Gianmarco Caselli

Compositore, ideatore e direttore artistico di Lucca Capannori Underground Festival, suona nel gruppo industrial punk CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico di cui è fondatore. Giornalista, musicologo e professore di italiano e storia al Liceo Artistico Musicale di Lucca, direttore responsabile e fondatore di La Settima Base. Gianmarco Caselli is Composer, creator and artistic director of Lucca Capannori Underground Festival, founder of industrial post punk musical group CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Journalist, musicologist and professor of Italian and history at the Liceo Artistico Musicale in Lucca - editor in chief of La settima base

Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Parlare di Renzo Cresti vuol dire parlare di una persona profondamente immersa nella musica contemporanea e non solo. Docente di Storia della musica al Conservatorio di Lucca per 40 anni, ne è stato anche Direttore e ha fatto parte del Comitato di Direzione; è stato Consulente artistico del Teatro del Giglio e Direttore di numerose Associazioni e manifestazioni, fra cui “Anfiteatro Jazz” e “Sonata di Mare” progetto della Comunità Europea. Attualmente è Presidente della Cappella Musicale della Cattedrale di Lucca, è nel Comitato Scientifico delle Edizioni Diastema di Treviso e di quello dell’UNIDEL di Lucca, Presidente Onorario dell’Associazione Suono Sacro di Assisi. La Società Italiana di Musica Contemporanea gli ha consegnato la tessera di Socio Onorario per la sua attività rivolta alla musica del presente. La sua attività musicologica si è indirizzata soprattutto alla musica del Novecento con l’Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei (in tre volumi e 10 CD) e con monografie su compositori contemporanei. La sua monografia Richard Wagner, la poetica del puro umano, è arrivata alla terza edizione ed è stata tradotta anche in inglese. Fra gli ultimi libri da citare il fortunato Musica presente, seconda edizione 2019; con lo stesso titolo dirige le Edizioni discografiche on line presenti sulle piattaforme in internet.     Renzo Cresti ha rilasciato un’intervista per noi.   Hai ricoperto e ricevuto tanti incarichi prestigiosi. Qual è stato quello che ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?  Aver diretto per alcuni anni il Conservatorio dove alla fine ho trascorso 40 anni della mia vita è stata un’esperienza importante, così come la carica di Socio Onorario che mi ha concesso la Società Italiana di Musica Contemporanea per aver svolto con costanza e competenza la diffusione e l’approfondimento della musica del presente, carica che non ho preso solo in modo onorifico ma molto fattivo: sono anni che lavoro per la SIMC, fra l’altro ho curato tutte le manifestazioni del Centenario (80 concerti in 50 città!)   Il tuo sguardo è sempre stato rivolto alla musica contemporanea. Indubbiamente, dopo gli anni ‘80, c’è stata una progressiva perdita di interesse da parte del pubblico verso la nuova musica: tanti compositori, tanta musica nuova ma forse – spesso – davvero poco degna di nota e che non riesce ad attirare pubblico. Qual è il punto della situazione? Non ho lavorato e non mi occupo solo di contemporanea, ma anche quando affronto musicisti o tematiche del passato le studio con la cultura del presente, del resto l’unico punto di osservazione dal quale possiamo interpretare la tradizione che, anche volendo, non potrà mai essere riproposta com’era, il passato va sempre interrogato sia quello remoto che quello prossimo. I decenni recenti hanno visto un cambiamento epocale durante gli anni ’70 del secolo scorso, con il passaggio dal Moderno a ciò che è stato chiamato Post-moderno, nel tragitto s’è frantumato il grande racconto storico e sociale, si sono evaporizzate le ideologie forti in favore di un pensiero debole, s’è affermato l’effimero e la leggerezza dell’essere che, con il progressivo emergere di internet, è diventata volatile. Oggi, passato anche il Postmoderno la situazione è molto fluida, ‘liquida’ si direbbe con Bauman, un mare magnum di fatti, eventi, opere nel quale è molto difficile trovare chiavi di lettura.     Cosa rimarrà – e per chi – della musica che viene scritta oggi? La tua domanda è rivolta al futuro, per rispondere occorrerebbe avere la sfera di cristallo, ma se si analizza bene la cultura odierna qualcosa si può intuire, in fondo il futuro ha radici nel nostro presente. La critica del giudizio è spesso autoreferenziale ed è bene andarci cauti, occorre un profondo pensiero critico e disponibilità di ascolto. Innanzitutto è evidente che la musica su carta ha già perso parte del suo storico prestigio e continuerà a perderlo, ogni giorno di più si assiste a una creatività diffusa che è principalmente orale. La musica che viene pensata per essere scritta e realizzata sulla carta è già una musica reservata per una nicchia accademica, non scomparirà mai ma avrà funzioni ristrette. Inoltre, il rapporto fra compositore e macchina è diventato, nolenti o volenti, indispensabile e lo sviluppo ulteriore dell’intelligenza artificiale lo incrementerà. Infine, l’ibridazione fra generi e stili sarà una problematica sorpassata perché verrà data per scontata. Ovviamente ci sarebbero da analizzare meglio queste tematiche e altre ve ne sarebbero da aggiungere, come, per esempio, il rapporto fra la musica e il sempre più stritolante rapporto con l’industria, con il pensiero unico, l’omologazione etc.   Guardando all’ultima grande generazione di compositori del ‘900, quale autore ritieni abbia lasciato l’eredità più significativa per lo sviluppo futuro della musica? Innanzitutto limitiamoci al mondo musicale italiano, altrimenti le comparazioni divengono difficili: se parliamo di pieno ‘900, direi che la cosiddetta Generazione dei Maestri, quella nata dagli anni Venti ai primi dei Trenta, va citata nei suoi rappresentanti maggiori che sono ormai già storicizzati: Bruno Maderna, Luigi Nono, Luciano Berio, Franco Donatoni, Aldo Clementi, Niccolò Castiglioni, Sylvano Bussotti e Giorgio Gaslini (e qui si aprirebbe una lunga e indispensabile parentesi sul jazz e dintorni, non si può più ragionare a scompartimenti stagni!) Per le generazioni successive, direi che potremmo partire da Salvatore Sciarrino, poi potremmo menzionare Ivan Fedele e Alessandro Solbiati, non fosse altro per essere stati e per essere i docenti di Alta Composizione presso l’Accademia di Santa Cecilia. Citerei anche Nicola Sani, attualmente Direttore dell’Accademia Chigiana, Alessandro Melchiorre e altri anche più giovani. Sui decenni dal 2000 a oggi la molteplicità dei contesti, delle motivazioni e delle finalità, dei linguaggi e soprattutto delle funzioni, rende sempre più difficile circoscrivere la musica al mondo della scrittura.     Oggi viviamo una condizione molto particolare. Tanti ragazzi, compresi quelli che frequentano il conservatorio, sembrano non possedere più il piacere dell’ascolto: molti non hanno neppure un lettore cd e non sanno cosa significhi sedersi e ascoltare all’impianto hi-fi un vinile di qualità senza distrazioni. È solo cambiato il modo di ascoltare o stiamo perdendo qualcosa di importante nel rapporto con la musica? Nel 1936, all’epoca del suo primo

