Nelle sale della mente: passato e futuro al Bethlem Museum of the Mind

Londra è una città in cui si può passeggiare in lungo e in largo, finendo sempre per imbattersi in nuovi luoghi che vale la pena visitare, ricchi di memoria come sono. Uno di questi spazi è il Bethlem Museum of the Mind, situato nella parte meridionale della metropoli. Fin dall’esterno si capisce che non si tratta di un museo convenzionale: si trova all’interno dell’area del Bethlem Royal Hospital, centro di cura delle malattie mentali tuttora in attività.     Il nome “Bethlem” vi suona familiare? Forse lo avete incontrato in qualche film in costume o in un romanzo vittoriano (magari in uno dei libri di Dickens, protagonista della nostra prima tappa londinese) non nella sua dicitura corretta, bensì nella più famigerata storpiatura “Bedlam”. Il termine è entrato nell’uso comune per indicare un luogo o una scena di totale confusione, che è lo stato in cui doveva apparire l’ospedale in un passato incline a recludere i pazienti più che a farsi realmente carico del loro benessere.       L’attuale Bethlem Hospital si trova in un edificio e in una zona diverse da quelle originarie, come è forse naturale che sia, se si considera che il primo nucleo risale addirittura al 1247. Ben diverso è anche lo spirito che lo anima e la cultura che si respira oggi nelle sale del Museum of the Mind, in equilibrio tra il rispetto della memoria del luogo e l’attenzione alla salute mentale nella nostra epoca. Non a caso, Colin Gale, Direttore del museo, ci tiene a specificare che l’obiettivo principale dell’istituzione è «mettere in dialogo il passato e il presente». Le mostre che vi si tengono non sono organizzate in ordine cronologico e non intendono raccontare la storia dell’ospedale in modo ordinario, ma affrontano piuttosto temi delicati e ancora attuali, cercando di «lasciare le questioni aperte, senza dire alle persone cosa pensare, ma incoraggiando la riflessione e la discussione». La terapia e il recupero, la categorizzazione sociale dei malati e l’importanza del processo diagnostico sono solo alcuni degli argomenti su cui il museo intende portare l’attenzione, nella speranza di indurre il pubblico a interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul futuro.     Questo sguardo onnicomprensivo sul mondo della salute mentale lo si percepisce già appena varcata la soglia del museo. Subito nell’atrio, infatti, si viene accolti dalle due statue di Caius Gabriel Cibber, Malinconia e Follia delirante, giunte a noi dall’edificio barocco dell’ospedale, di cui ornavano il portale d’ingresso. Le imponenti sculture rappresentano la classica distinzione binaria dei disturbi mentali, che poco aveva a che fare con la diagnostica in senso moderno. Soprattutto Follia delirante, stretta da pesanti catene, ci parla di un’epoca in cui le malattie mentali venivano affrontate anche con l’uso di strumenti di contenimento del tutto crudeli ai nostri occhi. Come sottolinea Gale, le opere di Cibber non sono state esposte per confortare i visitatori al pensiero dei progressi compiuti nell’umanizzazione dei pazienti, bensì per riflettere sul fatto che la questione delle modalità del contenimento e del consenso al trattamento continua ad essere aperta e rilevante anche nella nostra società. Nella sua attività di sensibilizzazione, il Bethlem Museum of the Mind può contare sull’archivio delle cartelle cliniche e documenti storici dell’ospedale, il patrimonio di strumentazione medica dei secoli andati e la collezione delle opere d’arte (più di mille!) realizzate dai pazienti. Queste ultime rappresentano una ricchezza inestimabile e, vista la loro quantità, vengono esposte a rotazione, con almeno tre percorsi tematici ogni anno. Proprio sulla presenza dell’arte al Bethlem Museum of the Mind si è concentrata la nostra visita.   1. L’esposizione permanente     Salite le scale, sulla sinistra, troviamo l’area dedicata all’esposizione permanente. Dalle cartelle cliniche agli strumenti, dalle installazioni artistiche alle fotografie, si ha modo di approfondire le questioni legate alla diagnosi e alla classificazione medica e sociale dei pazienti, proseguendo il percorso ideale già avviato dalla presenza delle statue barocche all’ingresso. Nel gioco tra passato e presente è subito un’opera moderna a catturare l’attenzione: l’Ambivalent Falls di Adrian (2014), un piccolo cuore in gabbia sopra il quale, appese a dei fili, pendono delle tessere. Su ogni tessera, a seconda di come le si giri, si possono leggere due parole diverse e opposte: un’installazione delicata, ma potente, che, in un gioco di dicotomie, richiama la difficoltà della diagnostica e la facile caduta nella polarizzazione in cui già incorreva l’arte medica ai tempi di Cibber.     Impressionanti sono poi le fotografie scattate da Henry Hering intorno alla metà del XIX secolo. I ritratti dei pazienti del Bethlem Hospital sono accompagnati dalle sole iniziali («anche allora si faceva attenzione a non rompere la riservatezza medica», ci ricorda Gale) e dal nome dei disturbi che li affliggevano. “Malinconia cronica”, “malinconia acuta”, “demenza acuta”, “mania cronica con deliri”: espressioni che, sebbene non coincidenti con gli attuali significati, mostrano una maggiore diversificazione nella diagnostica ottocentesca, ancora legata, tuttavia, alla percezione del singolo medico e non a una classificazione universale vera e propria. A colpire, in particolare, è la foto di una donna che tiene stretta a sé una bambola. Uno strumento terapeutico? Un oggetto donatole per darle conforto? Questo, purtroppo, non possiamo più saperlo.   2. Gli artisti del Bethlem Hospital     Tra i pazienti ritratti da Hering c’erano anche artisti. Tra le fotografie visionabili, infatti, troviamo quella di Richard Dadd, pittore celebre per le sue rappresentazioni dense di elementi soprannaturali e fiabeschi. La sua tragica vicenda personale si lega alla storia del Bethlem e allo sviluppo del principio di imputabilità nel diritto penale inglese. Dadd, parricida, venne internato a ventisei anni nel manicomio criminale dell’ospedale, dove venivano condotti i rei di crimini capitali ritenuti incapaci di intendere e di volere e, dunque, non condannabili all’impiccagione. La durata della permanenza dei pazienti presso la struttura era rimessa alla discrezione dell’Home Secretary (figura equiparabile al Ministro dell’Interno). Fu proprio presso il Bethlem che Dadd realizzò la maggior parte della propria produzione artistica, poiché l’ospedale forniva ai pazienti gli spazi e i materiali per dedicarsi alle proprie opere.    

