Marzo 2026

Andrea Chimenti ci avvolge nella nebbia del suo nuovo album

Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1 – recensione e intervista   Andrea Chimenti festeggia quaranta anni di carriera musicale con Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1, un album che raccoglie dieci fra i migliori brani del musicista scelti non solo fra quelli prodotti durante la carriera solista, ma anche fra quelli dei Moda, gruppo con cui iniziò la sua avventura musicale. Un album che arriva a pochissima distanza dal suo nuovo libro di racconti “Senza fermata” presentato in prima assoluta al Capannori Underground Festival.     Questa non è una semplice raccolta e ce ne parla proprio Chimenti stesso in una breve intervista al termine di questa recensione:  i brani non sono semplicemente “copiati e incollati”, sono bensì tutti reinterpretati con la sensibilità e la maestria acquisite negli anni conferendo all’album una unità, un colore e una atmosfera che ci accompagnano in paesaggi avvolti da una leggera nebbia avvolgente e confortante. Un grigio caldo, come quello che domina la copertina.   L’album si apre con due brani dei Moda e prosegue con una delle varie preziosità di questa raccolta: “A Stain In The Moonlight”, un gioiello che era uscito esclusivamente come brano in digitale nella versione audiolibro della prima raccolta di racconti di Chimenti, “L’Organista di Mainz.” Elaborata su un testo in inglese di Francesco Chimenti, questa versione cantata con Tori Sparks raggiunge un’intensità letteralmente coinvolgente che lo qualifica come uno dei vertici dell’album se non il vertice assoluto. Notevole anche l’eclettica “Garcia” che con il suo finale ipnotico pare condurci per mano a un grembo rassicurante. E che dire di “Ti ho aspettato“, ai tempi cantata insieme a un gigante della storia della musica come David Sylvian? Semplicemente incantevole e sognante. La chiusura è affidata a “La cattiva amante“, un brano magistrale capace di muoverci fra malinconia, incertezza e sicurezza in pochi minuti.   Nell’album suonano vari ospiti a dir poco eccellenti: i due ex Moda, Fabio Galavotti e Fabio Chiappini, Gianni Maroccolo, Mauro Ermanno Giovanardi, la cantautrice spagnola Tori Sparks, Shawn Lee, il figlio di Andrea Francesco Chimenti, Massimo Fantoni e Giorgio Cedolin. L’album è disponibile in cd e in quattro versioni differenti di vinile (nero, rosso, argento e oro) ed è pubblicato da Vrec Music Label e distribuito da Audioglobe   Chimenti ha scambiato alcune battute con noi.   Che effetto ti ha fatto ritrovarti a suonare con due ex Moda? È avvenuto con spontaneità. Non era preventivato, ma sentendoci di tanto in tanto è accaduto che raccontassi loro il nuovo progetto discografico dove avevo intenzione di arrangiare nuovamente due brani dei Moda. La loro partecipazione è stata naturale, senza pensarci troppo. Non c’è stato neanche il tempo di coinvolgere Fabrizio Barbacci perché i brani erano già arrangiati insieme a Francesco Cappiotti che ha prodotto insieme a me il disco. Insomma, senza nessun calcolo Fabio Chiappini e Fabio Galavotti (rispettivamente tastierista e bassista dei Moda) hanno dato il loro contributo. Fabio Galavotti aveva già suonato nell’album “Il Deserto la Notte il Mare”.   