Le Ninfee (Les Nymphéas), Claude Monet, Musée de l'Orangerie

Le premier dimanche du mois à Paris

La prima domenica del mese a Parigi ogni amante d’arte detiene una fortuna inaspettata: il museo gratuito. Il volume della prorompente, ma pur sempre elegante, caoticità di Parigi può essere attenuato entrando gratuitement in alcuni tra i più famosi musei parigini e mondiali. Varcata la soglia, al di là dei muri, al di là delle vetrate, si viene trasportati in un mondo di cultura, colori, ingegni e vita che dovrebbero ispirare ammirazione, pace e stupore tutt’insieme.     L’unico cruccio parrebbe essere lo scegliere ciò che si vuol visitare ed il consiglio, in tal caso, è di sfogliare il libro dei propri interessi. Le possibilità spaziano dai grandi classici, come il Musée de l’Orangerie e il Musée d’Orsay, all’arte moderna, dall’arte asiatica, con il Musée Guimet, alla natura. E poi ancora immigrazione, archeologia, ceramica, per un totale di oltre venti musei nell’intera regione dell’Île-de-France. È sufficiente recarsi sul sito dell’Ufficio del Turismo – Paris je t’aime – al fine di consultare l’elenco completo delle gallerie aderenti all’iniziativa, ricordando che, per quelle più richieste, la prenotazione rimane obbligatoria ed effettuabile sulle pagine web ufficiali nei giorni antecedenti la visita.     Che il viaggiatore non si scoraggi, qualora il suo museo prediletto non fosse in quell’elenco: alcuni tra i più famosi siti estendono l’apertura domenicale gratuita solo nei periodi di minore affluenza (da ottobre/novembre a marzo). Tra i più conosciuti potremmo citare il Musée Rodin, la Sainte-Chapelle, il Panthéon, l’Arc de Triomphe e lo Château de Versailles. E se volessimo ammirare la Nike di Samotracia o rivivere i primi minuti de Il Codice da Vinci – omicidio a parte, s’intende? Ecco che ci si apre un’ulteriore possibilità: ogni primo venerdì del mese, ad eccezione dei mesi di Luglio ed Agosto, è possibile prenotare una visita al Musée du Louvre con ingresso dalle 18 e permanenza fino a regolare chiusura del museo.     «Senza immaginazione non v’è salvezza» disse cinquant’anni fa il critico d’arte Giulio Carlo Argan parlando della corrente impressionista di cent’anni prima. Un’affermazione sorprendentemente veritiera anche al giorno d’oggi, in cui ci troviamo afflitti da una grave crisi culturale, climatica e finanziaria. Verrebbe pertanto da chiedersi se i grandi capolavori di Parigi e la loro lettura in chiave contemporanea potrebbero, una volta ancora, radicare nel tessuto sociale riflessioni e futuri cambiamenti. 7/10/2026

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Il Freud Museum di Londra: la casa dell’esilio

Che siano piccoli o grandi, gli spazi di Londra raccontano sempre una storia, come abbiamo visto quest’estate su La Settima Base. Nel caso del Freud Museum a Hampstead, nella parte settentrionale della città, si tratta di una vicenda individuale e familiare intrecciata alle più tragiche vicende del Novecento.   Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, ateo, ma di origine ebraica, subì la minaccia del regime nazista e fu tra coloro ai quali, prima dell’avvio della “soluzione finale”, fu concesso di abbandonare Vienna per trovare rifugio in Inghilterra. Fu così che Freud giunse a Londra nel 1938, insieme a ben diciassette persone, tra cui la moglie e i figli, ma anche le domestiche e il medico personale.     Le condizioni di salute del neurologo austriaco, infatti, erano già ampiamente compromesse alla partenza: Freud morirà di lì a un anno, in esilio e apolide, in quanto privato della cittadinanza dal regime.     In questo breve lasso di tempo, tuttavia, la dimora londinese del dottore si riempì di ricordi e di oggetti che oggi ci permettono di entrare in contatto con la vita quotidiana di quei giorni. Al pianoterra, infatti, oltre al divano, ai libri e ad effetti personali come i famosi occhiali dalla montatura tonda, si trova una ricchissima collezione di oggetti antichi, dall’Antico Egitto al Giappone, dalla Cina al Nord America, testimonianza di una passione (o una vera e propria ossessione) coltivata per decenni dal medico.       Se la sala e lo studio di Freud colpiscono per la loro apparenza di “museo nel museo”, è però al piano superiore della casa che si ha modo di mettere meglio a fuoco i tasselli della vicenda di una famiglia in fuga dal nazismo, uscendo del tutto dal mito e incontrando la Storia. Il vero e proprio pezzo forte del museo, infatti, è, a parere di chi scrive, il filmato in cui la voce di un’anziana Anna Freud, la figlia di Sigmund, ricorda i giorni della fuga e l’ultimo compleanno del padre a Maresfield Gardens. Freud appare fragile nei fotogrammi catturati dalla macchina da presa e le scene sono i momenti di un gruppo di amici e familiari felici davanti allo scampato pericolo. Un privilegio che non spetterà a tutti i membri della famiglia Freud: in una sala vicina a quella dove si può visionare il filmato, un piccolo memoriale ricorda le quattro sorelle del medico, Rosa, Mitzi, Dolphi e Paula, deportate e trucidate ad Auschwitz.     Alla figura di Anna Freud sono dedicate anche altre sezioni del museo, che riesce a valorizzarla alla pari del padre. Anna, infatti, fu tutt’altro che una figura secondaria: non solo raccolse l’eredità paterna, ma contribuì al suo sviluppo e trovò la propria strada nello studio della psicoanalisi infantile. Il museo conserva non solo le decine di migliaia di lettere e documenti del “Sigmund Freud archive”, ma conserva anche uno specifico “Anna Freud archive” che va dal 1895 al 1982, ovvero l’intero arco della vita della psicoanalista.     Fino al 14 febbraio 2027 il museo ospiterà la mostra 40 Objects, 40 Years, per celebrare i quaranta anni di attività con un’esposizione degli oggetti più preziosi tra le antichità collezionate da Freud, nonché di alcuni cimeli familiari che racconteranno la vita tra le mura della casa di Maresfield Gardens e che verranno mostrati al pubblico per la prima volta. Un modo per entrare ancora a più stretto contatto con una figura che, con i suoi studi, tra apprezzamenti e critiche, ha contribuito a plasmare la Storia del Novecento, dalla medicina alla letteratura.       01/10/2026