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I CSI sono tornati

Sembra incredibile a dirsi ma i CSI Consorzio Suonatori Indipendenti sono tornati. E sono tornati con un tour che è iniziato da uno dei luoghi più significativi della loro carriera, dal Parco Storico di Monte Sole a Marzabotto (BO) , proprio là dove il 29 giugno 2001 si erano esibiti per un concerto dedicato a don Giuseppe Dossetti: la piccola particolarità è che Massimo Zamboni non era più nel gruppo, e quella data segnò quindi la fine dei CSI e l’inizio di una nuova storia, quella dei PGR Per Grazia Ricevuta.   Chi c’era ricorderà quindi a lungo questa serata e potrà dire di avere vissuto un’esperienza indimenticabile.     La location è particolarmente importante anche perché a Monte Sole si consumò un terribile eccedio di mano nazifascista che seguì di poco quello di Sant’Anna di Stazzema, e il Parco Storico di Monte Sole all’interno del quale si svolge il Festival Lupo attorno all’area de Il Poggiolo – Rifugio Re_Esistente, è dedicato proprio alla Memoria di questo eccidio. Lupo era Mario Musolesi il leggendario comandante partigiano della Brigata Stella Rossa che agiva nella zona circostante a Monte Sole.     Un’altra reunion quindi, a cui stiamo cominciando a prendere un bel vizio: da quella dei CCCP e dei Litfiba fino a quella dei Bluvertigo  e ora quella dei CSI.   Tornando ai CSI, proprio per il fatto che a Monte Sole era finita ufficialmente la loro storia e proprio per il fatto che dallo stesso luogo rinasce la band, la prima data del 28 agosto (replica il 29) era qualcosa di imperdibile per i fan.   Fan che sono accorsi da tutta Italia (e leggendo sui social qualcuno è venuto anche da altri paesi europei), circa 5000 spettatori che hanno invaso lo spazio davanti al palco. Un afflusso tale che ha fatto sì che poco dopo l’orario di inizio previsto dello spettacolo, Gianni Maroccolo comparisse sul palco per annunciare che lo spettacolo non sarebbe iniziato “finché non ci sono tutti”, in quanto “400-500 persone” erano ancora in fila con le macchine in attesa di arrivare ai parcheggi. Parcheggi nei quali l’odore predominante era quello delle frizioni stressate dalle lunghe file stop and go in salita.         Lo spettacolo viene precedeuto da un omaggio a Guccini con la diffusione della musica di Noi Non Ci Saremo nella storica versione dei CSI. Non può non far curioso che proprio per la reunion venga diffuso questo brano, come a dire che invece i CSI ci saranno. E subito dopo, finalmente, eccoli con In Viaggio, il brano che dà il nome a questo nuovo tour. Che brividi a sentire le prime note con quel ritmo martellante iniziale. L’emozione è forte, fortissima non appena risuonano le prime note, è palpabile fra i musicisti e nel pubblico, soprattutto da parte di chi – come lo scrivente – li ha visti e vissuti negli anni ’90: 25 anni dopo rieccoli tutti lì sul palco, in linea, senza che qualcuno possa essere avanti rispetto agli altri: Massimo Zamboni che su quel palco nel 2001 era il grande assente, Francesco Magnelli, Giovanni Lindo Ferretti, Ginevra Di Marco, Gianni Maroccolo,  Giorgio Canali.   I CSI sono tutti sulla stessa linea sul palco, senza gerarchie, Ferretti sempre seduto. Le interazioni con il pubblico sono quasi del tutto assenti, la tensione sul palco è altissima e si percepisce. Seguono subito brani che sbriciolano il cuore di tutti: Occidente, Del mondo, e quando parte A tratti, la canzone che aprì la storia dei CSI, l’epifania è totale.   La serata prosegue con l’esecuzione di altri grandi successi dei CSI e fra queste spicca la grande interpretazione da parte di Ferretti di Linea Gotica cui segue la meravigliosa Irata. Nella parte finale dello spettacolo non potevano mancare brani mastodontici e unici nel panorama musicale italiano come Unità di produzione, Forma e sostanza, Depressione Caspica (unico brano targato CCCP), e gran finale con Fuochi nella notte.    La tensione è tale che l’interazione è quasi del tutto assente con il pubblico. Giusto Ferretti a un certo punto, quando qualcuno gli urla “Alzati”, risponde: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I., quindi, se ce la faccio, sto seduto. È un buon modo per avvicinarsi a questo palco». Ferretti interagisce anche quando, in occasione dei cambi di strumentazione per gli ultimi brani, afferma: «È un casino che non avete idea stare qui davanti a voi; avete delle pretese altissime, ma dovete prendere quello che c’è.»   Il bis inizia con una sorpresa, l’esecuzione di un brano non CSI, Montesole, che fu eseguito proprio dai PGR come omaggio a quel luogo nel 2001. Si chiude poi con pezzi trascinanti che fanno alzare in piedi Ferretti e che scatenano il pogo: Matrilineare, M’importa ‘nasega, Buon anno ragazzi.    Gianni Maroccolo si conferma come un cardine non solo musicale ma anche umano attorno al quale gira e ha girato la musica alternativa italiana. Il suo basso sembra quasi gettare le fondamenta su cui si muove tutto l’impianto sonoro. Non sono più i CSI di trent’anni fa ovviamente, c’è meno furia ma molta più introspezione e forte dimensione sonora monolotica.   Non mancano problemi tecnici un po’ di tutti i tipi, con momenti di alta tensione da parte dei musicisti, ma alla fine sono anche le cose che rendono bello e vivo un live, soprattutto se si tratta della prima data. Sono anche i momenti in cui i musicisti sfogano tutta la loro tensione e, in un modo o in un altro, comunicano con il pubblico: M’importa ‘na sega inizia, viene subito interrotta e poi ripresa, Maroccolo comunica che aveva finito le batterie ai pedali, Canali riferendosi ai problemi tenici urla «Tanto non ci capite un cazzo, cosa ve lo dico a fare», in alcuni brani il volume delle sue chitarre è troppo alto, Ferretti sembra perdere qualche attacco ed è Ginevra Di Marco a suggerire; ma sono appunto tutte quelle imperfezioni che rendono umana, unica e meravigliosa una data come questa.      

