Gianmarco Caselli

Compositore, ideatore e direttore artistico di Lucca Capannori Underground Festival, suona nel gruppo industrial punk CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico di cui è fondatore. Giornalista, musicologo e professore di italiano e storia al Liceo Artistico Musicale di Lucca, direttore responsabile e fondatore di La Settima Base. Gianmarco Caselli is Composer, creator and artistic director of Lucca Capannori Underground Festival, founder of industrial post punk musical group CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Journalist, musicologist and professor of Italian and history at the Liceo Artistico Musicale in Lucca - editor in chief of La settima base

I Litfiba tornano insieme per 17 Re! In arrivo nuovo album live

Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo: in una parola sola, i Litfiba. I Litfiba quelli veri, quelli dei primi album che hanno rivoluzionato la storia del rock italiano. E chi avrebbe mai pensato di rivederli in tour insieme sul palco dopo la Trilogia del 2012-2013? E soprattutto chi avrebbe mai immaginato di vederli riproporre appunto i brani di quando erano tutti e quattro insieme in studio e sul palco, senza eseguire quelli della storia più recente portata avanti solo da Ghigo e Piero? E invece è accaduto per i quaranta anni di quello che probabilmente è il più bell’album dei Litfiba in formazione originaria: 17 Re. I Litfiba hanno chiamato e il loro popolo ha risposto: il Prato delle Cornacchie delle Cascine di Firenze il 23 luglio scorso è stato riempito da una marea umana di quasi 7.000 spettatori. Anche per il fatto che questa serata se la giocavano nella loro città, Firenze, era una data che non si poteva perdere. E il pubblico è stato ben ripagato con uno spettacolo incredibile di circa due ore e mezzo. E attenzione attenzione: il 27 novembre 2026 uscirà il nuovo album dal vivo “17 RE Live 1986-2026: sarà  registrato proprio in occasione del tour celebrativo ed è già disponibile per il preorder.   Immensi Litfiba. Quando hai la possibilità di assistere a uno spettacolo come questo, capisci che sei di fronte a un gruppo vero. Un gruppo in cui ognuno è una voce a sé che contribuisce all’insieme, non solo Piero: Ghigo Renzulli ha un suono unico alla chitarra, un suono che è diventato marchio di fabbrica indiscusso del gruppo; Antonio Aiazzi non è un semplice tastierista come altri che riempiono con tappeti di accompagnamento, è un tastierista che armonizza e crea atmosfere melodiche nostalgiche e sognanti sulle quali si innesta il canto ora rabbioso ora melanconico, sono protagoniste ed evocatrici come solo Aiazzi riesce a farle essere; e sono proprio le tastiere ad aprire il concerto con una versione strumentale di Febbre a cui segue 17 Re, la title track che è stata tirata fuori ora per l’anniversario in quanto non era stata inserita nell’album. E che dire di Gianni Maroccolo: sembra parlare tramite un basso che pare vivo, quasi una ap e ci si accorge di quanti brani girino proprio intorno al suo strumento.     Una meraviglia. Chi si aspettava una reunion nostalgica o autocelebrativa si è sbagliato alla grande. Semmai il timore poteva essere di trovarsi di fronte a rielaborazioni, “ammodernamenti” dei brani. Invece pareva di essere negli anni ’80, tutto suonava uguale all’album. Tutto. E in due occasioni sono intervenuti anche Francesco Magnelli alle tastiere e Daniele Tramubsti alle percussioni dal momento che a suo tempo avevano collaborato alle registrazioni di 17 Re. Ovviamente il grande assente, come purtroppo sempre, è Ringo De Palma ricordato da Piero con Eroi nel vento e sostituito dal mitico Luc Mitraglia. Piero non ha accennato se non minimamente, giusto verso la fine, al fatto che hanno “fatto fuori venti psicologi” per decidere se realizzare questo tuor oppure no, e fra un brano e l’altro non ha mancato di attaccare governanti e potenti della terra sventolando ora un parrucchino arancione con chiaro riferimento a Turmp, ora le bandiere della Palestina e del Kurdistan.  Infine, brandendo il tricolore Italiano, non ha mancato di ricordare a più riprese che la nostra è una Repubblica antifascista. E Piero lo chiarisce: “di concerti dove non si dice niente è pieno”, e soprattutto ribadisce che “chi non parla è complice e noi non lo siamo“. Altro che De Gregori (che Pelù non tira comunque assolutamente in ballo). Del resto si tratta di argomenti da sempre cari ai Litfiba e a Piero in particolare che di recente ha organizzato anche i due eventi S.O.S. Palestina. Ora, come abbiamo detto in occasione di reunion similil, la speranza enorme dei fan (anche se ci credono in pochi) è che i Litfiba tornino insieme anche per un nuovo album di inediti. Intanto ci godiamo l’attimo.   27/7/2026  