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I CSI sono tornati

Sembra incredibile a dirsi ma i CSI Consorzio Suonatori Indipendenti sono tornati. E sono tornati con un tour che è iniziato da uno dei luoghi più significativi della loro carriera, dal Parco Storico di Monte Sole a Marzabotto (BO) , proprio là dove il 29 giugno 2001 si erano esibiti per un concerto dedicato a don Giuseppe Dossetti: la piccola particolarità è che Massimo Zamboni non era più nel gruppo, e quella data segnò quindi la fine dei CSI e l’inizio di una nuova storia, quella dei PGR Per Grazia Ricevuta.   Chi c’era ricorderà quindi a lungo questa serata e potrà dire di avere vissuto un’esperienza indimenticabile.     La location è particolarmente importante anche perché a Monte Sole si consumò un terribile eccedio di mano nazifascista che seguì di poco quello di Sant’Anna di Stazzema, e il Parco Storico di Monte Sole all’interno del quale si svolge il Festival Lupo attorno all’area de Il Poggiolo – Rifugio Re_Esistente, è dedicato proprio alla Memoria di questo eccidio. Lupo era Mario Musolesi il leggendario comandante partigiano della Brigata Stella Rossa che agiva nella zona circostante a Monte Sole.     Un’altra reunion quindi, a cui stiamo cominciando a prendere un bel vizio: da quella dei CCCP e dei Litfiba fino a quella dei Bluvertigo  e ora quella dei CSI.   Tornando ai CSI, proprio per il fatto che a Monte Sole era finita ufficialmente la loro storia e proprio per il fatto che dallo stesso luogo rinasce la band, la prima data del 28 agosto (replica il 29) era qualcosa di imperdibile per i fan.   Fan che sono accorsi da tutta Italia (e leggendo sui social qualcuno è venuto anche da altri paesi europei), circa 5000 spettatori che hanno invaso lo spazio davanti al palco. Un afflusso tale che ha fatto sì che poco dopo l’orario di inizio previsto dello spettacolo, Gianni Maroccolo comparisse sul palco per annunciare che lo spettacolo non sarebbe iniziato “finché non ci sono tutti”, in quanto “400-500 persone” erano ancora in fila con le macchine in attesa di arrivare ai parcheggi. Parcheggi nei quali l’odore predominante era quello delle frizioni stressate dalle lunghe file stop and go in salita.         Lo spettacolo viene precedeuto da un omaggio a Guccini con la diffusione della musica di Noi Non Ci Saremo nella storica versione dei CSI. Non può non far curioso che proprio per la reunion venga diffuso questo brano, come a dire che invece i CSI ci saranno. E subito dopo, finalmente, eccoli con In Viaggio, il brano che dà il nome a questo nuovo tour. Che brividi a sentire le prime note con quel ritmo martellante iniziale. L’emozione è forte, fortissima non appena risuonano le prime note, è palpabile fra i musicisti e nel pubblico, soprattutto da parte di chi – come lo scrivente – li ha visti e vissuti negli anni ’90: 25 anni dopo rieccoli tutti lì sul palco, in linea, senza che qualcuno possa essere avanti rispetto agli altri: Massimo Zamboni che su quel palco nel 2001 era il grande assente, Francesco Magnelli, Giovanni Lindo Ferretti, Ginevra Di Marco, Gianni Maroccolo,  Giorgio Canali.   I CSI sono tutti sulla stessa linea sul palco, senza gerarchie, Ferretti sempre seduto. Le interazioni con il pubblico sono quasi del tutto assenti, la tensione sul palco è altissima e si percepisce. Seguono subito brani che sbriciolano il cuore di tutti: Occidente, Del mondo, e quando parte A tratti, la canzone che aprì la storia dei CSI, l’epifania è totale.   La serata prosegue con l’esecuzione di altri grandi successi dei CSI e fra queste spicca la grande interpretazione da parte di Ferretti di Linea Gotica cui segue la meravigliosa Irata. Nella parte finale dello spettacolo non potevano mancare brani mastodontici e unici nel panorama musicale italiano come Unità di produzione, Forma e sostanza, Depressione Caspica (unico brano targato CCCP), e gran finale con Fuochi nella notte.    La tensione è tale che l’interazione è quasi del tutto assente con il pubblico. Giusto Ferretti a un certo punto, quando qualcuno gli urla “Alzati”, risponde: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I., quindi, se ce la faccio, sto seduto. È un buon modo per avvicinarsi a questo palco». Ferretti interagisce anche quando, in occasione dei cambi di strumentazione per gli ultimi brani, afferma: «È un casino che non avete idea stare qui davanti a voi; avete delle pretese altissime, ma dovete prendere quello che c’è.»   Il bis inizia con una sorpresa, l’esecuzione di un brano non CSI, Montesole, che fu eseguito proprio dai PGR come omaggio a quel luogo nel 2001. Si chiude poi con pezzi trascinanti che fanno alzare in piedi Ferretti e che scatenano il pogo: Matrilineare, M’importa ‘nasega, Buon anno ragazzi.    Gianni Maroccolo si conferma come un cardine non solo musicale ma anche umano attorno al quale gira e ha girato la musica alternativa italiana. Il suo basso sembra quasi gettare le fondamenta su cui si muove tutto l’impianto sonoro. Non sono più i CSI di trent’anni fa ovviamente, c’è meno furia ma molta più introspezione e forte dimensione sonora monolotica.   Non mancano problemi tecnici un po’ di tutti i tipi, con momenti di alta tensione da parte dei musicisti, ma alla fine sono anche le cose che rendono bello e vivo un live, soprattutto se si tratta della prima data. Sono anche i momenti in cui i musicisti sfogano tutta la loro tensione e, in un modo o in un altro, comunicano con il pubblico: M’importa ‘na sega inizia, viene subito interrotta e poi ripresa, Maroccolo comunica che aveva finito le batterie ai pedali, Canali riferendosi ai problemi tenici urla «Tanto non ci capite un cazzo, cosa ve lo dico a fare», in alcuni brani il volume delle sue chitarre è troppo alto, Ferretti sembra perdere qualche attacco ed è Ginevra Di Marco a suggerire; ma sono appunto tutte quelle imperfezioni che rendono umana, unica e meravigliosa una data come questa.      

