“Senza fermata” di Chimenti: prima tappa al Festival Underground

di Maria Elena Lippi Sabato 31 gennaio il Capannori Underground Festival ha registrato l’ultimo successo della stagione. Un’edizione cominciata con la prima presentazione assoluta del nuovo album dei Not Moving, proseguita con il fumettista Bigo e gli attori Elisa D’Agostino e Marco Brinzi e, a gennaio con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e conclusa appunto con Chimenti. Il tutto con la partecipazione di altri grandi nomi come Antonio Aiazzi dei Litfiba, Michele Rossi del Gabinetto Vieusseux, Marco Bachi della Bandabardò e lo scrittore horror Paolo D’Orazio. Il polo culturale Artemisia si è gremito di persone per Andrea Chimenti e la prima presentazione in assoluto del suo nuovo libro, la raccolta di racconti Senza fermata (Ronzani editore, 2026). Nel corso degli anni Chimenti ha portato avanti una duplice carriera di successo, in ambito musicale e letterario. Dal 1983 al 1989 è stato il cantante dei Moda, pietra miliare del rock italiano, e, da solista, ha collaborato con artisti del calibro di Mick Ronson, David Sylvian e Piero Pelù. Sul fronte letterario, Chimenti aveva già al suo attivo Yuri (Zona, 2014) e L’organista di Mainz (Lorusso Editore, 2022), a riprova di un talento instancabile che ha travolto anche il pubblico di Capannori in un pomeriggio coinvolgente e ricco di ospiti. La serata di sabato, infatti, si è aperta con uno special guest: a sorpresa era nel pubblico lo scrittore Paolo D’Orazio, il cui nome è sinonimo della rivista Splatter, già ospite in precedenti edizioni del Festival. Dopo i saluti del Comune di Capannori, portati da Claudia Berti, Assessora alla Cultura, il direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, ha invitato D’Orazio a prendere la parola. D’Orazio ha così introdotto Enrica Giannasi, grafica ufficiale del Festival e dei CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, che ha illustrato le locandine del Capannori Underground. Dopo questo tuffo nelle arti visive, è entrato in scena Chimenti che, senza indugio, ha intrapreso la lettura recitata di uno dei racconti di Senza fermata. Si è trattato di un dialogo fra due personaggi, di cui uno interpretato da Chimenti e l’altro diffuso tramite una registrazione audio, in uno scambio tra voce “presente” e voce “in differita” che ha creato un’atmosfera teatrale e suggestiva. È giunto poi il momento dell’intervista, durante la quale sono intervenuti Antonio Aiazzi, lo storico tastierista dei Litfiba, e Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze. L’intervista è stata quindi in felice equilibrio tra musica (grazie ad Aiazzi) e letteratura (grazie a Rossi), ricalcando appieno la doppia anima artistica di Chimenti. Inoltre, Caselli, che ha moderato l’intervista, ha posto a Chimenti domande su curiosità di carattere generale. C’è stata anche un’altra sorpresa: a un certo punto è intervenuto Marco Bachi, già ospite del Festival, che ha voluto ricordare il ruolo importante giocato da Chimenti nella formazione della Bandabardò. Infine, al termine dell’intervista e dopo la lettura di un altro estratto del libro da parte di Chimenti, c’è stato il momento cruciale dell’evento. All’artista è stato conferito il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground. Per l’occasione è tornata sul palco Enrica Giannasi, che ha omaggiato Chimenti, Rossi, Aiazzi e Bachi con una delle linoleografie da lei realizzate per l’uscita di Al Diavolo, il nuovo album dei CRP  Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Per il finale, con la sigla del Festival, ai  CRP che l’hanno composta si sono uniti al pianoforte lo stesso Chimenti e Aiazzi, con Bachi al basso, Paolo D’Orazio alle percussioni ed Erika Citti con un tamburello. In questo momento di profonda condivisione musicale, Aiazzi e Chimenti si sono esibiti suonando insieme sullo stesso pianoforte. Si è trattato davvero di un gran finale per un’edizione straordinaria e partecipatissima. Il coinvolgimento di tanti artisti di alto profilo, che, come visto, spesso tornano come special guest, rende il Capannori Underground Festival un inestimabile punto di riferimento e di incontro per gli artisti che vivono e promuovono la cultura underground e per il pubblico intenzionato a conoscerla e celebrarla. Fa molto piacere notare come, ad ogni incontro, siano stati presenti anche molti giovani, a riprova di come il Festival abbia saputo costruire un linguaggio condiviso e intergenerazionale. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara Alla prossima!