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Dagli Sleaford Mods a Nick Cave and The Bad Seeds

Quello di Nick Cave and The Bad Seeds è stato sicuramente uno degli eventi più attesi a La prima estate 2026 a Lido di Camaiore in provincia di Lucca. Un concerto di più di due ore e mezza che si è tenuto venerdì 26 giugno e durante il quale il musicista australiano ha proposto brani che abbracciano tutta la sua carriera. Prima di parlarne, però, va ricordato che se Nick cave ha chiuso la quarta giornata del festival La prima estate, durante la stessa si sono esibiti altri artisti. In particolare, prima di lui, gli Sleaford Mods. Gli Sleaford Mods si erano già esibiti due anni fa nello stesso festival, sono un duo inglese che può suscitare qualche interrogativo per chi li vede per la prima volta dal vivo: mentre infatti uno dei due canta, l’altro balla e si limita a lanciare le basi premendo un tasto sul computer (spesso, ma non in questo caso, con una birra in mano). Gli Sleaford Mods sono trascinanti e con i loro testi affrontano tematiche politiche di una Gran Bretagna in crisi con rabbia e tanta autoironia. La faccenda delle basi registrate non disturba: con gli Sleaford è palese, dichiarato, fa parte del marchio di fabbrica; sono da criticare quando altri gruppi fingono di suonare sul palco strumenti che invece sono registrati. Gli Sleaford Mods attingono al punk sicuramente ma non solo, e forse i PIL sono il primo gruppo che viene in mente ascoltandoli, ma non è certo nostra intenzione fare paragoni.  Tornando a Nick Cave and The Bad Seeds, il concerto inizia subito energicamente con Get Ready for Love, e la prima domanda che si fanno tanti nel pubblico è come Nick possa resistere vestito come sempre, con la camicia abbottonata fino al collo (con cravatta), gilet e giacca. Nonostante sia infatti un caldo estivo veramente gradevole spazzato dalla leggera aria del mare su cui si affaccia la location e con le Alpi Apuane sullo sfondo, si sta bene se si è in maglietta, non vestiti di tutto punto. Poco dopo infatti Nick Cave dice che “It’s a fucking hot” e si toglie almeno la giacca. Durante lo spettacolo si alternano ritmi energici e tribali ad altri brani in cui il dolore del musicista australiano diventa arte. Un dolore alimentato anche dalla terribile perdita di ben due figli. Nick Cave cerca continuamente il contatto con il pubblico non solo toccando le mani delle persone, ma tenendole strette durante l’esecuzione di alcuni brani come se avesse bisogno del loro supporto per cantare certi testi. Uno dei momenti più indimenticabili è quando, durante “O children”, prende un bambino (con la maglia dei Nirvana) dal pubblico e lo tiene con sé per tutto il tempo del brano. Possiamo solo immaginare che i genitori la notte non abbiano dormito e il giorno dopo gli abbiano comprato la discografia completa di Nick Cave and The Bad Seeds.      Non mancano poi siparietti divertenti come il momento in cui Nick cave saluta il pubblico esclamando: “Pisa!“. Si leva un mormorio di disapprovazione. Non siamo a Pisa, siamo a Lido di Camaiore in provincia di Lucca e, visto il campanilismo di vecchia data fra le due città, è un piccolo colpo al cuore per chi è di Lucca. La cosa si ripete qualche brano dopo, quando Nick Cave, al pianoforte, esordisce con un “Fucking Italy” per poi specificare, in inglese: “Non sappiamo in quale città stiamo suonando. Pisa?” A questo punto il disappunto di parte del pubblico si sente maggiormente. E, nonostante uno dei Bad Seeds gli sussurri qualcosa all’orecchio (probabilmente: “Lucca”), chiude con un “Anyway… fucking Italy.”  Un paio di volte dal pubblico gli lanciano le magliette e lui ci si asciuga il sudore in faccia. Indescrivibile l’energia di Nick Cave nei brani più tribali, sostenuto dalla potenza dei Bad Seeds: un’energia davvero incontenibile che Cave sfoga sul pianoforte, sui microfoni lanciati, su scatti repentini di un corpo che pare avere venti anni, non sessantanove.   Il concerto si chiude con brani fenomenali come Jubilee Street  e la mantrica Hollywood. Ma Nick Cave e i Bad Seeds tornano sul palco e portano con sé City of Refuge, The Weeping Song e Wide Lovely Eyes. Poi i Bad Seeds escono e rimane sul palco solo Nick Cave che saluta il pubblico eseguendo al pianoforte, in un crescendo di commozione, Into my arms.     29/06/2026

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Intervista a Virgilio Bernardoni

