Gabriella Biagi Ravenni: l'anima del Centro studi Giacomo Puccini

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini

Dopo l’intervista a Balestri continua il nostro viaggio nel Centro studi Giacomo Puccini di Lucca che ha compiuto 30 anni. Una realtà associativa nata come tante, grazie all’amore per il compositore lucchese di un manipolo di appassionati che poi però è diventata qualcosa di veramente grande e importante. Una realtà che è stata capace non solo di rivalorizzare a pieno la figura di Puccini ma anche di cambiare la vita di tante persone che si sono tuffate nel Centro studi spinte dalla stessa passione dei fondatori e che in questa dimensione hanno potuto portare a fondo le proprie ricerche in un contesto di altissimo livello. Nel frattempo sono purtroppo scomparse figure di riferimento importantissime come lo storico presidente Julian Budden, Dieter Schikling e, recentemente, Michele Girardi cui è stata dedicata proprio la tre giorni dal 4 al 6 giugno ideata per festeggiare il trentennale. In questa occasione Gabriella Biagi Ravenni prima vicepresidente, poi presidente del Centro studi, ha non ha rinnovato la disponibilità a essere presidente lasciando il posto a Virgilio Bernardoni, già vicepresidente ma rimane nel consiglio, la cabina di regia del Centro studi. Un cambiamento nel segno della continuità.     Abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.   Quando il Centro studi Giacomo Puccini è nato, immaginavate sinceramente di arrivare ai livelli a cui effettivamente è arrivato? Assolutamente no. Quando siamo andati dal notaio per costituire l’associazione le ambizioni c’erano, certo, ma non avremmo mai immaginato di arrivare a certi livelli. Il nostro modello era l’Istituto nazionale di studi verdiani, ma non si sperava di andare avanti trenta anni e di fare tante cose come abbiamo poi invece fatto. È stata una sorpresa piacevole.   Se dovessi individuare un momento decisivo nella storia del Centro studi, quale considereresti il vero punto di svolta e perché? Sicuramente il punto di svolta è stato quello economico che c’è stato quando siamo entrati nella tabella triennale del ministero della cultura. Nel 2024 abbiamo realizzato tante cose che se non avessimo avuto quel contributo non avremmo potuto fare. Una vera svolta sotto altri punti di vista non c’è stata, è sempre stato un progressivo crescendo di iniziative. Una vera svolta può essere il fatto che sono entrati i giovani: i giovani sono il futuro.   Gli obiettivi raggiunti in trent’anni sono stati tanti. Se tu dovessi indicarne uno, qual è stato il più importante? Come progetto di ricerca quello che ha dato più soddisfazione è sicuramente il progetto dell’epistolario. Dopo la difficoltà iniziale per il primo volume, i successivi sono stati realizzati più velocemente. Dal punto di vista di altre cose la biblioteca è diventata importantissima per gli studiosi ed è stata collocata in una sede prestigiosa, nella biblioteca della Scuola IMT Alti Studi Lucca.     Fra tutte le cose che hai scoperto in questi anni, qual è la cosa che ti ha stupito di più? Mi fa sempre un’emozione grandissima ogni scoperta. Aver ritrovato la cantata che tutti davano per dispersa e che poi era qui al Conservatorio Boccherini di Lucca devo dire che è stata una grande soddisfazione. Dal punto di vista musicale anche la scoperta delle musiche per organo, che poi è stata una scoperta quasi casuale: tramite il socio Aldo Berti e altri, entrammo in contatto con discendenti che avevano il cognome Della Nina; non erano i discendenti di Carlo Della Nina cui Puccini aveva dato le musiche, ma tramite loro entrammo in contatto con quelli. Si sapeva che erano andate all’asta molti anni fa, ma non si sapeva dove erano andate a finire. Per fortuna però c’erano le fotocopie. Erano tutte mescolate ma fu un lavoro entusiasmante, ricostruirle.   Ci sono stati altri episodi particolari e casuali, immagino. Una curiosa fu quando si presentarono due signore – una era Paola Luzzatto che col marito Lucio ne sono proprietari – che mi fecero vedere una pagina di musica per capire se era veramente di Puccini. Non solo lo era, ma era quel brano era “Torre del lago” per pianoforte. Era stato scritto nel 1904 dopo il fiasco di Butterfly. L’autografo è un’opera d’arte anche come scrittura, tutto corredato da disegni e scritte cancellate: è un brano concepito a Torre del Lago in un clima anche goliardico ma allo stesso tempo è anche di grande profondità. Puccini spesso attua un certo distacco: quando la musica si fa “densa”, o ci mette una bestemmia, o una parolaccia o un’allusione pornografica. Quell’autografo è proprio un emblema di questo comportamento.   La decisione di lasciare la presidenza è ovviamente nell’ottica del cambiamento, ma ci sono anche altre ragioni? Ho deciso di lasciare la presidenza anche perché sono andata in pensione nel 2017 quando mio nipote Gabriele aveva 5 anni. Essendo andata in pensione ho potuto dedicarmi sempre di più al Centro studi, e ho pensato a quando mio nipote, vedendomi così indaffarata su Puccini, mi chiedeva: “Nonna, ma quando vai in pensione-pensione?”   11/06/2026

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini Leggi tutto »

Andrea Balestri racconta "Giacomo Puccini - Video delle opere"

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere”