Pace e rivoluzione nelle Tre domande dell’angelo

di Maria Elena Lippi Il modo più immediato per definire Le tre domande dell’angelo di Katia Lari Faccenda (CartaCanta Editore, 2024) è che si tratta di un romanzo ispirato alla figura di Giovanna d’Arco. La protagonista del libro, infatti, si chiama Giovanna e, come la patrona di Francia, è una ragazzina che riceve le visite di un angelo e si mette alla guida di un gruppo di giovani uomini, sfidando le convenzioni sociali che la vorrebbero relegata alla cura del focolare. Tuttavia, limitarsi a dir ciò fornirebbe solo una visione parziale dell’opera. L’autrice ha sì studiato la vita della Pulzella d’Orléans e le carte del processo di cui fu vittima (citate nel libro stesso), ma il risultato non è un romanzo storico o un’agiografia, anche se ripercorre molte tappe della breve vita della Jeanne reale. Lasciando trapelare un gusto per i simboli che ha un che di squisitamente medievale, la Giovanna di Lari Faccenda è un’icona che racchiude in sé e nelle sue vicende molteplici lotte e vicissitudini dell’animo umano: il riscatto della donna da una condizione di inferiorità, il coraggio che può animare anche le persone a prima vista più fragili, l’amore, la fede (da intendersi anche e soprattutto in chiave laica), il dubbio, l’assunzione di responsabilità, la difesa della pace. Uno dei punti di forza del libro sta proprio nel suo trattare in modo originale temi universali, in un’ambientazione e un’epoca che fanno pensare all’attuale Medio Oriente, ma che lasciano immaginare anche altri spazi e momenti, i tanti in cui si perpetuano o sono state perpetuate violenze e ingiustizie a danno dei civili. Giovanna, infatti, si muove in uno scenario bellico e il suo appello alla pace e alla giustizia, raccolto dai ragazzi che la seguono e proposto alle genti che incontreranno sul loro cammino, passa tramite una rivoluzione silenziosa, non violenta e consapevole della necessità di prendere in mano il presente per cambiare il futuro. Il silenzio è coltivato non come mera assenza di parole, ma come un’orchestra farebbe con le pause di un pentagramma: coincide con la disponibilità all’ascolto, col “prendere consiglio dal silenzio” e coltivare l’unione dei silenzi da cui possono generarsi dialogo e cambiamento.   Le diverse sfaccettature del silenzio ce le rammenta la stessa autrice nell’appendice Dal quaderno di composizione di Le tre domande dell’angelo, una piccola e arguta guida per andare a riflettere di nuovo sulle pagine appena lette (e da cui ciascuno, senza dubbio, riemergerà portando con sé la sfaccettatura che più avrà toccato il suo animo). Nell’appendice viene anche fatta un’affermazione importante ai fini della lettura: «Due verità interrogative distinte non si sommano, si relazionano. Generano una terza verità». La dualità dell’esistenza è feconda nella relazione e si realizza anche su un piano qualitativo: essa emerge nella coesistenza delle due accezioni (positiva e negativa) attribuibili a un’idea. Ne è un esempio il concetto di “colpa”, che è al contempo “senso di colpa”, ma anche “responsabilità”. Nello specifico, come sottolinea la stessa Giovanna, il «trono della colpevolezza» è un trono che «nessuno vuole occupare», visto che in tanti si dicono responsabili di qualcosa, ma difficilmente sono pronti a sentirsi davvero colpevoli. Da un punto di vista stilistico, una menzione d’onore spetta alla prosa, dall’anima poetica e dalla forma ricercata, ma mai prolissa o superflua, proprio come accade nei componimenti migliori. Estetica e contenuto si fondono in un connubio felice, che fa pensare a un’opera di altri tempi, perché rara in un momento di diffusa tendenza alla banalizzazione delle architetture linguistiche e dei concetti. In questo periodo (in ogni periodo) abbiamo bisogno di libri come questo, che, accompagnandoci con mano leggera, ci tengano con i piedi per terra e ci predispongono a vedere il mondo come faremmo grazie a una favola o a una parabola.

