglietto è un regalo che non si consuma subito e che spesso resta impresso più a lungo di qualsiasi cosa materiale.     Una tessera museale o culturale La tessera annuale del FAI, una card museale regionale o cittadina sono un invito continuo alla scoperta. Permettono di entrare più volte, tornare su un’opera, esplorare luoghi magari già visti ma mai davvero osservati. È il regalo ideale per chi ama l’arte, ma anche per chi ha solo bisogno di una piccola spinta per cominciare.     Un cd o un vinile (meglio se in edizione speciale) In un’epoca dominata dallo streaming, regalare un cd o un vinile è un gesto che torna ad avere un valore particolare. Non è solo musica, ma un oggetto da tenere, aprire, ascoltare con attenzione. Se poi si vuole rendere il regalo davvero speciale, il consiglio è di cercare un’edizione limitata dell’album più amato dalla persona a cui è destinato il dono. Chi ama la musica lo sa: avere tra le mani il disco giusto, scelto con cura, significa sentirsi visti e capiti. E anche qui vale la regola d’oro: meglio ancora se acquistato in negozi di dischi indipendenti, dove spesso si trovano chicche introvabili e consigli preziosi.     Un buono viaggio per una città d’arte Non serve andare lontano: a volte basta un treno per una città italiana o un volo per una capitale europea ricca di musei, librerie e musica. Un buono viaggio lascia libertà, apre possibilità e accende l’immaginazione. È un regalo che promette scoperta, senza imporre tempi o itinerari rigidi.     Un’esperienza culturale da fare insieme Una visita guidata a un archivio o a una biblioteca storica, una proiezione speciale al cinema d’essai, un reading musicale, un festival, una rassegna culturale o anche un corso breve (di scrittura, fotografia, stampa, illustrazione). Sono esperienze che troppo spesso passano sottotraccia, ma che sono capaci di creare legami e storie condivise.   In fondo, gli oggetti prima o poi si consumano. Le esperienze restano. E il regalo più grande che possiamo fare a Natale è il nostro tempo: i momenti passati insieme, quelli che riempiono le giornate e non solo gli scaffali. E forse è proprio questo, più di ogni altra cosa, il pensiero che conta davvero.  