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L’”Odissea” di Christopher Nolan: un’epica moderna che fa rimpiangere l’epica classica

***  > click here to read the article in English ***   L’Odissea di Christopher Nolan ha travolto il mondo del cinema, affermandosi come un evento culturale da un miliardo di dollari, tecnologicamente sbalorditivo. Eppure, se si mettono da parte l’impressionante formato IMAX e il cast stellare, emerge un difetto fondamentale. Il film mette in luce una tendenza preoccupante del cinema contemporaneo: il lento impoverimento del linguaggio cinematografico di base e il ruolo sempre più marginale di una messa in scena significativa. Gli spettacolari paesaggi di Nolan ci costringono a confrontarci con una dura realtà: Hollywood ha continuato a perfezionare l’arte di registrare immagini, dimenticando però, lentamente, come infondere loro significato.     La perdita della messa in scena è particolarmente frustrante, perché questa tecnica ha una storia fondamentale nel teatro ed è direttamente legata a quest’ultimo. Sul palcoscenico, la disposizione degli attori nacque da una necessità narrativa assoluta. I registi teatrali non possono effettuare tagli su una nuova angolazione, imporre un primo piano o correggere una sequenza in fase di montaggio. La posizione fisica degli attori sul palcoscenico era quindi lo strumento principale per comunicare rapporti di potere, sottotesti emotivi e indirizzare l’attenzione dello spettatore. Il cinema ha ereditato questa ricca intelligenza spaziale, ma nel corso del tempo il cinema contemporaneo se ne è progressivamente allontanato. Oggi i registi possono trattare il set come uno spazio passivo in cui gli attori si limitano a pronunciare le battute, affidando interamente al montaggio la creazione del ritmo e dell’energia della scena.     Quando figure leggendarie come Agamennone o Odisseo condividono lo schermo nell’Odissea, la regia di Nolan ricorre di default a una sequenza monotona e ripetitiva di campo-controcampo. I personaggi si trovano all’interno di ambienti vasti e spettacolari, ma con una disposizione visiva piatta e uniforme, senza modificare le dinamiche di potere e suscitando ben poco interesse visivo. Questa monotonia delle immagini crea un netto contrasto con Alfred Hitchcock, che trasformò la semplice disposizione degli attori nello spazio in una vera e propria lezione di significato cinematografico. In una classica sequenza hitchcockiana, il passo in avanti di un attore, un sottile spostamento verso l’ombra o la deliberata modifica della distanza fisica tra due personaggi potevano alterare rapidamente la tensione psicologica senza bisogno di una sola parola di dialogo. I grandi maestri dell’epica classica condividevano questa rigorosa intenzionalità. Basta guardare l’opera di Akira Kurosawa, in capolavori come Ran (1985) o I sette samurai (1954): la disposizione degli attori nello spazio viene utilizzata come una potente forza narrativa. Kurosawa organizzava meticolosamente i suoi attori lungo linee orizzontali, sfruttando gli elementi dell’ambiente e una geometria rigorosa per comunicare visivamente il mutare delle alleanze e i conflitti interiori. Allo stesso modo, David Lean utilizzava l’inquadratura per trasmettere un senso di peso esistenziale nei suoi kolossal storici, come Lawrence d’Arabia (1962). Lean non si limitava a filmare le folle: attraverso la disposizione dei personaggi contrapponeva la fragilità delle figure umane alla vastità dei paesaggi desertici, incorporando una tensione nella stessa architettura dell’inquadratura.     Ironia della sorte, la regressione di Nolan nella grammatica visiva è alimentata in parte proprio dalla tecnologia che egli stesso porta avanti con tanta convinzione: le enormi cineprese IMAX. Queste gigantesche macchine da presa offrono una risoluzione senza pari, ma presentano notevoli limitazioni meccaniche. Le dimensioni, il rumore e le esigenze legate agli obiettivi delle apparecchiature IMAX rendono notoriamente difficile realizzare coreografie complesse e agili all’interno di set fisici. Questo costringe la troupe a trascinare semplicemente queste macchine colossali da un punto all’altro per registrare ciò che accade, trasformando il regista da coreografo attivo dello spazio a osservatore passivo. Il risultato è un film che procede dal punto A al punto B, senza mai rallentare abbastanza da permettere allo spettatore di esplorare le dinamiche all’interno dell’inquadratura, né di fermarsi e indugiare sugli esseri umani che danno concretezza alla saga.   Questo standard di minima intenzionalità visiva fa apparire il lavoro dei registi della vecchia scuola quasi rivoluzionario. Se si guarda al recente thriller fantascientifico di Steven Spielberg, Disclosure Day, il film ha avuto un successo commerciale nettamente inferiore ed è narrativamente molto meno ambizioso dell’Odissea. Eppure, Spielberg conserva senza sforzo le competenze proprie della grande tradizione hollywoodiana. A differenza dei blockbuster contemporanei che fanno affidamento su un montaggio iperattivo, Disclosure Day mostra un eccellente e paziente lavoro di macchina da presa. Spielberg dirige la cinepresa con uno scopo preciso, lasciando che lunghi piani-sequenza seguano gli attori mentre si muovono naturalmente nello spazio, costruendo una tensione narrativa autentica.     L’Odissea è dunque un altro trionfo tecnico di Nolan, ma purtroppo è una sorta di cavallo di Troia: una maestosa confezione visiva priva di profondità. La democratizzazione del cinema ha indubbiamente contribuito a creare spazio per nuove idee e nuove voci. Tuttavia, alcuni degli elementi classici dell’arte cinematografica stanno gradualmente scomparendo. La grandiosità di Nolan soddisfa l’immediato desiderio di spettacolo del pubblico. Ma una messa in scena piatta e una grammatica visiva poco incisiva lasciano lo spettatore a rimpiangere la profonda padronanza dello spazio che apparteneva ai veri grandi maestri del cinema.   ***   Christopher Nolan’s Odyssey: A Modern Epic That Makes Me Miss the Classic Epics   by Daniel Nelson   Christopher Nolan’s The Odyssey has taken the cinematic world by storm, establishing its place as a technologically astonishing, billion dollar cultural event. Yet if you strip away the impressive IMAX format and star performances a fundamental flaw appears. The film highlights a worrying trend in modern cinema: the slow erosion of core cinematic language and the diminished role of meaningful screen blocking. Nolan’s spectacular landscapes force us to confront a harsh reality: Hollywood has continued to improve the art of recording images, while slowly forgetting how to inject meaning into those same images.   The loss of physical blocking is particularly frustrating because the craft shares a direct, foundational history with the theatre. On the live stage, blocking was born out of absolute narrative necessity. Theatre directors can’t cut to a new angle, force a close-up, or fix