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I Litfiba tornano insieme per 17 Re! In arrivo nuovo album live

Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo: in una parola sola, i Litfiba. I Litfiba quelli veri, quelli dei primi album che hanno rivoluzionato la storia del rock italiano. E chi avrebbe mai pensato di rivederli in tour insieme sul palco dopo la Trilogia del 2012-2013? E soprattutto chi avrebbe mai immaginato di vederli riproporre appunto i brani di quando erano tutti e quattro insieme in studio e sul palco, senza eseguire quelli della storia più recente portata avanti solo da Ghigo e Piero? E invece è accaduto per i quaranta anni di quello che probabilmente è il più bell’album dei Litfiba in formazione originaria: 17 Re. I Litfiba hanno chiamato e il loro popolo ha risposto: il Prato delle Cornacchie delle Cascine di Firenze il 23 luglio scorso è stato riempito da una marea umana di quasi 7.000 spettatori. Anche per il fatto che questa serata se la giocavano nella loro città, Firenze, era una data che non si poteva perdere. E il pubblico è stato ben ripagato con uno spettacolo incredibile di circa due ore e mezzo. E attenzione attenzione: il 27 novembre 2026 uscirà il nuovo album dal vivo “17 RE Live 1986-2026: sarà  registrato proprio in occasione del tour celebrativo ed è già disponibile per il preorder.   Immensi Litfiba. Quando hai la possibilità di assistere a uno spettacolo come questo, capisci che sei di fronte a un gruppo vero. Un gruppo in cui ognuno è una voce a sé che contribuisce all’insieme, non solo Piero: Ghigo Renzulli ha un suono unico alla chitarra, un suono che è diventato marchio di fabbrica indiscusso del gruppo; Antonio Aiazzi non è un semplice tastierista come altri che riempiono con tappeti di accompagnamento, è un tastierista che armonizza e crea atmosfere melodiche nostalgiche e sognanti sulle quali si innesta il canto ora rabbioso ora melanconico, sono protagoniste ed evocatrici come solo Aiazzi riesce a farle essere; e sono proprio le tastiere ad aprire il concerto con una versione strumentale di Febbre a cui segue 17 Re, la title track che è stata tirata fuori ora per l’anniversario in quanto non era stata inserita nell’album. E che dire di Gianni Maroccolo: sembra parlare tramite un basso che pare vivo, quasi una ap e ci si accorge di quanti brani girino proprio intorno al suo strumento.     Una meraviglia. Chi si aspettava una reunion nostalgica o autocelebrativa si è sbagliato alla grande. Semmai il timore poteva essere di trovarsi di fronte a rielaborazioni, “ammodernamenti” dei brani. Invece pareva di essere negli anni ’80, tutto suonava uguale all’album. Tutto. E in due occasioni sono intervenuti anche Francesco Magnelli alle tastiere e Daniele Tramubsti alle percussioni dal momento che a suo tempo avevano collaborato alle registrazioni di 17 Re. Ovviamente il grande assente, come purtroppo sempre, è Ringo De Palma ricordato da Piero con Eroi nel vento e sostituito dal mitico Luc Mitraglia. Piero non ha accennato se non minimamente, giusto verso la fine, al fatto che hanno “fatto fuori venti psicologi” per decidere se realizzare questo tuor oppure no, e fra un brano e l’altro non ha mancato di attaccare governanti e potenti della terra sventolando ora un parrucchino arancione con chiaro riferimento a Turmp, ora le bandiere della Palestina e del Kurdistan.  Infine, brandendo il tricolore Italiano, non ha mancato di ricordare a più riprese che la nostra è una Repubblica antifascista. E Piero lo chiarisce: “di concerti dove non si dice niente è pieno”, e soprattutto ribadisce che “chi non parla è complice e noi non lo siamo“. Altro che De Gregori (che Pelù non tira comunque assolutamente in ballo). Del resto si tratta di argomenti da sempre cari ai Litfiba e a Piero in particolare che di recente ha organizzato anche i due eventi S.O.S. Palestina. Ora, come abbiamo detto in occasione di reunion similil, la speranza enorme dei fan (anche se ci credono in pochi) è che i Litfiba tornino insieme anche per un nuovo album di inediti. Intanto ci godiamo l’attimo.   27/7/2026  

