Aprile 2026

Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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La Turandot del centenario sotto la bacchetta di D’Agostini

È Alessandro D’Agostini il direttore d’orchestra della Turandot del Centenario andata in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 e 26 aprile e di cui abbiamo parlato precedentemente qui. Sotto la sua bacchetta, la prestigiosa ORT, Orchestra della Toscana. Una direzione acclamata dal pubblico, quella di D’Agostini che ha saputo favorire uno spirito di collaborazione tangibile tra cast e orchestra. Musicalmente il direttore, pur non rinunciando ovviamente alle grandi sonorità della Turandot, è riuscito a valorizzare le atmosfere rarefatte di un’opera che mette in scena le grandi inquietudini dell’uomo del primo Novecento e di cui D’Agostini stesso ci parla nell’intervista che ha rilasciato per noi poco prima dell’ultima messa in scena.   G.C. – Turandot: sotto tanti punti di vista è considerata l’ultima grande opera lirica della storia della musica. A.D’A. –  Sì, molti hanno effettivamente pensato che fosse la fine della storia della grande opera popolare italiana. Questa idea mi trova in parte d’accordo ma non è così: sicuramente, però, la traccia di Puccini non è stata pienamente seguita. Come l’ultimo Verdi, Puccini va verso l’essenzialità del discorso musicale e l’elaborazione di un linguaggio specifico che si distacca anche dalle tradizioni che aveva preso come punto di riferimento come la musica francese e quella russa.   G.C. – Parlando di Turandot non si può poi non prendere in considerazione che nel frattempo si sono affacciate le avanguardie musicali, rivoluzioni musicali come quella di Schönberg. A.D’A- Certamente. Quello di Turandot è un linguaggio nuovo anche per lo stesso linguaggio musicale di Puccini. Tutto quello che aveva scritto prima gli sembrava vecchio. C’è un aspetto di novità di cui era assolutamente conscio e non è stato compreso al suo primo apparire e neppure dai compositori immediatamente successivi.   G.C. – Ci sono novità anche dal punto di vista contenutistico della drammaturgia: cosa ti ha colpito di più? A.D’A –  Dal punto di vista drammaturgico c’è un’attenzione rivolta al mondo interiore di questi personaggi tormentati. Puccini era rimasto molto impressionato dalla prima guerra mondiale, in quegli anni scrive anche un pezzo per pianoforte molto oscuro. C’era tutta quell’epoca che Puccini si trova a vivere in prima persona da cui era profondamente turbato, e questo turbamento si ritrova nei personaggi tormentati di Turandot: irrisolti, pieni di domande. È un’opera sull’identità, tutti cercano un nome. La risposta al terzo enigma di Turandot è il suo nome, e Calaf chiederà a Turandot di indovinare il suo nome. Sono personaggi profondamente novecenteschi che evidenziano la crisi dell’”io”.   G.C. – Su cosa ti sei concentrato per sottolineare gli aspetti di queste novità dal punto di vista musicale? Quali elementi hai enfatizzato maggiormente? A.D’A – Dal punto di vista timbrico immaginiamo Turandot come opera di masse, di grandi sonorità. In realtà è un’opera piena di pianissimo, il silenzio è ricercato. Un esempio si trova prima dell’aria di Turandot: la musica si spegne. Certo, l’orchestra è completa, ma il “come” la usa Puccini è il grande miracolo. Quel linguaggio tronfio di certi suoi contemporanei che andavano verso la ridondanza, in Turandot non c’è.   G.C. – Una ricerca che per certi versi si vedeva già ne La Rondine. A.D’A – Sì, Puccini era in questa direzione. Quando sta lavorando a Turandot, Puccini scrive: “sto cercando accordi stranissimi”. L’idea della Cina vagheggiata, finta, è in direzione di un’armonia ricercata, elaborata, propria.   G.C. – Non è una pura ricerca intellettuale. A.D’A – Esatto, e non è quella degli scontri armonici della dodecafonia o della mitteleuropa: c’è una luce mediterranea.   