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Perché “Disclosure Day” è un film da non perdere

***  >  Click here for English  version ***   Il cinema si trova in una fase interessante: i giovani emergenti che hanno plasmato ciò a cui pensiamo quando sentiamo termini come “blockbuster” sono ormai la vecchia guardia, rispettata e affermata, che guarda al crepuscolo delle proprie carriere. Steven Spielberg, la leggenda che ha definito il “film dell’estate” e il “blockbuster”, torna quest’anno con un nuovo progetto, Disclosure Day. Il film ha inizialmente suscitato qualche apprensione tra i critici, mentre cominciavano a circolare voci secondo cui la stella di Spielberg si fosse ormai offuscata e che, come alcuni dei suoi contemporanei, fosse arrivato il momento di cavalcare verso il tramonto come tanti eroi prima di lui. Eppure, come accade a tutti i grandi eroi, dopo un momento di disastro quasi inevitabile, è tornato a trionfare.     Spielberg fa parte dei cosiddetti “Movie Brats”, un gruppo di registi che si affermò insieme negli anni Settanta, aiutandosi a vicenda nei vari progetti e sostenendosi mentre ciascuno lasciava il proprio segno a Hollywood. Cresciuti con una profonda ammirazione per Alfred Hitchcock, John Ford e Akira Kurosawa, questi registi hanno fatto tesoro di molte delle lezioni apprese dai grandi maestri della loro giovinezza e oggi si ritrovano a essere veterani e fonte d’ispirazione per una considerevole parte del cinema moderno. Tuttavia, questo giro d’onore non è stato completamente privo di inciampi. Francis Ford Coppola, regista di film come la trilogia de Il padrino, La conversazione (1974) e Apocalypse Now (1979), ha diretto quello che è stato il suo ultimo e potenzialmente definitivo film, Megalopolis (2024), rivelatosi un flop umiliante. Martin Scorsese, regista di Quei bravi ragazzi (1990) e Taxi Driver (1976), si trova oggi a faticare per raccogliere i finanziamenti necessari ai suoi nuovi progetti, mentre i suoi ultimi due film, The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), sono diventanti film per le piattaforme di streaming. Brian De Palma, autore di Carrie (1976) e Gli intoccabili (1987), si è ormai in gran parte ritirato da tempo e ha realizzato soltanto due film nell’arco di quasi vent’anni. Infine, George Lucas, celebre per Star Wars, ha seguito una strada simile a quella di Coppola e De Palma: dopo aver faticato a mantenere il pubblico soddisfatto con il suo ritorno nell’universo di Star Wars, si è ritirato e ha venduto la sua società, LucasArts, alla Disney. Questa fine ingloriosa non è certo una novità: anche i loro eroi hanno percorso strade simili. Gli ultimi anni della carriera registica di Hitchcock non raggiunsero neppure lontanamente il successo che aveva ottenuto all’apice della sua carriera, mentre Kurosawa faticava a trovare finanziamenti per i propri progetti con l’avanzare dell’età, fino a dover ricorrere all’aiuto dei suoi entusiasti ammiratori Spielberg e Lucas per finanziare Kagemusha (1980).     Quindi, all’uscita di Disclosure Day, molti si sono chiesti se Spielberg, ormai settantanovenne, avesse ancora abbastanza assi nella manica per trionfare al botteghino. Con un sospiro di sollievo, la risposta sembra essere sì. Fin da subito emerge il talento che lo ha accompagnato nel corso dei decenni: il suo uso della macchina da presa è ancora preciso e raffinato come sempre. Quando guardi un film di Spielberg, sai di trovarti davanti a un film di Spielberg. La composizione all’interno dell’inquadratura, la scelta delle inquadrature e la transizione dall’una all’altra sono tutte di altissimo livello. Mentre il cinema cambia, emergono nuovi registi e il pubblico scopre nuovi modi di fruire i film, le lezioni classiche sul movimento e sulla composizione all’interno dell’inquadratura scompaiono lentamente. Nonostante ciò, la tecnica di Spielberg rimane un esempio di quanto questi strumenti possano ancora avere un forte impatto sugli spettatori. Senza dubbio, il suo amore duraturo per lo stile di Akira Kurosawa è rimasto con lui e ha continuato a influenzare il suo lavoro nel corso degli anni. Questa maestria è evidente per tutta la durata del film, soprattutto durante una scena che probabilmente sarà uno dei momenti cinematografici più discussi dell’anno: un inseguimento automobilistico che si trasforma in un incontro da cardiopalma con un treno.   Un altro elemento che Spielberg porta in campo è il potere delle star: artisti provenienti da tutto il mondo continuano a cogliere al volo l’opportunità di lavorare con lui. Emily Blunt offre forse una delle migliori interpretazioni della sua carriera nei panni di una delle protagoniste. Interpreta una giornalista televisiva locale che sviluppa nuovi poteri di lettura del pensiero e diventa la figura centrale braccata da misteriose autorità. A Blunt viene richiesto di offrire un’interpretazione capace di passare dalla leggerezza e cordialità a uno stato di profondo turbamento, per poi assumere toni saggi e benevoli, spesso nel giro di pochi istanti. Coleman Domingo deve trasmettere un profondo senso di affetto ed empatia mentre trascorre buona parte del tempo a camminare parlando al cellulare. La sua interpretazione raggiunge il suo apice quando si trova a condividere lo schermo con Colin Firth e affronta con lui una conversazione a cuore aperto sui loro obiettivi contrastanti e sulla loro amicizia ormai compromessa. Non sorprende che un regista capace di un simile livello di costruzione cinematografica riesca anche a cogliere tutta la profondità delle interpretazioni dei suoi attori.   Un aspetto particolarmente triste dell’ultimo film di Coppola, Megalopolis, è stato il fatto che si trattasse di un’opera incredibilmente sincera da parte del regista. È evidente che l’ottantasettenne abbia osservato lo stato del mondo e riflettuto sui mali della società moderna che ci troviamo ad affrontare oggi. Attraverso gli strumenti a sua disposizione (la sua arte), Coppola sceglie di tentare di indicare alle persone una strada più speranzosa verso il futuro. Tuttavia, il modo in cui ha trasmesso questo messaggio è stato, nel migliore dei casi, maldestro e non è riuscito a entrare in sintonia con il pubblico. Questo potrebbe aver spinto Spielberg a riflettere prima di portare avanti il proprio tentativo di rivolgersi al mondo in modo sincero. La riflessione sentita di Disclosure Day sul potenziale dell’umanità è molto più coerente. Una storia in cui l’empatia è letteralmente un superpotere è tutt’altro

