Gianmarco Caselli

Compositore, ideatore e direttore artistico di Lucca Capannori Underground Festival, suona nel gruppo industrial punk CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico di cui è fondatore. Giornalista, musicologo e professore di italiano e storia al Liceo Artistico Musicale di Lucca, direttore responsabile di La Settima Base. Gianmarco Caselli is Composer, creator and artistic director of Lucca Capannori Underground Festival, founder of industrial post punk musical group CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Journalist, musicologist and professor of Italian and history at the Liceo Artistico Musicale in Lucca - editor in chief of La settima base

Andrea Chimenti ci avvolge nella nebbia del suo nuovo album

– di Gianmarco Caselli   Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1 – recensione e intervista   Andrea Chimenti festeggia quaranta anni di carriera musicale con Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1, un album che raccoglie dieci fra i migliori brani del musicista scelti non solo fra quelli prodotti durante la carriera solista, ma anche fra quelli dei Moda, gruppo con cui iniziò la sua avventura musicale. Un album che arriva a pochissima distanza dal suo nuovo libro di racconti “Senza fermata” presentato in prima assoluta al Capannori Underground Festival.     Questa non è una semplice raccolta e ce ne parla proprio Chimenti stesso in una breve intervista al termine di questa recensione:  i brani non sono semplicemente “copiati e incollati”, sono bensì tutti reinterpretati con la sensibilità e la maestria acquisite negli anni conferendo all’album una unità, un colore e una atmosfera che ci accompagnano in paesaggi avvolti da una leggera nebbia avvolgente e confortante. Un grigio caldo, come quello che domina la copertina.   L’album si apre con due brani dei Moda e prosegue con una delle varie preziosità di questa raccolta: “A Stain In The Moonlight”, un gioiello che era uscito esclusivamente come brano in digitale nella versione audiolibro della prima raccolta di racconti di Chimenti, “L’Organista di Mainz.” Elaborata su un testo in inglese di Francesco Chimenti, questa versione cantata con Tori Sparks raggiunge un’intensità letteralmente coinvolgente che lo qualifica come uno dei vertici dell’album se non il vertice assoluto. Notevole anche l’eclettica “Garcia” che con il suo finale ipnotico pare condurci per mano a un grembo rassicurante. E che dire di “Ti ho aspettato“, ai tempi cantata insieme a un gigante della storia della musica come David Sylvian? Semplicemente incantevole e sognante. La chiusura è affidata a “La cattiva amante“, un brano magistrale capace di muoverci fra malinconia, incertezza e sicurezza in pochi minuti.   Nell’album suonano vari ospiti a dir poco eccellenti: i due ex Moda, Fabio Galavotti e Fabio Chiappini, Gianni Maroccolo, Mauro Ermanno Giovanardi, la cantautrice spagnola Tori Sparks, Shawn Lee, il figlio di Andrea Francesco Chimenti, Massimo Fantoni e Giorgio Cedolin. L’album è disponibile in cd e in quattro versioni differenti di vinile (nero, rosso, argento e oro) ed è pubblicato da Vrec Music Label e distribuito da Audioglobe   Chimenti ha scambiato alcune battute con noi.   Che effetto ti ha fatto ritrovarti a suonare con due ex Moda? È avvenuto con spontaneità. Non era preventivato, ma sentendoci di tanto in tanto è accaduto che raccontassi loro il nuovo progetto discografico dove avevo intenzione di arrangiare nuovamente due brani dei Moda. La loro partecipazione è stata naturale, senza pensarci troppo. Non c’è stato neanche il tempo di coinvolgere Fabrizio Barbacci perché i brani erano già arrangiati insieme a Francesco Cappiotti che ha prodotto insieme a me il disco. Insomma, senza nessun calcolo Fabio Chiappini e Fabio Galavotti (rispettivamente tastierista e bassista dei Moda) hanno dato il loro contributo. Fabio Galavotti aveva già suonato nell’album “Il Deserto la Notte il Mare”.   Immaginando la difficoltà nel selezionare solo alcuni brani, come hai scelto la loro sequenza all’interno dell’album non essendo stato rispettato un ordine cronologico? La prima difficoltà è stata la scelta dei brani, non facile scegliere venti titoli. In alcuni casi mi sono lasciato attrarre da quelle canzoni capaci ancora di emozionarmi e in altri casi da quelle canzoni che sono passate più inosservate e che per me avevano ancora molto da dire. La seconda difficoltà è stata quella di come comporre l’ordine dei brani. La scelta più logica era quella di andare in senso cronologico, ma ho pensato che sarebbe stata la solita lista un po’ banale e che non avrebbe dato un senso di unità al tutto. Ho preferito comporre i brani in ordine sparso privilegiando la piacevolezza dell’accostamento tra le canzoni. Brani di anni diversi, ma che potevano ugualmente convivere creando un nuovo equilibrio. Così è stato e mi sembra che il disco abbia raggiunto una sua omogeneità.   Hai ripreso qualche brano che per certi versi non ricordavi così intenso? Forse citerei “A Stain in the Moonlight”, un brano scritto per l’audiolibro della mia prima raccolta di racconti. Si può dire che fosse un pezzo quasi inedito. Francesco Cappiotti mi ha proposto di invitare Tori Sparks a cantare. Non conoscevo questa cantautrice americana ed è stata una bella sorpresa. Il duetto e il nuovo arrangiamento hanno fatto rifiorire quel brano che altrimenti sarebbe rimasto nascosto ancora per chissà quanto tempo. Il testo è di Francesco Chimenti, mio figlio, al quale lo avevo affidato perché un buon conoscitore della lingua inglese e forse anche per questa collaborazione è una canzone alla quale sono molto legato.          