Il nuovo portale del Centro studi Puccini raccoglie oltre 550 video delle opere del compositore lucchese   Nel corso della sua storia il teatro d’opera ha lasciato dietro di sé una quantità immensa di tracce: partiture, bozzetti, fotografie, recensioni, lettere. Più complesso è invece ricostruire e studiare il percorso delle opere quando escono dal palcoscenico e incontrano il linguaggio audiovisivo, dando vita a riprese teatrali, produzioni televisive, film-opera e altre forme di trasposizione video.   È proprio in questo spazio, sospeso tra archivio, ricerca e tutela della memoria, che si inserisce Giacomo Puccini – Video delle opere, il progetto dedicato alla raccolta, catalogazione e valorizzazione delle realizzazioni audiovisive delle opere del compositore lucchese.     Avviato nel 2022, Giacomo Puccini – Video delle opere è un progetto del Centro studi Giacomo Puccini di Lucca coordinato da Emanuele Senici, che ne segue lo sviluppo come referente all’interno del Comitato Direttivo. Sotto la guida della presidente Gabriella Biagi Ravenni, l’iniziativa ha dato vita a un portale che offre un primo censimento delle realizzazioni video delle opere pucciniane aggiornato alla fine del 2025. Un lavoro che si colloca all’interno di un interesse sempre più forte della musicologia per il rapporto tra melodramma e media audiovisivi, tema divenuto ancora più centrale negli ultimi anni con il mutare delle modalità di fruizione del teatro musicale, sempre più legate a piattaforme digitali, streaming e trasmissioni televisive delle produzioni dei grandi teatri.   In questo contesto, il progetto si propone come uno strumento di ricerca particolarmente significativo. Le opere pucciniane rappresentano infatti un terreno privilegiato per lo studio della diffusione audiovisiva del melodramma: basti pensare che, secondo le statistiche di Operabase, tra i dieci titoli operistici più rappresentati al mondo figurano La bohème, Tosca e Madama Butterfly, mentre il compositore lucchese occupa stabilmente le prime posizioni tra gli autori più eseguiti.      Il portale raccoglie oggi oltre 550 schede dedicate a singole realizzazioni video. Ogni scheda contiene crediti artistici, dati tecnici e produttivi, una breve analisi del materiale audiovisivo e riferimenti bibliografici e sitografici. I contenuti sono consultabili sia attraverso percorsi dedicati alle singole opere sia tramite un sistema di ricerca che permette di filtrare i risultati per titolo, tipologia di video, anno e personalità coinvolte.   Abbiamo incontrato Andrea Balestri per parlare di questo archivio video, che è stato presentato lo scorso 5 giugno all’Auditorium Cappella Guinigi di Lucca, all’interno delle manifestazioni 30 anni con Puccini, organizzate dal Centro studi Giacomo Puccini per celebrare il trentennale della propria attività. L’incontro ha visto la partecipazione di Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e dello stesso Balestri e si inserisce in tre giornate di eventi tra Lucca e Torre del Lago dedicate alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio pucciniano.     Opera in video nasce da un percorso di ricerca iniziato durante i tuoi studi universitari. Quando hai capito che quel lavoro poteva trasformarsi in un progetto più ampio e strutturato? Negli ultimi anni di studio all’Università mi sono dedicato alle questioni specifiche della messa in video dell’opera, fino a dedicare la mia tesi magistrale a Tosca tra cinema e televisione nel periodo 1955–2019. Da quell’approfondimento molto circoscritto è nata l’idea di presentare un progetto più ampio per l’edizione 2021 del Premio Rotary Giacomo Puccini Ricerca, un’altra iniziativa che caratterizza l’attività del Centro studi. L’idea iniziale era ampliare il lavoro della tesi, indagando alcuni nuclei tematici e il loro trattamento audiovisivo, dal cinema muto alle dirette streaming. La proposta era accompagnata da un’ampia videografia, e proprio quella si è rivelata la parte più interessante del progetto, o almeno il suo primo sviluppo: creare un censimento sistematico di tutte le realizzazioni video delle opere pucciniane come strumento di ricerca per studi come quello che avevo immaginato. Da lì è nato un progetto pluriennale che ha fatto impallidire i numeri iniziali: dalle 28 versioni video di Tosca siamo arrivati oggi a 138. Complessivamente abbiamo identificato e schedato 562 produzioni video di opere integrali di Puccini. È stata senza dubbio la scelta giusta: stiamo costruendo uno strumento di ricerca che non esiste per nessun altro compositore e che potrà incoraggiare e sostenere nuove indagini. Una volta di più, il Centro studi Puccini si confermerà un punto di riferimento per gli studiosi, dialogando con gli indirizzi più attuali della musicologia internazionale.     Nel corso del progetto ti sarà capitato di osservare decine di regie e messe in scena diverse delle stesse opere. Quanto è cambiato il modo di leggere e interpretare Puccini rispetto anche solo a venti o trent’anni fa? E che ruolo può avere oggi l’attualizzazione delle opere nel creare un dialogo più diretto con il pubblico? Devo dire che con 562 video non c’è molto tempo per soffermarsi sulla singola produzione: si notano però meglio alcune tendenze.  La principale riguarda il rapporto fortissimo che Puccini, forse più di ogni altro compositore, instaura tra opera e ambientazione. Lo sappiamo già da molte ricerche, ma la prassi esecutiva lo conferma. Numerosi studi hanno evidenziato come il processo creativo di Puccini – non solo compositivo – si accendesse spesso attorno a un’immagine scenica o a un’ambientazione. Cambiando approccio, e osservando il fenomeno dal punto di vista dei risultati invece che delle intenzioni, si nota quanto la forza di questo legame continui a frenare interventi radicali: delle 138 Tosca censite finora, soltanto una quindicina circa non sono ambientate a Roma. Proprio questa enorme quantità di produzioni relativamente omogenee, però, mette in risalto le operazioni più sperimentali, che sono anche quelle che personalmente trovo più interessanti. Forse è questo uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni: di fronte a un’offerta online sterminata, fatta di grandissime regie e interpretazioni insuperabili, una delle poche strade rimaste è il coraggio di un’idea nuova, di un’ambientazione diversa o di una riflessione sui linguaggi stessi del video. Penso, ad esempio, alla La bohème di Mario Martone, prodotta dalla Rai nel 2022 e girata nei laboratori del Teatro dell’Opera di Roma: con l’orchestra che talvolta condivide lo spazio scenico dei personaggi, propone una diversa idea di opera e dei