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Things of Beauty: a casa di John Keats

Things of Beauty: a casa di John Keats

A Londra, non lontano dall’oasi verde di Hampstead Heath, si trova la casa di uno dei pilastri della poesia britannica: John Keats, che nei suoi venticinque anni di vita ha dato un contributo fondamentale al Romanticismo. Dal poema Endimione fino alla celebre Bright Star, Keats ha realizzato opere che uniscono all’eleganza del verso un’indiscussa capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Se vi trovate a Londra, una volta lasciato alle spalle il colorato caos di Camden Town, vi consigliamo di procedere verso la quieta Wentworth Place, dove Keats soggiornò a partire dal 1818. Considerando che il 31 ottobre è pure l’anniversario della sua nascita, il periodo è più che buono per una visita.     Wentworth Place è oggi un museo nel quale ogni sala vi parlerà di un pezzo della storia di questo eternamente giovane poeta. Subito all’ingresso, vi troverete davanti ai (non molto poetici) utensili e documenti legati alla professione medica che Keats esercitò prima di dedicarsi interamente all’arte. In altre sale, poi, troverete gli strumenti del suo “mestiere” definitivo: penne, calamai (anche di origine etrusca!) e una moltitudine di libri, tra cui colpisce in particolare la presenza di un Paradiso perduto di Milton con i versi sottolineati dallo stesso Keats durante la lettura.     Fu proprio a Wentworth Place che Keats conobbe Fanny Brawne, l’amore della sua vita, il cui ritratto può essere ammirato nel salottino a pianoterra, insieme ai volti di molti altri affetti che popolarono i giorni del poeta (e dove si trova ancora un orologio il cui rintocco era ben noto al poeta). Secondo, la leggenda, poi, Keats avrebbe composto la sua Ode a un usignolo proprio sotto il susino nel giardino della casa, nel 1819. Infiorettata o meno che sia, la storia è comunque verosimile, visto che il giardino rimane tuttora un luogo perfetto per riposarsi e fermarsi un attimo per leggere o godersi semplicemente il silenzio, immaginando un altro tempo intorno a sé. In caso di pioggia, comunque, non preoccupatevi: in varie sale della casa potrete immergervi del tutto nell’opera di Keats ascoltando in cuffia le letture messe a disposizione del pubblico.     La permanenza di Keats nella casa fu intensa, ma, purtroppo, breve. In seguito al peggioramento delle sue condizioni di salute, infatti, nel 1820 la lasciò per partire alla volta dell’Italia. Morì nel 1821 a Roma ed è qui sepolto in una tomba anonima intitolata a uno «YOUNG ENGLISH POET», che, come termina l’epitaffio, «nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”».   Questo tratto di malinconica inquietudine che coglie visitando il piano di sopra, dove Keats giacque  malato all’aggravarsi della tubercolosi, è stato colto appieno da Martin Huxter, nella sua mostra The Nightingale Suite. A sua volta poeta, oltre che artista visivo, Huxter ha iniziato questa serie di disegni nel 1997 per cogliere «atmosfera intima, quasi tangibile, evocata da John Keats in ‘Ode to a Nightingale’, una poesia che ammiro fin dai tempi da studente». Sono presenti anche tre disegni ispirati dalle visite alla Keats House nel 2025 e che sono stati creati appositamente per questo evento. L’usignolo di Keats emerge in varie versioni in un bianco e nero che, a primo acchito, potrebbe avere i contorni di un incubo: a ben guardare, però, la sensazione che si ricava è sì quella di un sogno, ma di uno di quei sogni che si fa fatica a spiegare e che comunque non certo per questo cessano di essere nitidi quasi quanto un ricordo al quale aggrapparsi. Proprio come la poesia di Keats.     Per poter ammirare la mostra avete tempo fino al 31 ottobre. Per portarvela via nella mente e nell’animo, invece, non avete scadenze, perché, come ci ricorda il poeta all’inizio di Endimione: «una cosa bella è una gioia per sempre».     18/09/2026

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Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Musica presente: intervista a Renzo Cresti