I volti di Toffolo al Festival underground

di Maria Elena Lippi   L’anno si è aperto in grande stile per il Capannori Underground Festival, che sabato 17 gennaio ha registrato il tutto esaurito per Davide Toffolo, frontman del gruppo alternative rock Tre Allegri Ragazzi Morti. Anche da dietro la maschera-teschio che caratterizza i membri dei TARM, Toffolo ha mostrato i suoi vari volti, dando prova di una poliedricità che lo ha portato ad essere cantante, chitarrista, fumettista e autore di numerose graphic novel.   Nella prima parte dell’incontro, l’intervista a cura di Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival, e Marco Bachi, bassista della Bandabardò, ha guidato il pubblico nell’universo creativo di Toffolo. L’artista ha ripercorso la sua carriera e la sua storia personale, ricordando le prime esperienze artistiche a Pordenone e gli stralci di vita da lui rielaborati tramite parole e disegni. Con il supporto di un proiettore, Toffolo ha mostrato le copertine e le tavole di alcuni dei suoi lavori più importanti, da Animali, nato proprio dalla testimonianza delle vicende dei quartieri popolari, a Cinque Allegri Ragazzi Morti e Intervista a Pasolini, passando per la rivista antologica Dinamite, da lui ideata nel 1995 insieme a Giovanni Mattioli per dare voce alle anime del fumetto indipendente italiano. La conversazione è stata interrotta da una piacevole sorpresa: l’arrivo di una piccola torta con tanto di candelina per festeggiare il compleanno dell’artista, che, per una fortunata coincidenza, cadeva proprio il 17 gennaio.     Dopo l’intervista, Toffolo ha regalato un’intensa performance di numerosi successi dei TARM, in un flusso travolgente e pressoché continuo di note. I testi di Toffolo fondono realtà e sogno, critica sociale e malinconia, parlando sia d’amore che di quel delicato periodo di transizione e speranza che è l’adolescenza. Di grande emozione è stato il momento in cui il pubblico ha intonato all’unisono il ritornello de Il mondo prima. Anche Marco Bachi ha dato il suo sempre magistrale sostegno musicale con il basso sul brano Io e il demonio, il graffiante adattamento realizzato dallo stesso Toffolo di Me And The Devil Blues di Robert Johnson.     Al termine della performance, l’artista ha ricevuto dalle mani di Gianmarco Caselli ed Erika Citti il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground ed i saluti del Comune di Capannori, portati dall’assessora Claudia Berti.   La serata si è conclusa con l’immancabile sigla finale, composta dai CRP per il CUF 2025. Per l’occasione, Toffolo si è unito con il suo sax ai CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e a Marco Bachi, suonando anche in mezzo al pubblico e alimentando ulteriormente il forte coinvolgimento che ha caratterizzato l’intero evento. Nel finale è intervenuta anche l’assessora alla cultura del Comune di Capannori, Claudia Berti, che ha ribadito l’importanza del Festival, in particolare per le nuove generazioni.   Un altro grande successo per il CUF e per l’associazione V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) che lo organizza. L’ultimo appuntamento è il 31 gennaio con Andrea Chimenti, già cantante dei Moda, con la prima presentazione in assoluto del suo libro Senza fermata. Saranno presenti anche Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze, e Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba.    

Consigli di viaggio: un salto a Spoon River

– di Maria Elena Lippi    In Canzone per Piero, Francesco Guccini inserisce il verso È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Non può che riferirsi all’Antologia di Spoon River, che di Masters è l’opera più conosciuta e che ha reso il suo autore noto e amato in tutto il mondo. Questa silloge poetica, infatti, è diventata uno di quei testi capaci di parlare con chiarezza ed efficacia ben oltre il tempo e lo spazio in cui sono stati scritti. La sua esistenza è il frutto della tenacia che sorge in chi ha qualcosa di urgente da dire e può farlo compiutamente solo con la veste della poesia, se pensiamo che, a discapito delle sue aspirazioni letterarie, Edgar Lee Masters fu costretto dal padre all’avvocatura (professione nella quale, peraltro, eccelleva).       Nato a Garnett, in Kansas, nel 1868, Masters visse tra la campagna e la città. Grazie al suo lavoro ebbe modo di conoscere e studiare da vicino gli esseri umani con le loro ipocrisie e passioni, celate dal puritanesimo della società statunitense dell’epoca. Ispirato dalla lettura dell’Antologia Palatina, Masters decise di ricorrere alla forma dell’epitaffio per narrare le vite di un villaggio immaginario i cui abitanti incarnano le verità e le menzogne che egli percepiva nel mondo che lo circondava. Così, tra il 1914 e il 1915, le poesie dell’Antologia di Spoon River apparvero regolarmente sul Reedy’s Mirror, per poi uscire in volume nella loro versione definitiva nel 1916. Negli anni seguenti Masters non riuscì a replicare il successo dell’Antologia e nel 1950 morì in miseria, pressoché dimenticato. Tuttavia, già negli anni ’40, in Italia era uscita un’edizione italiana dell’opera, con il curioso titolo di Antologia di S. River, quasi fosse una raccolta di massime di un santo, voluto dal ministero della cultura popolare fascista per de-americanizzare la silloge.     Il primo a cogliere la grandezza dell’Antologia e di Masters fu Cesare Pavese, che dedicò loro un saggio nel 1931 sulla rivista La Cultura. Pavese menzionò la «consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti» che il poeta dimostrava nelle parole delle anime di Spoon River, un coro di voci che si svelano al lettore e che si intrecciano per parentele e relazioni sociali, ciascuna sconquassata dalle proprie speranze, illusioni e solitudine. Tramite Pavese il libro arrivò nelle mani di Fernanda Pivano, che ne realizzò la sua traduzione più famosa e contribuì a far sì che, negli anni ’60, Masters fosse riscoperto da scrittori, poeti e cantautori. Tra questi non si può non menzionare Fabrizio De André, di cui abbiamo ricordato la scomparsa l’11 gennaio. In Non al denaro non all’amore né al cielo De André non si limita a musicare alcune poesie della raccolta, ma conferisce loro nuovo spirito, rivestendole della propria esperienza e sensibilità di compositore politicamente impegnato nell’Italia della contestazione e degli anni di piombo. Come accade con i classici, quindi, l’Antologia di Spoon River si pone in un dialogo aperto a sempre nuove generazioni di artisti e lettori. Una sua copia merita di trovarsi in ogni libreria personale e di essere letta e riletta, magari in fasi diverse della propria vita.     Se entrate a Spoon River per la prima volta, la prima guida da cui farsi affascinare è proprio Pivano: la trovate nell’edizione Super ET Einaudi (2014), che contiene un’intervista alla traduttrice stessa, oltre a tre scritti di Pavese e l’introduzione di Guido Davico Bonino. Se siete ospiti fissi della cittadina di Masters o, comunque, volete fin da subito approfondire la conoscenza con i suoi abitanti, di certo apprezzerete la recente versione con la traduzione di Alberto Cristofori (La Nave di Teseo, 2022). Cristofori commenta la genesi delle poesie inquadrandole nella vita di Masters e analizzandone contenuto e stile: il risultato è uno strumento inestimabile per attraversare le vie di Spoon River ad occhi ben aperti. Con l’Antologia tra le mani e Il suonatore Jones in sottofondo, non vi resta che scostare idealmente l’edera dalle lapidi e iniziare a leggere.