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Dagli Sleaford Mods a Nick Cave and The Bad Seeds

Quello di Nick Cave and The Bad Seeds è stato sicuramente uno degli eventi più attesi a La prima estate 2026 a Lido di Camaiore in provincia di Lucca. Un concerto di più di due ore e mezza che si è tenuto venerdì 26 giugno e durante il quale il musicista australiano ha proposto brani che abbracciano tutta la sua carriera. Prima di parlarne, però, va ricordato che se Nick cave ha chiuso la quarta giornata del festival La prima estate, durante la stessa si sono esibiti altri artisti. In particolare, prima di lui, gli Sleaford Mods. Gli Sleaford Mods si erano già esibiti due anni fa nello stesso festival, sono un duo inglese che può suscitare qualche interrogativo per chi li vede per la prima volta dal vivo: mentre infatti uno dei due canta, l’altro balla e si limita a lanciare le basi premendo un tasto sul computer (spesso, ma non in questo caso, con una birra in mano). Gli Sleaford Mods sono trascinanti e con i loro testi affrontano tematiche politiche di una Gran Bretagna in crisi con rabbia e tanta autoironia. La faccenda delle basi registrate non disturba: con gli Sleaford è palese, dichiarato, fa parte del marchio di fabbrica; sono da criticare quando altri gruppi fingono di suonare sul palco strumenti che invece sono registrati. Gli Sleaford Mods attingono al punk sicuramente ma non solo, e forse i PIL sono il primo gruppo che viene in mente ascoltandoli, ma non è certo nostra intenzione fare paragoni.  Tornando a Nick Cave and The Bad Seeds, il concerto inizia subito energicamente con Get Ready for Love, e la prima domanda che si fanno tanti nel pubblico è come Nick possa resistere vestito come sempre, con la camicia abbottonata fino al collo (con cravatta), gilet e giacca. Nonostante sia infatti un caldo estivo veramente gradevole spazzato dalla leggera aria del mare su cui si affaccia la location e con le Alpi Apuane sullo sfondo, si sta bene se si è in maglietta, non vestiti di tutto punto. Poco dopo infatti Nick Cave dice che “It’s a fucking hot” e si toglie almeno la giacca. Durante lo spettacolo si alternano ritmi energici e tribali ad altri brani in cui il dolore del musicista australiano diventa arte. Un dolore alimentato anche dalla terribile perdita di ben due figli. Nick Cave cerca continuamente il contatto con il pubblico non solo toccando le mani delle persone, ma tenendole strette durante l’esecuzione di alcuni brani come se avesse bisogno del loro supporto per cantare certi testi. Uno dei momenti più indimenticabili è quando, durante “O children”, prende un bambino (con la maglia dei Nirvana) dal pubblico e lo tiene con sé per tutto il tempo del brano. Possiamo solo immaginare che i genitori la notte non abbiano dormito e il giorno dopo gli abbiano comprato la discografia completa di Nick Cave and The Bad Seeds.      Non mancano poi siparietti divertenti come il momento in cui Nick cave saluta il pubblico esclamando: “Pisa!“. Si leva un mormorio di disapprovazione. Non siamo a Pisa, siamo a Lido di Camaiore in provincia di Lucca e, visto il campanilismo di vecchia data fra le due città, è un piccolo colpo al cuore per chi è di Lucca. La cosa si ripete qualche brano dopo, quando Nick Cave, al pianoforte, esordisce con un “Fucking Italy” per poi specificare, in inglese: “Non sappiamo in quale città stiamo suonando. Pisa?” A questo punto il disappunto di parte del pubblico si sente maggiormente. E, nonostante uno dei Bad Seeds gli sussurri qualcosa all’orecchio (probabilmente: “Lucca”), chiude con un “Anyway… fucking Italy.”  Un paio di volte dal pubblico gli lanciano le magliette e lui ci si asciuga il sudore in faccia. Indescrivibile l’energia di Nick Cave nei brani più tribali, sostenuto dalla potenza dei Bad Seeds: un’energia davvero incontenibile che Cave sfoga sul pianoforte, sui microfoni lanciati, su scatti repentini di un corpo che pare avere venti anni, non sessantanove.   Il concerto si chiude con brani fenomenali come Jubilee Street  e la mantrica Hollywood. Ma Nick Cave e i Bad Seeds tornano sul palco e portano con sé City of Refuge, The Weeping Song e Wide Lovely Eyes. Poi i Bad Seeds escono e rimane sul palco solo Nick Cave che saluta il pubblico eseguendo al pianoforte, in un crescendo di commozione, Into my arms.     29/06/2026