Il tempo senza tempo nei racconti di Andrea Chimenti

– di Gianmarco Caselli   Senza fermata, il nuovo libro di racconti del musicista Andrea Chimenti edito da Ronzani editore, è un piccolo gioiello. Sono dieci i racconti della nuova opera letteraria dell’ex cantante dei Moda che si distanziano molto, come stile, dalla precedente raccolta di racconti, L’organista di Mainz (Lorusso editore). Mentre i racconti di quest’ultimo erano contraddistinti da uno stile realistico, con i racconti di Senza fermata Chimenti si colloca nella corrente del realismo magico di Dino Buzzati e Italo Calvino.     La raccolta è stata presentata in prima assoluta il 31 gennaio scorso a Capannori Underground Festival con Chimenti intervistato dal sottoscritto in qualità di direttore artistico del Festival, insieme ad Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba, e da Michele Rossi, direttore del gabinetto scientifico letterario del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Durante la serata Chimenti ha ricevuto anche il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.     Tema conduttore di Senza fermata è il tempo, il tempo che scorre e, appunto come suggerisce il titolo, non si ferma mai. I racconti sono quasi tutti concatenati e vanno dal 10.000 a.C. al 2024 d.C. È una frase di Leonardo Da Vinci ad avere dato all’autore lo spunto per questa opera: “L’acqua che tocchi dei fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene, così il tempo presente.” Chimenti ci immerge in situazioni quotidiane, a volte banali e, senza che ce ne accorgiamo, ci trasporta in situazioni surreali, oniriche. Quello che stupisce e che fa piacere, è che tutto avviene per lo più in modo leggero, quasi naturale. I personaggi si trovano a evadere dal tempo, dalla situazione presente, per fondersi con un tutto cosmico, con il ritmo vitale dell’universo dal colore blu Klein protagonista della copertina. L’attenzione dell’autore, e del lettore, si sofferma su piccoli eventi, situazioni, gesti, che il tempo frenetico della società attuale non ci fa più vedere. Chimenti ci accompagna delicatamente, attraverso questi varchi –  in una realtà diversa da quella reale, in un tempo senza tempo che ci riconnette con il nostro io interiore e talvolta ci riporta all’innocenza dell’infanzia, ai sentimenti non corrosi e non corrotti dal tempo che stiamo vivendo. È una lettura che ci fa stare bene e di cui avevamo bisogno.   25/02/2026      