Parlare di Renzo Cresti vuol dire parlare di una persona profondamente immersa nella musica contemporanea e non solo. Docente di Storia della musica al Conservatorio di Lucca per 40 anni, ne è stato anche Direttore e ha fatto parte del Comitato di Direzione; è stato Consulente artistico del Teatro del Giglio e Direttore di numerose Associazioni e manifestazioni, fra cui “Anfiteatro Jazz” e “Sonata di Mare” progetto della Comunità Europea. Attualmente è Presidente della Cappella Musicale della Cattedrale di Lucca, è nel Comitato Scientifico delle Edizioni Diastema di Treviso e di quello dell’UNIDEL di Lucca, Presidente Onorario dell’Associazione Suono Sacro di Assisi. La Società Italiana di Musica Contemporanea gli ha consegnato la tessera di Socio Onorario per la sua attività rivolta alla musica del presente. La sua attività musicologica si è indirizzata soprattutto alla musica del Novecento con l’Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei (in tre volumi e 10 CD) e con monografie su compositori contemporanei. La sua monografia Richard Wagner, la poetica del puro umano, è arrivata alla terza edizione ed è stata tradotta anche in inglese. Fra gli ultimi libri da citare il fortunato Musica presente, seconda edizione 2019; con lo stesso titolo dirige le Edizioni discografiche on line presenti sulle piattaforme in internet.     Renzo Cresti ha rilasciato un’intervista per noi.   Hai ricoperto e ricevuto tanti incarichi prestigiosi. Qual è stato quello che ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?  Aver diretto per alcuni anni il Conservatorio dove alla fine ho trascorso 40 anni della mia vita è stata un’esperienza importante, così come la carica di Socio Onorario che mi ha concesso la Società Italiana di Musica Contemporanea per aver svolto con costanza e competenza la diffusione e l’approfondimento della musica del presente, carica che non ho preso solo in modo onorifico ma molto fattivo: sono anni che lavoro per la SIMC, fra l’altro ho curato tutte le manifestazioni del Centenario (80 concerti in 50 città!)   Il tuo sguardo è sempre stato rivolto alla musica contemporanea. Indubbiamente, dopo gli anni ‘80, c’è stata una progressiva perdita di interesse da parte del pubblico verso la nuova musica: tanti compositori, tanta musica nuova ma forse – spesso – davvero poco degna di nota e che non riesce ad attirare pubblico. Qual è il punto della situazione? Non ho lavorato e non mi occupo solo di contemporanea, ma anche quando affronto musicisti o tematiche del passato le studio con la cultura del presente, del resto l’unico punto di osservazione dal quale possiamo interpretare la tradizione che, anche volendo, non potrà mai essere riproposta com’era, il passato va sempre interrogato sia quello remoto che quello prossimo. I decenni recenti hanno visto un cambiamento epocale durante gli anni ’70 del secolo scorso, con il passaggio dal Moderno a ciò che è stato chiamato Post-moderno, nel tragitto s’è frantumato il grande racconto storico e sociale, si sono evaporizzate le ideologie forti in favore di un pensiero debole, s’è affermato l’effimero e la leggerezza dell’essere che, con il progressivo emergere di internet, è diventata volatile. Oggi, passato anche il Postmoderno la situazione è molto fluida, ‘liquida’ si direbbe con Bauman, un mare magnum di fatti, eventi, opere nel quale è molto difficile trovare chiavi di lettura.     Cosa rimarrà – e per chi – della musica che viene scritta oggi? La tua domanda è rivolta al futuro, per rispondere occorrerebbe avere la sfera di cristallo, ma se si analizza bene la cultura odierna qualcosa si può intuire, in fondo il futuro ha radici nel nostro presente. La critica del giudizio è spesso autoreferenziale ed è bene andarci cauti, occorre un profondo pensiero critico e disponibilità di ascolto. Innanzitutto è evidente che la musica su carta ha già perso parte del suo storico prestigio e continuerà a perderlo, ogni giorno di più si assiste a una creatività diffusa che è principalmente orale. La musica che viene pensata per essere scritta e realizzata sulla carta è già una musica reservata per una nicchia accademica, non scomparirà mai ma avrà funzioni ristrette. Inoltre, il rapporto fra compositore e macchina è diventato, nolenti o volenti, indispensabile e lo sviluppo ulteriore dell’intelligenza artificiale lo incrementerà. Infine, l’ibridazione fra generi e stili sarà una problematica sorpassata perché verrà data per scontata. Ovviamente ci sarebbero da analizzare meglio queste tematiche e altre ve ne sarebbero da aggiungere, come, per esempio, il rapporto fra la musica e il sempre più stritolante rapporto con l’industria, con il pensiero unico, l’omologazione etc.   Guardando all’ultima grande generazione di compositori del ‘900, quale autore ritieni abbia lasciato l’eredità più significativa per lo sviluppo futuro della musica? Innanzitutto limitiamoci al mondo musicale italiano, altrimenti le comparazioni divengono difficili: se parliamo di pieno ‘900, direi che la cosiddetta Generazione dei Maestri, quella nata dagli anni Venti ai primi dei Trenta, va citata nei suoi rappresentanti maggiori che sono ormai già storicizzati: Bruno Maderna, Luigi Nono, Luciano Berio, Franco Donatoni, Aldo Clementi, Niccolò Castiglioni, Sylvano Bussotti e Giorgio Gaslini (e qui si aprirebbe una lunga e indispensabile parentesi sul jazz e dintorni, non si può più ragionare a scompartimenti stagni!) Per le generazioni successive, direi che potremmo partire da Salvatore Sciarrino, poi potremmo menzionare Ivan Fedele e Alessandro Solbiati, non fosse altro per essere stati e per essere i docenti di Alta Composizione presso l’Accademia di Santa Cecilia. Citerei anche Nicola Sani, attualmente Direttore dell’Accademia Chigiana, Alessandro Melchiorre e altri anche più giovani. Sui decenni dal 2000 a oggi la molteplicità dei contesti, delle motivazioni e delle finalità, dei linguaggi e soprattutto delle funzioni, rende sempre più difficile circoscrivere la musica al mondo della scrittura.     Oggi viviamo una condizione molto particolare. Tanti ragazzi, compresi quelli che frequentano il conservatorio, sembrano non possedere più il piacere dell’ascolto: molti non hanno neppure un lettore cd e non sanno cosa significhi sedersi e ascoltare all’impianto hi-fi un vinile di qualità senza distrazioni. È solo cambiato il modo di ascoltare o stiamo perdendo qualcosa di importante nel rapporto con la musica? Nel 1936, all’epoca del suo primo

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Nelle sale della mente: passato e futuro al Bethlem Museum of the Mind