Lucca Comics & Games 2025

Dove mangiare (bene) a Lucca Comics&Games

I consigli della Settima Base per vivere al meglio questa edizione anche a tavola   Ci siamo: oggi è iniziato Lucca Comics & Games 2025! Le strade brulicano di cosplay, zaini e sorrisi, i vicoli profumano di carta stampata e l’aria vibra di quella magia inconfondibile che solo questo evento sa creare. Per cinque giorni — dal 29 ottobre al 2 novembre — Lucca diventa un universo parallelo dove ogni angolo racconta una storia, tra mostre, concerti, anteprime e incontri con artisti e autori. L’edizione 2025 si preannuncia tra le più vivaci di sempre, e noi della Settima Base saremo come sempre tra i padiglioni per raccontarvela da vicino. E mentre ci immergiamo nel mondo dei fumetti, dei giochi e dell’immaginazione, c’è un aspetto che prendiamo molto sul serio: dove mangiare (bene) a Lucca durante i Comics. Perché, diciamolo, non di solo pane vive l’uomo… ma comunque di pane vive. E dopo ore di camminate, code e incontri, arriverà il momento di ricaricarsi.Alcuni di noi sono “local”, conoscono ogni trattoria, forno e bistrot nascosto tra le mura, e così abbiamo raccolto per voi cinque posti perfetti dove rifugiarsi tra un panel e l’altro. Colazione da Taddeucci Se vuoi iniziare la giornata come un vero lucchese, la tappa è obbligatoria. Da Taddeucci non si mangia solo il buccellato: troverai una grande varietà di brioche, dolci, focaccine e panini ripieni. Il nostro consiglio? Una pizzetta o una valdostana accompagnata da una spuma bionda ghiacciata e un caffè forte come si deve. È la colazione più lucchese che ci sia, perfetta per affrontare la maratona tra i padiglioni!   Focaccia al Forno Casali Non c’è merenda migliore della focaccia del Forno Casali, croccante fuori e soffice dentro. È una vera istituzione per chi vive o lavora tra le mura, e durante i Comics la fila fuori ne è la prova. Assolutamente da provare la focaccia di mais (magari con la mortadella) o la versione semplice da mangiare passeggiando tra i vicoli della città, altro che «Bada come la fuma!».   Pizza e cecina da Felice Da Felice è la più antica pizzeria di Lucca, e in città dire “Felice” è come dire pizza. Pochi fronzoli, tanto sapore e una tradizione che resiste al tempo: un must per un pranzo al volo (proprio al volo per i Comics non sarà, ma vale la pena attendere!) o per ricaricare le energie dopo una mattinata intensa. Qui la pizza si prende al banco e si mangia per strada, come da rito. Oltre al trancio, ricordatevi di ordinare la cecina (un’ottima alternativa vegana e senza lattosio), rigorosamente con sale e pepe, possibilmente dentro una focaccina fumante!   Gelato alla Veneta Nel pomeriggio, tra un padiglione e l’altro, serve una pausa dolce: la Gelateria Veneta è la risposta. Da provare assolutamente crema, lampone e stracciatella (i gusti della nostra infanzia). E se farà freddo, buttatevi sulle loro crêpes alla Nutella (o, per meglio dire, la Nutella alla crêpe). È il posto perfetto per tirare il fiato e godersi il gelato più buono della città!     Cena alla Trattoria da Gigi E per chiudere la giornata come si deve, niente batte una cena da Gigi, una delle trattorie simbolo della cucina lucchese. L’atmosfera è calda e autentica ma senza tempo, il servizio familiare e i piatti quelli della tradizione: tordelli di carne al ragù, rovellina alla lucchese e verdure fritte croccantissime. Un posto dove si finisce sempre con la pancia piena e il sorriso stampato (ma ricordatevi di prenotare un tavolo, è sempre pieno!).   Che tu venga per i fumetti, per i giochi o solo per respirare l’atmosfera, Lucca Comics & Games resterà un’esperienza che coinvolgerà tutti i sensi. Noi saremo lì, tra la folla, tra un disegno e una forchettata, perché a Lucca, la fantasia si vive anche a tavola.    