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere” Leggi tutto »

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini: al via domani la tre giorni fra Lucca e Torre del Lago con cui il Centro studi Giacomo Puccini di Lucca festeggia trenta anni di attività.     Una tre giorni che cade in date bene precise: il Centro studi è infatti nato il 5 giugno del 1996 grazie alla passione per il compositore lucchese da parte dei fondatori Maurizio Pera, Arthur Groos, Michele Girardi, Gabriella Biagi Ravenni, Julian Budden e Gabriele Dotto. E la manifestazione non poteva che essere dedicata a uno di essi, Michele Girardi, scomparso a marzo scorso.   Questo il programma che si articola fra presentazioni, tavole rotonde e concerti.   Giovedì 4 giugno ore 17.00 – Torre del Lago, auditorium Simonetta Puccini –  presentazione del volume di Michele Girardi, Giacomo Puccini. Tra fin de siècle e modernità (Milano, Il Saggiatore, 2024). L’incontro sarà condotto da Guido Paduano e Federico Fornoni. ore 21.00 – Lucca, auditorium del Suffragio – concerto curato dall’Associazione Musicale Lucchese con il pianista Simone Soldati che eseguirà l’integrale delle Composizioni per pianoforte di Giacomo Puccini, basata sull’edizione curata da Virgilio Bernardoni per l’Edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini (Carus Verlag, 2024).   Venerdì 5 giugno ore 10.00 – auditorium della Cappella Guinigi (Lucca) – saluti delle istituzioni che sostengono e collaborano con il centro studi. A seguire, in occasione del centenario di Turandot, Gabriella Biagi Ravenni e Patrizia Mavilla terranno una comunicazione scientifica dal titolo Mise sossopra mezzo mondo per avere musica cinese. ore 14.30 – biblioteca della Scuola Imt Alti Studi Lucca – visita guidata alla collezione documentale e bibliografica del Centro studi Puccini che dal settembre 2025 è qui conservata. ore 15.30 – Cappella Guinigi – presentazione di due nuovi portali web: il sito Opera in Video, presentato da Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e Andrea Balestri, e il nuovo catalogo online delle opere di Giacomo Puccini (Schickling 2), a cura di Marco Mangani, Virgilio Bernardoni e Siel Agugliaro. ore 18.00 – Puccini Museum, visita guidata (su prenotazione) alla mostra Turandot. O divina bellezza! O sogno! O meraviglia!, curata da Simonetta Bigongiari e Daniela Degl’Innocenti.   Sabato 6 giugno ore 10.00 – Cappella Guinigi –  focus interamente dedicato ai 30 anni di attività editoriale del Centro studi e dell’edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini. Virgilio Bernardoni dialogherà con i rappresentanti dei più prestigiosi centri di studio musicali italiani, tra cui la Fondazione G. Rossini, la Fondazione Bellini, la Fondazione Teatro Donizetti e l’Istituto nazionale di studi verdiani. L’incontro ospiterà anche la presentazione di due importanti novità editoriali del centro, pubblicate dalla casa editrice Olschki: il volume Musica, pensiero e interpretazione. Toscanini tra Puccini e Furtwängler, introdotto da Daniele Carnini, e l’uscita di Studi Pucciniani 8, introdotto da Raffaele Mellace. ore 12.00 – Conservatorio Luigi Boccherini – visita al Fondo Puccini, a cura di Paolo Giorgi.     Le iniziative per il trentennale sono realizzate in collaborazione e con il supporto, tra i vari partner, il Ministero della cultura (Direzione generale biblioteche e istituti culturali), la Scuola Imt Alti Studi Lucca, il Comune di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione Giacomo Puccini, la Fondazione Simonetta Puccini e l’Associazione Musicale Lucchese.   03/06/2026  

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni Leggi tutto »

Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri

  Tra le case editrici che abbiamo incontrato al Salone del Libro di Torino, ce n’è stata una che ci ha colpiti in particolare. Non si è trattato solo (ed è già tanto) della qualità dei testi proposti, delle vesti grafiche sgargianti e delle idee creative esposte elegantemente sui banchi (come le “musicassette” contenenti libriccini di racconti, anziché canzoni): ciò che rende la Marotta&Cafiero editori unica è il sogno che l’ha fatta nascere. Ma andiamo con ordine.   La Marotta&Cafiero si definisce orgogliosamente terrona. Al suo stand c’erano libri di ogni genere, la statua di un grosso drago viola e tanti scugnizzi: ragazzi indaffarati, competenti e pronti a raccontare la storia di come a Scampia la camorra venga umiliata a colpi di parole messe nero su bianco.     Tutto è partito da Rosario Esposito La Rossa, cugino di Antonio Landieri. Ragazzo disabile, Antonio fu ucciso nel 2004 a venticinque anni in una sparatoria. Stava giocando a biliardino con i suoi amici e si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi lo stadio di Scampia è intitolato a lui, vittima innocente di mafia, ma, nei primi tempi dopo la sua morte, i giornali ne hanno infangato la memoria, parlandone come se fosse coinvolto in faide di droga. È stato allora che Rosario, ancora minorenne, si è posto un obiettivo: «[f]ar fiorire il sangue innocente di mio cugino dall’asfalto di Scampia». Da lì è iniziata una sfida che Rosario, la moglie Maddalena Stornaiuolo e gli scugnizzi di Scampia hanno ampiamente vinto, anche grazie al sostegno di molti professionisti eccellenti ed esseri umani lungimiranti, che hanno permesso la realizzazione del sogno di portare e fare cultura in una terra di criminalità organizzata. I primi a crederci sono stati Tommaso Marotta e Anna Cafiero, della storica e omonima casa editrice di Posillipo, con cui Rosario ha pubblicato Al  di là della neve – storie di Scampia, nel 2007. Sono stati loro a lasciare la Marotta&Cafiero in regalo a Rosario, che ha saputo far fruttare questo dono immenso.   Infatti, questo ragazzo, oggi Cavaliere della Repubblica, ha altresì rilevato la Coppola Editore di Salvatore Coppola, venuto a mancare nel 2013: con lui Rosario aveva aperto la Fabbrica dei Pizzini della Legalità, bloc notes contenenti le storie delle vittime innocenti delle mafie. Rosario ha anche dato vita alla Scugnizzeria, la prima libreria dell’Area Nord di Napoli, grazie alla quale tanti ragazzi sono diventati Spacciatori di Libri, proprio come hanno fatto al SalTo.   I progetti non si limitano all’editoria: negli anni si sono consolidate iniziative come la Scuola di Recitazione la Scugnizzeria, gestita da Maddalena, l’”equobar” con tanto di macinino antico, e il Giardino della Poesia, che è il «giardino di tutti», con «i limoni di Montale, gli oleandri di D’Annunzio, l’edera di Pascoli, i cedri di Deledda».     Oggi la Marotta&Cafiero pubblica Stephen King, Daniel Pennac, Don De Lillo, Ian McEwan e Günter Grass. Pubblica sia narrativa che saggistica, un intero arsenale di volumi stampati con materiali e tecniche ecosostenibili che hanno permesso di evitare, in dieci anni, l’abbattimento di 177 alberi ad alto fusto, preservare gli habitat aviari annessi e ridurre i rischi di frane sul territorio campano.       Al SalTo, uno di questi testi ce lo ha consegnato Matteo, 22 anni, ragioniere della Marotta&Cafiero. Si tratta proprio di Spacciatori di libri, in cui lo stesso Rosario racconta del suo sogno nato nel nome di Antonio Landieri, dei suoi progetti apparentemente irrealizzabili e dei successi ottenuti. Anzi, dei veri e propri trionfi, perché, come ricorda lui stesso, con pubblicazioni come il saggio Guns. Contro le armi di Stephen King, «abbiamo trasformato i proiettili in carta». D’altronde, Rosario lo aveva capito già a diciassette anni: «narrare è resistere».     01/06/2026  

Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri Leggi tutto »