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3 libri per bimbi in vacanza

Le vacanze sono quasi agli sgoccioli e la scuola è alle porte: è il momento che i bimbi leggano il più possibile. Per questo abbiamo stilato una lista di titoli adatti ai più giovani, ma chi li ha letti vi assicura di averli comunque apprezzati ampiamente, pur essendo ormai una “bimba” solo nel senso toscano (che va da 1 a 99 anni). Scopriamo quali sono!   1. Il giorno della spensieranza di Stefano Tofani (Rizzoli, 2025) – Da 10 anni in su     Durante un temporale, la tredicenne Gaia (soprannominata “Maiunagioia”) e il suo gemello Luca (detto il “tartarugo”, sordo dalla nascita) si rifugiano all’interno di una grotta. Si imbattono così in un varco che li conduce nel Mondo BC, un mondo in parte simile al nostro e in parte del tutto diverso, coloratissimo, pieno di strani animali, come lo “struzzicadenti”, e di persone dall’aspetto ancora più curioso, con arti non sempre al loro posto e non sempre funzionanti. Ospitati dal piccolo Bernaldo, Gaia e Luca nascondono la loro identità di alieni e scoprono che, nel Mondo BC, sono attesi Passaggeri provenienti da un’altra dimensione, annunciati da un’antica profezia sull’arrivo del “Sommo Bene” e del “Sommo Male”. Anche altri due terrestri sono arrivati poco prima di loro nel Mondo BC: questi non possono che rappresentare il Sommo Male e ci vorrà l’aiuto di Bernaldo, dell’amica Maria Losa e di altri sconclusionati, ma coraggiosi personaggi per salvare il pacifico mondo da una terribile minaccia. La scrittura di Tofani ha il grande pregio di giocare con le parole senza cadere nell’accondiscendenza verso un pubblico giovane: non c’è niente di didascalico né di paternalistico nel modo in cui il lettore viene accompagnato nel fantasiosissimo Mondo BC. Candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi, Il giorno della spensieranza unisce alla narrazione di un’avventura fantastica il richiamo a temi profondi e importanti nel percorso di crescita di un bambino: il rispetto della disabilità e l’apertura verso ciò e chi è a suo modo “imperfetto”; le difficoltà familiari legate alla depressione di un genitore; la necessità di imparare ad analizzare con occhio critico l’operato di chi detiene potere e autorità. Tutto questo viene affrontato senza cadere nella trappola dei buoni sentimenti e senza rinunciare alla tridimensionalità dei personaggi. Gaia, infatti, non è una sorellona disneyana, burbera, ma visibilmente di buon cuore: è una ragazza reale e complessa, che è sia politicamente scorretta nei confronti del fratello, sia capace di dimostrare coi fatti l’affetto totale che prova nei suoi confronti e verso i loro genitori. Il giorno della spensieranza non può mancare nella vostra libreria (e nella borsa-vacanze) e dal 1° settembre potete trovarlo nella collana BuR Verde.   2. La scintilla di Kenny Welsh di Elena Bertagna (Tori Edizioni, 2026) – Da 16 anni in su     Kenny Welsh ha diciannove anni e due gravi lutti sulle spalle quando lascia la madre a Liverpool per imbarcarsi sul brigantino Ann per cercare di dare una svolta alla sua vita di fatica e miseria. Inizia così un viaggio che non sarà solo di personale e definitiva transizione nell’età adulta, ma anche di ingresso nella Storia. Siamo nel 1745 e Charles Edward Stuart sta per tornare in Scozia e reclamare per la dinastia Stuart il trono inglese: è l’anno della Rivolta Giacobita e Bonnie Prince Charlie avrà bisogno del sostegno dei clan scozzesi delle Highlands per poter marciare verso Edimburgo. Negli sconvolgimenti politici e militari che lo circondano, Kenny si trova a dover rivedere i propri valori e compiere delle scelte difficili e nette: qual è la causa giusta per cui lottare? Bertagna intreccia eventi reali a vicende di fantasia, in un crescendo di tensione narrativa che ha il sapore di un libro d’avventure di altri tempi. Lo sguardo passa gradualmente dalle conquiste individuali di Kenny (la nascita di un’amicizia profonda, la scoperta delle proprie capacità di marinaio, l’incontro con la brutalità del mondo, ma anche con la natura totalizzante dell’amore) al ruolo che il ragazzo dovrà decidere di giocare nella Storia. Kenny imparerà a non guardare più solo a se stesso e alla propria cerchia di affetti, ma imparerà che stare al mondo (e, magari, cambiarlo) è un’impresa collettiva, che richiede coraggio, anche quello di rivedere le proprie convinzioni. L’accuratezza storica e tecnica (indispensabile per passeggiare su un brigantino inglese del ˈ700!) e la vividezza delle descrizioni dei luoghi contribuiscono a trascinare il lettore accanto a Kenny, facendogli assaporare il salmastro che si respira a pieni polmoni a bordo della Ann.   3. Alle medie senza social di Annalisa Strada (Edizioni Piemme, 2026) – Da 10 anni in su     Cinzia frequenta le medie e solo da poco ha deciso di acquistare un cellulare. Non si tratta di uno smartphone, però, ma di un vecchio cellulare a conchiglia: pertanto, nessuna chat di gruppo, nessun social, nessuna connessione costante con i compagni di classe, la migliore amica Ninfa e il fidanzatino Fiorenzo, ma solo le vecchie chiamate e i vecchi SMS. Se, da un lato, Cinzia ama la sua vita privata e off-line, dall’altro dovrà fare i conti con la sensazione di essere tagliata fuori da un mondo accattivante e iperconnesso che si sviluppa senza di lei. Via, via, la tentazione di aprire un profilo social si fa sempre più forte, ma, allo stesso tempo, la ragazzina riflette ogni giorno con grande lucidità nel suo diario sia sui lati positivi che sui lati negativi sul postare online le proprie giornate. Sequel di Alle medie senza cellulare, Alle medie senza social fonde la fruibilità della scrittura diaristica a una narrazione leggera, adatta a un pubblico di giovanissimi, ma capace di cogliere l’essenza di questioni ormai radicate nella quotidianità di tutti, che si fanno particolarmente delicate quando l’età dei protagonisti è critica come quella di Cinzia e dei suoi amici. Strada non demonizza i social, ma non fa altro che suggerire al giovane lettore tutti i rischi ad essi legati, dai più intimi (la perdita di tempo e di capacità di apprezzare davvero il momento presente) ai