Michele Rossi

Condotti da fragili desideri

Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, è un affascinante volume di Michele Rossi — direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze — che racconta la storia del celebre gruppo musicale partendo dall’analisi dei testi delle loro canzoni.   Il libro è stato presentato lo scorso 25 settembre a Lucca, nell’ambito del festival I Musei del sorriso, organizzato dal Sistema museale territoriale della Provincia di Lucca, in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’incontro è stato introdotto da Adriano Scarmozzino (direttore del festival) e ha vistoRossi dialogare con Gianmarco Caselli, musicista e direttore della nostra testata, due personalità accomunate dalla passione per la musica dei CCCP.     Rossi, già biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei CCCP, affronta nel volume il gruppo attraverso diciannove canzoni selezionate dal loro ampio repertorio, raccontandone la genesi e la storia, dalla mostra Felicitazioni a Reggio Emilia fino alla recente ripresa dei concerti a Bologna, intrecciando letteratura, musica e memoria personale.   In questa intervista, Michele Rossi racconta come è nato il progetto, il legame profondo tra i testi dei CCCP e la letteratura, e come la musica possa assumere oggi una funzione poetica fondamentale, continuando a parlare alle nuove generazioni.   Michele Rossi, in “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” racconta la storia del gruppo partendo dall’analisi dei testi. Può spiegare la logica con cui ha selezionato i brani e perché ha scelto di concentrarsi proprio su questi 19? Nel libro, edito nella bella collana “I Fenicotteri” di Baldini+Castoldi, ripercorro l’avventura artistica del gruppo post-punk raccontando la genesi, ovvero l’incontro accidentale, avvenuto nell’agosto del 1981, tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in una discoteca di Berlino, e concludo la storia, 43 anni dopo, nella stessa città tedesca dei nostri giorni, completamente trasformata. È infatti all’ombra del Muro, in un’area ferroviaria abbandonata dell’ex Germania est (la cosiddetta “Zona grezza”), ritagliata nell’ultimo rifugio alternativo (il quartiere Friedrichshain), che ho assistito a febbraio dell’anno scorso per due sere di fila ai concerti dei CCCP- Fedeli alla linea al Kulturhaus, annunciati come Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik. Ho scelto dal loro ampio repertorio (sono più di sessanta le canzoni dei CCCP incise su disco) solo diciannove testi, come se si trattasse di un concerto del gruppo. Queste e non altre perché sono le mie preferite al contempo le più letterarie; alcune perché necessitano di una spiegazione o ci sono dietro curiosi aneddoti. Bisogna riconoscerlo: sono stato un po’ profetico… Il volume si chiude con il commento del testo di Sexy Soviet, la stessa canzone con cui i CCCP hanno aperto, alcuni mesi dopo l’uscita del mio libro, le ultime sette date del luglio scorso del tour Ultima chiamata. Ci tengo molto a precisare una cosa: le canzoni dei CCCP sono state scritte da Giovanni, anche se spesse volte nascevano da un confronto continuo con Zamboni; alcuni testi furono scritti però da Zamboni, come ad esempio Noia, ripresi poi da Ferretti. Mia intenzione era mettere bene in evidenza anche il ruolo avuto dall’allora chitarrista nella composizione dei testi, perché il libro è dedicato a loro due.     C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpita durante questo lavoro e che l’ha “illuminata” nella comprensione del brano musicale corrispondente o del suo contesto creativo? I testi dei CCCP contengono reminiscenze della grande letteratura, soprattutto francese, e come tutte le reminiscenze sono inconsapevoli citazioni di pagine letterarie lette dagli autori. C’è, oltre che alla “storia dei loro sentimenti”, molta letteratura dentro alle canzoni. Alcuni testi contengono imitazioni che gli autori desiderano che sfuggano il più possibile al pubblico (ho sorpreso Ferretti, scoprendoli…); altri invece contengono allusioni, che producono l’effetto voluto solo negli ascoltatori che riescono a cogliere l’opera letteraria a cui fanno riferimento. A volte ci sono vere e proprie citazioni. È stata una sfida per me, che mi occupo di letteratura. Leggendo il libro capirete meglio…   Il titolo “Condotti da fragili desideri” suggerisce un equilibrio tra tensione ideale e vulnerabilità. In che misura questa fragilità è, secondo lei, la chiave per leggere la poetica dei CCCP e forse anche una parte della nostra storia culturale recente? Ritiene che possa esserci un collegamento tra il periodo storico in cui il gruppo si formò e il loro ritorno sulle scene? “Condotti da fragili desideri” è un verso tratto dalla canzone Trafitto, incisa nel loro primo album: 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Correva l’anno 1986. Forse però non tutti sanno che il testo di questa canzone non è stata scritto né da Ferretti né da Zamboni, ma dal cugino di quest’ultimo: Ludovico, che lo frequentavano in quel periodo. Allude al fragile equilibrio di una intera generazione, laddove si era dissolta la dimensione politica che aveva avuto in tanti giovani grande importanza e che per alcuni significò perdersi, per altri cercare altre strade per dare un senso alla loro vita.  Il mondo è completamente cambiato dagli anni Ottanta, forse più in peggio che in meglio. I CCCP hanno avuto però la capacità di entrare nei lati profondi della società contemporanea, che adesso sono alla luce del sole, senza nessuna vergogna. Il collegamento più manifesto tra i due periodi storici sta nelle inquietudini e nei disagi del vivere, che sono aumentati nello scenario potenzialmente apocalittico odierno.   I CCCP sono stati e sono ancora un vero e proprio fenomeno culturale. Guardando oggi al gruppo e alla loro eredità, cosa resta vivo del loro linguaggio, del loro modo di fondere politica, spiritualità e provocazione? Pensa che possano ancora parlare alle nuove generazioni? I CCCP sono stati l’ultima avanguardia italiana del Novecento, che ha saputo fare propria l’essenza del punk, che è – è vero – sfrontatezza, una manifestazione antagonistica nei confronti dei costumi dominanti e della tradizione, ma è soprattutto un’illuminazione, un invito alla riflessione. L’eredità che hanno lasciato i CCCP non è tanto la visione del no future