Londra è una città in cui si può passeggiare in lungo e in largo, finendo sempre per imbattersi in nuovi luoghi che vale la pena visitare, ricchi di memoria come sono. Uno di questi spazi è il Bethlem Museum of the Mind, situato nella parte meridionale della metropoli. Fin dall’esterno si capisce che non si tratta di un museo convenzionale: si trova all’interno dell’area del Bethlem Royal Hospital, centro di cura delle malattie mentali tuttora in attività.     Il nome “Bethlem” vi suona familiare? Forse lo avete incontrato in qualche film in costume o in un romanzo vittoriano (magari in uno dei libri di Dickens, protagonista della nostra prima tappa londinese) non nella sua dicitura corretta, bensì nella più famigerata storpiatura “Bedlam”. Il termine è entrato nell’uso comune per indicare un luogo o una scena di totale confusione, che è lo stato in cui doveva apparire l’ospedale in un passato incline a recludere i pazienti più che a farsi realmente carico del loro benessere.       L’attuale Bethlem Hospital si trova in un edificio e in una zona diverse da quelle originarie, come è forse naturale che sia, se si considera che il primo nucleo risale addirittura al 1247. Ben diverso è anche lo spirito che lo anima e la cultura che si respira oggi nelle sale del Museum of the Mind, in equilibrio tra il rispetto della memoria del luogo e l’attenzione alla salute mentale nella nostra epoca. Non a caso, Colin Gale, Direttore del museo, ci tiene a specificare che l’obiettivo principale dell’istituzione è «mettere in dialogo il passato e il presente». Le mostre che vi si tengono non sono organizzate in ordine cronologico e non intendono raccontare la storia dell’ospedale in modo ordinario, ma affrontano piuttosto temi delicati e ancora attuali, cercando di «lasciare le questioni aperte, senza dire alle persone cosa pensare, ma incoraggiando la riflessione e la discussione». La terapia e il recupero, la categorizzazione sociale dei malati e l’importanza del processo diagnostico sono solo alcuni degli argomenti su cui il museo intende portare l’attenzione, nella speranza di indurre il pubblico a interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul futuro.     Questo sguardo onnicomprensivo sul mondo della salute mentale lo si percepisce già appena varcata la soglia del museo. Subito nell’atrio, infatti, si viene accolti dalle due statue di Caius Gabriel Cibber, Malinconia e Follia delirante, giunte a noi dall’edificio barocco dell’ospedale, di cui ornavano il portale d’ingresso. Le imponenti sculture rappresentano la classica distinzione binaria dei disturbi mentali, che poco aveva a che fare con la diagnostica in senso moderno. Soprattutto Follia delirante, stretta da pesanti catene, ci parla di un’epoca in cui le malattie mentali venivano affrontate anche con l’uso di strumenti di contenimento del tutto crudeli ai nostri occhi. Come sottolinea Gale, le opere di Cibber non sono state esposte per confortare i visitatori al pensiero dei progressi compiuti nell’umanizzazione dei pazienti, bensì per riflettere sul fatto che la questione delle modalità del contenimento e del consenso al trattamento continua ad essere aperta e rilevante anche nella nostra società. Nella sua attività di sensibilizzazione, il Bethlem Museum of the Mind può contare sull’archivio delle cartelle cliniche e documenti storici dell’ospedale, il patrimonio di strumentazione medica dei secoli andati e la collezione delle opere d’arte (più di mille!) realizzate dai pazienti. Queste ultime rappresentano una ricchezza inestimabile e, vista la loro quantità, vengono esposte a rotazione, con almeno tre percorsi tematici ogni anno. Proprio sulla presenza dell’arte al Bethlem Museum of the Mind si è concentrata la nostra visita.   1. L’esposizione permanente     Salite le scale, sulla sinistra, troviamo l’area dedicata all’esposizione permanente. Dalle cartelle cliniche agli strumenti, dalle installazioni artistiche alle fotografie, si ha modo di approfondire le questioni legate alla diagnosi e alla classificazione medica e sociale dei pazienti, proseguendo il percorso ideale già avviato dalla presenza delle statue barocche all’ingresso. Nel gioco tra passato e presente è subito un’opera moderna a catturare l’attenzione: l’Ambivalent Falls di Adrian (2014), un piccolo cuore in gabbia sopra il quale, appese a dei fili, pendono delle tessere. Su ogni tessera, a seconda di come le si giri, si possono leggere due parole diverse e opposte: un’installazione delicata, ma potente, che, in un gioco di dicotomie, richiama la difficoltà della diagnostica e la facile caduta nella polarizzazione in cui già incorreva l’arte medica ai tempi di Cibber.     Impressionanti sono poi le fotografie scattate da Henry Hering intorno alla metà del XIX secolo. I ritratti dei pazienti del Bethlem Hospital sono accompagnati dalle sole iniziali («anche allora si faceva attenzione a non rompere la riservatezza medica», ci ricorda Gale) e dal nome dei disturbi che li affliggevano. “Malinconia cronica”, “malinconia acuta”, “demenza acuta”, “mania cronica con deliri”: espressioni che, sebbene non coincidenti con gli attuali significati, mostrano una maggiore diversificazione nella diagnostica ottocentesca, ancora legata, tuttavia, alla percezione del singolo medico e non a una classificazione universale vera e propria. A colpire, in particolare, è la foto di una donna che tiene stretta a sé una bambola. Uno strumento terapeutico? Un oggetto donatole per darle conforto? Questo, purtroppo, non possiamo più saperlo.   2. Gli artisti del Bethlem Hospital     Tra i pazienti ritratti da Hering c’erano anche artisti. Tra le fotografie visionabili, infatti, troviamo quella di Richard Dadd, pittore celebre per le sue rappresentazioni dense di elementi soprannaturali e fiabeschi. La sua tragica vicenda personale si lega alla storia del Bethlem e allo sviluppo del principio di imputabilità nel diritto penale inglese. Dadd, parricida, venne internato a ventisei anni nel manicomio criminale dell’ospedale, dove venivano condotti i rei di crimini capitali ritenuti incapaci di intendere e di volere e, dunque, non condannabili all’impiccagione. La durata della permanenza dei pazienti presso la struttura era rimessa alla discrezione dell’Home Secretary (figura equiparabile al Ministro dell’Interno). Fu proprio presso il Bethlem che Dadd realizzò la maggior parte della propria produzione artistica, poiché l’ospedale forniva ai pazienti gli spazi e i materiali per dedicarsi alle proprie opere.    