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Intervista a Virgilio Bernardoni

In occasione delle celebrazioni per i 30 anni del Centro studi Giacomo Puccini si è completato anche il passaggio di consegne alla presidenza dell’istituzione: Gabriella Biagi Ravenni, che abbiamo recentemente intervistato su La Settima Base, ha lasciato l’incarico a Virgilio Bernardoni, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università degli Studi di Bergamo. Bernardoni non è un nome nuovo per il Centro studi dal momento che vi gravita fin dagli inizi della sua storia. Lo abbiamo intervistato.   Da quando fai parte del Centro studi Giacomo Puccini, qual è stata la tua più grande soddisfazione personale? Si può dire che sono stato nell’orbita del Centro studi quasi dalla prima ora. I fondatori mi proposero di far parte del Comitato scientifico e mi sentivo un po’ come il giovane di bottega in un gruppo che raccoglieva i più autorevoli studiosi del melodramma. Poi nel 1998 sono stato anche aggregato al Consiglio direttivo e da allora ne ho sempre fatto parte. Insomma ho attraversato quasi tutta la storia del Centro studi Puccini. Anche per questo le soddisfazioni sono state davvero molte. Andrebbero elencate tutte le prime volte che si sono raggiunti degli obiettivi con un lavoro di squadra: il primo numero degli «Studi pucciniani», fatto tutto in casa, senza editore; il primo vero convegno di studio con un concorso inaspettato a livello internazionale; il primo volume dell’Epistolario, finalmente pubblicato in mezzo a difficoltà di ogni tipo e così ben riuscito da far ottenere ai curatori il Premio Illica per la musicologia, e così via. La cosa più inaspettata, però, è essere diventato coautore della versione per orchestra dello Scherzo di Puccini, grazie all’orchestrazione di una parte rimasta allo stato di abbozzo.   In tutti questi anni il Centro studi ha sviluppato tantissime idee e progetti. Quali credi abbiano contribuito maggiormente alla comprensione di Puccini, sia dal punto di vista musicale sia da quello umano? Ritengo che ad avere impatto sia stato l’effetto d’insieme delle azioni via via intraprese. L’approfondimento critico delle opere e dei processi ideativi dalle quali sono nate, la scoperta e l’edizione di brani finora sconosciuti, la pubblicazione sistematica delle lettere in un numero prima d’ora mai neppure immaginato, l’attenzione per gli aspetti visivi delle opere teatrali e per gli interessi artistici, fotografici, letterari di Puccini, il censimento e la messa a disposizione di un vasto repertorio della critica giornalistica e ora anche l’apertura di un lavoro di scavo sulle registrazioni in video delle opere teatrali, tutto ha contribuito alla maggiore comprensione sia umana che artistica, talvolta addirittura con nuovissime scoperte su entrambi i fronti.   Credi che ci sia qualcosa che ti caratterizza e che possa offrire uno sguardo nuovo sulle attività e sulle sfide che attendono il Centro studi? La sfida per il Centro studi è quella di sempre: portare avanti il lavoro con i mezzi economici e umani di cui dispone. I primi sono sempre insufficienti per realizzare tutti i progetti. I secondi si basano sulla gratuità e sulla disponibilità volontaria degli studiosi che, da trent’anni a questa parte, hanno messo e mettono a disposizione tempo e competenze. Di mio credo che potrò aggiungerci l’indipendenza del giudizio e l’ostinazione, lenta ma inesorabile, nel perseguire gli obiettivi: due componenti che forse non guastano per portare avanti, e possibilmente completare, progetti di lunghissima gittata come quelli in cui si è impegnato il Centro studi.   Da non toscano, come è avvenuto il tuo primo incontro con Puccini? Il primo da studioso risale a quarantacinque anni fa, all’epoca in cui iniziavo a impostare la mia tesi di laurea, che verteva sul teatro musicale non verista del tempo di Puccini e lo considerava sullo sfondo, con sfumature critiche negative. La svolta è venuta un po’ per caso, quando mi fu proposto di realizzare una raccolta di studi per una collana musicale dell’editore Il Mulino, suggerendomi come soggetto, in alternativa, Béla Bartók oppure Giacomo Puccini. Si trattava di mettere insieme per i lettori italiani una selezione di articoli recenti, i più rilevanti su scala internazionale. Per interesse personale ero fortemente attratto da Bartók, una delle mie passioni giovanili, però fui subito frenato dalla non conoscenza dell’ungherese. E così dovetti ripiegare su Puccini: il volume uscì nell’anno della fondazione del Centro studi e la sua presentazione a Palazzo Orsetti è stata la prima manifestazione pubblica del Centro.   Stiamo vivendo una fase complessa per la musica: dall’educazione all’ascolto alla partecipazione agli eventi culturali, non soltanto da parte dei giovani. Quali interventi credi dovrebbero essere messi in atto da un governo per invertire questa tendenza? Su questo aspetto mi sono fatto un’idea drastica: la società italiana oggi è diffusamente analfabeta per quanto riguarda la musica, a livello delle singole persone e, purtroppo, anche a livello della classe politica, dell’amministrazione della cultura e dell’istruzione e, tranne rare e lodevoli eccezioni, perfino a livello della classe insegnante che opera nei cicli formativi dell’infanzia e della scuola primaria, là dove si dovrebbe formare la competenza linguistica di base, quella che gli individui potranno utilizzare per tutta la vita. È il risultato di una tendenza di lunga durata, che dalla scuola dell’Italia unita in avanti ha sempre relegato la formazione musicale agli specialisti che si avviavano alla professione di musicista, riservando agli altri quei palliativi che nel tempo si sono chiamati pratica spontanea del canto o avviamento al suono del flauto dolce, e che oggi si chiama didattica musicale laboratoriale. L’analfabetismo musicale è diventato un dato atavico della società italiana, probabilmente irreversibile, che un qualsiasi governo, da solo, non riuscirà mai a risolvere. Per cui la musica si sente e basta, piace o non piace d’istinto, nell’ignoranza delle sue qualità di linguaggio strutturato secondo proprie categorie comunicative. Ovviamente, il problema esula dalle competenze di una piccola entità, molto specialistica, come il Centro studi Puccini. Qualcosa comunque dovremo escogitare anche sul piano della divulgazione dei risultati dei nostri studi.   24/06/2026