30 anni di Sky Stone & Songs

Trent’anni di musica e un’intera città a festeggiarli di Chiara Di Vito   Una domenica che resterà nella memoria della città. Lo scorso 7 settembre dalle 13 alle 22, Lucca ha celebrato i trent’anni di Sky Stone & Songs, il negozio di dischi che ormai da tre decenni pulsa nel cuore del centro storico, trasformandosi per l’occasione in un vero e proprio palco urbano.   La vetrina del negozio si è trasformata in un piccolo palcoscenico, il marciapiede in platea: nove ore di musica senza sosta, un flusso ininterrotto che ha visto alternarsi nove tra band e musicisti tra i più rappresentativi della scena lucchese e provinciale. In ordine di apparizione: Devid Winter, Colectivo di Marco Panattoni, Solo1981, Luca Giovacchini, Moonari, C.R.P. Collettivo Rivoluzionario Protosonico, Staindubatta, Esterina e The Garden of Love.   Generi diversi, linguaggi differenti, dal cantautorato al post punk, passando per l’industrial e le sperimentazioni più ardite. Un mosaico sonoro che ha reso evidente la vitalità di un territorio e la sua gratitudine verso chi, per trent’anni, ha custodito e alimentato questa passione. Il pubblico ha risposto con entusiasmo: tantissime persone si sono accalcate in strada e hanno affollato il negozio, trasformando via Veneto in una festa collettiva. Non era solo il compleanno di un negozio di dischi: era il riconoscimento a un luogo che è diventato spazio culturale, punto di incontro, laboratorio creativo.   Il titolare René Bassani, visibilmente emozionato, lo ha raccontato così: «In questi 30 anni Sky Stone & Songs è stato (e ancora lo è), un piccolo territorio libero dove la musica incontra l’arte, la poesia, si mescola alla cultura e le storie di fanno suono. Dove succedono cose strane, dove si racconta la storia e le storie della musica che ci piace, dove si sono esposte poesie in barattoli di marmellata, viste performance tra gioco e arte contemporanea, dove si sono inventati dischi, fumetti, appesi quadri con lo scotch e perfino aperto una farmacia musicale e seppellito vinili». Un’energia che appare ancora più significativa se si pensa che, quando Sky Stone aprì, a Lucca c’erano sei negozi di dischi; oggi è rimasto solo lui, unico superstite nella città che ha dato i natali a Boccherini, Puccini e Giani Luporini.   La maratona musicale di domenica è stata dunque molto più di una festa: è stata una dichiarazione d’amore alla musica, alla città e a uno spazio che, controcorrente, continua a essere presidio culturale. Un compleanno che suona come una promessa: la storia di Sky Stone non si ferma qui.  