I Die Toten Hosen spaccano con l’unica data del tour in Italia

Concerto fenomenale, una scarica di energia ai massimi livelli grazie a Die Toten Hosen, la band icona del punk tedesco che si è esibita ieri, giovedì 28 maggio 2026, all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana eccezionale e indimenticabile: “TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA.”    Una serata da incorniciare anche perché si è trattato non solo dell’unica data italiana del nuovo tour, ma di uno degli unici due warm up previsti; considerando poi che questo è il loro ultimo tour, a meno che non ci siano sorprese, si è trattato dell’ultima data in Italia nella storia dei Toten Hosen.   Ma come se non bastasse, a impreziosire la serata è stato anche il fatto che il concerto ha coinciso proprio con la data di uscita del nuovo e ultimo album che ha un titolo che non lascia spazio a ripensamenti riguardo alla chiusura della storia:  “Trink aus, wir müssen gehen!”. E visto che c’erano, i Toten hanno deciso di festeggiare facendo uscire in contemporanea anche un altro album, “Alles muss raus!” contenente cover di musicisti con cui hanno avuto qualcosa da condividere.     Fan di lunga data rigorosamente con magliette che ripercorrono l’intera carriera della band. Ma la cosa che incuriosisce e di più è la notevole quantità di seguaci dei Toten accorsi dalla Germania per questa data particolare. Quelli attorno a me sono tedeschi, le persone che trovo in bagno sono tedesche, in fila al bar sono tedeschi. Se qualcuno si rivolge a me, mi parla in modo del tutto naturale in tedesco. Mi pare di essere in Germania: per fortuna ho un lungo rapporto di amore con quel paese e mi sento a mio agio. Probabilmente sono stati attratti dal fatto che non solo è l’occasione per sentire i nuovi brani prima ancora che esca l’album ma è anche un warm-up che offre la possibilità di vedere i propri idoli in un ambiente più intimo rispetto ai grandi concerti cui sono abituati in Germania. Lo stesso Campino, dopo qualche parola in inglese, conscio del fatto che il pubblico sia quasi esclusivamente costituito da tedeschi, parla in tedesco.   Lo spettacolo è stato ai massimi livelli come sempre. I Toten sprigionano un’energia incredibile sul palco con quel misto fra divertimento, ironia, rabbia e testi politicamente impegnati che li ha resi unici. Entusiasmo da parte di un pubblico eterogeneo per quel che riguarda l’età essendo la band nata nei primissimi anni ’80.     Non saranno più ventenni i cinque signori sul palco ma l’energia rimane la solita, saltano e corrono da una parte e l’altra senza ripsarmiarsi . La scenografia praticamente non esiste: niente effetti speciali, niente trucchi, solo la forza coinvolgente dei cinque Toten sul palco: la voce di Campino non è per niente invecchiata mentre beffardamente continua a urlare, ringhiare sorridente e modulare sulle linee da ballata, e i quattro compari di viaggio non sono da meno con gli strumenti. Pubblico scatenato fra cori e pogo da sfinimento. Sono veri fan, conoscono le movenze che si devono fare per specifici brani, conoscono tutti i testi. In alcuni momenti un paio di ragazze vengono messe in piedi sulle spalle di altri a sventolare bandiere del gruppo senza accennare un minimo tentennamento nonostante il pogo. Vengono in mente gli atleti dell’Unione Sovietica. Non manca, fra l’altro, un grande gruppo di fan argentini.   Nella scaletta la band ha ripercorso i successi della propria carriera ma anche ben nove brani del nuovo album che abbiamo sentito in questa indimenticabile serata e che ascolteremo con calma nello stereo di casa traccia dopo traccia; di certo possiamo dire che si collocano nello stile dei Toten senza fare alcuno sconto a nessuno e senza fare alcun passo indietro.      Il live inizia subito alla grande con pezzi potenti, diretti al cuore del pubblico, si infiamma con Auswärtsspiel e si prosegue con altri che hanno fatto la storia dei Toten Hosen come Liebeslied, Wünsch dir was, Hier Kommt Alex, Bonnie & Clyde, Paradies. Brani che non hanno bisogno di presentazioni e fanno letteralmente impazzire i fan.    L’interazione fra i Toten Hosen e il pubblico è qualcosa che viene da sé, naturale potremmo dire, e del resto la band tedesca fin dagli esordi è ben abituata a questo tipo di rapporto, è quasi un dialogo alla pari, non un rito come accade in altri concerti: i Toten Hosen non si pongono su un piedistallo, i testi non sono verità calate dall’alto da parte di qualcuno che si sente dio, e questo rende il loro messaggio ancor più diretto e convincente.    Si chiude con ben tre bis e all’interno del secondo non poteva mancare la “cover” di Azzurro in versione punk introdotta da Campino che specifica come questo brano realizzato nel 1990, sia stato, da parte dei Toten, una “dichiarazione di amore”. Poi si dimentica alcune parole e se le inventa, ma probabilmente l’ha capito solo quella piccola percentuale di pubblico italiano. Una botta di vita incredibile, i Toten mancheranno sicuramente nel panorama del punk europeo, ma almeno hanno chiuso in bellezza. Un vero peccato non avere altre date nella penisola. Per la cronaca: il tour prosegue per tutto il 2027 ma le date del 2026, con l’eccezione delle tre aggiunte da poco in Argentina, sono già sold out da un bel po’.     29/05/2026

I Die Toten Hosen spaccano con l’unica data del tour in Italia Leggi tutto »

I Die Toten Hosen tra poche ore sul palco!

TRINK AUS! WIR MÜSSEN GEHEN – TOUR 2026 – AMICHEVOLE GERMANIA – ITALIA   La band icona del punk tedesco, i Die Toten Hosen, con l’unica data italiana all’Alcatraz di Milano il 28 maggio.   Una data eccezionale visto che si tratta di uno dei due warm up del loro nuovo tour nonché la serata nella quale la band festeggerà insieme al pubblico l’uscita del nuovo e ultimo album.   28/05/2026

I Die Toten Hosen tra poche ore sul palco! Leggi tutto »