In occasione delle celebrazioni per i 30 anni del Centro studi Giacomo Puccini si è completato anche il passaggio di consegne alla presidenza dell’istituzione: Gabriella Biagi Ravenni, che abbiamo recentemente intervistato su La Settima Base, ha lasciato l’incarico a Virgilio Bernardoni, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università degli Studi di Bergamo. Bernardoni non è un nome nuovo per il Centro studi dal momento che vi gravita fin dagli inizi della sua storia. Lo abbiamo intervistato.   Da quando fai parte del Centro studi Giacomo Puccini, qual è stata la tua più grande soddisfazione personale? Si può dire che sono stato nell’orbita del Centro studi quasi dalla prima ora. I fondatori mi proposero di far parte del Comitato scientifico e mi sentivo un po’ come il giovane di bottega in un gruppo che raccoglieva i più autorevoli studiosi del melodramma. Poi nel 1998 sono stato anche aggregato al Consiglio direttivo e da allora ne ho sempre fatto parte. Insomma ho attraversato quasi tutta la storia del Centro studi Puccini. Anche per questo le soddisfazioni sono state davvero molte. Andrebbero elencate tutte le prime volte che si sono raggiunti degli obiettivi con un lavoro di squadra: il primo numero degli «Studi pucciniani», fatto tutto in casa, senza editore; il primo vero convegno di studio con un concorso inaspettato a livello internazionale; il primo volume dell’Epistolario, finalmente pubblicato in mezzo a difficoltà di ogni tipo e così ben riuscito da far ottenere ai curatori il Premio Illica per la musicologia, e così via. La cosa più inaspettata, però, è essere diventato coautore della versione per orchestra dello Scherzo di Puccini, grazie all’orchestrazione di una parte rimasta allo stato di abbozzo.   In tutti questi anni il Centro studi ha sviluppato tantissime idee e progetti. Quali credi abbiano contribuito maggiormente alla comprensione di Puccini, sia dal punto di vista musicale sia da quello umano? Ritengo che ad avere impatto sia stato l’effetto d’insieme delle azioni via via intraprese. L’approfondimento critico delle opere e dei processi ideativi dalle quali sono nate, la scoperta e l’edizione di brani finora sconosciuti, la pubblicazione sistematica delle lettere in un numero prima d’ora mai neppure immaginato, l’attenzione per gli aspetti visivi delle opere teatrali e per gli interessi artistici, fotografici, letterari di Puccini, il censimento e la messa a disposizione di un vasto repertorio della critica giornalistica e ora anche l’apertura di un lavoro di scavo sulle registrazioni in video delle opere teatrali, tutto ha contribuito alla maggiore comprensione sia umana che artistica, talvolta addirittura con nuovissime scoperte su entrambi i fronti.   Credi che ci sia qualcosa che ti caratterizza e che possa offrire uno sguardo nuovo sulle attività e sulle sfide che attendono il Centro studi? La sfida per il Centro studi è quella di sempre: portare avanti il lavoro con i mezzi economici e umani di cui dispone. I primi sono sempre insufficienti per realizzare tutti i progetti. I secondi si basano sulla gratuità e sulla disponibilità volontaria degli studiosi che, da trent’anni a questa parte, hanno messo e mettono a disposizione tempo e competenze. Di mio credo che potrò aggiungerci l’indipendenza del giudizio e l’ostinazione, lenta ma inesorabile, nel perseguire gli obiettivi: due componenti che forse non guastano per portare avanti, e possibilmente completare, progetti di lunghissima gittata come quelli in cui si è impegnato il Centro studi.   Da non toscano, come è avvenuto il tuo primo incontro con Puccini? Il primo da studioso risale a quarantacinque anni fa, all’epoca in cui iniziavo a impostare la mia tesi di laurea, che verteva sul teatro musicale non verista del tempo di Puccini e lo considerava sullo sfondo, con sfumature critiche negative. La svolta è venuta un po’ per caso, quando mi fu proposto di realizzare una raccolta di studi per una collana musicale dell’editore Il Mulino, suggerendomi come soggetto, in alternativa, Béla Bartók oppure Giacomo Puccini. Si trattava di mettere insieme per i lettori italiani una selezione di articoli recenti, i più rilevanti su scala internazionale. Per interesse personale ero fortemente attratto da Bartók, una delle mie passioni giovanili, però fui subito frenato dalla non conoscenza dell’ungherese. E così dovetti ripiegare su Puccini: il volume uscì nell’anno della fondazione del Centro studi e la sua presentazione a Palazzo Orsetti è stata la prima manifestazione pubblica del Centro.   Stiamo vivendo una fase complessa per la musica: dall’educazione all’ascolto alla partecipazione agli eventi culturali, non soltanto da parte dei giovani. Quali interventi credi dovrebbero essere messi in atto da un governo per invertire questa tendenza? Su questo aspetto mi sono fatto un’idea drastica: la società italiana oggi è diffusamente analfabeta per quanto riguarda la musica, a livello delle singole persone e, purtroppo, anche a livello della classe politica, dell’amministrazione della cultura e dell’istruzione e, tranne rare e lodevoli eccezioni, perfino a livello della classe insegnante che opera nei cicli formativi dell’infanzia e della scuola primaria, là dove si dovrebbe formare la competenza linguistica di base, quella che gli individui potranno utilizzare per tutta la vita. È il risultato di una tendenza di lunga durata, che dalla scuola dell’Italia unita in avanti ha sempre relegato la formazione musicale agli specialisti che si avviavano alla professione di musicista, riservando agli altri quei palliativi che nel tempo si sono chiamati pratica spontanea del canto o avviamento al suono del flauto dolce, e che oggi si chiama didattica musicale laboratoriale. L’analfabetismo musicale è diventato un dato atavico della società italiana, probabilmente irreversibile, che un qualsiasi governo, da solo, non riuscirà mai a risolvere. Per cui la musica si sente e basta, piace o non piace d’istinto, nell’ignoranza delle sue qualità di linguaggio strutturato secondo proprie categorie comunicative. Ovviamente, il problema esula dalle competenze di una piccola entità, molto specialistica, come il Centro studi Puccini. Qualcosa comunque dovremo escogitare anche sul piano della divulgazione dei risultati dei nostri studi.   24/06/2026