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Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli Leggi tutto »

“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

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I Litfiba tornano insieme per 17 Re! In arrivo nuovo album live

Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo: in una parola sola, i Litfiba. I Litfiba quelli veri, quelli dei primi album che hanno rivoluzionato la storia del rock italiano. E chi avrebbe mai pensato di rivederli in tour insieme sul palco dopo la Trilogia del 2012-2013? E soprattutto chi avrebbe mai immaginato di vederli riproporre appunto i brani di quando erano tutti e quattro insieme in studio e sul palco, senza eseguire quelli della storia più recente portata avanti solo da Ghigo e Piero? E invece è accaduto per i quaranta anni di quello che probabilmente è il più bell’album dei Litfiba in formazione originaria: 17 Re. I Litfiba hanno chiamato e il loro popolo ha risposto: il Prato delle Cornacchie delle Cascine di Firenze il 23 luglio scorso è stato riempito da una marea umana di quasi 7.000 spettatori. Anche per il fatto che questa serata se la giocavano nella loro città, Firenze, era una data che non si poteva perdere. E il pubblico è stato ben ripagato con uno spettacolo incredibile di circa due ore e mezzo. E attenzione attenzione: il 27 novembre 2026 uscirà il nuovo album dal vivo “17 RE Live 1986-2026: sarà  registrato proprio in occasione del tour celebrativo ed è già disponibile per il preorder.   Immensi Litfiba. Quando hai la possibilità di assistere a uno spettacolo come questo, capisci che sei di fronte a un gruppo vero. Un gruppo in cui ognuno è una voce a sé che contribuisce all’insieme, non solo Piero: Ghigo Renzulli ha un suono unico alla chitarra, un suono che è diventato marchio di fabbrica indiscusso del gruppo; Antonio Aiazzi non è un semplice tastierista come altri che riempiono con tappeti di accompagnamento, è un tastierista che armonizza e crea atmosfere melodiche nostalgiche e sognanti sulle quali si innesta il canto ora rabbioso ora melanconico, sono protagoniste ed evocatrici come solo Aiazzi riesce a farle essere; e sono proprio le tastiere ad aprire il concerto con una versione strumentale di Febbre a cui segue 17 Re, la title track che è stata tirata fuori ora per l’anniversario in quanto non era stata inserita nell’album. E che dire di Gianni Maroccolo: sembra parlare tramite un basso che pare vivo, quasi una ap e ci si accorge di quanti brani girino proprio intorno al suo strumento.     Una meraviglia. Chi si aspettava una reunion nostalgica o autocelebrativa si è sbagliato alla grande. Semmai il timore poteva essere di trovarsi di fronte a rielaborazioni, “ammodernamenti” dei brani. Invece pareva di essere negli anni ’80, tutto suonava uguale all’album. Tutto. E in due occasioni sono intervenuti anche Francesco Magnelli alle tastiere e Daniele Tramubsti alle percussioni dal momento che a suo tempo avevano collaborato alle registrazioni di 17 Re. Ovviamente il grande assente, come purtroppo sempre, è Ringo De Palma ricordato da Piero con Eroi nel vento e sostituito dal mitico Luc Mitraglia. Piero non ha accennato se non minimamente, giusto verso la fine, al fatto che hanno “fatto fuori venti psicologi” per decidere se realizzare questo tuor oppure no, e fra un brano e l’altro non ha mancato di attaccare governanti e potenti della terra sventolando ora un parrucchino arancione con chiaro riferimento a Turmp, ora le bandiere della Palestina e del Kurdistan.  Infine, brandendo il tricolore Italiano, non ha mancato di ricordare a più riprese che la nostra è una Repubblica antifascista. E Piero lo chiarisce: “di concerti dove non si dice niente è pieno”, e soprattutto ribadisce che “chi non parla è complice e noi non lo siamo“. Altro che De Gregori (che Pelù non tira comunque assolutamente in ballo). Del resto si tratta di argomenti da sempre cari ai Litfiba e a Piero in particolare che di recente ha organizzato anche i due eventi S.O.S. Palestina. Ora, come abbiamo detto in occasione di reunion similil, la speranza enorme dei fan (anche se ci credono in pochi) è che i Litfiba tornino insieme anche per un nuovo album di inediti. Intanto ci godiamo l’attimo.   27/7/2026  