G.C. – Cosa puoi dirci sul finale incompiuto? Qual è il tuo punto di vista? A.D’A – Per me Turandot deve finire dove Puccini ha finito di scrivere la musica. Io l’ho eseguita più volte con il finale di Alfano ma non funziona proprio a livello drammaturgico, secondo me. Il finale aperto presenta un altro vantaggio, cioè lasciare irrisolta la storia: sono proprio i personaggi che rimangono irrisolti. L’unica che “risolve” è Liù, il personaggio eroico per eccellenza. Tiene testa a Turandot e si rivolge a lei con il “tu”, con un linguaggio paritetico. L’apice della tensione è la morte di Liù.   27/4/2026

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La Turandot negli occhi di Nadir Dal Grande

Ci siamo: esattamente a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, domani – 25 aprile 2026 con replica il 26 – andrà in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il nuovo allestimento di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente. Per l’occasione abbiamo intervistato il regista, Nadir Dal Grande.   Tu nasci come scenografo ma in questo allestimento firmi regia, scene e costumi. Da cosa sei partito per questa Turandot?  Dallo studio dell’opera e del libretto. Per me è importantissimo entrare nell’opera e capire cosa c’è di sotterraneo e i punti di ancoraggio con il nostro presente. Parto con il lavoro drammaturgico, è il punto di partenza per costruire spazio, costumi e luce, è un insieme. Per deformazione sono più rivolto allo spazio come strumento di narrazione e mi ci dedico forse un po’ di più, ma sono tutti aspetti molto legati fra loro.       L’allestimento viene firmato sotto il nome di un collettivo di cui fa parte, oltre a te, Jenny Cappelloni come lighting designer e dal nome “Floret Umbra”: cosa significa? Abbiamo deciso di chiamarci così e dare questo nome al collettivo a progettazione conclusa: volevamo dare un titolo che riassumesse la poetica del progetto. È stato ispirato dall’immagine finale: una materia scura, organica, che è una materializzazione ed estensione della malattia di Turandot, comincia a fiorire e preannuncia una nuova primavera. E quindi, alla fine, l’ombra fiorisce.    Come influisce il lavoro di Jenny Cappelloni? È fondamentale. Ho progettato la scena proprio per ospitare la luce e utilizzarla in maniera drammaturgica, viene usata come il sortilegio di Turandot con cui domina il popolo; poi c’è la luce di Liù che invece è calda, salva, interviene e porta all’estasi.   Cosa c’è di esclusivamente tuo dal punto di vista registico in questa Turandot?  A me piace pensare che tutto quello che ho costruito è stato filtrato dalla mia poetica ed è importante non avere tradito l’opera. La cosa più personale probabilmente è la rilettura del finale, un epilogo che accoglie la sospensione: la rilettura che ho dato alla morte di Liù è una novità.       Turandot è un’opera ancora moderna, probabilmente l’ultima fra le opere liriche che tutti nel mondo conoscono. E a distanza di cento anni continua ad avere un suono contemporaneo. Dal punto di vista musicale quale è stato il punto per te cruciale nell’affrontare questa opera?   Turandot ti trasporta in un mondo, ma anche il primo Puccini è cinematografico, evoca delle immagini. Pechino è descritta con una musica che racconta immagini estremamente cupe, viene proprio dichiarato il mondo dei fantasmi, del sortilegio, un mondo spettrale, cupo, piegato dall’incantesimo di Turandot. Lei poi è enigmatica in sé stessa e la musica ti porta a innamorarti di lei perché è indecifrabile.   