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

– di Gianmarco Caselli Anche se può sembrare incredibile, il primo fotoreporter di guerra iracheno, non è nato in tempi lontanissimi, bensì nel 1987. E non solo Kamaran Najm  è stato il primo fotoreporter di guerra iracheno, ma è stato anche fondatore di Metrography, la prima agenzia fotografica indipendente del Paese. Il suo scopo era raccontare con le fotografie l’orrore della guerra ma anche la bellezza del Kurdistan iracheno. Calia non è nuovo a questo tipo di opere che si inquadrano nell’ambito del graphic journalism, ne è un vero e proprio punto di riferimento e a questo proposito è anche autore di “Graphic Journalist – manuale per i reporter con la matita” edito da ComicOut. una sorta di manuale rivolto  agli autori per affrontare questo genere di fumetto che richiede un lavoro di reportage, indicando come inserire le informazioni documentate e suggerendo diverse metodologie di lavoro. La sua storia è stata raccontata in un fumetto da Claudio Calia , “Dov’è la bellezza?“, edita da Becco Giallo con una prefazione di Zerocalcare.     Najm scompare a soli 27 anni, ferito proprio mentre è impegnato a realizzare testimonianze fotografiche della guerra, e finisce nelle mani dell’ISIS. È stato il fratello di Najm a chiedere a Calia di raccontare questa storia, uscita ad aprile, convinto che il fumetto fosse il mezzo migliore per comunicarla. Lo abbiamo incontrato e intervistato a Lucca Comics & Games 2025.     Che cosa siginfica il titolo di questo volume? Najm è il primo fotografo di guerra iracheno. Il titolo del volume, “Dov’è la bellezza?“, è una frase che lui ripeteva stesso: “vengono da tutto il mondo, giustamente, a raccontare gli orrori della guerra ma non c’è nessuno che racconti la bellezza del nostro paese.”  Per questo ha fondato la sua agenzia fotografica, la prima riconosciuta come agenzia fotorgafica irakena, che oggi ha una grande attività di formazione con ben 75 fotografe donne. In Irak è un piccolo miracolo, e forma continuamente nuovi fotografi.   Come hai ricostruito la storia di Najm? L’ho ricostruita andando in Irak e intervistando molte persone che lo hanno conosciuto. Mentre io ero in Irak, una di queste persone era appena arrivata da New York dove aveva appena chiuso una propria mostra personale di fotografia. A 40 anni aveva deciso di mollare il lavoro: aveva trovato un volantino di un workshop dell’agenzia Metrography e grazie a questa si è appassionato ed è diventato fotografo davvero.     Quella di Najm è una storia bella, ma con un finale triste. Sì, lui è il primo esempio di fotografo di guerra irakeno che si trova in prima linea con l’esercito regolare curdo contro l’ISIS. Anche l’esercito non era abituato ad avere civili in prima linea, era una situazione complicata da gestire. La violenza dell’attacco fu terribile, Najm venne ferito al collo, caricato su un furgone dell’esercito, ma la fuga dai colpi di mortaio è talmente precipitosa che si dimenticano di chiuderlo. Il corpo di Najm cade.   Se ne è più saputo nulla? Il giorno dopo, da prigioniero, riuscirà a chiamare la sua famiglia. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui. Anni di trattative da parte della sua famiglia, per sapere se era vivo, morto, eventualmente recupereare il corpo, sono finiti nel nulla. Dopo dieci anni i familiari hanno deciso di raccontare la sua storia e hanno deciso di farlo tramite il fumetto.   Come è avvenuto il contatto con te? Dal 2016 mi è un po’ cambiata la vita in quanto ho fatto un viaggio con la ONG “Un ponte per” realizzando workshop di fumetto in Irak. Da quel momento torno in Irak una o due volte l’anno per tenere dei laboratori. Quando è venuta fuori la volontà di raccontare la storia di Najim, i familiari hanno pensato di chiederlo a me.   Hai accettato subito? No, inizialmente ho risposto di no. Ho pensato: è dal 2016 che formo fumettistie e fmuenttisti irakeni. Che senso ha che lo faccia io? Mi hanno convinto con due argomenti: avevano bisogno di un prodotto fatto e finito e non volevano esordienti; inoltre da italiano posso permettermi più libertà visto che Najm ha fatto cose che in Irak sono discutibili, come un bacio in pubblico che è poi diventato famoso in tutto il mondo. Posso rappresentare certe situazioni senza rischiare.   C’è qualcosa che ti ha colpito nella stesura di questa storia? C’è una cosa strana che è accaduta. Il fratello di Najm quando ha visto il libro è venuto a trovarmi. In questa storia intervisto anche i suoi genitori. Il fratello per dieci anni si è chiesto come mai i genitori avessero smesso di cercare Najm. In realtà suoi genitori hanno continuato per anni a chiedere informazioni facendosi accompagnare dal fratello piccolo. Alla fine gli è stato detto che se avessero continuato a fare queste ricerche lo avrebbero ammazzato. Leggendo il libro, lui ha capito che i suoi genitori avevano interrotto le ricerche per proteggere lui.   03/11/2025