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Il ritorno dei Bluvertigo

Bluvertigo, a Firenze il ritorno di una band che ha segnato la storia dell’alternative rock italiano Ci sono reunion che vivono di nostalgia e altre che riescono a dimostrare di avere ancora qualcosa da dire. Quella dei Bluvertigo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A quasi trent’anni dalla nascita della band, il tour “Esseri Umani” segna il ritorno sul palco della formazione originale guidata da Morgan, affiancato da Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale, con l’aggiunta del polistrumentista Lele Battista. Noi de La Settima Base abbiamo assistito alla terza data del tour, il 19 luglio all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze. Fin dagli esordi, la band ha rappresentato un’anomalia nel panorama musicale italiano, introducendo un linguaggio capace di fondere alternative rock, elettronica e sperimentazione con una scrittura raffinata e profondamente contemporanea. Un’identità che, ancora oggi, conserva tutta la sua forza.   Ad aprire la serata sono stati i Manitoba, duo electro-rock fiorentino formato da Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti. Attivi dal 2015, hanno raggiunto il grande pubblico grazie alla partecipazione a X Factor nel 2020, proponendo un set energico che ha preparato il pubblico all’arrivo dei Bluvertigo. Il concerto prende il via con “Decadenza” e “Il Dio Denaro”, due brani tratti dall’album Acidi e Basi, che riportano immediatamente il pubblico nell’universo sonoro della band. La scaletta attraversa poi l’intera carriera del gruppo con alcuni dei brani più significativi di Zero, tra cui “Sono = Sono”, “La Comprensione” e “Forse”, quest’ultima interpretata da Andy. Non mancano “L’Assenzio (The Power of Nothing)”, presentata al Festival di Sanremo nel 2001, e la splendida “Cieli Neri”, tratta da Metallo Non Metallo, accolta con entusiasmo dal pubblico. Tra un brano e l’altro Morgan dialoga spesso con il pubblico, ringraziando più volte i presenti e sottolineando quanto sia importante vedere le persone cantare insieme alla band. Momenti spontanei che contribuiscono a creare un clima di grande vicinanza tra artisti e spettatori. Più che un semplice concerto, quello dei Bluvertigo è un vero e proprio percorso artistico costruito attorno al concetto di “Esseri Umani”, il tema che dà il nome al tour e che attraversa musica, immagini e parole. Ogni elemento della produzione contribuisce a sviluppare questa riflessione, trasformando il live in un’esperienza immersiva. A colpire in modo particolare è l’identità visiva dello spettacolo. I visual, ideati e realizzati da Sergio Carnevale e Alex Tacchi, dialogano costantemente con la musica attraverso un linguaggio fatto di pixel, geometrie e richiami all’anatomia meccanica. Un immaginario che non si limita a fare da sfondo alla performance, ma ne amplifica il significato, accompagnando il pubblico in una riflessione sull’identità dell’uomo, capace di sopravvivere anche in un mondo governato da codici, algoritmi e sistemi.     Il pubblico risponde con entusiasmo, canta, applaude e balla per tutta la durata dello spettacolo, esplodendo soprattutto durante “La Crisi” e nel finale affidato ad “Altre Forme di Vita”. Tra i volti dei fan si scorgono anche lacrime di emozione e nostalgia, testimonianza del legame profondo che questa band continua a mantenere con chi l’ha seguita fin dagli esordi. Quello di Firenze è stato un concerto intenso, della durata di circa due ore, capace di alternare sperimentazione sonora, grande qualità esecutiva e momenti di autentica riflessione. I Bluvertigo dimostrano di essere ancora una realtà viva e artisticamente rilevante, non una semplice operazione nostalgia. Se questo tour rappresenta un nuovo inizio, non possiamo che augurarci che sia anche il preludio a nuova musica. Nel frattempo, resta una sola cosa da dire: grazie per il concerto e bentornati.   23/07/2026

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“Random” a Carrara: Massari e Donnaloia si raccontano