Immaginando la difficoltà nel selezionare solo alcuni brani, come hai scelto la loro sequenza all’interno dell’album non essendo stato rispettato un ordine cronologico? La prima difficoltà è stata la scelta dei brani, non facile scegliere venti titoli. In alcuni casi mi sono lasciato attrarre da quelle canzoni capaci ancora di emozionarmi e in altri casi da quelle canzoni che sono passate più inosservate e che per me avevano ancora molto da dire. La seconda difficoltà è stata quella di come comporre l’ordine dei brani. La scelta più logica era quella di andare in senso cronologico, ma ho pensato che sarebbe stata la solita lista un po’ banale e che non avrebbe dato un senso di unità al tutto. Ho preferito comporre i brani in ordine sparso privilegiando la piacevolezza dell’accostamento tra le canzoni. Brani di anni diversi, ma che potevano ugualmente convivere creando un nuovo equilibrio. Così è stato e mi sembra che il disco abbia raggiunto una sua omogeneità.   Hai ripreso qualche brano che per certi versi non ricordavi così intenso? Forse citerei “A Stain in the Moonlight”, un brano scritto per l’audiolibro della mia prima raccolta di racconti. Si può dire che fosse un pezzo quasi inedito. Francesco Cappiotti mi ha proposto di invitare Tori Sparks a cantare. Non conoscevo questa cantautrice americana ed è stata una bella sorpresa. Il duetto e il nuovo arrangiamento hanno fatto rifiorire quel brano che altrimenti sarebbe rimasto nascosto ancora per chissà quanto tempo. Il testo è di Francesco Chimenti, mio figlio, al quale lo avevo affidato perché un buon conoscitore della lingua inglese e forse anche per questa collaborazione è una canzone alla quale sono molto legato.          

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Per il verso giustoː letture per la Giornata Mondiale della Poesia

Proprio in concomitanza con l’equinozio di primavera, il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO. Dalle rime imparate a memoria da bambini fino allo studio dei classici sui banchi liceali, la poesia è entrata nelle vite di tutti noi, fosse anche soltanto grazie a quei post che, nel rumore dei social, riportano interi componimenti e invitano a sostare sulla pagina, per quanto virtuale. Infatti, che rispetti pedissequamente le regole della metrica o sconvolga il bonton e la musicalità antiche per accogliere il caos dei tempi, la poesia vive e si evolve, a volte abusata, spesso bistrattata, ma sempre presente come istinto da coltivare e curare perché i suoi frutti possano risuonare non solo nel nostro, ma anche nell’animo altrui. Abbiamo selezionato per voi alcuni titoli per celebrare (in ritardo) questa giornata prendendola “per il verso giusto”.   1) La parola è un animale – Bestiario etimologico di Irene Paganucci (Edizioni Gruppo Abele, 2022)     Impreziosito dalle splendide illustrazioni di Arianna Papini, La parola è un animale è il regalo perfetto per avvicinare i bambini alla poesia con il volume di una giovane autrice che non ha mancato di far sentire la sua voce arguta e originale anche alle prese con un testo che soddisferà sia i grandi che i piccoli. Con la stessa fertile sinteticità che riserva alle sue poesie “per adulti”, infatti, anche qui Paganucci gioca con i lemmi con la massima disinvoltura, dando vita a uno zoo di sostantivi che rappresentano animali come il delfino, lo scoiattolo e il coniglio, ma anche la larva, la libellula, l’acaro e il salmone. Nessun limite alla fantasia e tanta cura nel raccogliere sapientemente l’essenza di ogni creatura (inclusa quella umana), senza imprigionarla con la perentorietà e la freddezza delle definizioni di un dizionario, ma guidando il lettore così da dargli l’impressione di vedere sul serio qualcosa (anzi, qualcuno) che ha già visto innumerevoli volte nella sua vita (in un parco, in un bosco o in un documentario). Se il poeta, per definizione, “crea”, Paganucci lo fa con l’atteggiamento di un ricercatore che maneggia con rispetto gli esseri oggetto del suo studio. D’altronde, come scrive lei stessaː   «La parola è un animale con un’anima e una tanaː più tu cerchi di stanarla, più ti sfugge, si allontana.»   