L’isola dei femminielli

L’isola dei femminielli

Intervista ad Aldo Simeone sul suo romanzo L’isola dei femminielli  di Chiara Di Vito   Negli anni bui del regime fascista, su un’isola dell’Adriatico, prese forma una delle prime comunità omosessuali della storia italiana. Una vicenda dimenticata, rimossa dai manuali e dalla memoria collettiva, torna alla luce grazie al romanzo L’isola dei femminielli di Aldo Simeone (Fazi Editore, 2024). Settembre 1939. Aldo, ventenne fiorentino, giunge a San Domino, l’isola delle Tremiti scelta dal regime fascista come confino per chi era accusato di omosessualità. I cosiddetti “femminielli” alloggiano in due baracche fatiscenti, con un secchio a fare da gabinetto e un camino mal funzionante per le notti più fredde. Sono perlopiù siciliani, perché arrestati per un omicidio avvenuto anni prima a Catania e tuttora impunito, che continua a perseguitarli. Nonostante le intenzioni del regime, dalla segregazione nascerà una comunità di uomini paradossalmente liberi e solidali. Un libro coraggioso che narra un pezzo dimenticato della storia italiana attraverso singole esperienze di discriminazione e resistenza. Un racconto sui rapporti umani e sul confine, spesso sottile, che separa prigionia e libertà. In questa intervista, l’autore ci accompagna dietro le quinte della sua opera: dalla scoperta dell’episodio storico, al lavoro di ricerca, fino al senso – oggi più che mai attuale – di dare voce agli invisibili.   «L’isola dei femminielli racconta un episodio storico poco noto: il confino dei cosiddetti “femminielli” sull’isola di San Domino durante il regime fascista. Come hai scoperto questa vicenda e cosa ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?» Mi occupo di storia in una casa editrice scolastica. Sotto gli occhi mi sono passati molti manuali. Eppure, nessuno ha mai ricordato la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo, né tantomeno ha accennato all’esistenza di un’unica isola di confino per “pederasti” (come erano chiamati all’epoca). Sono incappato in questa per caso: leggendo un articolo su Focus Storia (era il 2016) che recensiva un saggio di Goretti e Giartosio di dieci anni prima: La città e l’isola (Donzelli). Ne rimasi colpito. Credo che le parole giuste siano: sorpreso e incuriosito. Sorpreso perché nessuno ne aveva mai parlato prima; incuriosito perché gli studi condotti fino ad allora si spingevano a ricostruire molti dettagli, ma era assai di più quanto restava sepolto: cosa successe sull’isola, nei dieci mesi che durò l’esperienza di quella prima comunità omosessuale della storia? Quali vicende umane e personali? Fui folgorato, in particolare, da una testimonianza diretta (una delle pochissime) concessa a Goretti e Giartosio da un reduce oltre sessant’anni dopo i fatti: «In fondo, si stava meglio là che qua». Un’affermazione che spiazza, che lascia intendere un capovolgimento di situazione avvenuto a dispetto delle intenzioni del regime: dalla segregazione alla “libertà”. Ma quale libertà? A che costo?   «Chi sono i “femminielli”? E come hai lavorato alla costruzione dei personaggi e delle loro voci?» Questa è la vera domanda che mi sono posto e che ciascun lettore e lettrice dovrebbe porsi. Se lo chiese persino il regime fascista. Forse per la prima volta con approccio pseudo-scientifico: chi sono gli omosessuali? Da cosa dipende la loro “natura” (all’epoca si diceva “devianza”)? Ovviamente, la risposta fu pregiudiziale, e difatti furono usati termini collettivi, sprezzanti, impropri per ghettizzarli: per esempio “pederasti” anziché “omosessuali”, con evidente uso strumentale dell’etimologia: dal greco pâis, “fanciullo” ed erastés, “amatore”, dunque “pedofilo”. All’epoca si oscillò tra due ipotesi: che l’”inversione” (altro termine caro al regime) fosse una malattia, letteralmente un virus; che fosse un vizio, un’aberrazione dei costumi. Dunque, in entrambi i casi il rimedio consisteva nell’isolare i “colpevoli” per evitare il “contagio”. Ecco spiegato l’assurdo di San Domino: un’isola di soli confinati gay. Tutto questo è aberrante, ma forse lo è ancora di più il silenzio intorno alla vicenda e all’esistenza stessa di casi di omosessualità in Italia. Il codice Rocco, il codice penale fascista, non faceva della pederastia un crimine, e non certo per liberalismo: perché non si doveva neppure pensare che il “sangue latino” fosse infettato da questo morbo. «Gli italiani sono tutti maschi» – si diceva. E questa congiura del silenzio è durata anche oltre la caduta del fascismo. Per decenni, o se ne è taciuto, o se n’è fatta materia di comicità, o se n’è parlato in termini di categoria discriminatoria, d’iperonimo onnicomprensivo. Ebbene, il tentativo di questo romanzo è di rompere sia il silenzio sia la stereotipizzazione: fare emergere dalla massa indistinta la comunità, e dalla comunità gli individui. Tutti i personaggi sono reali. Io ho potuto leggere le loro parole, ho addirittura visto i loro volti (grazie al reportage fotografico di Luana Rigolli, L’isola degli arrusi). Anche i soprannomi con cui li chiamo sono quelli che loro stessi hanno scelto per sé, e sono significativi.    «Che tipo di ricerca – storica, antropologica, culturale – ha accompagnato la scrittura del romanzo?» Onore al merito di chi l’ha compiuta: non io, ma alcuni valenti studiosi che ringrazio nella postfazione del libro. Altri se ne stanno aggiungendo, per fortuna (benché ancora troppo pochi). Io ho letto questi saggi, alcune testimonianze (come lo splendido memoriale di Mario Magri, Una vita per la libertà), i documenti recuperati dall’Archivio di Stato da Luana Rigolli, ho visto le sue fotografie, ho compulsato dizionari e lessicografie in siciliano, toscano, napoletano, persino in friulano, ripescato articoli su giornali d’epoca (si parlava del confino come di “villeggiatura”!) e poi ho soprattutto immaginato. Per riempire i vuoti, per trascendere dal dato documentale a quello umano. Per passare dalla Storia alla storia, alle storie. Davanti a me avevo un file simile alla lavagna investigativa dei film gialli: fotografie, schede segnaletiche, oggetti, dettagli di ogni tipo. Persino gli oroscopi, i temi natale di ciascun personaggio! Per lungo tempo mi sono obbligato a non violare alcun dato di realtà, rispettare ogni dettaglio, anche meteorologico e logistico. A posteriori, posso dire di essermi legato le mani da solo e avere forse concesso troppo poco alla “narrazione”, al romanzesco; ma ho anche la coscienza pulita. Mi conforto nella presunzione di avere fatto una piccola operazione di giustizia.    «Il libro affronta con grande