Maroccolo e Race presentano “The Vigil”

– di Gianmarco Caselli   The Vigil, ovvero La Veglia, è il nuovo spettacolo musicale a firma Gianni Maroccolo. Uno spettacolo che è anche LP o CD, naturalmente, e che è stato scritto a quattro mani insieme a Hugo Race, membro dei The Wreckery, dei Bad Seeds, dei True Spirit e dei Fatalists. La prima assoluta di The Vigil è stata giovedì 9 ottobre al Brillante – Nuovo Teatro Lippi di Firenze e per l’occasione, nel pubblico, c’erano i compagni di viaggio storici di Gianni: Antonio Aiazzi, Ghigo Renzulli e Francesco Magnelli.   The Vigil è un album dark, per quanto sia limitante e difficile definirlo in un genere, arricchito dal vivo anche da proiezioni video che sottolineano lo sguardo allucinato dei protagonisti della vicenda: un gruppo di sopravvissuti in un mondo in cui non c’è più modo di comunicare, dà voce ai propri sentimenti e ai propri ricordi attorno al fuoco. È un album cupo in cui la musica si dipana come un filo continuo immergendo lo spettatore in un’atmosfera ipnotica, a tratti mantrica, fatta di suoni dilatati e spesso stranianti. Nonostante tutto è la veglia: un momento di passaggio, sospeso fra due dimensioni che portano con sé la paura e l’attesa, la speranza che con il mattino non inizi solo un nuovo giorno ma una nuova vita. E questo emerge in brani come Phoenix o quando meno te l’aspetti, magari con un sentimento di melanconia, fra vampe di sonorità a volte plumbee, a volte western, con la voce calda e profonda di Race che si alterna fra spoken e cantato.   Ad accompagnare Race e Maroccolo, sul palco è Andrea Pelosini alla batteria.   In una delle otto tracce (sette, se si considera che una è una ripresa), Where Does The Night, c’è la mano anche di Antonio Aiazzi che disegna una linea di pianoforte perfettamente sospesa fra melanconica e attesa e che fa sì che il brano possa essere quello che vi rimarrà più in testa una volta finito l’ascolto del disco insieme a Phoenix.   The Vigil, registrato fra il 2020 e il 2023 è stato pubblicato da Peer Music & Ala Bianca Group e vede anche la partecipazione di Nicola Baronti ai synth MS20, elettronica e percussioni. 10/10/2025

SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra

– di Gianmarco Caselli   Piero Pelù con Aiazzi e Maroccolo, Afterhours, Tre allegri ragazzi morti, Bandabardò: sono solo alcuni dei nomi delle band e degli artisti che hanno partecipato SOS PALESTINA, l’evento ideato da Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere in Palestina e lanciare un grido contro ciò che sta avvenendo a Gaza.  E all’appello, giovedì 18 settembre, hanno risposto circa tremila persone facendo registrare ben presto il sold out all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze.  SOS Palestina è stato un evento che rimmarrà nella storia della musica italiana.  È Pelù ad aprire la serata: “La situazione a Gaza e in Cisgiordania sta precipitando sempre di più. Ora c’è anche il black-out della rete per nascondere i crimini di guerra dell’esercito israeliano. Stiamo assistendo in diretta a un massacro di civili inermi, di operatori umanitari, di giornalisti.”   Tanti gli interventi, non solo musicali, da parte degli artisti che si sono esibiti, nei confronti della situazione che da quasi un anno a Gaza è disumana e insostenibile. Piero Pelù si è esibito con una maglietta su cui campeggiava la scritta Global Sumud Flottilla, e Manuel Agnelli degli Afterhours ha esteso il problema da Gaza al nostro immediato futuro invitando fortemente il pubblico ad andare a votare (e molti nel pubblico si chiedono: “quale partito?”) e di “fare pressione” prima che le cose peggiorino ulteriormente anche per noi. Sul palco, oltre agli artisti, testimonianze e interventi di Angelo Rusconi di Medici senza frontiere, Riccardo Noury per Amnesty International, Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn e Josè Nivoi, rappresentante del gruppo di portuali della Usb-Calp di Genova che si è collegato telefonicamente essendo parte della spedizione della Global Sumud Flotilla. “A Gaza in questo momento è l’inferno. Potrebbero essere le ultime ore di Gaza, speriamo di no”, ha detto  Rusconi, coordinatore di Medici senza Frontiere. “Dobbiamo tutti fare qualcosa” L’emozione è palpabile, durante gli interventi il silenzio è quasi irreale. È un popolo quello che si è radunato, quello della comunità italiana che sta dilagando nelle piazze di tutta Italia, che vuole un segnale dalle istituzioni affinché facciano qualcosa per far terminare il massacro. E quando scrosciano gli applausi dopo gli interventi, sventolano le bandiere palestinesi. A sorpresa poi Pelù annuncia che ci sarà un “bis” dell’evento, a giugno 2026. Ma, entusiasmo a parte, molti nel pubblico si guardano consapevoli che forse per quella data la Palestina non esisterà più. Ovazioni per gli interventi e le testimonianze e anche, ovviamente, per gli artisti: dopo l’apertura con Roy Paci con gli Aretuska, e i Patagarri, la serata si è infiammata con le altre band che si sono esibite gratuitamente. Entusiasmo palpabile in particolare per l’esibizione di Tre allegri ragazzi morti, Ginevra Di Marco accompagnata da Francesco Magnelli e Pino Gulli, e per la Bandabardò che ha fatto letteralmente ballare l’Anfiteatro. Grande chiusura con gli Afterhours e, ovviamente, Piero Pelù che, dopo “Io ci sarò” e “Bomba boomerang” accompagnato da I Bandidos, ha chiuso l’evento insieme a Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo per “Il vento” e “Eroi nel vento.”   20/09/2025  