2) Il tarassaco con i pantaloni alla zuava di Salvatore Amato (Attraverso, 2025)     Lasciatevi incuriosire dal titolo surreale, perché all’interno di questa silloge troverete una costellazione di storie che la poesia di Amato elargisce con nitidezza cinematografica. Tra i soggetti inquadrati troverete i derelitti in mezzo ai quali «alcuni sorridono ancora» dei Banana Flats (Edimburgo), i lavoratori esasperati di Semaforo rosso, gli ipocriti e gli avidi (come i parenti del defunto della grottesca veglia funebre de La prefica) e viscidi personaggi come il politico di Un ometto come tanti per il quale «il Made in Italy è una garanzia,/ anche se la manodopera è cinese» e il cui «figlio si è fatto una vita all’estero,/ e dove si trova anche lui è straniero». Accanto a questo campionario umano fotografato con ironia o fratellanza, Amato dedica spazio anche a componimenti da cui traspare la prospettiva di un io che è ora pensoso e nostalgico (La vecchietta della candeggina; Nell’acquitrino dell’accidia; Nebulosa memoria), ora consapevole e battagliero nel ricordo delle lotte politiche del passato (Reminiscenze di resistenza) e nella denuncia di storture come la presenza mafiosa nella sua terra di Sicilia (La mattanza delle foglie). Il risultato è un’opera che si muove tra l’anima e la piazza: l’individualità, anche quando cosciente di sé o nascosta dietro la descrizione di scene apparentemente prive di importanza (Del moscone e della finestra; Natura morta), non perde mai di vista la dimensione sociale alla quale, nonostante tutto, rimane aggrappata.   «Non esiste anarchia che non metta la collettività prima dell’individuo…»   (Hanno ucciso un anarchico)   3) Nella stanza di Emily di Benedetta Centovalli (La Tartaruga, 2024)     Non un libro di poesia e nemmeno sulla poesia, ma su una delle anime più potenti e prolifiche della letteratura occidentaleː Emily Dickinson. Centovalli racconta del suo viaggio ad Amherst, nel Massachussetts, per visitare la casa di Dickinson e ci conduce tra momenti di amarcord personali e ingressi in spazi attraversati da un genio che, delle centinaia di componimenti a noi giunti, in vita ne pubblicò solo sette. Nella stanza di Emily troviamo impressioni, dettagli sulla sua vita e la sua opera che renderanno felici sia gli appassionati che i neofiti. Non manca nemmeno uno sguardo rivolto ad altre artiste, la cui vicenda umana e letteraria è poco conosciuta, come la fiorentina Luisa Giaconi (1870-1908). Nei suoi versi Emily Dickinson ci invita a dire «la verità, ma dilla obliqua» e, in questo “vedere obliquo”, Centovalli scorge «una creatura della soglia» che «ha scelto di abitare uno spazio e un tempo sospesi tra il presente e il futuro». Una soglia di possibilità sulla quale sente di affacciarsi la stessa autrice e che è in parte nota anche a chi scrive le righe che state leggendo in questo momento. D’altronde, scrivere, in generale, può essere un «modo di esistere». A volte, l’unico, ma non necessariamente in chiave malinconica, perché, come ci viene ricordato da Centovalli, «[l]a lettura [è] il passaggio indispensabile dalla porta stretta dell’invenzione». Una relazione a distanza spazio-temporale che lega lettore e autore in una staffetta cognitiva.   Una parola è morta quando è pronunciata, così dice qualcuno. Io dico invece che incomincia a vivere proprio quel giorno.   (Emily Dickinson, P 1212)     25/03/2026

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San Patrizio: 4 libri per brindare all’Irlanda