Gran finale Capannori Underground Festival

– di Chiara Di Vito –   Gran finale per il Capannori Underground Festival che – lo scorso 18 febbraio al Polo Culturale Artemisia di Capannori – ha chiuso questa edizione con un incontro davvero speciale. Protagonista della serata è stato Andy dei Bluvertigo, intervistato dal direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, e dal noto conduttore di Videomusic, Rick Hutton. Una conversazione che ha rapito il pubblico, unendo aneddoti, risate e riflessioni sulla carriera e la vita di uno degli artisti più iconici degli anni ’90. L’incontro è stato preceduto dai saluti istituzionali di Claudia Berti, assessora alla cultura del Comune di Capannori e da un intervento dell’artista Enrica Giannasi, presentata da Chiara Venturini, che ha condiviso il suo approccio creativo nella realizzazione delle locandine per le ultime edizioni del festival, nonché per il CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Le sue opere, sempre originali e ricche di significato, hanno aggiunto una dimensione visiva unica all’atmosfera del Festival, creando un legame forte tra arte e musica.   Quando Andy è entrato in scena, l’entusiasmo della platea è stato palpabile. Era evidente che per molti, essere così vicini a uno dei propri idoli musicali fosse un momento da non dimenticare. La serata è volata via in un attimo, tra risate e chiacchiere sui mitici anni ’90, un periodo che ha segnato la vita di molti presenti. Eppure, non sono mancati momenti di grande intensità emotiva, come quando Andy ha parlato, con grande sincerità, del suo rapporto complicato con il padre. È stato un momento toccante, che ha reso la serata ancora più speciale, evidenziando la profonda umanità di questo artista.   Al termine dell’intervista, Erika Citti ha consegnato ad Andy il prestigioso Premio Capannori Underground Festival, un riconoscimento che celebra la sua carriera e il suo contributo alla musica.     Ma la serata non si è conclusa con la premiazione: Andy ha voluto regalare al pubblico un’esperienza unica, suonando dal vivo alcuni dei suoi brani preferiti, da Battiato a Bowie, confermando ancora una volta la sua versatilità e passione per la musica. Il gran finale ha superato ogni aspettativa: un’esibizione esplosiva che ha visto Andy e Rick Hutton unirsi al CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico per una performance inedita di uno dei nuovi pezzi che saranno presenti nel nuovo album del gruppo presto in uscita.     Insieme, hanno suonato un brano che mescolava tribalismo e psichedelia, con Andy che alternava elettronica e sax, Hutton e Andrea Ciolino alle chitarre elettriche, Gianmarco Caselli alle percussioni e Chiara Venturini alle tastiere. Il risultato è stato un mix di sonorità avvolgenti e sperimentali che ha coinvolto il pubblico in un viaggio musicale indimenticabile. La serata si è conclusa con un’esplosione di energia, un segno indelebile del successo di questa edizione del Festival.     Un bilancio positivo per il Capannori Underground Festival, che anche quest’anno ha saputo coniugare musica, arte e cultura, creando un’atmosfera unica e coinvolgente. Il Festival non è solo una rassegna di spettacoli, ma un luogo dove la musica e l’arte si incontrano e si arricchiscono reciprocamente, offrendo al pubblico un’esperienza che va oltre il semplice intrattenimento.       Il Capannori Underground Festival – Lucca Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la media partnership di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.  