I PIL a Genova assaltano il sistema

I PIL a Genova assaltano il sistema

– di Gianmarco Caselli Che spettacolo i PIL Public Image Ltd al Mojotic Festival all’Arena del Mare di Genova! Un concerto che è un cazzotto in faccia alla società, una sorta di urlo collettivo e purificatore. Piazza piena per assistere a un concerto con giovani e meno giovani accorsi a Genova anche da fuori regione essendo solo tre le date italiane della band inglese. E se qualcuno pensava che potesse trattarsi di un concerto di sopravvissuti che andavano avanti per inerzia, si è dovuto ricredere. È vero che lo stesso John Lydon aveva paventato l’idea di lasciare tutto dopo la scomparsa della moglie e dell’amico e manager John Rambo, ma l’amore del pubblico lo ha fatto tornare sui propri passi. Ed ecco i PIL sul palco con un’energia e una grinta che fanno veramente venire la pelle d’oca. Ritmi tribali che sfumano in dance, Lydon salmodiante: un concerto che sa molto di rito. John non si allontana mai dalla sua postazione al microfono se non per bere dalla bottiglia (non di acqua), fa le mosse che ricordano Totò, sputa in terra più volte e anche quando si soffia il naso fa del palco il suo fazzoletto personale. L’energia che sprigiona è rabbia e presa di coscienza di avere dato luce a una delle band post punk più innovative di tutti i tempi. End of world, l’ultimo lavoro dei PIL che abbiamo recensito qui, è un album che non concede nulla al mainstream, coraggioso nel suo essere innovativo e sperimentale, semplicemente stupendo. In scaletta non mancano brani più famosi della band come, per citarne alcuni, This is not a love song, Flowers, The body, Shoom. Notevole l’esecuzione di Warrior. Nella parte finale del concerto parte il pogo su Public Image e si prosegue verso la chiusura con altri grandi pezzi come Rise e Annalisa.  Un concerto memorabile con un John Lydon che sembra rinato, affiancato da Mark Robert alle percussioni (che ha sostituito Bruce Smith), Scott Firth che con il suo basso è forse l’anima più razionale del gruppo, e da Lu Edmonds sul palco è la spalla migliore che potesse trovare Lydon. Edmonds sembra uscito dall’inferno: vestito in modo quasi surreale da marinaio, con i capelli mossi dal vento, e un penetrante sguardo assatanato ogni nota che fa uscire dalla sua chitarra si sposa perfettamente con i testi di Lydon: i PIL sono pugnalate al cuore del sistema.    24/07/2025    