Il 17 marzo in Irlanda (e non solo) è il giorno di San Patrizio. Cappelli verdi, birra a fiumi e sessioni di gighe con violini e bodhrán sono d’obbligo. Anche voi subite il fascino di questa festa che si celebra ormai dal XVII secolo? Oltre a musica e bevande potreste assaporare un buon libro che rievochi l’Isola di Smeraldo. I primi a venire in mente sono i nomi di alcuni dei suoi figli più illustri: Oscar Wilde, James Joyce e William Butler Yeats. Ma abbiamo l’impressione che questi li conosciate già. Perciò abbiamo selezionato per voi quattro titoli che non possono mancare nella libreria di ogni buon irlandofilo.   1) Milkman di Anna Burns (Keller, 2019)     Premiato con il Man Booker Prize, il National Book Critics Circle Award e l’Orwell Prize for Political Fiction, Milkman è un romanzo privo di nomi e carico di Storia la cui protagonista, la diciottenne “Sorella di mezzo”, si muove sullo sfondo di una città altrettanto ignota, ma facilmente identificabile nella Belfast dei Troubles degli anni ’70. Sorella di mezzo cerca di condurre la sua vita fatta di lavoro, libri letti camminando per strada e incontri con il suo “forse-fidanzato”, mentre il mondo intorno a lei prende fuoco: lo scontro tra cattolici repubblicani, da un lato, e protestanti lealisti e forze di sicurezza britanniche, dall’altro, genera violenze e vittime ogni giorno. Sorella di mezzo cerca di evitare il caos e l’ipocrisia dei pettegolezzi dei membri della sua comunità, ma finisce per essere oggetto di curiosità e biasimo quando viene additata come amante di un uomo sposato, noto come “il lattaio”, che sembra avere un grado elevato nei ranghi dei paramilitari. Pur senza sfiorarla, quest’ultimo pedina la ragazza, la perseguita e le lascia intuire che un suo rifiuto non sarà ammesso. Bollata come “inaccettabile” dai suoi concittadini, coinvolta suo malgrado nelle complesse dinamiche politiche del suo tempo, Sorella di mezzo si trova vittima di una spirale di ansia e paura che logora le sue già precarie relazioni familiari e sociali e mina il rifugio di cultura e quieto vivere che credeva di aver costruito. Anna Burns ci regala il racconto dell’intreccio tra guerra civile e ordinarie crudeltà sociali, cui nessun individuo, in fin dei conti, riesce a sottrarsi. Una discesa negli inferi della natura umana che risuona anche oltre le rive d’Irlanda. Imperdibile.   2) Agnes Browne mamma di Brendan O’Carroll (BEAT Bestseller, 2023)       Ambientato nel 1967 in uno dei quartieri più poveri di Dublino, questo breve libro mescola comicità e malinconia mostrandoci un pezzo della vita di Agnes Browne, vedova e madre di sette figli. Per Agnes le giornate di duro lavoro sono rese sopportabili dalla migliore amica, Marion, dagli sgangherati, ma solidali colleghi del mercato di Moore Street e dai vinili di Cliff Richard. La prospettiva è ora quella della protagonista, ora quella di uno dei suoi bambini, in particolare, Mark e Cathy. Il primo, diventato “l’uomo di casa” in quanto figlio maggiore, si assume il peso di aiutare economicamente la madre; la seconda, unica femmina, affronta il crudele rigore della scuola cattolica da lei frequentata. La madre e i suoi piccoli devono fronteggiare incertezza, equivoci grotteschi, fatica e lutto. Eppure, ci sono anche affetto, voglia di riscatto e consapevolezza della propria dignità di persone, al di là di status sociale e miseria. Non mancherà qualche sorprendente colpo di scena. Agnes Browne mamma è un gioiello che celebra la tenacia dei “deboli” ed ha ispirato un ottimo film con Anjelica Huston del 1999. Vi consigliamo di recuperare entrambi!   3) Darkly Fantastic – Racconti perturbanti di sette autrici irlandesi con traduzione e cura di Giuseppina Brandi (ABEditore, 2025)     Con la sua grafica gotica e accattivante e le sue scelte di alto pregio, ABEditore si riconferma una realtà editoriale tra le più significative in circolazione per quanto riguarda il mondo dell’horror e del weird attraverso i secoli. In questo volume troverete i racconti di ben sette autrici irlandesi: Rosa Mulholland, Charlotte Riddell, B.M Croker, L.T. Meade, Dora Singerson Shorter, Katharine Tynan e Clotilde Graves. Tra case infestate, misteri da svelare e archetipi orrorifici, le trame restituiscono le voci di ciascuna scrittrice, mettendone in risalto la sensibilità artistica e l’abilità a destreggiarsi in un genere che anche in Irlanda, terra di folklore e leggende, è stato affrontato da penne autorevoli.   