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I CSI sono tornati

Sembra incredibile a dirsi ma i CSI Consorzio Suonatori Indipendenti sono tornati. E sono tornati con un tour che è iniziato da uno dei luoghi più significativi della loro carriera, dal Parco Storico di Monte Sole a Marzabotto (BO) , proprio là dove il 29 giugno 2001 si erano esibiti per un concerto dedicato a don Giuseppe Dossetti: la piccola particolarità è che Massimo Zamboni non era più nel gruppo, e quella data segnò quindi la fine dei CSI e l’inizio di una nuova storia, quella dei PGR Per Grazia Ricevuta.   Chi c’era ricorderà quindi a lungo questa serata e potrà dire di avere vissuto un’esperienza indimenticabile.     La location è particolarmente importante anche perché a Monte Sole si consumò un terribile eccedio di mano nazifascista che seguì di poco quello di Sant’Anna di Stazzema, e il Parco Storico di Monte Sole all’interno del quale si svolge il Festival Lupo attorno all’area de Il Poggiolo – Rifugio Re_Esistente, è dedicato proprio alla Memoria di questo eccidio. Lupo era Mario Musolesi il leggendario comandante partigiano della Brigata Stella Rossa che agiva nella zona circostante a Monte Sole.     Un’altra reunion quindi, a cui stiamo cominciando a prendere un bel vizio: da quella dei CCCP e dei Litfiba fino a quella dei Bluvertigo  e ora quella dei CSI.   Tornando ai CSI, proprio per il fatto che a Monte Sole era finita ufficialmente la loro storia e proprio per il fatto che dallo stesso luogo rinasce la band, la prima data del 28 agosto (replica il 29) era qualcosa di imperdibile per i fan.   Fan che sono accorsi da tutta Italia (e leggendo sui social qualcuno è venuto anche da altri paesi europei), circa 5000 spettatori che hanno invaso lo spazio davanti al palco. Un afflusso tale che ha fatto sì che poco dopo l’orario di inizio previsto dello spettacolo, Gianni Maroccolo comparisse sul palco per annunciare che lo spettacolo non sarebbe iniziato “finché non ci sono tutti”, in quanto “400-500 persone” erano ancora in fila con le macchine in attesa di arrivare ai parcheggi. Parcheggi nei quali l’odore predominante era quello delle frizioni stressate dalle lunghe file stop and go in salita.         Lo spettacolo viene precedeuto da un omaggio a Guccini con la diffusione della musica di Noi Non Ci Saremo nella storica versione dei CSI. Non può non far curioso che proprio per la reunion venga diffuso questo brano, come a dire che invece i CSI ci saranno. E subito dopo, finalmente, eccoli con In Viaggio, il brano che dà il nome a questo nuovo tour. Che brividi a sentire le prime note con quel ritmo martellante iniziale. L’emozione è forte, fortissima non appena risuonano le prime note, è palpabile fra i musicisti e nel pubblico, soprattutto da parte di chi – come lo scrivente – li ha visti e vissuti negli anni ’90: 25 anni dopo rieccoli tutti lì sul palco, in linea, senza che qualcuno possa essere avanti rispetto agli altri: Massimo Zamboni che su quel palco nel 2001 era il grande assente, Francesco Magnelli, Giovanni Lindo Ferretti, Ginevra Di Marco, Gianni Maroccolo,  Giorgio Canali.   I CSI sono tutti sulla stessa linea sul palco, senza gerarchie, Ferretti sempre seduto. Le interazioni con il pubblico sono quasi del tutto assenti, la tensione sul palco è altissima e si percepisce. Seguono subito brani che sbriciolano il cuore di tutti: Occidente, Del mondo, e quando parte A tratti, la canzone che aprì la storia dei CSI, l’epifania è totale.   La serata prosegue con l’esecuzione di altri grandi successi dei CSI e fra queste spicca la grande interpretazione da parte di Ferretti di Linea Gotica cui segue la meravigliosa Irata. Nella parte finale dello spettacolo non potevano mancare brani mastodontici e unici nel panorama musicale italiano come Unità di produzione, Forma e sostanza, Depressione Caspica (unico brano targato CCCP), e gran finale con Fuochi nella notte.    La tensione è tale che l’interazione è quasi del tutto assente con il pubblico. Giusto Ferretti a un certo punto, quando qualcuno gli urla “Alzati”, risponde: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I., quindi, se ce la faccio, sto seduto. È un buon modo per avvicinarsi a questo palco». Ferretti interagisce anche quando, in occasione dei cambi di strumentazione per gli ultimi brani, afferma: «È un casino che non avete idea stare qui davanti a voi; avete delle pretese altissime, ma dovete prendere quello che c’è.»   Il bis inizia con una sorpresa, l’esecuzione di un brano non CSI, Montesole, che fu eseguito proprio dai PGR come omaggio a quel luogo nel 2001. Si chiude poi con pezzi trascinanti che fanno alzare in piedi Ferretti e che scatenano il pogo: Matrilineare, M’importa ‘nasega, Buon anno ragazzi.    Gianni Maroccolo si conferma come un cardine non solo musicale ma anche umano attorno al quale gira e ha girato la musica alternativa italiana. Il suo basso sembra quasi gettare le fondamenta su cui si muove tutto l’impianto sonoro. Non sono più i CSI di trent’anni fa ovviamente, c’è meno furia ma molta più introspezione e forte dimensione sonora monolotica.   Non mancano problemi tecnici un po’ di tutti i tipi, con momenti di alta tensione da parte dei musicisti, ma alla fine sono anche le cose che rendono bello e vivo un live, soprattutto se si tratta della prima data. Sono anche i momenti in cui i musicisti sfogano tutta la loro tensione e, in un modo o in un altro, comunicano con il pubblico: M’importa ‘na sega inizia, viene subito interrotta e poi ripresa, Maroccolo comunica che aveva finito le batterie ai pedali, Canali riferendosi ai problemi tenici urla «Tanto non ci capite un cazzo, cosa ve lo dico a fare», in alcuni brani il volume delle sue chitarre è troppo alto, Ferretti sembra perdere qualche attacco ed è Ginevra Di Marco a suggerire; ma sono appunto tutte quelle imperfezioni che rendono umana, unica e meravigliosa una data come questa.      