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Il punk dei Ramones vive ancora con Marky

Un concerto emozionante a “Il pane e le rose” di Gallicano in provincia di Lucca, dove sabato 20 giugno si è esibita la band Marky Ramone’s Blitzkrieg. L’evento ha richiamato tantissimi fan dei Ramones ma anche tanti curiosi, dal momento che l’ingresso era gratuito.  C’è poco da dire: Marky Ramone è l’ultimo sopravvissuto della band di cui era batterista e che da molti è inidicata come quella dalla cui musica è poi nato il punk. Senza considerare C. J. Ramone e Richie Ramone  che hanno militato nella band per periodi più limitati, Marky è appunto l’unico dei Ramones “storici” ancora vivo. Lo spettacolo va alla grande, sul palco unicamente l’energia della musica. Non può non venire in mente Nick Mason: altro grandissimo batterista, in questo caso dei Pink Floyd, che ha riportato in giro per il mondo una parte di repertorio della sua band senza i compagni di viaggio storici ma con altri musicisti e che abbiamo visto a Pompei. Certo, con i Ramones il genere è completamente diverso e anche la storia è completamente diversa. La band comunque va alla grande e se chiudi gli occhi hai l’impressione di trovarti indietro nel tempo di una quarantina di anni.       Se apri gli occhi però non vedi Dee Dee al basso, non vedi Jhonny alla chitarra, e non vedi Joey, un cantante alto e paradossalmente timido che nasconde le proprie fragilità dietro lunghi capelli e grandi occhiali. Sul palco cioè non ci sono quei drammi interiori, quelle storie tragiche fra droghe, paroanoie, galere e problemi di salute, non c’è la tenerezza che scaturiva da una personalità complessa come quella di Joey. E tanti che hanno assistito al concerto, per quanto soddisfatti della serata, portano con sé un po’ di malinconia per le storie tragiche che hanno accompagnato gli ex componenti della band, tanti si chiedono come sarebbe stata diversa la loro storia se fossero sopravvissuti e si fossero ritrovati a suonare adesso tutti insieme. Lo spettacolo non può che chiudersi con Blitzkrieg Bop dopo un omaggio a Joey con What a Wonderful World, accolta da un’ovazione da parte del pubblico come atto di amore nei confronti del cantante storico della band trattandosi di un brano estratto dal suo album solista uscito postumo, Don’t Worry About Me. E non a caso Marky era stato chiamato a suonare la batteria in alcuni dei brani dell’album fra cui, appunto, What a wonderful World.     Rimangono la bellezza della musica e il ringraziamento che i fan trirbutano a Marky che continua a rendere vivi i capolavori dei Ramones e dei suoi ex compagni di viaggio. Un Marky nel cui sguardo, se lo incontri, vedi riassunta in un attimo una storia incredibile e in parte maledetta. Che magari non ti rivolge parola ma che, dopo averti squadrato capisce se c’è sintonia e ti dà una pacca sulla spalla. Marky sente l’amore del pubblico e alla fine non manca di abbracciarlo simbolicamente.   21 giugno 2026

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Gabriella Biagi Ravenni: l'anima del Centro studi Giacomo Puccini