Ancora una volta, ABEditore compie un’operazione di salvataggio di storie lontane nel tempo e altrimenti sconosciute al grande pubblico. Non possiamo che essergliene grati.   4) Chiamalo amore di Francesca Romana Fabris (Carabba, 2023)     I romanzi intrisi di romanticismo e buoni sentimenti non fanno per voi? Bene, perché, a dispetto del nome, Chiamalo amore non ne contiene. Tra queste pagine, premiate dal Forum Traiani 2023, troverete la genesi di un desiderio viscerale che sfocia in passione amorosa, quella tra “M.” e un uomo che sembra essere davvero la sua metà e che si unisce e si separa da lei in un gioco di ricerca e distanza che sembra avere una sua scienza inconsapevole e un suo proprio equilibrio. E l’Irlanda? Altro non è che il maestoso sfondo contro il quale M. scrive le lettere con cui racconta questo amore e l’Amore, l’Eros in senso lato, che l’autrice, Francesca Romana Fabris, ritrae con decisione ed efficacia, forte della sua conoscenza dei classici della letteratura e filosofia antiche. Uno sfondo che respira in descrizioni magistrali di promontori e scogliere e che incarna il vigore e la profondità dei sentimenti narrati, con un gusto squisitamente romantico (nel senso della corrente artistica ottocentesca alla Friedrich, non di una comedy made in USA!). Un piccolo e intenso libro che non può mancare nella collezione di un bravo “irlandofilo”.   Avete scelto la vostra lettura? Allora mettetevi comodi con una pinta alla mano e… Sláinte!     13/03/2026

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Altro che fish and chips: cosa mangiare tra Scozia e Inghilterra

Quando abbiamo deciso di passare due settimane tra Scozia e Inghilterra, i commenti di amici e parenti sono stati più o meno tutti gli stessi: «In Inghilterra si mangia male, farà freddo, piove sempre… mi raccomando, ricordatevi di prendere un tè alle cinque in punto». Forse sono stata fortunata, ma nelle due settimane trascorse in Gran Bretagna – era gennaio – ho mangiato davvero bene, ha piovuto solo due volte e non sono mai riuscita a trovare qualcuno che si fermasse solennemente alle cinque per il tè. Il freddo, quello sì, era vero. Questo articolo nasce anche per sfatare questi luoghi comuni che – dal mio punto di vista – sono quasi solo leggende. Sul cibo non partivo con grandi pregiudizi: mi piace assaggiare e cucinare cose nuove e, quando viaggio, torno sempre con mezza valigia piena di spezie e prodotti tipici (questa volta ho rischiato il sovrapprezzo in aeroporto… e forse anche il divorzio). È vero, però, che come tutte le semplificazioni anche questa contiene un fondo di verità. In Inghilterra – e in Scozia – si mangia in modo diverso da noi. I piatti sono più sostanziosi, a volte decisamente impegnativi. Ma anche sorprendentemente gustosi e molto più vari di quanto si immagini. Chi arriva pensando di sopravvivere solo a fish and chips scopre presto una tradizione fatta di colazioni monumentali, pie fumanti, salse dense e un’idea di comfort food che, nelle giornate più ventose, acquista tutto un altro significato.   