Concerto di solidarietà Lucca per Gaza

di Chiara Grace Di Vito   Lo scorso 19 dicembre, al Teatro Giovanni XXIII di San Cassiano a Vico (Lucca), si è tenuta la seconda edizione del concerto di solidarietà Lucca per Gaza, organizzato dal Forum per la pace di Lucca Ripudiamo la guerra, con il sostegno delle associazioni Amani Nyayo, Gaza FuoriFuoco-Palestina, la Scuola per la Pace della Provincia di Lucca, Palestine Children’s Relief Fund Italia. Più di 200 spettatori hanno partecipato all’evento e molti che non hanno potuto essere presenti hanno comunque contribuito con le proprie donazioni. In totale sono stati raccolti più di 3500 euro destinati a supportare le attività del Palestine Children’s Relief Fund Italia (PCRF), la principale organizzazione umanitaria che fornisce cure mediche e aiuti umanitari ai bambini e alle bambine palestinesi. Sotto la conduzione esperta e sempre piacevole di Michela Panigada, hanno portato la loro testimonianza Abu Sittah Amhed, cittadino palestinese, con l’aiuto della traduttrice Fatena Ahmad della Comunità Palestinese Toscana; Giancarlo Albori, Presidente di Gaza FuoriFuoco Palestina e Presidente Provinciale dell’Anpi di Massa Carrara; Stefano Luisi, Presidente di PCRF Italia e cardiochirurgo infantile; e Andrea Carobbi, Vicepresidente di PCRF Italia e Direttore UO Ch. S Luca e Dipartimento Chirurgia Generale AUSL Toscana Nord Ovest.   E poi, naturalmente, c’è stata la musica. Numerosi artisti si sono alternati sul palco, ciascuno con il proprio stile e la propria sensibilità: Enzo Girolami con il suo progetto cantautorale Cantiamoci Chiaro, Andrea Del Testa e Igor Vazzaz (La Serpe d’Oro) con i canti della tradizione toscana; i Progetto in La Minore con i loro arrangiamenti di Fabrizio De André; Martino Biondi che ha proposto un suo inedito; Maria Elena Lippi che ha dedicato un brano di Violeta Parra alla scomparsa Elisa Frediani; Igor Santini con la sua conoscenza del cantautorato italiano, accompagnato a sorpresa da Marco Bachi della Bandabardò; i Contratto Sociale Gnu – Folk con il loro combat elettro folk rock; gli Onda Acustica con le sonorità del Sud Italia; i CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con il loro industrial post punk. Non sono mancati toccanti momenti teatrali, grazie a Igor Vazzaz e Marco Salotti, con interpretazione di brani e poesie. Fondamentale è stato il contributo dei tecnici del suono e delle luci, Roberto Micheletti e Claudio Di Paolo. La cifra artistica della serata è stata alta e condivisa, animata da un intento comune: mettere il proprio talento al servizio di una causa umanitaria. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, molti artisti in tutto il mondo stanno rispondendo alla violenza con gesti pacifici: come ricordato da Panigada, Brian Eno ed altri musicisti, tra cui Peter Gabriel, hanno realizzato una canzone, Lullaby, per raccogliere fondi che andranno a sostegno della campagna Together for Palestine dell’organizzazione benefica inglese Choose Love. Non molto tempo fa, a Firenze si è tenuto il concerto SOS Palestina, ideato da Piero Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere (ve ne avevamo parlato qui: SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra – La settima base). Ogni realtà, ogni persona è importante. Quando un’ingiustizia si consuma e c’è bisogno di restituire voce a chi non ce l’ha, la partecipazione di tutti diventa necessaria. La serata Lucca per Gaza ha dimostrato che la cultura, la musica e la presenza possono ancora essere strumenti concreti di solidarietà. 28/12/2025

