Luglio 2025

L’isola dei femminielli

L’isola dei femminielli

Intervista ad Aldo Simeone sul suo romanzo L’isola dei femminielli  di Chiara Di Vito   Negli anni bui del regime fascista, su un’isola dell’Adriatico, prese forma una delle prime comunità omosessuali della storia italiana. Una vicenda dimenticata, rimossa dai manuali e dalla memoria collettiva, torna alla luce grazie al romanzo L’isola dei femminielli di Aldo Simeone (Fazi Editore, 2024). Settembre 1939. Aldo, ventenne fiorentino, giunge a San Domino, l’isola delle Tremiti scelta dal regime fascista come confino per chi era accusato di omosessualità. I cosiddetti “femminielli” alloggiano in due baracche fatiscenti, con un secchio a fare da gabinetto e un camino mal funzionante per le notti più fredde. Sono perlopiù siciliani, perché arrestati per un omicidio avvenuto anni prima a Catania e tuttora impunito, che continua a perseguitarli. Nonostante le intenzioni del regime, dalla segregazione nascerà una comunità di uomini paradossalmente liberi e solidali. Un libro coraggioso che narra un pezzo dimenticato della storia italiana attraverso singole esperienze di discriminazione e resistenza. Un racconto sui rapporti umani e sul confine, spesso sottile, che separa prigionia e libertà. In questa intervista, l’autore ci accompagna dietro le quinte della sua opera: dalla scoperta dell’episodio storico, al lavoro di ricerca, fino al senso – oggi più che mai attuale – di dare voce agli invisibili.   «L’isola dei femminielli racconta un episodio storico poco noto: il confino dei cosiddetti “femminielli” sull’isola di San Domino durante il regime fascista. Come hai scoperto questa vicenda e cosa ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?» Mi occupo di storia in una casa editrice scolastica. Sotto gli occhi mi sono passati molti manuali. Eppure, nessuno ha mai ricordato la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo, né tantomeno ha accennato all’esistenza di un’unica isola di confino per “pederasti” (come erano chiamati all’epoca). Sono incappato in questa per caso: leggendo un articolo su Focus Storia (era il 2016) che recensiva un saggio di Goretti e Giartosio di dieci anni prima: La città e l’isola (Donzelli). Ne rimasi colpito. Credo che le parole giuste siano: sorpreso e incuriosito. Sorpreso perché nessuno ne aveva mai parlato prima; incuriosito perché gli studi condotti fino ad allora si spingevano a ricostruire molti dettagli, ma era assai di più quanto restava sepolto: cosa successe sull’isola, nei dieci mesi che durò l’esperienza di quella prima comunità omosessuale della storia? Quali vicende umane e personali? Fui folgorato, in particolare, da una testimonianza diretta (una delle pochissime) concessa a Goretti e Giartosio da un reduce oltre sessant’anni dopo i fatti: «In fondo, si stava meglio là che qua». Un’affermazione che spiazza, che lascia intendere un capovolgimento di situazione avvenuto a dispetto delle intenzioni del regime: dalla segregazione alla “libertà”. Ma quale libertà? A che costo?   «Chi sono i “femminielli”? E come hai lavorato alla costruzione dei personaggi e delle loro voci?» Questa è la vera domanda che mi sono posto e che ciascun lettore e lettrice dovrebbe porsi. Se lo chiese persino il regime fascista. Forse per la prima volta con approccio pseudo-scientifico: chi sono gli omosessuali? Da cosa dipende la loro “natura” (all’epoca si diceva “devianza”)? Ovviamente, la risposta fu pregiudiziale, e difatti furono usati termini collettivi, sprezzanti, impropri per ghettizzarli: per esempio “pederasti” anziché “omosessuali”, con evidente uso strumentale dell’etimologia: dal greco pâis, “fanciullo” ed erastés, “amatore”, dunque “pedofilo”. All’epoca si oscillò tra due ipotesi: che l’”inversione” (altro termine caro al regime) fosse una malattia, letteralmente un virus; che fosse un vizio, un’aberrazione dei costumi. Dunque, in entrambi i casi il rimedio consisteva nell’isolare i “colpevoli” per evitare il “contagio”. Ecco spiegato l’assurdo di San Domino: un’isola di soli confinati gay. Tutto questo è aberrante, ma forse lo è ancora di più il silenzio intorno alla vicenda e all’esistenza stessa di casi di omosessualità in Italia. Il codice Rocco, il codice penale fascista, non faceva della pederastia un crimine, e non certo per liberalismo: perché non si doveva neppure pensare che il “sangue latino” fosse infettato da questo morbo. «Gli italiani sono tutti maschi» – si diceva. E questa congiura del silenzio è durata anche oltre la caduta del fascismo. Per decenni, o se ne è taciuto, o se n’è fatta materia di comicità, o se n’è parlato in termini di categoria discriminatoria, d’iperonimo onnicomprensivo. Ebbene, il tentativo di questo romanzo è di rompere sia il silenzio sia la stereotipizzazione: fare emergere dalla massa indistinta la comunità, e dalla comunità gli individui. Tutti i personaggi sono reali. Io ho potuto leggere le loro parole, ho addirittura visto i loro volti (grazie al reportage fotografico di Luana Rigolli, L’isola degli arrusi). Anche i soprannomi con cui li chiamo sono quelli che loro stessi hanno scelto per sé, e sono significativi.    «Che tipo di ricerca – storica, antropologica, culturale – ha accompagnato la scrittura del romanzo?» Onore al merito di chi l’ha compiuta: non io, ma alcuni valenti studiosi che ringrazio nella postfazione del libro. Altri se ne stanno aggiungendo, per fortuna (benché ancora troppo pochi). Io ho letto questi saggi, alcune testimonianze (come lo splendido memoriale di Mario Magri, Una vita per la libertà), i documenti recuperati dall’Archivio di Stato da Luana Rigolli, ho visto le sue fotografie, ho compulsato dizionari e lessicografie in siciliano, toscano, napoletano, persino in friulano, ripescato articoli su giornali d’epoca (si parlava del confino come di “villeggiatura”!) e poi ho soprattutto immaginato. Per riempire i vuoti, per trascendere dal dato documentale a quello umano. Per passare dalla Storia alla storia, alle storie. Davanti a me avevo un file simile alla lavagna investigativa dei film gialli: fotografie, schede segnaletiche, oggetti, dettagli di ogni tipo. Persino gli oroscopi, i temi natale di ciascun personaggio! Per lungo tempo mi sono obbligato a non violare alcun dato di realtà, rispettare ogni dettaglio, anche meteorologico e logistico. A posteriori, posso dire di essermi legato le mani da solo e avere forse concesso troppo poco alla “narrazione”, al romanzesco; ma ho anche la coscienza pulita. Mi conforto nella presunzione di avere fatto una piccola operazione di giustizia.    «Il libro affronta con grande