Nelle note di regia parli di “ultima alba’’: puoi spiegare questo concetto? Ho pensato: come faccio a sublimare la morte di Liù? La musica termina con questa grande sospensione, il problema registico era come risolvere questo punto. Per farlo ho scelto di concludere l’opera con questa alba che alla fine arriva ed è attesa dal popolo come fosse una apocalisse. È la profezia che si realizza. La luce da un lato salva, dall’altro cancella, è l’estinzione di un’epoca ed è anche testimonianza del sacrificio, la morte di Liù, causato da tutti: la consapevolezza ricade sul popolo di Pechino.   C’è anche una presenza importante: una bambina. È la materializzazione in scena della purezza di Liù, interviene in scena portando dei simboli come il fiore, la luce. E va a costruire un atto dopo l’altro ciò che troveremo nel finale. Prima porta il fiore, e non è visto da nessuno, solo Liù può vederlo; nel secondo atto si pone accanto a Calaf, come se fosse Liù a stare accanto a lui nel suo momento più difficile; torna infine nel terzo atto per consegnare il pugnale. Liù si rende conto a quel punto dei passi che ha compiuto e di ciò che deve fare: è una figura profetica e apocalittica. Solo nel finale, quando il popolo canta “ombra dolente non farci del male” tutti vedono questa bambina e si rendono conto di ciò che hanno fatto: è come se l’avessero ammazzata. 24/04/2026

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Cento anni di Turandot

A cento anni esatti dalla prima rappresentazione sotto la bacchetta di Arturo Toscanini al Teatro alla Scala di Milano, la Turandot, ultima opera rimasta incompiuta di Giacomo Puccini, verrà rappresentata al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 aprile con replica il 26. L’opera verrà eseguita nella sua versione incompiuta, quindi si interromperà dopo la morte di Liù al verso “Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi, oblia! Liù! Poesia!” proprio come fu con la prima di Arturo Toscanini che interruppe l’esecuzione dicendo: “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto”. Per questo nuovo allestimento è stata costituita una giuria incaricata di selezionare i finalisti di un bando rivolto a registi e artisti under 35 provenienti dai Paesi dell’Unione Europea.  Si tratta infatti di una produzione frutto della collaborazione del Giglio con i Teatri di Tradizione lombardi e con il Coccia di Novara: la regia è affidata a Nadir Dal Grande che con il progetto collettivo “Floret Umbra”, formato da Dal Grande stesso – che firma regia, scenografia e costumi – e dalla lighting designer Jenny Cappelloni ha appunto vinto il bando. Il cast è di alta caratura internazionale e sul podio dell’Orchestra della Toscana ci sarà il Maestro Alessandro D’Agostini.   Il 22 aprile è prevista inoltre un’anteprima dello spettacolo ad alta accessibilità realizzata in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti -Sezione di Lucca e l’Ente Nazionale Sordi – Sezione Provinciale di Lucca: l’anteprima prevede un tour tattile sul palco (con servizio di interpretariato Lis – lingua dei segni italiana) alle 14,45. In circa 20 minuti sarà possibile essere accompagnati sul palco allestito e toccare elementi della scenografia. Sarà inoltre attivo il servizio di audio introduzione e audiodescrizione in cuffia, attraverso l’app per cellulare gratuita Lyri. Sempre con la suddetta app sarà disponibile la sopra titolazione in italiano accessibile e con descrizione dei suoni e della musica. Le prenotazioni per l’anteprima accessibile entro sabato 18 aprile tramite le segreterie delle sezioni locali di UICI ed ENS o contattando i numeri (anche whatsapp) 334 640 5095 o 331 269 2454; costo del biglietto 7 euro, gratuito per l’accompagnatore.   Questo il cast: personaggi e interpreti La principessa Turandot  Oksana Dyka L’imperatore Altoum  Gianluca Moro Timur  George Andguladze Il Principe Ignoto (Calaf)  Roberto Aronica Liù  Maria Novella Malfatti Ping  Paolo Ingrasciotta Pang  Giacomo Leone Pong  Alfonso Zambuto Un Mandarino  Omar Cepparolli Il Principe di Persia  Valerio Dimarti direttore d’orchestra Alessandro D’Agostini regia, scene, costumi Nadir Dal Grande luci Jenny Cappelloni Orchestra della Toscana Coro Arché Turandot 100 diretto da Marco Bargagna Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti   20/04/2026