Gianni Maroccolo, il Sonatore di Basso

– di Gianmarco Caselli   Cosa si può dire di Gianni Maroccolo? Di tutto di più. Una vita immersa nel libero fluire della musica, quella di Maroccolo, uno dei personaggi più influenti e rappresentativi della musica alternativa italiana. Difficile definire o inquadrare Maroccolo (chiamato dagli amici anche Marok) in un ambito definito, perché è una personalità che si rinnova continuamente, non è inchiodato a stilemi che possano caratterizzarlo una volta per tutte. Forse chi può riuscirci meglio è proprio lui, e lo fa in “Memorie di un Sonatore di basso” (edito da Libri Aparte), un libro in cui racconta se stesso, le esperienze che più lo hanno segnato artisticamente arricchite con riflessioni e considerazioni di chi sembra non avere mai fatto un vero pensiero organico per la costruzione del proprio futuro.     Maroccolo pare vivere un eterno presente con la meravigliosa arte di inventarsi ogni giorno, lasciarsi fluire nel ritmo di una vita quasi panica come un elemento naturale di questo mondo. In “Memorie di un Sonatore di basso” emerge proprio questa dimensione di Marok che sottolinea più volte come anche il suo approccio alla musica sia più naturale e artigianale rispetto a tanti altri musicisti che si affidano alla tecnologia: la sua è la ricerca di un suono vivo, vissuto, non asettico, che contempli la partecipazione emotiva nell’atto della registrazione in studio evitando che la tecnologia ingabbi la cretività. Già il titolo del libro suggerisce un approccio particolare di Marok: non un bassista, ma appunto un “sonatore di basso”.   In questo libro Gianni si racconta, racconta la sua avventura prima nei Litfiba, poi nei CCCP, nei CSI e nei PGR fino alle più recenti collaborazioni. E non mancano i contributi di alcuni dei musicisti che hanno lavorato o tuttora lavorano con lui, come – per citarne alcuni – il fedele Antonio Aiazzi (storico tastierista dei Litfiba), Claudio Rocchi, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali. Il libro ha preso anche forma di performance: “Il sonatore di basso” è un concerto con Gianni Maroccolo e Andrea Chimenti (chitarra e voce) cui noi abbiamo assistito a Santo Stefano di Magra il 5 luglio scorso nell’ambito di “Parole liberate”. Presente anche Mur Rouge che, oltre ad affiancare sul palco Chimenti e Maroccolo, ha trascritto più di cento linee di basso di Maroccolo raccolte in “Il sonatore di basso”, sempre per Libri Aparte.   Un concerto durante il quale non solo sono state eseguite musiche che hanno ripercorso la carriera artistica di Marok, ma durante il quale lo stesso “sonatore di basso” ha raccontato aneddoti e pensieri che si possono trovare anche nel libro. Dalla lettura emerge una carriera straordinaria e intensa e che talvolta  sembra quasi non essere del tutto presente nella sua importanza neppure a Maroccolo stesso che, non solo come musicista, ma anche come produttore di tantissimi gruppi, è un protagonista più che fondamentale per la musica alternativa italiana. Maroccolo è come il vento: passa, sconquassa con tranquillità ciò che incontra grazie alla propria musica e sembra non accorgersene, senza voltarsi a osservare ciò che ha lasciato dietro di sé.   14/07/2025

Piero Pelù: El Diablo è tornato !

– di Gianmarco Caselli – Si è concluso venerdì 16 maggio scorso con il tutto esaurito al Viper Theatre di Firenze Il ritorno del Diablo Tour 2025 con cui Piero Pelù ha portato sul palco una carrellata di successi e anniversari della sua carriera solista e dei Litfiba. Non sono solo i 35 anni di El Diablo: sono infatti anche i 25 di Né buoni né cattivi, i 30 di Spirito, i 40 di Desaparecido. Un vero e proprio Giubileo del Rock. E per celebrare degnamente il tutto, ad accompagnare Piero, oltre all’infaticabile Luca Martelli “Mitraglia” (batteria), Amudi Safa (chitarra) e Max Gelsi “Sigel” (basso), alle tastiere è tornato il mitico Antonio Aiazzi. Aiazzi indossa non a caso una maglietta di Eneide con sopra una camicia. Ogni volta che la tastiera è più presente, nella sala si sprigiona un’atmosfera unica che fa sognare i fan dei Litfiba. Piero è sempre Piero, che piaccia o no, ma con le cuffie per proteggere l’udito. E anzi invita (a gesti durante l’esibizione) a farle mettere anche ai più piccoli presenti allo spettacolo. Quindi, per le nuove date che sono state annunciate a partire da ottobre, se avete intenzione di portare i figli più piccoli, portate anche le cuffie antirumore.     Lo spettacolo si apre appunto con Lo spettacolo e da quel momento in poi non c’è un attimo di riposo. Si prosegue con Eroi nel vento e si toccano altri grandi successi dei Litfiba come La preda, No frontiere, El diablo e tanto ancora. Non mancano ovviamente brani della carriera solista di Pelù come Novichock o Toro Loco. L’energia che si sprigiona nella sala è feroce e gioiosa allo stesso tempo, si passa dalla rabbia allo scherzo con naturalezza, e Piero fa incetta di reggiseni che dalla platea volano sul palco. Il rocker toscano non si tiene, ne ha per tutti, soprattutto per i signori delle guerre, invoca la pace più volte, canta una emozionante versione di Istanbul dietro la bandiera della Palestina e quella del Kurdistan. Quello di Pelù è un coraggio non indifferente di questi tempi, una posizione che mantiene l’artista nell’alveo dell’impegno civile e umanitario, una missione che tanti altri rocker hanno completamente dimenticato. E per finire, tutto il gruppo, quando arriva al momento dei saluti, canta Bella ciao. E tutto il pubblico canta insieme a loro. 19/05/2025