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Il punk dei Ramones vive ancora con Marky

Un concerto emozionante a “Il pane e le rose” di Gallicano in provincia di Lucca, dove sabato 20 giugno si è esibita la band Marky Ramone’s Blitzkrieg. L’evento ha richiamato tantissimi fan dei Ramones ma anche tanti curiosi, dal momento che l’ingresso era gratuito.  C’è poco da dire: Marky Ramone è l’ultimo sopravvissuto della band di cui era batterista e che da molti è inidicata come quella dalla cui musica è poi nato il punk. Senza considerare C. J. Ramone e Richie Ramone  che hanno militato nella band per periodi più limitati, Marky è appunto l’unico dei Ramones “storici” ancora vivo. Lo spettacolo va alla grande, sul palco unicamente l’energia della musica. Non può non venire in mente Nick Mason: altro grandissimo batterista, in questo caso dei Pink Floyd, che ha riportato in giro per il mondo una parte di repertorio della sua band senza i compagni di viaggio storici ma con altri musicisti e che abbiamo visto a Pompei. Certo, con i Ramones il genere è completamente diverso e anche la storia è completamente diversa. La band comunque va alla grande e se chiudi gli occhi hai l’impressione di trovarti indietro nel tempo di una quarantina di anni.       Se apri gli occhi però non vedi Dee Dee al basso, non vedi Jhonny alla chitarra, e non vedi Joey, un cantante alto e paradossalmente timido che nasconde le proprie fragilità dietro lunghi capelli e grandi occhiali. Sul palco cioè non ci sono quei drammi interiori, quelle storie tragiche fra droghe, paroanoie, galere e problemi di salute, non c’è la tenerezza che scaturiva da una personalità complessa come quella di Joey. E tanti che hanno assistito al concerto, per quanto soddisfatti della serata, portano con sé un po’ di malinconia per le storie tragiche che hanno accompagnato gli ex componenti della band, tanti si chiedono come sarebbe stata diversa la loro storia se fossero sopravvissuti e si fossero ritrovati a suonare adesso tutti insieme. Lo spettacolo non può che chiudersi con Blitzkrieg Bop dopo un omaggio a Joey con What a Wonderful World, accolta da un’ovazione da parte del pubblico come atto di amore nei confronti del cantante storico della band trattandosi di un brano estratto dal suo album solista uscito postumo, Don’t Worry About Me. E non a caso Marky era stato chiamato a suonare la batteria in alcuni dei brani dell’album fra cui, appunto, What a wonderful World.     Rimangono la bellezza della musica e il ringraziamento che i fan trirbutano a Marky che continua a rendere vivi i capolavori dei Ramones e dei suoi ex compagni di viaggio. Un Marky nel cui sguardo, se lo incontri, vedi riassunta in un attimo una storia incredibile e in parte maledetta. Che magari non ti rivolge parola ma che, dopo averti squadrato capisce se c’è sintonia e ti dà una pacca sulla spalla. Marky sente l’amore del pubblico e alla fine non manca di abbracciarlo simbolicamente.   21 giugno 2026

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Gabriella Biagi Ravenni: l'anima del Centro studi Giacomo Puccini