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Ada a Parma: Dominique Sanda ospite alla mostra “Bernardo Bertolucci. Il Novecento”

Luglio 1974 – Maggio 1975: è il lungo arco delle avventurose, immersive riprese di Novecento, film fiume di cinque ore, romanzo storico/epico fondato su più livelli di dialettica, tutti apparentemente inconciliabili. È il film che mostra la bandiera rossa più grande della storia del cinema e si chiude con un processo al padrone di sfumature onirico-sovietico-maoiste, ma nasce con i finanziamenti delle major hollywoodiane. Proiettato in due atti in Europa, culla dell’opera e del melodramma, viene smembrato invece in un unico improbabile montaggio – prima di tre poi di quattro ore – per il mercato statunitense, patria dello star system (fatto che provocò l’aspra rottura fra il regista e Alberto Grimaldi, produttore). Novecento racconta l’amicizia travagliata – meglio, il compromesso storico – fra Olmo, figlio dei contadini, ed Alfredo, figlio dei padroni, nell’Italia violentata dal fascismo. Olmo e Alfredo sono le (almeno) due parti in cui era scissa, freudianamente parlando, l’identità di Bernardo Bertolucci, fra i più importanti registi italiani celebri a livello internazionale, Oscar alla regia e alla sceneggiatura non originale per L’ultimo imperatore (1987) ed alla cui ultima sceneggiatura – The Echo Chamber, scritta con Ludovica Rampoldi ed Ilaria Bernardini, che diverrà un film diretto da Andrea Pallaoro – oggi la commissione per i fondi al cinema clamorosamente nega i finanziamenti.     Al cinquantennale di Novecento, al regista ed ai suoi protagonisti, a tutto il contesto storico culturale che ha prodotto il film è dedicata l’impressionante, monumentale mostra Bernardo Bertolucci. Il Novecento, curata da Gabriele Pedullà e allestita al Palazzo del Governatore di Parma, visitabile fino al 26 luglio 2026. La mostra è stata inaugurata lo scorso 26 marzo alla presenza di un’ospite d’eccezione: la leggendaria Dominique Sanda, interprete di  Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo Berlinghieri – oltre che di numerosi altri ruoli che hanno fatto la storia del cinema italiano, come Anna Quadri, sempre per Bertolucci (Il conformista), Micol Finzi Contini per De Sica (Il giardino dei Finzi Contini), Irene Carelli Ferramonti per Bolognini (L’eredità Ferramonti). Già lo scorso 25 marzo, in occasione della masterclass organizzata all’APE Parma Museo da Fondazione Bertolucci e Fondazione Monteparma, Sanda ha riportato il pubblico a quei giorni di mezzo secolo fa, alle pause di lavorazione del set emiliano/parmense/mantovano (durato quasi un anno), con la troupe che di giorno spezza la tensione scherzando fra i cestini del pranzo e di sera trova rifugio (e vino) in qualche osteria della Bassa. Ma Dominique Sanda “non spezza”: resta sulle sue durante il pranzo, non si fa nemmeno vedere per cena, ha bisogno di “fare il vuoto”, restare nel personaggio. Il cinema, dice Sanda, quando è arte, è una comunione, un grande rituale collettivo – ed istintivo, ed accogliente l’improvvisazione – in cui la giusta alchimia si può realizzare o meno: «come per la maionese, può aggregarsi o impazzire!».     