C’era una volta: storie passate per Natali presenti

di Maria Elena Lippi   Vi mancano gli ultimi acquisti di Natale per i piccoli, ma siete stufi dei soliti giocattoli e dei soliti marchi? Potreste progettare castelli in miniatura con abitanti meccanici, proprio come fa il signor Drosselmeier, abile orologiaio e padrino della piccola Marie nella fiaba Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Il fai da te non vi appassiona? L’alternativa è regalare direttamente il libro di Hoffmann, in una delle tante edizioni disponibili, da quelle più colorate (come Rizzoli, 2022, con le illustrazioni di Iacopo Bruno) a quelle adatte anche ai più grandi, magari con il testo tedesco a fronte (La Vita Felice, 2025). Pubblicato nel 1816, Schiaccianoci ha ispirato tante opere successive, tra cui spiccano il racconto di Alexandre Dumas padre (1844) e il balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1892), con le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. Lo Schiaccianoci. Una fiaba di Natale edito da Donzelli (2018) raccoglie le versioni di Hoffmann e Dumas in un unico volume con le illustrazioni di Aurélia Fronty e con una sezione dedicata alla versione musicata dal grande compositore russo. Forse alcuni bambini conoscono già le avventure di Schiaccianoci in qualche formato cartoonesco o cinematografico. Tuttavia, l’originale di Hoffmann permette di immergersi in un mondo meraviglioso e allo stesso tempo inquietante che avvolge Marie Stahlbaum, la piccola protagonista, la sera della Vigilia di Natale. Buona e gentile, Marie si affeziona subito allo Schiaccianoci donatole dal padre e lo aiuterà nella sua battaglia contro il malvagio Re dei topi, un orribile ratto dalle sette teste che guida schiere di roditori. Gli adulti ridicolizzeranno le avventure raccontate dalla bambina, tutti tranne Drosselmeier, che a sua volta le narrerà la fiaba della principessa Pirlipat, della noce Krakatuk e di un bel giovane capace di schiacciare le noci coi denti e di spezzare la maledizione di cui Pirlipat è vittima.     In Schiaccianoci si intrecciano tutti gli elementi della fiaba: paesi incantati, oggetti all’apparenza inanimati dietro cui si celano splendidi principi, principesse da salvare e prove da superare. Ma non solo: accanto ai sogni infantili di intere città di zucchero, Hoffmann distilla un po’ dell’incubo che permea i suoi Notturni per adulti. Il mondo onirico si interseca con la realtà, rendendosi a tratti visibile anche “ai grandi”, benché questi cerchino di razionalizzarlo. L’enigmatica figura di Drosselmeier funge da punto di contatto tra le due dimensioni. Con il suo ingegno e i suoi modi a tratti burberi, il padrino di Marie rievoca i ben più malevoli inventori e alchimisti delle più perturbanti opere di Hoffmann. La stessa Marie, poi, è dolce, ma anche piena di iniziativa, pronta a sfidare la paura e la derisione per portare avanti una causa che ritiene giusta. Con queste premesse, Schiaccianoci è una lettura perfetta per unire alla magia natalizia un’atmosfera goticheggiante e una profondità psicologica che incantano e incuriosiscono al tempo stesso. Se, però, pensate che una sola fiaba non basti a soddisfare la voglia di lettura dei vostri bimbi, non resta che consigliare altri due classici.     Il primo, le Fiabe di Hans Christian Andersen, è una raccolta indispensabile per genitori pronti ad accompagnare i figli tra pagine in cui il fantastico e il meraviglioso si intrecciano alle malinconie e ai dolori della vita. A tal proposito, la Sirenetta dell’autore danese è senz’altro meno allegra di quella disneyana! Come per Schiaccianoci, troverete edizioni per tutti i gusti, tra volumi illustrati, riduzioni per i più piccoli e collezioni complete (qui si segnala quella integrale e recente della Newton Compton Editori, 2024). Il secondo libro è le Fiabe italiane di Italo Calvino, a cui dobbiamo un mastodontico lavoro di riordino del patrimonio narrativo folklorico nazionale. Calvino attinse ai testi redatti da autori precedenti «sotto dettatura delle nonne» e scelse fiabe dalle varie Regioni, comparandone le varianti e traducendole dai dialetti all’italiano. Grazie a questo lavoro, la tradizione diventa accessibile anche ai bambini, che gradiranno edizioni come quella illustrata da Emanuele Luzzati (Mondadori, 2019). Anche con queste fiabe, ogni tanto, ci si inquieta, ma si sogna anche molto, accanto a uno dei più grandi scrittori del Novecento.  

Mamma, ho perso il regalo!