La natura umana in “Sodoma Zombie” di Salvatore Amato

Come ormai ben sapete, al Salone del Libro di Torino di quest’anno abbiamo fatto incetta di titoli e autori. Tra questi ultimi abbiamo incontrato una nostra vecchia conoscenza: Salvatore Amato, stavolta non in veste di poeta, ma di romanziere. È infatti appena uscito per Edikit il suo Sodoma zombie, che racconta un mondo (e un’Italia, nello specifico) devastato da un’epidemia di morti viventi.     Lo stile si divide tra passaggi non privi di lirismo, che accompagnano soprattutto i “buoni”, e i toni grotteschi e iperbolici delle losche vicende dei molti “cattivi” che affollano la trama e che, più che gli zombie, sono proprio gli umani. Infatti, mentre le basi del vivere civile vengono completamente minate, il caos genera una sequela di turpitudini indicibili. È davanti al terrore e allo spaesamento degli indifesi che i violenti e i sadici possono scatenare i propri istinti crudeli e dare sfogo alle proprie perversioni, come nella Sodoma biblica e nei fotogrammi pasoliniani. C’è pure un’ulteriore complicazione: il progresso tecnologico usato per fini malevoli, che amplifica le potenzialità malvagie della natura umana, fotografata nei suoi eccessi più bestiali. In questa storia, narrata in un incalzante presente, i malvagi sono malvagi sul serio. Sullo sfondo delle loro azioni infami, si staglia in forte contrasto l’eroismo e la tenacia di chi ancora sceglie di lottare non solo per mera sopravvivenza, ma per rendere più giusta la vita che continua a resistere anche in mezzo all’orrore.     Con una vividezza in bilico tra le versioni cinematografiche di World War Z e Caligola, Sodoma zombie non si inserisce soltanto nel genere horror, ma aggiunge qualcosa al discorso “sugli zombie” e lo fa con consapevolezza e padronanza degli strumenti a sua disposizione, dai tòpoi di genere alla cura del linguaggio, sempre funzionale alla sostanza.   Non a caso, lo stesso Amato ci ha raccontato che l’idea per questa storia è nata leggendo diversi libri di narrativa zombie e notando come tutti sembrassero simili tra loro, prevalentemente con un registro basso, di mero intrattenimento. L’autore ha perciò puntato a creare qualcosa di innovativo, cercando di «dire qualcosa che ancora non si era mai detto in questo tipo di letteratura». Pensiamo che ci sia ampiamente riuscito, perché, senza fare “spoiler”, queste pagine spiazzeranno il lettore e lo spingeranno a chiedersi non tanto che armi e strategie conviene usare in caso di attacco zombie, ma chi diventeremmo in uno scenario in cui legge e morale hanno perso la loro forza.    Abbiamo infine chiesto ad Amato cosa gli piacerebbe che il lettore conservasse della lettura di Sodoma zombie. Con onestà ci ha risposto che è una domanda difficile: di sicuro, la dedica alla sua ragazza («Eleonora, importante come l’antifascismo»), ma anche semplice svago o, possibilmente, un sottotesto da trovare e portare con sé.   Cogliamo questo suo implicito invito. Ciò che è rimasto a noi di queste pagine è ciò che va oltre personaggi e trama e affonda le sue radici in quegli interrogativi costanti nella storia umana, in quelle domande di valore le cui risposte rischiano di essere molto più spaventose di qualsiasi mostro: davanti al dolore dell’altro ci trasformeremo in compagni o carnefici?       27/05/2026  

La natura umana in “Sodoma Zombie” di Salvatore Amato Leggi tutto »