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini

Dopo l’intervista a Balestri continua il nostro viaggio nel Centro studi Giacomo Puccini di Lucca che ha compiuto 30 anni. Una realtà associativa nata come tante, grazie all’amore per il compositore lucchese di un manipolo di appassionati che poi però è diventata qualcosa di veramente grande e importante. Una realtà che è stata capace non solo di rivalorizzare a pieno la figura di Puccini ma anche di cambiare la vita di tante persone che si sono tuffate nel Centro studi spinte dalla stessa passione dei fondatori e che in questa dimensione hanno potuto portare a fondo le proprie ricerche in un contesto di altissimo livello. Nel frattempo sono purtroppo scomparse figure di riferimento importantissime come lo storico presidente Julian Budden, Dieter Schikling e, recentemente, Michele Girardi cui è stata dedicata proprio la tre giorni dal 4 al 6 giugno ideata per festeggiare il trentennale. In questa occasione Gabriella Biagi Ravenni prima vicepresidente, poi presidente del Centro studi, ha non ha rinnovato la disponibilità a essere presidente lasciando il posto a Virgilio Bernardoni, già vicepresidente ma rimane nel consiglio, la cabina di regia del Centro studi. Un cambiamento nel segno della continuità.     Abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.   Quando il Centro studi Giacomo Puccini è nato, immaginavate sinceramente di arrivare ai livelli a cui effettivamente è arrivato? Assolutamente no. Quando siamo andati dal notaio per costituire l’associazione le ambizioni c’erano, certo, ma non avremmo mai immaginato di arrivare a certi livelli. Il nostro modello era l’Istituto nazionale di studi verdiani, ma non si sperava di andare avanti trenta anni e di fare tante cose come abbiamo poi invece fatto. È stata una sorpresa piacevole.   Se dovessi individuare un momento decisivo nella storia del Centro studi, quale considereresti il vero punto di svolta e perché? Sicuramente il punto di svolta è stato quello economico che c’è stato quando siamo entrati nella tabella triennale del ministero della cultura. Nel 2024 abbiamo realizzato tante cose che se non avessimo avuto quel contributo non avremmo potuto fare. Una vera svolta sotto altri punti di vista non c’è stata, è sempre stato un progressivo crescendo di iniziative. Una vera svolta può essere il fatto che sono entrati i giovani: i giovani sono il futuro.   Gli obiettivi raggiunti in trent’anni sono stati tanti. Se tu dovessi indicarne uno, qual è stato il più importante? Come progetto di ricerca quello che ha dato più soddisfazione è sicuramente il progetto dell’epistolario. Dopo la difficoltà iniziale per il primo volume, i successivi sono stati realizzati più velocemente. Dal punto di vista di altre cose la biblioteca è diventata importantissima per gli studiosi ed è stata collocata in una sede prestigiosa, nella biblioteca della Scuola IMT Alti Studi Lucca.     Fra tutte le cose che hai scoperto in questi anni, qual è la cosa che ti ha stupito di più? Mi fa sempre un’emozione grandissima ogni scoperta. Aver ritrovato la cantata che tutti davano per dispersa e che poi era qui al Conservatorio Boccherini di Lucca devo dire che è stata una grande soddisfazione. Dal punto di vista musicale anche la scoperta delle musiche per organo, che poi è stata una scoperta quasi casuale: tramite il socio Aldo Berti e altri, entrammo in contatto con discendenti che avevano il cognome Della Nina; non erano i discendenti di Carlo Della Nina cui Puccini aveva dato le musiche, ma tramite loro entrammo in contatto con quelli. Si sapeva che erano andate all’asta molti anni fa, ma non si sapeva dove erano andate a finire. Per fortuna però c’erano le fotocopie. Erano tutte mescolate ma fu un lavoro entusiasmante, ricostruirle.   Ci sono stati altri episodi particolari e casuali, immagino. Una curiosa fu quando si presentarono due signore – una era Paola Luzzatto che col marito Lucio ne sono proprietari – che mi fecero vedere una pagina di musica per capire se era veramente di Puccini. Non solo lo era, ma era quel brano era “Torre del lago” per pianoforte. Era stato scritto nel 1904 dopo il fiasco di Butterfly. L’autografo è un’opera d’arte anche come scrittura, tutto corredato da disegni e scritte cancellate: è un brano concepito a Torre del Lago in un clima anche goliardico ma allo stesso tempo è anche di grande profondità. Puccini spesso attua un certo distacco: quando la musica si fa “densa”, o ci mette una bestemmia, o una parolaccia o un’allusione pornografica. Quell’autografo è proprio un emblema di questo comportamento.   La decisione di lasciare la presidenza è ovviamente nell’ottica del cambiamento, ma ci sono anche altre ragioni? Ho deciso di lasciare la presidenza anche perché sono andata in pensione nel 2017 quando mio nipote Gabriele aveva 5 anni. Essendo andata in pensione ho potuto dedicarmi sempre di più al Centro studi, e ho pensato a quando mio nipote, vedendomi così indaffarata su Puccini, mi chiedeva: “Nonna, ma quando vai in pensione-pensione?”   11/06/2026

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I Die Toten Hosen spaccano con l’unica data del tour in Italia