Le 6 idee della Settima Base per regalare cultura anche a Natale di Chiara Di Vito   Eccoci qui: è il fine settimana prima di Natale e, come ogni anno, ci ritroviamo all’ultimo momento a cercare qualcosa da mettere sotto l’albero. Un po’ come in Mamma, ho perso l’aereo, solo che qui l’urgenza non è prendere un volo ma trovare il regalo giusto. Senza troppo tempo per riflettere, la scelta rischia di ricadere sul solito regalo destinato a finire in soffitte, cantine o sugli scaffali più remoti di amici e parenti. Ma attenzione: quest’anno sarà diverso. Noi della Settima Base siamo qui per darvi una mano con cinque idee regalo pensate proprio per voi, i nostri lettori. E dato che di arte e cultura scriviamo (e viviamo), cosa potevamo scegliere secondo voi?!   Un libro (o più di uno) Uno dei regali più semplici e allo stesso tempo più personali. È un’idea per tutti i portafogli e si adatta a ogni tipo di lettore. Può essere uno solo (scelto con cura), oppure più di uno: una lettura che ci ha colpito durante l’anno, un romanzo da consigliare, una graphic novel o un libro fotografico da sfogliare senza fretta. Il nostro consiglio è di cercarlo nelle librerie di quartiere: entrare, chiedere, lasciarsi suggerire. Anche il gesto della scelta diventa parte del regalo, un segno di attenzione che va oltre l’oggetto.     Un biglietto a… Regalare un biglietto significa regalare un appuntamento. Che sia un posto in platea al San Carlo o un prato Gold a San Siro, un concerto heavy metal, una serata al cinema per il sequel del Diavolo veste Prada, uno spettacolo teatrale o un musical, poco importa. Sono tutte esperienze che iniziano prima dell’evento e continuano dopo, nei racconti e nei ricordi. Un biglietto è un regalo che non si consuma subito e che spesso resta impresso più a lungo di qualsiasi cosa materiale.     Una tessera museale o culturale La tessera annuale del FAI, una card museale regionale o cittadina sono un invito continuo alla scoperta. Permettono di entrare più volte, tornare su un’opera, esplorare luoghi magari già visti ma mai davvero osservati. È il regalo ideale per chi ama l’arte, ma anche per chi ha solo bisogno di una piccola spinta per cominciare.     Un cd o un vinile (meglio se in edizione speciale) In un’epoca dominata dallo streaming, regalare un cd o un vinile è un gesto che torna ad avere un valore particolare. Non è solo musica, ma un oggetto da tenere, aprire, ascoltare con attenzione. Se poi si vuole rendere il regalo davvero speciale, il consiglio è di cercare un’edizione limitata dell’album più amato dalla persona a cui è destinato il dono. Chi ama la musica lo sa: avere tra le mani il disco giusto, scelto con cura, significa sentirsi visti e capiti. E anche qui vale la regola d’oro: meglio ancora se acquistato in negozi di dischi indipendenti, dove spesso si trovano chicche introvabili e consigli preziosi.     Un buono viaggio per una città d’arte Non serve andare lontano: a volte basta un treno per una città italiana o un volo per una capitale europea ricca di musei, librerie e musica. Un buono viaggio lascia libertà, apre possibilità e accende l’immaginazione. È un regalo che promette scoperta, senza imporre tempi o itinerari rigidi.     Un’esperienza culturale da fare insieme Una visita guidata a un archivio o a una biblioteca storica, una proiezione speciale al cinema d’essai, un reading musicale, un festival, una rassegna culturale o anche un corso breve (di scrittura, fotografia, stampa, illustrazione). Sono esperienze che troppo spesso passano sottotraccia, ma che sono capaci di creare legami e storie condivise.   In fondo, gli oggetti prima o poi si consumano. Le esperienze restano. E il regalo più grande che possiamo fare a Natale è il nostro tempo: i momenti passati insieme, quelli che riempiono le giornate e non solo gli scaffali. E forse è proprio questo, più di ogni altra cosa, il pensiero che conta davvero.  