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L’”Odissea” di Christopher Nolan: un’epica moderna che fa rimpiangere l’epica classica

***  > click here to read the article in English ***   L’Odissea di Christopher Nolan ha travolto il mondo del cinema, affermandosi come un evento culturale da un miliardo di dollari, tecnologicamente sbalorditivo. Eppure, se si mettono da parte l’impressionante formato IMAX e il cast stellare, emerge un difetto fondamentale. Il film mette in luce una tendenza preoccupante del cinema contemporaneo: il lento impoverimento del linguaggio cinematografico di base e il ruolo sempre più marginale di una messa in scena significativa. Gli spettacolari paesaggi di Nolan ci costringono a confrontarci con una dura realtà: Hollywood ha continuato a perfezionare l’arte di registrare immagini, dimenticando però, lentamente, come infondere loro significato.     La perdita della messa in scena è particolarmente frustrante, perché questa tecnica ha una storia fondamentale nel teatro ed è direttamente legata a quest’ultimo. Sul palcoscenico, la disposizione degli attori nacque da una necessità narrativa assoluta. I registi teatrali non possono effettuare tagli su una nuova angolazione, imporre un primo piano o correggere una sequenza in fase di montaggio. La posizione fisica degli attori sul palcoscenico era quindi lo strumento principale per comunicare rapporti di potere, sottotesti emotivi e indirizzare l’attenzione dello spettatore. Il cinema ha ereditato questa ricca intelligenza spaziale, ma nel corso del tempo il cinema contemporaneo se ne è progressivamente allontanato. Oggi i registi possono trattare il set come uno spazio passivo in cui gli attori si limitano a pronunciare le battute, affidando interamente al montaggio la creazione del ritmo e dell’energia della scena.     Quando figure leggendarie come Agamennone o Odisseo condividono lo schermo nell’Odissea, la regia di Nolan ricorre di default a una sequenza monotona e ripetitiva di campo-controcampo. I personaggi si trovano all’interno di ambienti vasti e spettacolari, ma con una disposizione visiva piatta e uniforme, senza modificare le dinamiche di potere e suscitando ben poco interesse visivo. Questa monotonia delle immagini crea un netto contrasto con Alfred Hitchcock, che trasformò la semplice disposizione degli attori nello spazio in una vera e propria lezione di significato cinematografico. In una classica sequenza hitchcockiana, il passo in avanti di un attore, un sottile spostamento verso l’ombra o la deliberata modifica della distanza fisica tra due personaggi potevano alterare rapidamente la tensione psicologica senza bisogno di una sola parola di dialogo. I grandi maestri dell’epica classica condividevano questa rigorosa intenzionalità. Basta guardare l’opera di Akira Kurosawa, in capolavori come Ran (1985) o I sette samurai (1954): la disposizione degli attori nello spazio viene utilizzata come una potente forza narrativa. Kurosawa organizzava meticolosamente i suoi attori lungo linee orizzontali, sfruttando gli elementi dell’ambiente e una geometria rigorosa per comunicare visivamente il mutare delle alleanze e i conflitti interiori. Allo stesso modo, David Lean utilizzava l’inquadratura per trasmettere un senso di peso esistenziale nei suoi kolossal storici, come Lawrence d’Arabia (1962). Lean non si limitava a filmare le folle: attraverso la disposizione dei personaggi contrapponeva la fragilità delle figure umane alla vastità dei paesaggi desertici, incorporando una tensione nella stessa architettura dell’inquadratura.     Ironia della sorte, la regressione di Nolan nella grammatica visiva è alimentata in parte proprio dalla tecnologia che egli stesso porta avanti con tanta convinzione: le enormi cineprese IMAX. Queste gigantesche macchine da presa offrono una risoluzione senza pari, ma presentano notevoli limitazioni meccaniche. Le dimensioni, il rumore e le esigenze legate agli obiettivi delle apparecchiature IMAX rendono notoriamente difficile realizzare coreografie complesse e agili all’interno di set fisici. Questo costringe la troupe a trascinare semplicemente queste macchine colossali da un punto all’altro per registrare ciò che accade, trasformando il regista da coreografo attivo dello spazio a osservatore passivo. Il risultato è un film che procede dal punto A al punto B, senza mai rallentare abbastanza da permettere allo spettatore di esplorare le dinamiche all’interno dell’inquadratura, né di fermarsi e indugiare sugli esseri umani che danno concretezza alla saga.   Questo standard di minima intenzionalità visiva fa apparire il lavoro dei registi della vecchia scuola quasi rivoluzionario. Se si guarda al recente thriller fantascientifico di Steven Spielberg, Disclosure Day, il film ha avuto un successo commerciale nettamente inferiore ed è narrativamente molto meno ambizioso dell’Odissea. Eppure, Spielberg conserva senza sforzo le competenze proprie della grande tradizione hollywoodiana. A differenza dei blockbuster contemporanei che fanno affidamento su un montaggio iperattivo, Disclosure Day mostra un eccellente e paziente lavoro di macchina da presa. Spielberg dirige la cinepresa con uno scopo preciso, lasciando che lunghi piani-sequenza seguano gli attori mentre si muovono naturalmente nello spazio, costruendo una tensione narrativa autentica.     L’Odissea è dunque un altro trionfo tecnico di Nolan, ma purtroppo è una sorta di cavallo di Troia: una maestosa confezione visiva priva di profondità. La democratizzazione del cinema ha indubbiamente contribuito a creare spazio per nuove idee e nuove voci. Tuttavia, alcuni degli elementi classici dell’arte cinematografica stanno gradualmente scomparendo. La grandiosità di Nolan soddisfa l’immediato desiderio di spettacolo del pubblico. Ma una messa in scena piatta e una grammatica visiva poco incisiva lasciano lo spettatore a rimpiangere la profonda padronanza dello spazio che apparteneva ai veri grandi maestri del cinema.   ***   Christopher Nolan’s Odyssey: A Modern Epic That Makes Me Miss the Classic Epics   by Daniel Nelson   Christopher Nolan’s The Odyssey has taken the cinematic world by storm, establishing its place as a technologically astonishing, billion dollar cultural event. Yet if you strip away the impressive IMAX format and star performances a fundamental flaw appears. The film highlights a worrying trend in modern cinema: the slow erosion of core cinematic language and the diminished role of meaningful screen blocking. Nolan’s spectacular landscapes force us to confront a harsh reality: Hollywood has continued to improve the art of recording images, while slowly forgetting how to inject meaning into those same images.   The loss of physical blocking is particularly frustrating because the craft shares a direct, foundational history with the theatre. On the live stage, blocking was born out of absolute narrative necessity. Theatre directors can’t cut to a new angle, force a close-up, or fix

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3 libri per bimbi in vacanza