Concerto fenomenale, una scarica di energia ai massimi livelli grazie a Die Toten Hosen, la band icona del punk tedesco che si è esibita ieri, giovedì 28 maggio 2026, all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana eccezionale e indimenticabile: “TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA.”    Una serata da incorniciare anche perché si è trattato non solo dell’unica data italiana del nuovo tour, ma di uno degli unici due warm up previsti; considerando poi che questo è il loro ultimo tour, a meno che non ci siano sorprese, si è trattato dell’ultima data in Italia nella storia dei Toten Hosen.   Ma come se non bastasse, a impreziosire la serata è stato anche il fatto che il concerto ha coinciso proprio con la data di uscita del nuovo e ultimo album che ha un titolo che non lascia spazio a ripensamenti riguardo alla chiusura della storia:  “Trink aus, wir müssen gehen!”. E visto che c’erano, i Toten hanno deciso di festeggiare facendo uscire in contemporanea anche un altro album, “Alles muss raus!” contenente cover di musicisti con cui hanno avuto qualcosa da condividere.     Fan di lunga data rigorosamente con magliette che ripercorrono l’intera carriera della band. Ma la cosa che incuriosisce e di più è la notevole quantità di seguaci dei Toten accorsi dalla Germania per questa data particolare. Quelli attorno a me sono tedeschi, le persone che trovo in bagno sono tedesche, in fila al bar sono tedeschi. Se qualcuno si rivolge a me, mi parla in modo del tutto naturale in tedesco. Mi pare di essere in Germania: per fortuna ho un lungo rapporto di amore con quel paese e mi sento a mio agio. Probabilmente sono stati attratti dal fatto che non solo è l’occasione per sentire i nuovi brani prima ancora che esca l’album ma è anche un warm-up che offre la possibilità di vedere i propri idoli in un ambiente più intimo rispetto ai grandi concerti cui sono abituati in Germania. Lo stesso Campino, dopo qualche parola in inglese, conscio del fatto che il pubblico sia quasi esclusivamente costituito da tedeschi, parla in tedesco.   Lo spettacolo è stato ai massimi livelli come sempre. I Toten sprigionano un’energia incredibile sul palco con quel misto fra divertimento, ironia, rabbia e testi politicamente impegnati che li ha resi unici. Entusiasmo da parte di un pubblico eterogeneo per quel che riguarda l’età essendo la band nata nei primissimi anni ’80.     Non saranno più ventenni i cinque signori sul palco ma l’energia rimane la solita, saltano e corrono da una parte e l’altra senza ripsarmiarsi . La scenografia praticamente non esiste: niente effetti speciali, niente trucchi, solo la forza coinvolgente dei cinque Toten sul palco: la voce di Campino non è per niente invecchiata mentre beffardamente continua a urlare, ringhiare sorridente e modulare sulle linee da ballata, e i quattro compari di viaggio non sono da meno con gli strumenti. Pubblico scatenato fra cori e pogo da sfinimento. Sono veri fan, conoscono le movenze che si devono fare per specifici brani, conoscono tutti i testi. In alcuni momenti un paio di ragazze vengono messe in piedi sulle spalle di altri a sventolare bandiere del gruppo senza accennare un minimo tentennamento nonostante il pogo. Vengono in mente gli atleti dell’Unione Sovietica. Non manca, fra l’altro, un grande gruppo di fan argentini.   Nella scaletta la band ha ripercorso i successi della propria carriera ma anche ben nove brani del nuovo album che abbiamo sentito in questa indimenticabile serata e che ascolteremo con calma nello stereo di casa traccia dopo traccia; di certo possiamo dire che si collocano nello stile dei Toten senza fare alcuno sconto a nessuno e senza fare alcun passo indietro.      Il live inizia subito alla grande con pezzi potenti, diretti al cuore del pubblico, si infiamma con Auswärtsspiel e si prosegue con altri che hanno fatto la storia dei Toten Hosen come Liebeslied, Wünsch dir was, Hier Kommt Alex, Bonnie & Clyde, Paradies. Brani che non hanno bisogno di presentazioni e fanno letteralmente impazzire i fan.    L’interazione fra i Toten Hosen e il pubblico è qualcosa che viene da sé, naturale potremmo dire, e del resto la band tedesca fin dagli esordi è ben abituata a questo tipo di rapporto, è quasi un dialogo alla pari, non un rito come accade in altri concerti: i Toten Hosen non si pongono su un piedistallo, i testi non sono verità calate dall’alto da parte di qualcuno che si sente dio, e questo rende il loro messaggio ancor più diretto e convincente.    Si chiude con ben tre bis e all’interno del secondo non poteva mancare la “cover” di Azzurro in versione punk introdotta da Campino che specifica come questo brano realizzato nel 1990, sia stato, da parte dei Toten, una “dichiarazione di amore”. Poi si dimentica alcune parole e se le inventa, ma probabilmente l’ha capito solo quella piccola percentuale di pubblico italiano. Una botta di vita incredibile, i Toten mancheranno sicuramente nel panorama del punk europeo, ma almeno hanno chiuso in bellezza. Un vero peccato non avere altre date nella penisola. Per la cronaca: il tour prosegue per tutto il 2027 ma le date del 2026, con l’eccezione delle tre aggiunte da poco in Argentina, sono già sold out da un bel po’.     29/05/2026

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I Die Toten Hosen tra poche ore sul palco!

TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA   La band icona del punk tedesco, i Die Toten Hosen, con l’unica data italiana all’Alcatraz di Milano il 28 maggio.   Una data eccezionale visto che si tratta di uno dei due warm up del loro nuovo tour nonché la serata nella quale la band festeggerà insieme al pubblico l’uscita del nuovo e ultimo album.   28/05/2026

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Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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