Non solo Marley: fantasmagorie natalizie

– di Maria Elena Lippi Prima dell’avvento di Babbo Natale, dei jingle pubblicitari e degli abeti esposti fin da inizio novembre, il Natale è stato per lungo tempo una faccenda oscura. È noto come le celebrazioni cristiane della nascita di Gesù abbiano soppiantato i culti pagani legati al periodo invernale, appropriandosi fin dal IV secolo d.C. della data del 25 dicembre e condannando all’oblio il Sol invictus di età imperiale. Tuttavia, lontano da Roma, le tradizioni europee hanno resistito nelle abitudini e nei racconti della gente, che ai dogmi ecclesiastici ha continuato ad affiancare per secoli le proprie credenze e i propri riti, spesso non privi di elementi spaventosi e soprannaturali. Alcuni vengono celebrati ancora oggi, per affetto o turismo: dai demoniaci Krampus di area tedesca alla Mari Lwyd gallese, che, anticamente connessa a riti di fertilità, altro non è che un teschio di cavallo sorretto da un bastone e ornato da nastrini.   Non va poi dimenticato che, tra i rituali di tempi svaniti e le nostre lucine al led, nell’Ottocento del Volksgeist e della fascinazione per lo spiritismo e l’occulto, le gelide notti natalizie offrivano l’atmosfera perfetta a chi volesse conservare una parvenza di mistero anche nel bel mezzo delle neonate metropoli industriali. Nella puritana epoca della Regina Vittoria, infatti, si riscoprì il fascino (e la moda) dei racconti di fantasmi, la cui aura intrinsecamente pagana era in genere mitigata dalla presenza di una morale a beneficio del pubblico, proprio come in Canto di Natale di Charles Dickens. «Tanto per cominciare, Marley era morto» è l’incipit più natalizio che possa venire in mente a chi scrive, preludio della vicenda di redenzione di Ebenezer Scrooge, l’avaro per eccellenza. Ma, nel vasto panorama della letteratura vittoriana, il Natale non è infestato solo dallo spettro di Jacob Marley e dai tre spiriti dickensiani, pronti a risalire le scale con fragor di catene e ad affacciarsi da dietro le tende di un letto a baldacchino. Chi volesse trascorrere qualche ora come si faceva una volta, leggendo o condividendo ad alta voce storie di fantasmi e suspense, potrà cimentarsi con più di una raccolta a tema. Di particolare pregio è il voluminoso A Merry Victorian Christmas (Mondadori, 2025), in cui, oltre al citato Canto di Natale, il lettore troverà una collezione di racconti di più di trenta autori che sono oggi per noi fondamentali testimoni dell’età vittoriana, da Elizabeth Gaskell a Wilkie Collins, senza dimenticare Robert Louis Stevenson e Arthur Conan Doyle.   Con il Natale come sfondo, ciascuno di loro ci restituisce vividi stralci della sua epoca e tormenti che superano il mero timore del soprannaturale, che pur alberga in molte di queste pagine. Troveremo le vicissitudini di sognatori sconfitti dalla vita, il terrore della madre davanti alla malattia del figlio, la lotta interiore tra il bene e il male che imperversa nell’uomo in una società sempre più progredita e moderna, ma anche sempre più violenta e sorda ai bisogni dei poveri. Allo stesso tempo, non mancheranno il tono confidenziale e la vena sagace che caratterizzano la letteratura britannica, contribuendo a trasportare il lettore odierno in un salotto del 1843 e dintorni. I racconti di questa raccolta, così come di altre confezionate per le Feste, sono dunque il frutto di menti colte, capaci di bilanciare realtà e sogno, da bravi eredi degli artifici gotici di Horace Walpole e dell’attenzione di Mary Shelley per la potenza e le ombre dell’animo umano. Chi volesse celebrare un Natale vittoriano con un’atmosfera ben più torbida potrà farlo con Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street (Newton Compton Editori, 2024), macabro esempio di penny dreadful, pubblicato originariamente a puntate tra il 1846 e il 1847. I penny dreadful erano storie a puntate acquistabili alla modica cifra di un penny, dai temi scabrosi e sconvolgenti, di relativo valore letterario, ma senz’altro ricche di tensioni e colpi di scena. Tutti elementi che non mancano nelle vicende del signor Todd, abituato a trucidare i propri clienti, poi trasformati in pasticci di carne dall’industriosa signora Lovett. La fortuna attuale di Sweeney Todd è legata al musical di Stephen Sondheim e alla versione cinematografica di Tim Burton, che hanno avuto il merito di riscoprire questo piccolo pezzo di antiquariato londinese. Nelle prossime notti natalizie si potrebbe pure strafare, saltando dal libro allo schermo (o viceversa, a seconda dei gusti). Ad ogni modo, Sweeney Todd ci lascia comunque ancorati alla Londra della rivoluzione industriale, con orrori molto concreti e a noi sempre più vicini. E gli spiriti e i mostri dell’inconscio che la mente umana ha partorito per secoli, dando forma e nome all’ignoto? Per raggiungerli una via sicura è rappresentata dalle Fiabe irlandesi raccolte nella seconda metà dell’Ottocento da William Butler Yeats (nella versione che più vi aggrada, incluse quelle disponibili gratuitamente online). Dai folletti alle fate alle banshee al pooka, conoscerete tutte quelle creature che per gli Irlandesi di un tempo non erano solo personaggi letterari, ma compagni invisibili della vita di ogni giorno, nati dalle ceneri delle antiche religioni e dalla costante fede umana in un altrove che affianca anche la più ordinaria delle esistenze. Certo, sarete lontani dai confortevoli salotti di Londra, ma amerete le storie di quanti, a Natale, senza nemmeno un soldo da spendere in carta stampata, si sarebbero dovuti accontentare della propria voce e della propria memoria.      