Una colazione che vale il viaggio Se c’è un momento in cui la cucina britannica si prende la sua rivincita, è la mattina. E con una bella colazione – scozzese, in questo caso – abbiamo iniziato il nostro viaggio. L’English breakfast non è una semplice colazione: è una dichiarazione di intenti. Uova (e qui una postilla è d’obbligo. In Gran Bretagna le uova non sono un ingrediente, sono un’istituzione: strapazzate, in camicia, fritte, alla Benedict, su toast con avocado, dentro panini, sopra un hamburger o del salmone affumicato), bacon – quello vero – salsiccia, baked beans, funghi e pomodori grigliati, black pudding. Il tutto accompagnato da toast imburrato e tè (anche se, lo ammetto, io ho sempre scelto una bella tazza fumante di caffè). In Scozia si rilancia: alla versione classica si aggiunge spesso l’haggis, il piatto nazionale a base di interiora di pecora, avena e spezie. Sulla carta può spaventare – confesso di non aver letto cosa contenesse prima di assaggiarlo – ma anche nel pub più spartano di Glasgow era davvero ottimo. Sicuramente un piatto da provare. E in versione gourmet – polpettine fritte servite a cena – è stato persino sorprendente. È una colazione che può tranquillamente sostituire pranzo e cena. In due settimane ne ho forse abusato, ma resta il modo migliore per iniziare una lunga giornata tra musei, parchi e città tutte da scoprire.   Il regno delle pies Più che un viaggio nel Regno Unito, sono state due settimane nel Regno delle Pie. Non si tratta di una semplice torta salata, ma di un vero modo di essere… e di mangiare. Ne abbiamo provate di ogni tipo: carne, pesce, formaggio, perfino patate e tartufo. Ogni pub ha la sua e immagino valga lo stesso per ogni famiglia. La versatilità di questo piatto è incredibile: si può mangiare al volo per strada oppure diventa protagonista di una cena, accompagnata da purè e gravy. E vogliamo parlare della gravy? Ne ho provate di ogni tipo, tutte da leccarsi i baffi.   Il tè (ma non alle cinque) Durante una gita a Bath mi sono detta: questo è il posto perfetto per un tè vero, quello inglese, accompagnato da tartine e scones caldi con burro e marmellata. Usciti dalle terme dopo le 16, ero convinta fosse l’orario ideale. Spoiler: nessuno beve il tè alle cinque. In realtà quello che in Italia chiamiamo “tè delle cinque” nasce come spuntino tra i due pasti principali della giornata, per spezzare la lunga attesa tra la ricca colazione e la cena, che viene servita molto presto, dalle 17 in poi. Quel pomeriggio abbiamo optato per una birra al pub. Ma a Londra non ho resistito e, nel luogo più turistico dopo Harrods e il Big Ben, abbiamo preso un delizioso tè alla National Gallery. Questa volta alle 16 (nessun errore per fortuna).   Cinque piatti che mi sono rimasti nel cuore Di cibo ne abbiamo provato tantissimo e non basterebbero tre articoli per raccontarlo tutto. Ma prima di chiudere voglio citare cinque piatti che mi sono rimasti nel cuore. Il Sunday Roast, prima di tutto: carne – di ogni tipo – mash potatoes, Yorkshire pudding, carote arrosto (forse l’unica verdura mangiata in due settimane), il tutto accompagnato da una gravy perfetta. Un piatto che sa di casa. Il miglior filetto alla Wellington che abbia mai mangiato – cottura impeccabile, e vi assicuro che non è semplice (sulle cotture ho sempre qualcosa da ridire). Un numero imbarazzante di apple crumble, sempre servito con custard, una salsa simile alla nostra crema pasticcera, semplicemente irresistibile. Un pranzo di pesce sul mare: crudité incredibile (indimenticabile la selezione di pesci affumicati) e un pesce alla griglia cotto alla perfezione. E infine, anche se meriterebbe un capitolo a parte, la straordinaria varietà di cucina etnica, non solo a Londra ma anche in molte altre città. Insomma, di cose da mangiare in Gran Bretagna ce ne sono eccome. E – se posso darvi un consiglio – provatele. Quindi sì, in Gran Bretagna fa freddo. Ma no, non si mangia male.   6 marzo 2026

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