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini

Dopo l’intervista a Balestri continua il nostro viaggio nel Centro studi Giacomo Puccini di Lucca che ha compiuto 30 anni. Una realtà associativa nata come tante, grazie all’amore per il compositore lucchese di un manipolo di appassionati che poi però è diventata qualcosa di veramente grande e importante. Una realtà che è stata capace non solo di rivalorizzare a pieno la figura di Puccini ma anche di cambiare la vita di tante persone che si sono tuffate nel Centro studi spinte dalla stessa passione dei fondatori e che in questa dimensione hanno potuto portare a fondo le proprie ricerche in un contesto di altissimo livello. Nel frattempo sono purtroppo scomparse figure di riferimento importantissime come lo storico presidente Julian Budden, Dieter Schikling e, recentemente, Michele Girardi cui è stata dedicata proprio la tre giorni dal 4 al 6 giugno ideata per festeggiare il trentennale. In questa occasione Gabriella Biagi Ravenni prima vicepresidente, poi presidente del Centro studi, ha non ha rinnovato la disponibilità a essere presidente lasciando il posto a Virgilio Bernardoni, già vicepresidente ma rimane nel consiglio, la cabina di regia del Centro studi. Un cambiamento nel segno della continuità.     Abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.   Quando il Centro studi Giacomo Puccini è nato, immaginavate sinceramente di arrivare ai livelli a cui effettivamente è arrivato? Assolutamente no. Quando siamo andati dal notaio per costituire l’associazione le ambizioni c’erano, certo, ma non avremmo mai immaginato di arrivare a certi livelli. Il nostro modello era l’Istituto nazionale di studi verdiani, ma non si sperava di andare avanti trenta anni e di fare tante cose come abbiamo poi invece fatto. È stata una sorpresa piacevole.   Se dovessi individuare un momento decisivo nella storia del Centro studi, quale considereresti il vero punto di svolta e perché? Sicuramente il punto di svolta è stato quello economico che c’è stato quando siamo entrati nella tabella triennale del ministero della cultura. Nel 2024 abbiamo realizzato tante cose che se non avessimo avuto quel contributo non avremmo potuto fare. Una vera svolta sotto altri punti di vista non c’è stata, è sempre stato un progressivo crescendo di iniziative. Una vera svolta può essere il fatto che sono entrati i giovani: i giovani sono il futuro.   Gli obiettivi raggiunti in trent’anni sono stati tanti. Se tu dovessi indicarne uno, qual è stato il più importante? Come progetto di ricerca quello che ha dato più soddisfazione è sicuramente il progetto dell’epistolario. Dopo la difficoltà iniziale per il primo volume, i successivi sono stati realizzati più velocemente. Dal punto di vista di altre cose la biblioteca è diventata importantissima per gli studiosi ed è stata collocata in una sede prestigiosa, nella biblioteca della Scuola IMT Alti Studi Lucca.     Fra tutte le cose che hai scoperto in questi anni, qual è la cosa che ti ha stupito di più? Mi fa sempre un’emozione grandissima ogni scoperta. Aver ritrovato la cantata che tutti davano per dispersa e che poi era qui al Conservatorio Boccherini di Lucca devo dire che è stata una grande soddisfazione. Dal punto di vista musicale anche la scoperta delle musiche per organo, che poi è stata una scoperta quasi casuale: tramite il socio Aldo Berti e altri, entrammo in contatto con discendenti che avevano il cognome Della Nina; non erano i discendenti di Carlo Della Nina cui Puccini aveva dato le musiche, ma tramite loro entrammo in contatto con quelli. Si sapeva che erano andate all’asta molti anni fa, ma non si sapeva dove erano andate a finire. Per fortuna però c’erano le fotocopie. Erano tutte mescolate ma fu un lavoro entusiasmante, ricostruirle.   Ci sono stati altri episodi particolari e casuali, immagino. Una curiosa fu quando si presentarono due signore – una era Paola Luzzatto che col marito Lucio ne sono proprietari – che mi fecero vedere una pagina di musica per capire se era veramente di Puccini. Non solo lo era, ma era quel brano era “Torre del lago” per pianoforte. Era stato scritto nel 1904 dopo il fiasco di Butterfly. L’autografo è un’opera d’arte anche come scrittura, tutto corredato da disegni e scritte cancellate: è un brano concepito a Torre del Lago in un clima anche goliardico ma allo stesso tempo è anche di grande profondità. Puccini spesso attua un certo distacco: quando la musica si fa “densa”, o ci mette una bestemmia, o una parolaccia o un’allusione pornografica. Quell’autografo è proprio un emblema di questo comportamento.   La decisione di lasciare la presidenza è ovviamente nell’ottica del cambiamento, ma ci sono anche altre ragioni? Ho deciso di lasciare la presidenza anche perché sono andata in pensione nel 2017 quando mio nipote Gabriele aveva 5 anni. Essendo andata in pensione ho potuto dedicarmi sempre di più al Centro studi, e ho pensato a quando mio nipote, vedendomi così indaffarata su Puccini, mi chiedeva: “Nonna, ma quando vai in pensione-pensione?”   11/06/2026

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I Die Toten Hosen spaccano con l’unica data del tour in Italia