Sabato 11 luglio siamo stati all’inaugurazione della mostra Random, ospitata a Palazzo Binelli di Carrara, per incontrare alcuni dei protagonisti dell’esposizione e approfondire il loro percorso artistico. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Palazzo Binelli, Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Attraverso le loro opere, gli artisti si fanno interpreti di un dialogo che travalica il tempo e le convenzioni, per restituire una visione plurale del paesaggio. Non solo quello fisico, riconoscibile, ma anche quello interiore, astratto e visionario, che si scompone e si ricompone tra memoria e immaginazione. Più che una semplice esposizione, Random è un’esplorazione dello spazio geografico e mentale, un’immersione nel mistero di ciò che è stato e di ciò che potrà essere. Le opere dialogano tra loro attraverso materiali, forme e linguaggi differenti, offrendo al visitatore molteplici chiavi di lettura e una riflessione sul rapporto tra natura, trasformazione e immaginazione. In questo articolo andremo ad approfondire il lavoro di Luciano Massari e Giuseppe Donnaloia, due percorsi artistici profondamente diversi ma accomunati da una ricerca che mette al centro il rapporto tra materia, forma e significato. In occasione dell’inaugurazione abbiamo incontrato entrambi gli artisti per parlare delle opere esposte e conoscere più da vicino la loro ricerca.   Intervista a Giuseppe Donnaloia     Nel tuo percorso convivono scultura, pittura, restauro e insegnamento. In che modo queste esperienze si influenzano a vicenda e contribuiscono a definire il tuo linguaggio artistico? Credo che queste esperienze facciano parte di un unico percorso. Il restauro mi ha insegnato il rispetto per la materia e per il tempo, oltre a offrirmi una conoscenza profonda delle tecniche e della storia dell’ arte. L’insegnamento, invece, mi costringe ogni giorno a mettere in discussione le mie certezze e confrontarmi con nuove generazioni di artisti. La pittura e scultura sono il luogo in cui tutto questo confluisce. Non considero le discipline come ambienti separati, ma come linguaggi che si alimentano reciprocamente. Cerco di costruire un linguaggio personale, riconoscibile, nel quale la materia conserva la memoria del gesto e il processo creativo rimane sempre visibile. È proprio in questa ricerca di un impronta autentica che riconosco il filo conduttore del mio lavoro.   Alcune delle opere che presenti in questa mostra non appartengono alla tua produzione più recente. Che cosa ti ha portato a scegliere proprio questi lavori e quale dialogo instaurano con il tuo percorso artistico? Ho scelto queste opere perché, pur appartenendo a momenti diversi del mio percorso, condividono una stessa tensione: quella verso un equilibrio sempre fragile. È un tema che attraversa da tempo la mia ricerca e oggi ritrovo tanto nella mia pittura quanto nella scultura. Le superfici pittoriche, così come le forme ceramiche sospese su esili strutture, suggeriscono una condizione di instabilità che considero profondamente umana. Viviamo in un’ epoca in cui gli equilibri personali, sociali e perfino geopolitici sembrano continuamente messi alla prova. Le mie opere non raccontano questi eventi in modo diretto, ma cercano di evocare quella sensazione di precarietà e, allo stesso tempo, la continua ricerca di un punto di equilibrio. Per questo ho voluto riunire proprio questi lavori: non rappresentano una retrospettiva, ma testimoniano la coerenza di una ricerca che, attraverso il gesto, la materia e la forma, continua ad interrogarsi sulla fragilità dell’esistenza e sulla capacità dell’ uomo di mantenersi in un equilibrio in un mondo sempre più instabile. Intervista a Luciano Massari     La tua ricerca parte dalla tradizione del marmo di Carrara ma negli anni si è aperta anche ad altri materiali e linguaggi. Che cosa guida la scelta del materiale con cui dare forma a un’opera? La scelta del materiale nasce sempre dall’idea e dalla necessità interna dell’opera. Non considero mai la materia come un semplice supporto, ma come una presenza capace di orientare il processo creativo e di introdurre significati propri. Come è risaputo il marmo appartiene profondamente alla mia formazione e al territorio in cui sono nato, ma nel tempo ho cercato di liberarlo dalla sua dimensione monumentale e dalla sua apparente compattezza, portandolo verso una condizione più fragile, sottile e leggera. Accanto al marmo ho utilizzato anche altri materiali, scegliendoli in base alla tensione che volevo creare tra peso e leggerezza, resistenza, permanenza o trasformazione. Ogni materiale possiede una memoria, un tempo e una voce, il mio lavoro consiste anche nell’ascoltarli, nel comprenderne i limiti e nel portarli, quando possibile, oltre la loro funzione abituale.     Durante l’inaugurazione hai parlato di una dimensione “ancestrale” che attraversa i tuoi lavori. Che cosa rappresenta per te questo concetto e in che modo prende forma nelle opere esposte? Quando parlo di dimensione ancestrale non penso a una citazione del passato o ad un riferimento archeologico preciso, mi riferisco piuttosto a qualcosa che precede il linguaggio e la forma definita, come una memoria profonda, quasi biologica che lega saldamente l’uomo alla materia e al paesaggio sia lunare che terreno. Le opere esposte nascono da questa ricerca di una presenza originaria, le mie forme non descrivono direttamente un luogo, ma cercano di restituirne la traccia di un silenzio di una energia trattenuta che non appare come un paesaggio riconoscibile, ma come una geografia interiore, affidata a variazioni minime di superficie. La dimensione ancestrale prende forma proprio da questa essenzialità. È il tentativo di riportare la scultura a un gesto primario, riducendo il rumore dell’immagine e lasciando emergere un rapporto più intimo tra materia, memoria e percezione.     La mostra Random è ospitata a Palazzo Binelli di Carrara ed è visitabile fino all’8 agosto 2026. Orari di apertura dal lunedì al venerdì: 10.30 – 12.30 venerdì e sabato: 18.30 – 22.30 domenica: chiuso 21/07/2026

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La Londra di Dickens: sulle tracce di un comune amico