Archetti Maestri al Capannori Underground Festival

– di Chiara Di Vito –   Archetti Maestri e Dome La Muerte protagonisti del terzo appuntamento del Capannori Underground Festival tenutosi lo scorso sabato 11 gennaio, eccezionalmente nella sala del Consiglio Comunale in Piazza Aldo Moro a Capannori.     Un evento di grande impatto per coloro che hanno avuto l’opportunità di parteciparvi e che conferma la grande forza attrattiva di un festival che in pochi anni è diventato un punto di incontro per artisti così diversi tra loro ma uniti dalla voglia di fare musica insieme. Il Capannori Underground Festival – grazie al prezioso lavoro del suo direttore artistico Gianmarco Caselli e di tutte le persone che collaborano al progetto – è riuscito a creare una comunità e quello spazio di libertà d’espressione di cui le nuove generazioni hanno sempre più bisogno.     Il terzo appuntamento, dicevamo, ha visto protagonista lo storico cantante degli Yo Yo Mundi Paolo Enrico Archetti Maestri – intervistato da Gianmarco Caselli, Chiara Venturini e Dome La Muerte, che al festival è ormai di casa essendo stato ospite di tutte le ultime edizioni. Ripercorrendo la storia degli Yo Yo Mundi, che proseguono tuttora la loro attività musicale con passione e tenacia, Archetti Maestri ha raccontato al numeroso pubblico presente moltissimi aneddoti con la vitalità di chi ha fatto della musica la propria esistenza. In chiusura, il cantante ha inoltre presentato Amorabilia, il suo primo lavoro da solista di cui ha eseguito alcuni brani. Archetti Maestri ha ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground.     A seguire, il CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico ha accompagnato musicalmente la proiezione di Visioni Underground – la rassegna di fotografie degli attivisti del Festival – per l’occasione arricchita dalle opere dei ragazzi del Liceo Artistico “A. Passaglia” di Lucca. Opere, quelle dei ragazzi, esposte in una mostra allestita al Museo Athena di Capannori tra novembre e dicembre dello scorso anno, e che sono state protagoniste del secondo appuntamento di questa edizione del Capannori Underground Festival. Una serata ricca di sorprese quella dello scorso sabato, che è riuscita a mettere insieme diverse generazioni di artisti, uniti dalla voglia di esprimersi per costruire, insieme, uno spazio di ricerca espressiva libera dall’omologazione culturale e da pregiudizi di ogni forma.     Una voglia di collaborare, unire le forze, che si è sintetizzata nel finale quando, per accompagnare musicalmente la performance di Enzo Correnti – l’Uomo Carta, Archetti Maestri e Dome La Muerte hanno suonato insieme al CRP un brano dell’album di prossima uscita, la coinvolgente e tribale Baccante.   Il quarto e ultimo appuntamento di questa edizione del Capannori Underground Festival si terrà sabato 18 gennaio alle ore 17.15, sempre al Polo Culturale Artemisia di Capannori, e vedrà protagonisti Andy dei Bluvertigo. Ingresso libero su prenotazione fino ad esaurimento posti scrivendo una mail a associazionevaga@gmail.com.   Il Capannori Underground Festival – Lucca Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la media partnership di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.  