Le vacanze sono quasi agli sgoccioli e la scuola è alle porte: è il momento che i bimbi leggano il più possibile. Per questo abbiamo stilato una lista di titoli adatti ai più giovani, ma chi li ha letti vi assicura di averli comunque apprezzati ampiamente, pur essendo ormai una “bimba” solo nel senso toscano (che va da 1 a 99 anni). Scopriamo quali sono!   1. Il giorno della spensieranza di Stefano Tofani (Rizzoli, 2025) – Da 10 anni in su     Durante un temporale, la tredicenne Gaia (soprannominata “Maiunagioia”) e il suo gemello Luca (detto il “tartarugo”, sordo dalla nascita) si rifugiano all’interno di una grotta. Si imbattono così in un varco che li conduce nel Mondo BC, un mondo in parte simile al nostro e in parte del tutto diverso, coloratissimo, pieno di strani animali, come lo “struzzicadenti”, e di persone dall’aspetto ancora più curioso, con arti non sempre al loro posto e non sempre funzionanti. Ospitati dal piccolo Bernaldo, Gaia e Luca nascondono la loro identità di alieni e scoprono che, nel Mondo BC, sono attesi Passaggeri provenienti da un’altra dimensione, annunciati da un’antica profezia sull’arrivo del “Sommo Bene” e del “Sommo Male”. Anche altri due terrestri sono arrivati poco prima di loro nel Mondo BC: questi non possono che rappresentare il Sommo Male e ci vorrà l’aiuto di Bernaldo, dell’amica Maria Losa e di altri sconclusionati, ma coraggiosi personaggi per salvare il pacifico mondo da una terribile minaccia. La scrittura di Tofani ha il grande pregio di giocare con le parole senza cadere nell’accondiscendenza verso un pubblico giovane: non c’è niente di didascalico né di paternalistico nel modo in cui il lettore viene accompagnato nel fantasiosissimo Mondo BC. Candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi, Il giorno della spensieranza unisce alla narrazione di un’avventura fantastica il richiamo a temi profondi e importanti nel percorso di crescita di un bambino: il rispetto della disabilità e l’apertura verso ciò e chi è a suo modo “imperfetto”; le difficoltà familiari legate alla depressione di un genitore; la necessità di imparare ad analizzare con occhio critico l’operato di chi detiene potere e autorità. Tutto questo viene affrontato senza cadere nella trappola dei buoni sentimenti e senza rinunciare alla tridimensionalità dei personaggi. Gaia, infatti, non è una sorellona disneyana, burbera, ma visibilmente di buon cuore: è una ragazza reale e complessa, che è sia politicamente scorretta nei confronti del fratello, sia capace di dimostrare coi fatti l’affetto totale che prova nei suoi confronti e verso i loro genitori. Il giorno della spensieranza non può mancare nella vostra libreria (e nella borsa-vacanze) e dal 1° settembre potete trovarlo nella collana BuR Verde.   2. La scintilla di Kenny Welsh di Elena Bertagna (Tori Edizioni, 2026) – Da 16 anni in su     Kenny Welsh ha diciannove anni e due gravi lutti sulle spalle quando lascia la madre a Liverpool per imbarcarsi sul brigantino Ann per cercare di dare una svolta alla sua vita di fatica e miseria. Inizia così un viaggio che non sarà solo di personale e definitiva transizione nell’età adulta, ma anche di ingresso nella Storia. Siamo nel 1745 e Charles Edward Stuart sta per tornare in Scozia e reclamare per la dinastia Stuart il trono inglese: è l’anno della Rivolta Giacobita e Bonnie Prince Charlie avrà bisogno del sostegno dei clan scozzesi delle Highlands per poter marciare verso Edimburgo. Negli sconvolgimenti politici e militari che lo circondano, Kenny si trova a dover rivedere i propri valori e compiere delle scelte difficili e nette: qual è la causa giusta per cui lottare? Bertagna intreccia eventi reali a vicende di fantasia, in un crescendo di tensione narrativa che ha il sapore di un libro d’avventure di altri tempi. Lo sguardo passa gradualmente dalle conquiste individuali di Kenny (la nascita di un’amicizia profonda, la scoperta delle proprie capacità di marinaio, l’incontro con la brutalità del mondo, ma anche con la natura totalizzante dell’amore) al ruolo che il ragazzo dovrà decidere di giocare nella Storia. Kenny imparerà a non guardare più solo a se stesso e alla propria cerchia di affetti, ma imparerà che stare al mondo (e, magari, cambiarlo) è un’impresa collettiva, che richiede coraggio, anche quello di rivedere le proprie convinzioni. L’accuratezza storica e tecnica (indispensabile per passeggiare su un brigantino inglese del ˈ700!) e la vividezza delle descrizioni dei luoghi contribuiscono a trascinare il lettore accanto a Kenny, facendogli assaporare il salmastro che si respira a pieni polmoni a bordo della Ann.   3. Alle medie senza social di Annalisa Strada (Edizioni Piemme, 2026) – Da 10 anni in su     Cinzia frequenta le medie e solo da poco ha deciso di acquistare un cellulare. Non si tratta di uno smartphone, però, ma di un vecchio cellulare a conchiglia: pertanto, nessuna chat di gruppo, nessun social, nessuna connessione costante con i compagni di classe, la migliore amica Ninfa e il fidanzatino Fiorenzo, ma solo le vecchie chiamate e i vecchi SMS. Se, da un lato, Cinzia ama la sua vita privata e off-line, dall’altro dovrà fare i conti con la sensazione di essere tagliata fuori da un mondo accattivante e iperconnesso che si sviluppa senza di lei. Via, via, la tentazione di aprire un profilo social si fa sempre più forte, ma, allo stesso tempo, la ragazzina riflette ogni giorno con grande lucidità nel suo diario sia sui lati positivi che sui lati negativi sul postare online le proprie giornate. Sequel di Alle medie senza cellulare, Alle medie senza social fonde la fruibilità della scrittura diaristica a una narrazione leggera, adatta a un pubblico di giovanissimi, ma capace di cogliere l’essenza di questioni ormai radicate nella quotidianità di tutti, che si fanno particolarmente delicate quando l’età dei protagonisti è critica come quella di Cinzia e dei suoi amici. Strada non demonizza i social, ma non fa altro che suggerire al giovane lettore tutti i rischi ad essi legati, dai più intimi (la perdita di tempo e di capacità di apprezzare davvero il momento presente) ai

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Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

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