Siberia compie 40 anni – I Diaframma lo celebrano con un tour di più di trenta date

– di Gianmarco Caselli – I Diaframma di Federico Fiumani hanno infiammato il Caracol di Pisa il 15 novembre scorso con una serata del tour celebrativo dei 40 anni di “Siberia”, il primo album della storica band fiorentina. Un tour agli inizi – quella del Caracol era solo la terza data – che ha in calendario più di trenta date e che si concluderà ad aprile del 2025. Era giusto e doveroso celebrare l’anniversario di un album fondamentale per la new wave italiana, classificato al settimo posto dei “100 dischi italiani più belli di sempre”, secondo la rivista Rolling Stone Italia. Prima del concerto abbiamo scambiato alcune veloci battute con un disponibilissimo Fiumani. Sei contento di questo tour? La risposta da parte del pubblico è positiva? Sì, c’è sempre bisogno del riscontro con il pubblico e già in queste primissime date vedo una bella risposta, una forte energia. Come senti Siberia oggi? Noi siamo stati espressione di un periodo particolare, gli anni ’80. È una musica che rispecchia quegli anni. Non credi che l’ondata revival anni ’80 di questo periodo sia da collegare agli eventi storici e sociali attuali  che in parte sono molto simili ad allora? In parte, certamente. Penso che non sia un caso che I Cure siano tornati con un album che si ricollega a Disintegration e che sia balzato in cima alle classifiche. Lo hai ascoltato? Ho fatto un ascolto e devo ascoltarlo ancora bene ma mi pare molto bello. Hai qualcuno in particolare che credi interpreti musicalmente questo periodo che stiamo vivendo? Credo che la realtà musicale giovanile lo stia interpretando molto bene. Dovendo indicare qualcuno in particolare, sicuramente Blixa Bargeld e Teho Teardo, anche se non rientrano fra i giovanissimi. Fiumani è in ottima forma, con capelli verdi e chitarra dello stesso colore (“L’ho comprata perché fa pandan con i capelli”, dice scherzando con il pubblico fra una canzone e l’altra), ripercorre durante la serata i brani di Siberia ma ovviamente anche degli altri album. E quello che ne viene fuori è un concerto immersivo nel sound dei Diaframma con una sala piena e entusiasta che non ha mai smesso di ballare. Il sound è inevitabilmente quello degli anni ’80, le musiche sono quelle, ma tutto appare davvero attuale, assolutamente non datato. La voce e la chitarra di Fiumani, affiancato da giovani e validi musicisti, sono immediate, energiche e sprigionano una “gioia improvvisa” che coinvolge inevitabilmente il pubblico. Alla fine del concerto Fiumani si è prestato per fare foto con i fan e firmare autografi. A questo proposito vi consigliamo di comprare il vinile di “Siberia” in edizione speciale per l’anniversario: vinile rosa + Cd contenente “Siberia e “Live in Modena ’85” + poster 50×70 del Siberia Tour ’85 e un Maxi Booklet di 16 pagine.     26/11/2025