I PIL a Genova assaltano il sistema

I PIL a Genova assaltano il sistema

– di Gianmarco Caselli Che spettacolo i PIL Public Image Ltd al Mojotic Festival all’Arena del Mare di Genova! Un concerto che è un cazzotto in faccia alla società, una sorta di urlo collettivo e purificatore. Piazza piena per assistere a un concerto con giovani e meno giovani accorsi a Genova anche da fuori regione essendo solo tre le date italiane della band inglese. E se qualcuno pensava che potesse trattarsi di un concerto di sopravvissuti che andavano avanti per inerzia, si è dovuto ricredere. È vero che lo stesso John Lydon aveva paventato l’idea di lasciare tutto dopo la scomparsa della moglie e dell’amico e manager John Rambo, ma l’amore del pubblico lo ha fatto tornare sui propri passi. Ed ecco i PIL sul palco con un’energia e una grinta che fanno veramente venire la pelle d’oca. Ritmi tribali che sfumano in dance, Lydon salmodiante: un concerto che sa molto di rito. John non si allontana mai dalla sua postazione al microfono se non per bere dalla bottiglia (non di acqua), fa le mosse che ricordano Totò, sputa in terra più volte e anche quando si soffia il naso fa del palco il suo fazzoletto personale. L’energia che sprigiona è rabbia e presa di coscienza di avere dato luce a una delle band post punk più innovative di tutti i tempi. End of world, l’ultimo lavoro dei PIL che abbiamo recensito qui, è un album che non concede nulla al mainstream, coraggioso nel suo essere innovativo e sperimentale, semplicemente stupendo. In scaletta non mancano brani più famosi della band come, per citarne alcuni, This is not a love song, Flowers, The body, Shoom. Notevole l’esecuzione di Warrior. Nella parte finale del concerto parte il pogo su Public Image e si prosegue verso la chiusura con altri grandi pezzi come Rise e Annalisa.  Un concerto memorabile con un John Lydon che sembra rinato, affiancato da Mark Robert alle percussioni (che ha sostituito Bruce Smith), Scott Firth che con il suo basso è forse l’anima più razionale del gruppo, e da Lu Edmonds sul palco è la spalla migliore che potesse trovare Lydon. Edmonds sembra uscito dall’inferno: vestito in modo quasi surreale da marinaio, con i capelli mossi dal vento, e un penetrante sguardo assatanato ogni nota che fa uscire dalla sua chitarra si sposa perfettamente con i testi di Lydon: i PIL sono pugnalate al cuore del sistema.    24/07/2025    