Concerto fenomenale, una scarica di energia ai massimi livelli grazie a Die Toten Hosen, la band icona del punk tedesco che si è esibita ieri, giovedì 28 maggio 2026, all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana eccezionale e indimenticabile: “TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA.”    Una serata da incorniciare anche perché si è trattato non solo dell’unica data italiana del nuovo tour, ma di uno degli unici due warm up previsti; considerando poi che questo è il loro ultimo tour, a meno che non ci siano sorprese, si è trattato dell’ultima data in Italia nella storia dei Toten Hosen.   Ma come se non bastasse, a impreziosire la serata è stato anche il fatto che il concerto ha coinciso proprio con la data di uscita del nuovo e ultimo album che ha un titolo che non lascia spazio a ripensamenti riguardo alla chiusura della storia:  “Trink aus, wir müssen gehen!”. E visto che c’erano, i Toten hanno deciso di festeggiare facendo uscire in contemporanea anche un altro album, “Alles muss raus!” contenente cover di musicisti con cui hanno avuto qualcosa da condividere.     Fan di lunga data rigorosamente con magliette che ripercorrono l’intera carriera della band. Ma la cosa che incuriosisce e di più è la notevole quantità di seguaci dei Toten accorsi dalla Germania per questa data particolare. Quelli attorno a me sono tedeschi, le persone che trovo in bagno sono tedesche, in fila al bar sono tedeschi. Se qualcuno si rivolge a me, mi parla in modo del tutto naturale in tedesco. Mi pare di essere in Germania: per fortuna ho un lungo rapporto di amore con quel paese e mi sento a mio agio. Probabilmente sono stati attratti dal fatto che non solo è l’occasione per sentire i nuovi brani prima ancora che esca l’album ma è anche un warm-up che offre la possibilità di vedere i propri idoli in un ambiente più intimo rispetto ai grandi concerti cui sono abituati in Germania. Lo stesso Campino, dopo qualche parola in inglese, conscio del fatto che il pubblico sia quasi esclusivamente costituito da tedeschi, parla in tedesco.   Lo spettacolo è stato ai massimi livelli come sempre. I Toten sprigionano un’energia incredibile sul palco con quel misto fra divertimento, ironia, rabbia e testi politicamente impegnati che li ha resi unici. Entusiasmo da parte di un pubblico eterogeneo per quel che riguarda l’età essendo la band nata nei primissimi anni ’80.     Non saranno più ventenni i cinque signori sul palco ma l’energia rimane la solita, saltano e corrono da una parte e l’altra senza ripsarmiarsi . La scenografia praticamente non esiste: niente effetti speciali, niente trucchi, solo la forza coinvolgente dei cinque Toten sul palco: la voce di Campino non è per niente invecchiata mentre beffardamente continua a urlare, ringhiare sorridente e modulare sulle linee da ballata, e i quattro compari di viaggio non sono da meno con gli strumenti. Pubblico scatenato fra cori e pogo da sfinimento. Sono veri fan, conoscono le movenze che si devono fare per specifici brani, conoscono tutti i testi. In alcuni momenti un paio di ragazze vengono messe in piedi sulle spalle di altri a sventolare bandiere del gruppo senza accennare un minimo tentennamento nonostante il pogo. Vengono in mente gli atleti dell’Unione Sovietica. Non manca, fra l’altro, un grande gruppo di fan argentini.   Nella scaletta la band ha ripercorso i successi della propria carriera ma anche ben nove brani del nuovo album che abbiamo sentito in questa indimenticabile serata e che ascolteremo con calma nello stereo di casa traccia dopo traccia; di certo possiamo dire che si collocano nello stile dei Toten senza fare alcuno sconto a nessuno e senza fare alcun passo indietro.      Il live inizia subito alla grande con pezzi potenti, diretti al cuore del pubblico, si infiamma con Auswärtsspiel e si prosegue con altri che hanno fatto la storia dei Toten Hosen come Liebeslied, Wünsch dir was, Hier Kommt Alex, Bonnie & Clyde, Paradies. Brani che non hanno bisogno di presentazioni e fanno letteralmente impazzire i fan.    L’interazione fra i Toten Hosen e il pubblico è qualcosa che viene da sé, naturale potremmo dire, e del resto la band tedesca fin dagli esordi è ben abituata a questo tipo di rapporto, è quasi un dialogo alla pari, non un rito come accade in altri concerti: i Toten Hosen non si pongono su un piedistallo, i testi non sono verità calate dall’alto da parte di qualcuno che si sente dio, e questo rende il loro messaggio ancor più diretto e convincente.    Si chiude con ben tre bis e all’interno del secondo non poteva mancare la “cover” di Azzurro in versione punk introdotta da Campino che specifica come questo brano realizzato nel 1990, sia stato, da parte dei Toten, una “dichiarazione di amore”. Poi si dimentica alcune parole e se le inventa, ma probabilmente l’ha capito solo quella piccola percentuale di pubblico italiano. Una botta di vita incredibile, i Toten mancheranno sicuramente nel panorama del punk europeo, ma almeno hanno chiuso in bellezza. Un vero peccato non avere altre date nella penisola. Per la cronaca: il tour prosegue per tutto il 2027 ma le date del 2026, con l’eccezione delle tre aggiunte da poco in Argentina, sono già sold out da un bel po’.     29/05/2026

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I Die Toten Hosen tra poche ore sul palco!

TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA   La band icona del punk tedesco, i Die Toten Hosen, con l’unica data italiana all’Alcatraz di Milano il 28 maggio.   Una data eccezionale visto che si tratta di uno dei due warm up del loro nuovo tour nonché la serata nella quale la band festeggerà insieme al pubblico l’uscita del nuovo e ultimo album.   28/05/2026

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Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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La Turandot del centenario sotto la bacchetta di D’Agostini

È Alessandro D’Agostini il direttore d’orchestra della Turandot del Centenario andata in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 e 26 aprile e di cui abbiamo parlato precedentemente qui. Sotto la sua bacchetta, la prestigiosa ORT, Orchestra della Toscana. Una direzione acclamata dal pubblico, quella di D’Agostini che ha saputo favorire uno spirito di collaborazione tangibile tra cast e orchestra. Musicalmente il direttore, pur non rinunciando ovviamente alle grandi sonorità della Turandot, è riuscito a valorizzare le atmosfere rarefatte di un’opera che mette in scena le grandi inquietudini dell’uomo del primo Novecento e di cui D’Agostini stesso ci parla nell’intervista che ha rilasciato per noi poco prima dell’ultima messa in scena.   G.C. – Turandot: sotto tanti punti di vista è considerata l’ultima grande opera lirica della storia della musica. A.D’A. –  Sì, molti hanno effettivamente pensato che fosse la fine della storia della grande opera popolare italiana. Questa idea mi trova in parte d’accordo ma non è così: sicuramente, però, la traccia di Puccini non è stata pienamente seguita. Come l’ultimo Verdi, Puccini va verso l’essenzialità del discorso musicale e l’elaborazione di un linguaggio specifico che si distacca anche dalle tradizioni che aveva preso come punto di riferimento come la musica francese e quella russa.   G.C. – Parlando di Turandot non si può poi non prendere in considerazione che nel frattempo si sono affacciate le avanguardie musicali, rivoluzioni musicali come quella di Schönberg. A.D’A- Certamente. Quello di Turandot è un linguaggio nuovo anche per lo stesso linguaggio musicale di Puccini. Tutto quello che aveva scritto prima gli sembrava vecchio. C’è un aspetto di novità di cui era assolutamente conscio e non è stato compreso al suo primo apparire e neppure dai compositori immediatamente successivi.   G.C. – Ci sono novità anche dal punto di vista contenutistico della drammaturgia: cosa ti ha colpito di più? A.D’A –  Dal punto di vista drammaturgico c’è un’attenzione rivolta al mondo interiore di questi personaggi tormentati. Puccini era rimasto molto impressionato dalla prima guerra mondiale, in quegli anni scrive anche un pezzo per pianoforte molto oscuro. C’era tutta quell’epoca che Puccini si trova a vivere in prima persona da cui era profondamente turbato, e questo turbamento si ritrova nei personaggi tormentati di Turandot: irrisolti, pieni di domande. È un’opera sull’identità, tutti cercano un nome. La risposta al terzo enigma di Turandot è il suo nome, e Calaf chiederà a Turandot di indovinare il suo nome. Sono personaggi profondamente novecenteschi che evidenziano la crisi dell’”io”.   G.C. – Su cosa ti sei concentrato per sottolineare gli aspetti di queste novità dal punto di vista musicale? Quali elementi hai enfatizzato maggiormente? A.D’A – Dal punto di vista timbrico immaginiamo Turandot come opera di masse, di grandi sonorità. In realtà è un’opera piena di pianissimo, il silenzio è ricercato. Un esempio si trova prima dell’aria di Turandot: la musica si spegne. Certo, l’orchestra è completa, ma il “come” la usa Puccini è il grande miracolo. Quel linguaggio tronfio di certi suoi contemporanei che andavano verso la ridondanza, in Turandot non c’è.   G.C. – Una ricerca che per certi versi si vedeva già ne La Rondine. A.D’A – Sì, Puccini era in questa direzione. Quando sta lavorando a Turandot, Puccini scrive: “sto cercando accordi stranissimi”. L’idea della Cina vagheggiata, finta, è in direzione di un’armonia ricercata, elaborata, propria.   G.C. – Non è una pura ricerca intellettuale. A.D’A – Esatto, e non è quella degli scontri armonici della dodecafonia o della mitteleuropa: c’è una luce mediterranea.   G.C. – Cosa puoi dirci sul finale incompiuto? Qual è il tuo punto di vista? A.D’A – Per me Turandot deve finire dove Puccini ha finito di scrivere la musica. Io l’ho eseguita più volte con il finale di Alfano ma non funziona proprio a livello drammaturgico, secondo me. Il finale aperto presenta un altro vantaggio, cioè lasciare irrisolta la storia: sono proprio i personaggi che rimangono irrisolti. L’unica che “risolve” è Liù, il personaggio eroico per eccellenza. Tiene testa a Turandot e si rivolge a lei con il “tu”, con un linguaggio paritetico. L’apice della tensione è la morte di Liù.   27/4/2026