Oscar Wilde: il ritratto di un esteta

– di Gianmarco Caselli –   L’importanza di chiamarsi Oscar Wilde: è questa una delle novità editoriali presentate a Lucca Comics & Games 2024, una novel basata sulla vita del dandy per definizione edita da Becco Giallo. Una biografia, sceneggiata da Tommaso Vitiello e disegnata da Licia Cascione, per i 170 anni dalla nascita dello scrittore e che mira a far conoscere l’uomo Oscar Wilde che, dall’iniziale posizione di brillante ed eccentrico artista, scrittore e poeta al centro dell’attenzione e di successo, sprofonda col passare del tempo, nei propri tormenti e nelle proprie angosce senza mai tuttavia perdere le proprie convinzioni. Abbiamo intervistato gli autori Tommaso Vitiello e Licia Cascione allo stand di Becco Giallo a Lucca Comics & Games 2024.     Come mai proprio un lavoro su Oscar Wilde? Tommaso Vitiello: Di questo autore molte persone conoscono solo i testi teatrali più famosi o gli aforismi. La cosa che mi ha spinto a scrivere di lui è che tante persone sanno poco della sua vita. E la sua vita non è stata per niente facile.   Quali sono le particolarità della vita di Wilde che ti hanno incuriosito maggiormente? T.V.: Sapevo che dopo l’università Wilde aveva tenuto una serie di conferenze negli Stati Uniti. Gli americani , che si sono visti arrivare questo uomo alto un metro e 90, si sono sentiti in un certo qual modo minacciati e lo hanno sfidato a bevute, a box e a poker. Il “problema” è che sfidarono una persona molto intelligente che riusciva a giocare molto bene a poker, che se la cavava altrettanto bene a boxer grazie anche alla sua imponente statura e alle sue grandi mani e che era abituato, da buon irlandese a bere. Questa cosa mi ha fatto molto ridere.   Hai attinto a qualcosa di particolare per la realizzazione di questa storia? T.V.: Wilde ha scritto principalmente commedie e Salomè è stata una delle sue poche tragedie. Ciò che mi è parso interessante è il motivo per cui non è riuscito a metterla in scena in Inghilterra in quanto in questo periodo, durante il regno della regina Vittoria cioè, era difficile rappresentare un testo teatrale che ha come oggetto una donna che balla per ottenere qualcosa. E alla fine Salomè è andata in scena quando lui era in carcere: quando siamo andati a scrivere quella parte ho spedito a Licia i disegni originali che accompagnavano il libretto dell’opera.   Per quel che riguarda la grafica ci sono state ispirazioni provenute da altre illustrazioni o bozzetti? Licia Cascione: Per quanto riguarda le grafiche no, per costumi e ambienti invece mi sono rifatta molto a illustrazioni dell’epoca per  riproporre lo stile dandy, in particolare anche per quel che riguarda il tratto e i colori. C’è stata una grande ricerca sui costumi e sugli ambienti del tempo.   Avete deciso insieme di scrivere una storia su Wilde o l’idea è partita da uno di voi? T. V.: Sono stato io che ho mandato il progetto a Becco Giallo e subito ci siamo messi a cercare un disegnatore ideale per questo lavoro. Ne abbiamo vagliati diversi e quando ho visto i disegni di Licia ho detto: “Ok, sarà lei a illustrare l’opera.”   La vita di Wilde ha appassionato subito la disegnatrice? L. C.: Ero interessata a fare un lavoro su Wilde in quanto sono una grande appassionata dell’epoca vittoriana. Tuttavia, per quanto ora sia riconosciuto come figura queer, Wilde è pur sempre un uomo della sua epoca, e per alcuni suoi aspetti, dal punto di vista personale, ho inizialmente fatto un po’ di fatica ad approcciarmi a lui.       Tu hai indivudato aspetti di questo autore che hanno poi influito sulla tua visione dell’artista? L. C.: Una delle cose che mi ha colpito di più è che io immaginavo questo uomo gigantesco che cercava sempre di essere al centro dell’attenzione, che sapeva quel che faceva e voleva farlo sapere agli altri. Entrando nella storia e conoscendo così chi è stato accanto a lui, vedere l’influenza che queste persone hanno avuto su di lui è stato molto importante per me.   E questo ha influito sulla stesura grafica? L. C.: Sì, ad esempio all’inizio della storia Wilde indossa vestiti sgargianti che lo pongono al centro della scena in modo teatrale. Andando avanti, più si innamora di Bosie, più assorbe i colori dell’amante, anche lui comincia a vestirsi in azzurro fino a che non ne è completamente assuefatto. 11/11/2024