I protagonisti dell’editoria italiana al Salone Internazionale del Libro

Si è appena concluso il Salone Internazionale del Libro di Torino, giunto alla sua trentottesima edizione, un evento annuale imperdibile per lettori e “grafomani” che qui possono scoprire nuovi titoli e autori, nonché le realtà editoriali da seguire e con cui collaborare.     Il tema di quest’anno era Il mondo salvato dai ragazzini, in omaggio all’omonima opera poetica di Elsa Morante. Una scelta significativa sotto un duplice profilo: il rimando a un genere (la poesia) di certo non in vetta alle classifiche di mercato; il richiamo all’importanza di guardare la realtà con la vivacità creativa “dei ragazzini”.   Come ricordato da Annalena Benini, Direttrice editoriale del SalTo, è questo «il mondo che il Salone del Libro si prefigge, auspica, prova a costruire ogni giorno con inventiva e dedizione». Ma questo è anche il mondo che tentano di costruire e preservare coloro che, a parere di chi scrive, sono i pilastri di eventi come il SalTo e dell’intera editoria italiana: le case editrici indipendenti. Nonostante le mille difficoltà che la contemporaneità pone loro, infatti, esse lavorano affinché nuove voci possano emergere a creare il presente (e il futuro) della letteratura italiana. Al SalTo 2026 abbiamo incontrato alcuni di questi protagonisti, che dal 14 al 18 maggio hanno accolto lettori e autori presso i loro stand.   Un nome di rilievo è quello di Nicola Pesce, che ha fondato Edizioni NPE a soli sedici anni. Sui social pubblica video in cui parla di letteratura e della sua esperienza di editore e scrittore, riuscendo, con la gentilezza e i toni pacati che lo contraddistinguono, ad avvicinare il grande pubblico ai libri e a coniugare virtuosamente la dimensione digitale e quella analogica. Di fatti, lo abbiamo incontrato davanti al suo stand, pronto a scambiare quattro chiacchiere con i lettori.   Nei padiglioni del SalTo convivono realtà consolidate del panorama editoriale e anime venute di recente alla luce. Tra le prime rientra, senza dubbio, Edizioni Settecolori, fondata alla fine degli anni ’70 da Pino Grillo e specializzata nella grande letteratura del XX secolo, libri di viaggio e classici. Dal 2020, sotto la guida di Manuel Grillo e Stenio Solinas, ha avviato un nuovo progetto editoriale volto al recupero di testi inediti in Italia o da tempo fuori catalogo, con un occhio di riguardo agli autori internazionali e anticonformisti, al di là di mode e cliché. Insieme a Settenove e Quinto Quarto, al Salone, Settecolori ha ricevuto il Premio Ernesto Ferrero, proprio in virtù della sua attività di «riscoperta di autori e testi “laterali” del Novecento, con un’identità culturale ed estetica precisa e riconoscibile, lontana dal mainstream». Risale, invece, al 2025 la nascita di Tori Edizioni, che fa dell’etica nei confronti di autori e opere un cardine della propria attività e propone le collane Portali (New adult e Adult) e Passaggi (Young adult), comprendenti svariati generi letterari.   Per quanto riguarda i generi, per l’appunto, al SalTo ce ne sono davvero per tutti i gusti. Numerose, ma ciascuna con una propria precisa identità sono le case editrici che si dedicano all’horror, al weird e alla fantascienza (molto cari a chi scrive!). Tra queste, ABEditore (ne abbiamo già parlato qui) sfoggia una veste grafica inconfondibile e tiene a specificare che pubblica libri, «ma solo di chi è morto da almeno un secolo». Infatti, ABEditore riscopre il gotico con attenzione particolare ai classici inediti o dimenticati della letteratura e offre proposte inconsuete e originali che si discostano dalla concezione tradizionale di libro. Abbiamo incontrato anche Edikit, che rinnova la sua sfida al mercato editoriale sotto la nuova direzione di Andrea K. Lanza e spazia dal thriller all’horror, passando per il romanzo storico e la saggistica cinematografica, sempre esplorando storie d’impatto. Una di queste l’abbiamo già letta e ve ne parleremo prossimamente.     Ma gli incontri “fantastici” non sono finiti qui. Ci siamo fermati anche allo stand di Edizioni Hypnos, dedita alla letteratura weird e fantastica: si muove tra autori classici e le nuove proposte del panorama italiano e internazionale e propone una propria rivista con racconti di autori italiani e stranieri, per la maggior parte inediti, oltre a saggi e segnalazioni. Una piacevole scoperta è stata poi Zona 42, che si prefigge di riportare la fantascienza nelle librerie italiane, dove le nuove voci del genere faticano ad arrivare. Inoltre, al SalTo capita di ritrovare volti noti e (per noi) geograficamente prossimi, come la toscana NPS Edizioni, marchio editoriale dell’associazione Nati per scrivere, che propone letteratura fantastica per tutte le età e ha in catalogo molti testi dedicati alle tradizioni e al folklore nazionale.   Cambiando genere, realtà come Interno Poesia, nata a settembre 2016 e erede dell’omonimo blog creato ad aprile 2014 da Andrea Cati, resistono con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nel panorama dell’editoria poetica, tanto bistrattata quanto necessaria per dare spazio alle penne dei poeti di oggi (che esistono ancora, come vi abbiamo già mostrato).   Anche chi non si concentra su un unico genere lo fa ricercando qualità e ponendosi obiettivi precisi. Così, Gruppo CTL Editore, diventata ligure nel 2026 , grazie all’acquisizione da parte di Alberto Marubbi, autore teatrale, linguista e scrittore, si prefigge di restituire alla cultura il posto che merita, selezionando opere di qualità e promuovendole su tutto il territorio nazionale. L’ultimo passo (per ora) è stata proprio la presenza al SalTo presso lo stand della Regione Liguria. La napoletana De Nigris Editori, invece, pubblica biografie, testimonianze, saggistica e narrazioni contemporanee che affrontano, in particolare, temi legati all’identità, alla cultura e ai linguaggi del presente, con un forte legame con i contesti da cui nascono. Alter Ego, poi, spazia dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico e la letteratura mainstream, concentrandosi sul tema del “doppio”, ça va sans dire.     Il SalTo è un’ottima occasione anche per conoscere gli editori indipendenti che sposano obiettivi di carattere sociale, oltreché letterario. Blackie Edizioni, ad esempio, pubblica narrativa, saggistica e «tutto quello che ci ispira», con un’attenzione speciale alla narrativa femminile contemporanea, ma anche del

I protagonisti dell’editoria italiana al Salone Internazionale del Libro Leggi tutto »

La Settima Base al Salone del Libro di Torino 2026

La Settima Base è stata al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 per raccontare da vicino una delle manifestazioni culturali più importanti del panorama editoriale italiano.   Tra stand, incontri e presentazioni, in questi giorni stiamo raccogliendo storie, volti e progetti che presto diventeranno articoli e approfondimenti sul nostro sito. Un’attenzione particolare sarà dedicata all’editoria indipendente, vera anima del Salone, capace ogni anno di portare a Torino idee, ricerca e nuove prospettive sul mondo dei libri.   Nei prossimi giorni pubblicheremo contenuti esclusivi dedicati ai libri, alle case editrici e alle esperienze che più ci hanno colpito.   Nel video che trovate qui sotto vi raccontiamo in anteprima il nostro viaggio tra editori, autori e realtà culturali incontrate al SalTo 2026.    

La Settima Base al Salone del Libro di Torino 2026 Leggi tutto »