Gianni Maroccolo, il Sonatore di Basso

– di Gianmarco Caselli   Cosa si può dire di Gianni Maroccolo? Di tutto di più. Una vita immersa nel libero fluire della musica, quella di Maroccolo, uno dei personaggi più influenti e rappresentativi della musica alternativa italiana. Difficile definire o inquadrare Maroccolo (chiamato dagli amici anche Marok) in un ambito definito, perché è una personalità che si rinnova continuamente, non è inchiodato a stilemi che possano caratterizzarlo una volta per tutte. Forse chi può riuscirci meglio è proprio lui, e lo fa in “Memorie di un Sonatore di basso” (edito da Libri Aparte), un libro in cui racconta se stesso, le esperienze che più lo hanno segnato artisticamente arricchite con riflessioni e considerazioni di chi sembra non avere mai fatto un vero pensiero organico per la costruzione del proprio futuro.     Maroccolo pare vivere un eterno presente con la meravigliosa arte di inventarsi ogni giorno, lasciarsi fluire nel ritmo di una vita quasi panica come un elemento naturale di questo mondo. In “Memorie di un Sonatore di basso” emerge proprio questa dimensione di Marok che sottolinea più volte come anche il suo approccio alla musica sia più naturale e artigianale rispetto a tanti altri musicisti che si affidano alla tecnologia: la sua è la ricerca di un suono vivo, vissuto, non asettico, che contempli la partecipazione emotiva nell’atto della registrazione in studio evitando che la tecnologia ingabbi la cretività. Già il titolo del libro suggerisce un approccio particolare di Marok: non un bassista, ma appunto un “sonatore di basso”.   In questo libro Gianni si racconta, racconta la sua avventura prima nei Litfiba, poi nei CCCP, nei CSI e nei PGR fino alle più recenti collaborazioni. E non mancano i contributi di alcuni dei musicisti che hanno lavorato o tuttora lavorano con lui, come – per citarne alcuni – il fedele Antonio Aiazzi (storico tastierista dei Litfiba), Claudio Rocchi, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali. Il libro ha preso anche forma di performance: “Il sonatore di basso” è un concerto con Gianni Maroccolo e Andrea Chimenti (chitarra e voce) cui noi abbiamo assistito a Santo Stefano di Magra il 5 luglio scorso nell’ambito di “Parole liberate”. Presente anche Mur Rouge che, oltre ad affiancare sul palco Chimenti e Maroccolo, ha trascritto più di cento linee di basso di Maroccolo raccolte in “Il sonatore di basso”, sempre per Libri Aparte.   Un concerto durante il quale non solo sono state eseguite musiche che hanno ripercorso la carriera artistica di Marok, ma durante il quale lo stesso “sonatore di basso” ha raccontato aneddoti e pensieri che si possono trovare anche nel libro. Dalla lettura emerge una carriera straordinaria e intensa e che talvolta  sembra quasi non essere del tutto presente nella sua importanza neppure a Maroccolo stesso che, non solo come musicista, ma anche come produttore di tantissimi gruppi, è un protagonista più che fondamentale per la musica alternativa italiana. Maroccolo è come il vento: passa, sconquassa con tranquillità ciò che incontra grazie alla propria musica e sembra non accorgersene, senza voltarsi a osservare ciò che ha lasciato dietro di sé.   14/07/2025