Fumetto, teatro e musica al CUF 2025

– di Amy Pandolfi   Tra Fumetto, Teatro e Musica: la seconda serata artistica del Capannori Underground Festival   Il fumettista Bigo, l’attore Marco Brinzi, l’attrice Elisa D’Agostino, Marco Bachi della Bandabardò, CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e Visioni Underground: questi i protagonisti del secondo appuntamento del Capannori Underground Festival domenica 23 novembre scorso. Dopo l’esordio con i Not Moving, il Capannori Underground Festival ha spento le luci del rock per accendere i riflettori sulla parola e l’azione, confermando la sua vocazione multidisciplinare e la capacità di creare sinergie artistiche esplosive. La seconda serata è stata un viaggio intenso tra fumetto, teatro e poesia, che ha fuso la critica sociale con l’estasi della performance. In apertura i saluti di Claudia Berti, assessora alla cultura del Comune di Capannori che da anni sostiene l’iniziativa. A seguire il fumettista Bigo (pseudonimo di Davide Bigotti) intervistato dal direttore artistico del Capannori Underground Festival, Gianmarco Caselli, ha raccontato il proprio percorso creativo tra ispirazione underground e l’esigenza di disegnare la realtà senza filtri. La temperatura emotiva della serata si è alzata a livelli altissimi con l’arrivo dell’attore Marco Brinzi, intervistato anch’egli da Caselli. All’intervista è seguita un’interpretazione straziante del manifesto politico e morale “Cos’è questo golpe?” di Pier Paolo Pasolini, l’editoriale del 1974 in cui lo scrittore accusava apertamente il potere. L’urlo disperato e profetico di Pasolini, portato sul palco con feroce attualità dall’attore, è stato amplificato dall’accompagnamento musicale di CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Il palco ha poi ospitato l’intervista al CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, condotta dall’attrice Elisa D’Agostino, durante la quale sono stati raccontati alcuni aneddoti divertenti sulla band e sulla prospettiva della stessa riguardo al futuro dell’arte e della propria musica. A seguire, Elisa D’Agostino ha incantato il pubblico con la sua performance. L’attrice ha dato voce a un estratto da “Little Boy”, l’ultimo capolavoro di Lawrence Ferlinghetti. La performance ha trovato una risonanza perfetta grazie all’accompagnamento musicale dei CRP, che hanno trasformato la lettura in un’esperienza sensoriale completa, toccando corde profonde nell’animo degli spettatori. Nella parte finale della serata è stata presentata la missione del progetto “Mal d’Arte”, un collettivo di artisti, nato a Lucca, che crede che l’arte debba essere slegata dai vincoli accademici e dalle censure, con lo scopo di dare visibilità ai talenti nascosti. L’evento si è concluso con “Visioni Underground”, l’annuale appuntamento dell’associazione V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) presentato da Erika Citti. Una proiezione suggestiva di fotografie realizzate dai membri dell’associazione, accompagnata dalle sonorità d’avanguardia del Collettivo Rivoluzionario Protosonico che ha eseguito la sigla composta appositamente per questa edizione del Festival. A sorpresa, dal pubblico si è alzato Marco Bachi, il bassista della Bandabardò, per suonare insieme a CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. La chiusura ha sigillato la serata dimostrando che, a Capannori, l’Underground è una piattaforma vibrante e in continua evoluzione per tutte le forme d’arte.   26/11/2025  

I Not Moving ricevono il Premio Capannori Underground Festival 2025 per la diffusione della cultura underground

I Not Moving accendono il Capannori Underground Festival ’25

– di Amy Pandolfi   AL CAPANNORI UNDERGROUND FESTIVAL 2025 LA PRIMA PRESENTAZIONE ASSOLUTA DI THAT’S ALL FOLKS DEI NOT MOVING   La prima serata del Capannori Underground Festival non poteva sperare in un inizio più esplosivo. Domenica 9 novembre il palco ha vibrato sotto i colpi di un’icona del panorama underground italiano: i Not Moving, tornati a incendiare la platea con la prima presentazione assoluta del loro attesissimo e purtroppo, ultimo disco, That’s all folks! E per l’occasione i Not Moving hanno ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.      La serata è stata aperta da CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, costola musicale del Festival, con l’esecuzione della sigla che ha composto appositamente per questa edizione. Subito dopo il saluto da parte dell’amministrazione del Comune di Capannori con il consigliere Francesco Cerasomma, il direttore artistico del Festival Gianmarco Caselli ha intervistato la band mentre, nella seconda parte della serata, i Not Moving hanno eseguito alcuni brani storici del loro repertorio e, soprattutto, brani del loro ultimo album “That’s all folks!”     Il successo è stato assolutamente travolgente. Il locale è stato inondato da un bagno di folla che ha confermato la vitalità e la fame di musica autentica. Non solo giovani curiosi, ma anche, e soprattutto, i fan della prima ora. Tantissimi volti emozionati tra il pubblico seguivano la band fin dagli anni ottanta, un fiume di nostalgici e appassionati che ha reso l’atmosfera elettrica e commovente. La band ha saputo unire le generazioni, trasformando la presentazione del loro congedo discografico in una vera e propria festa del rock.   L’energia sul palco era palpabile, ma la vera chiave è il messaggio della band. I Not Moving si sono sempre mossi su un binario di libertà espressiva, preferendo l’istinto e la pura emozione alle rigide etichette di genere.     La band ha sottolineato con forza come il loro lavoro nasca da un profondo bisogno interiore, definendolo una vera e propria “scarica emozionale”, un linguaggio che va oltre la semplice nota e che parla direttamente al cuore. La band, pur essendo alla presentazione della loro ultima fatica, ha dimostrato una potenza e una coesione da veterani, celebrando una carriera che è stata un inno all’autenticità e all’anti-convenzionale.   La frontwoman ha espresso la profonda gratitudine per il pubblico, l’elemento che ha permesso al loro progetto di crescere e di non sentirsi mai “solo in un sogno”. Ha ribadito l’importanza di questo album come chiusura di un cerchio, ma anche come un tributo a quella creatività pura che ha mosso ogni loro passo. Si percepiva chiaramente il mix di gioia, malinconia e adrenalina di chi sta celebrando un’intera carriera.       Il Capannori Underground Festival, sin dalla sua nascita, si impegna a dare spazio a quelle realtà “libere dai vincoli” dell’industria. La scelta di aprire l’edizione con i Not Moving, un esempio di coerenza artistica decennale, è stata vincente e ha fissato subito uno standard elevatissimo per gli eventi a seguire.   Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo  della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con Artemisia, ARCI  Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.