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La Turandot negli occhi di Nadir Dal Grande

Ci siamo: esattamente a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, domani – 25 aprile 2026 con replica il 26 – andrà in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il nuovo allestimento di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente. Per l’occasione abbiamo intervistato il regista, Nadir Dal Grande.   Tu nasci come scenografo ma in questo allestimento firmi regia, scene e costumi. Da cosa sei partito per questa Turandot?  Dallo studio dell’opera e del libretto. Per me è importantissimo entrare nell’opera e capire cosa c’è di sotterraneo e i punti di ancoraggio con il nostro presente. Parto con il lavoro drammaturgico, è il punto di partenza per costruire spazio, costumi e luce, è un insieme. Per deformazione sono più rivolto allo spazio come strumento di narrazione e mi ci dedico forse un po’ di più, ma sono tutti aspetti molto legati fra loro.       L’allestimento viene firmato sotto il nome di un collettivo di cui fa parte, oltre a te, Jenny Cappelloni come lighting designer e dal nome “Floret Umbra”: cosa significa? Abbiamo deciso di chiamarci così e dare questo nome al collettivo a progettazione conclusa: volevamo dare un titolo che riassumesse la poetica del progetto. È stato ispirato dall’immagine finale: una materia scura, organica, che è una materializzazione ed estensione della malattia di Turandot, comincia a fiorire e preannuncia una nuova primavera. E quindi, alla fine, l’ombra fiorisce.    Come influisce il lavoro di Jenny Cappelloni? È fondamentale. Ho progettato la scena proprio per ospitare la luce e utilizzarla in maniera drammaturgica, viene usata come il sortilegio di Turandot con cui domina il popolo; poi c’è la luce di Liù che invece è calda, salva, interviene e porta all’estasi.   Cosa c’è di esclusivamente tuo dal punto di vista registico in questa Turandot?  A me piace pensare che tutto quello che ho costruito è stato filtrato dalla mia poetica ed è importante non avere tradito l’opera. La cosa più personale probabilmente è la rilettura del finale, un epilogo che accoglie la sospensione: la rilettura che ho dato alla morte di Liù è una novità.       Turandot è un’opera ancora moderna, probabilmente l’ultima fra le opere liriche che tutti nel mondo conoscono. E a distanza di cento anni continua ad avere un suono contemporaneo. Dal punto di vista musicale quale è stato il punto per te cruciale nell’affrontare questa opera?   Turandot ti trasporta in un mondo, ma anche il primo Puccini è cinematografico, evoca delle immagini. Pechino è descritta con una musica che racconta immagini estremamente cupe, viene proprio dichiarato il mondo dei fantasmi, del sortilegio, un mondo spettrale, cupo, piegato dall’incantesimo di Turandot. Lei poi è enigmatica in sé stessa e la musica ti porta a innamorarti di lei perché è indecifrabile.   Nelle note di regia parli di “ultima alba’’: puoi spiegare questo concetto? Ho pensato: come faccio a sublimare la morte di Liù? La musica termina con questa grande sospensione, il problema registico era come risolvere questo punto. Per farlo ho scelto di concludere l’opera con questa alba che alla fine arriva ed è attesa dal popolo come fosse una apocalisse. È la profezia che si realizza. La luce da un lato salva, dall’altro cancella, è l’estinzione di un’epoca ed è anche testimonianza del sacrificio, la morte di Liù, causato da tutti: la consapevolezza ricade sul popolo di Pechino.   C’è anche una presenza importante: una bambina. È la materializzazione in scena della purezza di Liù, interviene in scena portando dei simboli come il fiore, la luce. E va a costruire un atto dopo l’altro ciò che troveremo nel finale. Prima porta il fiore, e non è visto da nessuno, solo Liù può vederlo; nel secondo atto si pone accanto a Calaf, come se fosse Liù a stare accanto a lui nel suo momento più difficile; torna infine nel terzo atto per consegnare il pugnale. Liù si rende conto a quel punto dei passi che ha compiuto e di ciò che deve fare: è una figura profetica e apocalittica. Solo nel finale, quando il popolo canta “ombra dolente non farci del male” tutti vedono questa bambina e si rendono conto di ciò che hanno fatto: è come se l’avessero ammazzata. 24/04/2026

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