Il successo silenzioso dei duo registici

*** Scroll down to read the article in English ***   Con il successo di L’ultima missione: Project Hail Mary (2026), i talenti registici di Phil Lord e Christopher Miller sono ormai sotto i riflettori. Il loro ultimo progetto è stato definito uno dei migliori film di fantascienza del decennio. Per molti, però, non è affatto una sorpresa. I due non sono diventati soltanto affermati produttori durante la loro esperienza a Hollywood, ma anche eccellenti registi, avendo diretto Piovono polpette (2009), 21 Jump Street (2012) e The LEGO Movie (2014). È chiaro che si tratta di una collaborazione estremamente proficua.     Le collaborazioni sono sempre state una parte integrante dell’industria cinematografica, ma forse il mondo del cinema dovrebbe dedicare più attenzione ai successi dei registi che lavorano in coppia. L’industria, infatti, è sempre stata rapida nel celebrare i sodalizi tra registi e compositori. Provereste le stesse emozioni per un classico di Steven Spielberg senza John Williams? Da Lo squalo (1975) a Jurassic Park (1993) i due hanno fatto la storia del cinema. Dopo una collaborazione che ha portato a 29 film, questo duo è probabilmente il sodalizio più prolifico della storia del cinema. Si può parlare di coppie di successo anche per figure come Wes Anderson, che ha sviluppato uno stile e un’estetica ormai iconici nei suoi film, condividendo però costantemente i riflettori con Robert Yeoman. Ingmar Bergman e Sven Nykvist, Alfonso Cuarón e Emmanuel Lubezki, Christopher Nolan e Hans Zimmer, Alfred Hitchcock e Bernard Herrmann, Sergio Leone e Ennio Morricone, Tim Burton e Danny Elfman: esiste una lista pressoché infinita di celebri sodalizi tra registi e coloro che modellano l’estetica e il suono dei loro film.     Le collaborazioni tra registi e montatori sono meno conosciute, come quella tra Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker, che lavorano insieme dalla metà degli anni Sessanta. Nonostante ciò, occupano ancora un posto ben visibile nell’immaginario dei cinefili. Scorsese è ampiamente considerato uno dei più grandi registi della storia e Schoonmaker è stata al suo fianco raccogliendo premi e riconoscimenti. Ha ricevuto nove candidature agli Academy Awards e ne ha vinti tre. Il fatto che tutte e tre le vittorie siano arrivate per film diretti da Scorsese dimostra l’importanza e il peso della loro collaborazione.     Il riconoscimento più vicino che di solito diamo a una coppia di registi è, in modo piuttosto curioso, quello tra regista e attore. Coppie come Ryan Coogler e Michael B. Jordan, Akira Kurosawa e Toshiro Mifune, oppure Alfred Hitchcock con sia Cary Grant che James Stewart, illustrano il profondo impatto che gli attori hanno avuto sui registi. Spesso vengono etichettati con termini come “musa” o “fonte d’ispirazione”, per sottolineare l’influenza che possono avere sui progetti cinematografici. Questo confine sempre più sfumato è arrivato al punto in cui Noah Baumbach ha lavorato così a stretto contatto con Greta Gerwig in film come Frances Ha (2012) e Mistress America (2015), che lei ha ottenuto il credito di sceneggiatrice in entrambi ed è considerata una co-regista dei film. Gerwig avrebbe poi iniziato a dirigere autonomamente i propri progetti a partire da Lady Bird (2017), ottenendo un notevole successo come attrice diventata regista.     Fin dai primi giorni del cinema, i duo registici sono sempre esistiti. La leggendaria collaborazione britannica tra Michael Powell e Emeric Pressburger ha prodotto opere ancora oggi molto apprezzate. Scarpette rosse (1948) e Scala al paradiso (1946) sono due esempi della loro perdurante rilevanza. Negli ultimi anni, coppie di fratelli hanno condiviso la sedia da regista con grande successo. I fratelli Russo sono entrati a far parte del Marvel Cinematic Universe dopo anni di lavoro in televisione. I due hanno diretto Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019), due dei film con i maggiori incassi di tutti i tempi. Le sorelle Wachowski, poi, hanno cambiato il panorama cinematografico con il loro debutto in Matrix (1999). La combinazione di azione e filosofia, insieme a numerose innovazioni tecniche, stupì il pubblico al momento dell’uscita, dando origine a un’ondata di film imitativi che cercavano di replicarne lo stile. Lo scorso anno, dopo anni di collaborazione, i fratelli Safdie hanno realizzato film sportivi che hanno finito per competere per molti degli stessi premi. Tuttavia, questi due talenti emergenti hanno iniziato la loro carriera come duo registico, ottenendo rapidamente notorietà, con Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). Hanno lasciato la porta aperta a future collaborazioni.     Ad ogni modo, la coppia più iconica è senz’altro quella dei fratelli Coen: Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998) e Non è un Paese per vecchi (2007), insieme ad altri titoli, si sono guadagnati lo status di nomi entrati nell’immaginario collettivo. Avendo padroneggiato numerosi stili e generi, i fratelli Coen si sono solidamente inseriti nella discussione sui più grandi registi viventi. Daniel Kwan e Daniel Scheinert (i Daniels) probabilmente guardano con una certa invidia al successo dei Coen. I Daniels hanno iniziato realizzando videoclip musicali per poi passare ai lungometraggi, ottenendo enorme successo di critica e un trionfo agli Oscar con Everything Everywhere All at Once (2022). Con una creatività apparentemente infinita e un arsenale di soluzioni cinematografiche senza limiti, il duo ha lasciato l’industria in trepidante attesa di nuovi progetti.   Tutti questi duo hanno aperto numerosi possibili percorsi per i talentuosi Lord e Miller, percorsi che speriamo decidano di percorrere ancora insieme, magari a braccetto.   ***   The Quiet Success of Directing Duos by Daniel Nelson   With the success of Project Hail Mary (2026), the directing talents of Phil Lord and Christopher Miller are now front and centre. Their latest project has been labelled one of the best Sci-fi film of the decade. However, for many this isn’t a surprise. The duo have not just become accomplished producers during their time in Hollywood but also excellent directors having directed Cloudy with a Chance of Meatballs (2009), 21 Jump Street (2012) and The Lego Movie (2014). Clearly this is a fruitful partnership.   Partnerships have always been an integral part of the film industry, but perhaps

Il successo silenzioso dei duo registici Leggi tutto »

Torna in alto