La mostra Giovani Visioni Underground

– di Chiara Di Vito – Taglio del nastro per la mostra Giovani Visioni Underground, il secondo appuntamento del Capannori Underground Festival che si è tenuto sabato 30 novembre al Museo Athena di Capannori. Protagonisti gli studenti del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia” di Lucca.      «Coinvolgere le ragazze e i ragazzi – afferma Gianmarco Caselli, direttore artistico del Capannori Underground Festival – per noi è fondamentale. Vogliamo che i giovani sappiano che la nostra è una realtà in cui trovare possibilità di esprimersi!».     Con più di 40 opere pensate appositamente per il Festival, all’inaugurazione erano presenti i giovani artisti della classe 5B del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia” di Lucca: Lisa Alfani, Sara Bacci, Elena Bargellini, Giulia Biasci, Maria Virginia Bonini, Melissa Bruno, Dario Cortopassi, Chiara Cugia, Maximiliano Fierro, Erika Ghilardi, Duccio Lazzareschi, Benedetta Lo Bianco, Giulia Matteucci, Ambra Meschi, Ismael Messaoud, Amy Pandolfi, Maria Snegiana Puglia, Gaia Querchi, Alessia Rosellini, Loreline Silvi. Opere senza una linea comune se non quella dell’Underground, dell’espressione del proprio io senza mercificazione. «Per noi – affermano gli studenti coinvolti nella mostra – questa è un’occasione per esprimere la nostra arte, senza alcun vincolo o imposizione. Ogni opera è un’istantanea dell’urgenza espressiva di una generazione che si trova sempre più priva di posti dove esprimersi». In un momento storico in cui la società sembra perdersi tra guerre, pandemie globali e la costante ricerca di produttività, competizione ed efficienza è stato veramente emozionante vedere così tanti giovani impegnati nella realizzazione di una mostra artistica collettiva. Dedicare parte del proprio tempo al “bello” è uno degli strumenti che come società abbiamo a disposizione per riaffermare la centralità dell’umanità, non intesa in contrapposizione al digitale, ma come espressione della costante ricerca di se stessi nell’imprescindibile relazione con gli altri.     Dopo il taglio del nastro, è intervenuta Claudia Berti, assessora alla cultura del Comune di Capannori: «Il fatto che oggi ci troviamo circondati da così tante opere d’arte che sono espressione comunicativa dei giovani, rende questo luogo ancora più vivo. Lo spazio culturale riservato agli studenti del Passaglia all’interno del festival ‘Capannori Underground Festival’ ci offre l’opportunità di ascoltare le aspirazioni dei giovani, che non rappresentano un futuro da attendere, ma un presente da comprendere. Essi hanno colto segnali spesso sfuggiti agli adulti, mostrando una crescente volontà di ridefinire i valori della società. A livello individuale, emerge il desiderio di essere riconosciuti nella loro specificità e di apportare un valore nuovo attraverso ciò che sono, rifiutando modelli che li riducono a caselle predefinite. Questa proposta artistica dimostra come le nuove generazioni siano protagoniste di una trasformazione sociale che merita di essere ascoltata e valorizzata». A seguire l’intervento di uno degli studenti coinvolti nella mostra: «Ringraziamo la prof.ssa Boccasso e Gianmarco Caselli che, in un periodo storico che sembra privilegiare una mente omologata, ha voluto dare uno spazio a tutti quei ragazzi che si sentono un po’ “bizzarri” o che hanno qualcosa da esprimere».     In chiusura la performance musicale del CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico cui si sono aggiunti, per l’occasione, Elena Tonelli ed Elettra. Una performance dai ritmi trascinanti, fra il tribalismo e l’elettronica, tratto caratteristico dello sperimentalismo del gruppo: chitarre elettriche, tastiere, timpani e rullanti che fanno coesistere sonorità primitive con lancinanti squarci sul futuro.     La mostra, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 14 dicembre nell’orario di apertura del Museo Athena di Capannori: martedì e giovedì 9-13, venerdì 13-19, sabato 10-13 e 16-19.     L’ingresso per i prossimi eventi del Capannori Underground Festival è  gratuito su prenotazione fino ad esaurimento posti scrivendo una mail a associazionevaga@gmail.com. Il Capannori Underground Festival – Luccca Underground Festival  è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo  della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori, in collaborazione con ARCI  Lucca e Versilia, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.