Una delle caratteristiche di un grande scrittore è la capacità di osservare e interpretare il proprio tempo e i propri contemporanei. È ciò che ha fatto Charles Dickens con la Londra dell’età vittoriana e della rivoluzione industriale. I suoi personaggi costituiscono un campionario umano di un’epoca di progresso e ipocrisia, di alienazione umana e oppressione, in cui si finiva in prigione per debiti e l’appartenenza a una certa classe sociale  segnava la differenza tra la vita e la morte per fame e malattie. Leggere Dickens oggi ci aiuta a interiorizzare quel gusto critico e di intima ribellione all’ingiustizia che ha reso le sue pagine immortali.   Se siete in giro per Londra, vi lasciamo una piccola mappa per andare alla ricerca delle tracce dickensiane che ancora si possono trovare nella capitale britannica e sentirvi più vicini (anche geograficamente) a questo immenso romanziere.          1. Il Charles Dickens Museum       La prima tappa del nostro percorso non può che essere il numero 48 di Doughty Street. La casa abitata dallo scrittore inglese tra il 1837 e il 1839 è stata trasformata nel Charles Dickens Museum, dove si può respirare la quotidianità della famiglia Dickens. Lo staff, che comprende un nutrito numero di volontari, vi accompagnerà per le varie stanze e vi regalerà aneddoti sulla vita e le opere di Dickens, facendovi sentire immersi in un altro tempo. Grazie a queste gradevoli chiacchierate e alla sensibilità e interessi di queste preparatissime guide, ogni visita non sarà mai uguale all’altra.         Inoltre, il museo è molto attivo anche per quanto riguarda le mostre temporanee. Questa estate, fino al 6 settembre, troverete Extra/Ordinary Women, che, tra fotografie, oggetti e documenti, approfondisce le storie delle donne che hanno ispirato Dickens e approccia con sguardo critico il ruolo dei personaggi femminili dickensiani, spesso fondamentali e di buon cuore, ma anche rischiosamente tendenti a rafforzare lo stereotipo vittoriano della donna intesa come un individuo fragile. Nella realtà, però, lo scrittore incontrò donne di tutt’altro carattere: al museo avrete modo di incontrarle, incluse le figlie di Dickens, Katey e Mamie, di cui troverete esposto per la prima volta al pubblico un bellissimo ritratto.       2. The Old Curiosity Shop         Non lontano dal parco di Lincoln’s Inn Fields, in Portsmouth Street, vi imbatterete in quello che è considerato il più antico negozio di Londra. The Old Curiosity Shop è sopravvissuto sia al grande incendio di Londra del 1666, sia alla distruzione portata dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel 2018 è stato acquisito dalla London School of Economics and Political Science ed è oggetto di un progetto di restauro portato avanti in collaborazione con il City of Westminster Conservation Officer e l’Historic England. Nel corso degli anni (anzi, dei secoli), il negozio ha più volte cambiato destinazione, ma si pensa che il nome attuale si debba a un libraio, Mr Tesseyman, che vi gestì la propria attività nel XIX secolo. Cosa c’entra Dickens? Pur non essendoci fonti certe sul suo collegamento con il negozio reale, molti lo ricollegano al romanzo  La bottega dell’antiquario (1840-1841). Anche se è momentaneamente chiuso per i lavori, quindi, da bravi dickensiani non abbiamo potuto fare a meno di fermarci davanti alla sua porta.     3. Le corti inglesi e Fleet Street         Il tema della giustizia e della sua cattiva amministrazione è centrale in un’opera come Casa desolata (1852-1853). In generale, in molti romanzi e anche racconti di Dickens è presente un appiglio per riflettere sul confine tra giusto e sbagliato, tra l’onesto esercizio di un proprio diritto e lo sprezzo totale dell’altrui umanità (basti pensare allo Scrooge di Canto di Natale, che, nel rispetto della legge, sceglie di spadroneggiare sui suoi debitori). Per ricordare anche questo importante aspetto dell’opera dickensiana, non resta che incamminarsi lungo lo Strand, passando davanti al goticheggiante edificio delle Royal Courts of Justice, dove risiedono l’Alta corte e la Corte d’appello d’Inghilterra e Galles.          L’area è considerata il cuore del sistema giudiziario britannico e del diritto inglese. Ciò non impedisce comunque di concedersi un drink presso Ye Old Cock Tavern in Fleet Street, dove pare si recasse lo stesso Dickens.         Proseguendo in direzione della Cattedrale di St. Paul si arriverà all’imponente edificio che ospita la corte penale inglese, il famigerato Old Bailey. Sulla sua facciata si legge: «Defend the Children of the Poor & Punish the Wrongdoer» («Difendi i figli dei poveri e punisci il malfattore»). Forse Oliver Twist avrebbe qualcosa da ridire su una tale frase riferita a un luogo che ha visto perpetuata più di un’ingiustizia, inclusa la condanna ai lavori forzati di un altro genio della letteratura, Oscar Wilde.     4. Il pub storico The Lamb         Come si sarà intuito, molti luoghi londinesi vantano un legame con Dickens (reale o solo supposto). A Bloomsbury si trova il The Lamb, pub costruito nel XVIII secolo e tuttora in attività. Ci siamo fermati a bere qualcosa e lo staff ci ha confermato che è del tutto plausibile che Dickens vi abbia fatto visita (non siamo nemmeno troppo distanti da Doughty Street), così come fu frequentato abitualmente dalla poetessa Sylvia Plath. Senz’altro, l’atmosfera di altri tempi che vi si respira e la vicinanza con il quartier generale degli intellettuali del Bloomsbury Group fanno  venire voglia di sedersi a uno dei tavoli con una pinta e un buon libro. Una curiosità: sulle pareti si trovano i ritratti di molte attrici e attori dell’età vittoriana ed edoardiana, inclusa Jennie Jerome Churchill, madre del Primo Ministro Winston Churchill). Molti di questi artisti erano soliti esibirsi del vicino Empire Theatre e frequentavano così spesso il pub che, dopo la distruzione del teatro sotto un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, le loro fotografie vennero donate al The Lamb. Non ci discostiamo perciò troppo dal nostro tema principale, considerando l’impegno che Dickens profondeva nelle letture pubbliche delle sue opere e il suo amore per la

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