Da sempre «più poetica che politica», Sanda ha ironizzato sul fatto che, nel primo trattamento, Ada avesse una relazione esplicita (e non solo seduttivamente evocata), una vera e propria fuga d’amore con Olmo (Gerard Depardieu), che invece nel film «sembra preferirle le bandiere rosse». Ma la complessità del personaggio di Ada, iconica sintesi delle contraddizioni espresse dal film, va ben oltre l’intreccio sentimentale. Ada, infatti, è solo una delle tante donne che nel cinema di Bertolucci si troveranno ad un bivio e che a volte, incarnando destini e scelte differenti, si sdoppieranno in personaggi diversi. È il caso della proletaria Anita e della borghese Ada in Novecento ma anche di Wan Jung e Wen Hsiu, prima e seconda consorte di Pu Yi, ne L’ultimo imperatore: Wen Hsiu ebbe il coraggio, anche storicamente, di allontanarsi dall’imperatore in declino. Anche l’Ada di Sanda si trova davanti alla scelta di fuggire o meno dall’infausto matrimonio con Alfredo (Robert De Niro). Una fuga che, dopo anni di isolamento e depressione, attuerà in sincronia con Olmo, che deve scappare lontano dai fascisti. Prima di andarsene, la donna chiede alla domestica di indossare un certo abito per suggerire la propria destinazione ad Alfredo: è l’abito indossato da Ada nel fienile anni prima, il giorno del loro primo amore. La destinazione di Ada è dunque, poeticamente, il passato, quello della felicità prima del matrimonio.     Il culmine delle giornate parmensi è stato il 27 marzo, quando Sanda è stata presente alla proiezione integrale del film al Teatro Regio. Per tutte e cinque le ore, chi come il sottoscritto era presente non ha resistito alla tentazione di spostare lo sguardo dalla Ada sullo schermo a quella fuori, seduta in platea a poche poltroncine di distanza. Al termine della proiezione, quando i titoli di coda hanno cominciato a scorrere sull’immagine di Alfredo bambino disteso sul binario, dopo l’applauso finale e “di rito”, chi era presente ha vissuto un momento irriproducibile, perché sfuggito, proprio in luogo della sua estemporaneità, ad ogni possibile tentativo di cattura social. Dominique Sanda – quella stessa Ada che vertiginosamente aveva appena attraversato cinquant’anni in cinque ore, letto poesie futuriste sfrecciando su una Bugatti per poi accartocciarle e buttarle via, finto di diventare cieca alla vista delle camicie nere, amoreggiato con Alfredo in un fienile e cavalcato un cavallo di nome Cocaina – ha cominciato ad avviarsi lentamente verso l’uscita del Teatro Regio, in direzione opposta al palco. Poi, d’improvviso, a luci ormai accese, si è voltata sorridendo verso il pubblico, venendo sommersa da un lungo e commosso applauso. Diva-non diva, ancora bellissima e sobriamente elegante, ma disposta a firmare autografi e dialogare con assoluta naturalezza con i giornalisti, con il pubblico, con i passanti incuriositi, Dominique Sanda è tornata al cinema il 9 aprile 2026 con Vita mia, nuovo film di Edoardo Winspeare in cui interpreta un’anziana nobildonna, ancora una volta in presa diretta col Novecento.   16/04/2026  

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Colpire nel segno: intervista a Enrica Giannasi

Enrica Giannasi è un’artista dai mille talenti, che spaziano dalla pittura alla grafica e alla fotografia. Diplomatasi all’Accademia di Belle Arti di Carrara,  è l’autrice delle locandine delle ultime edizioni del Capannori Underground Festival, nonché del logo della Settima Base. La sua collaborazione più duratura è quella con il gruppo industrial post punk CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico, per cui ha disegnato il logo e curato le grafiche in ogni occasione, dalle locandine ai booklet e agli artwork di copertina degli album. Attualmente, Enrica lavora come insegnante presso il Liceo Artistico Musicale “Passaglia” di Lucca. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio ed entrare nel suo mondo che ha il disegno – e il “segno” – come centro gravitazionale.     1. Come nasce la tua passione per la pittura e per la grafica?   Fin da bambina ho sempre disegnato e ho sempre avuto le idee chiare al riguardo. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, approfondendo gli aspetti legati alla pittura, alla stampa d’arte  e alla fotografia. Inoltre, ho iniziato a studiare la grafica digitale già durante gli anni dell’Accademia e l’ho poi approfondita per conto mio, seguendo corsi specifici. Della grafica mi piacciono le possibilità comunicative. Ho provato tante cose e ho anche collaborato con una compagnia teatrale, approcciandomi alla scenografia. Ma la passione principale rimane quella del “segno”, del disegno fatto con le proprie mani, anche con supporti digitali.   2. Puoi parlarci della tua esperienza con la fotografia?   La mia tesi è stata proprio sulla fotografia legata alla stampa d’arte, è stato un lavoro sulla fotoincisione. La fotografia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. Ho lavorato con tecniche della camera oscura che si legano alla stampa d’arte. In un certo senso, si può dire che siano parenti stretti. Infatti, la stampa d’arte fa sì che l’opera d’arte sia data dal totale delle stampe. È un sistema diverso rispetto all’arte intesa come pezzo unico: implica una matrice e una tiratura di copie, decisa in anticipo. Una volta effettuate le copie, la matrice viene distrutta. Come dicevo, sono molto legata al segno, al disegno, che è proprio ciò che mi fa stare bene. Quando ho conosciuto le tecniche legate alla stampa d’arte, ho capito che lì si pratica la sublimazione del segno nella stampa. C’è una magia legata alla produzione del disegno fatto a mano, all’odore dell’inchiostro, all’uso dei materiali. È un mondo che è sempre stato per me molto affascinante. Tra fotografia e stampa d’arte c’è un legame. Mi riferisco alla fotografia intesa come rullino e stampa delle foto con la carta, all’uso dell’ingranditore, della soluzione rivelatrice. Anche qui c’è una fisicità del momento creativo, legata agli odori e ai materiali e all’idea di partire dalle immagini per trasformarle.   3. Che cosa cerchi di trasmettere con le tue opere? C’è un filo conduttore nei tuoi lavori?   Di cose ne ho fatte tante e diverse, ma penso di essere ancora in fase di ricerca e penso che sarà sempre così. Sono curiosa di ciò che è nuovo. Un obiettivo che mi pongo sempre è che le immagini siano di impatto, che abbiano un messaggio che si legga subito.     4. Parliamo della tua collaborazione con i CRP. Che cosa significa lavorare a stretto contatto con un gruppo impegnato nella sperimentazione? Come si intersecano arti visive e musica nella tua esperienza?   Con i CRP collaboro già dal 2020 e ho seguito la ripartenza del progetto dopo la pausa dovuta alla pandemia. Ho curato l’artwork sia del primo album, Beati voi (2023) che di Al diavolo (2025). Si tratta di artwork molto diversi, ma ci sono degli elementi in comune. Per il primo album ho lavorato su fotografie che avevo scattato e che includevano oggetti come tubi e ferraglia. Li ho accostati ad atmosfere industrial. In copertina c’è un manometro fotografato da me: ho spostato la lancetta per portare la pressione al massimo, come la musica dell’album. Le scritte sono state fatte a mano da Elettra (la figlia di Gianmarco, il frontman del gruppo), che ai tempi aveva 4-5 anni. Volevamo sottolineare l’idea insita nel nome del gruppo, “protosonico”: la parola “proto” rimanda a qualcosa di primordiale e il segno grafico dei bambini è primordiale, privo di costrizioni. Un bimbo, quando inizia a scrivere, difficilmente avrà una scrittura precisa: sarà fuori dalle righe, come la musica dei CRP. Nel secondo album, Al diavolo, ho voluto fare un lavoro un po’ più lineare, più pulito a livello di linee grafiche, di maggiore impatto visivo. L’artwork è ricco di simbolismi che riflettono il contenuto e il ritmo incalzante dei brani, e ho ripreso alcuni disegni di Elettra che ho digitalizzato. Nella prima pagina c’è un disegno di Elettra, uno scheletro accostato a un palazzone sovietico e, infatti, il riferimento è al decadentismo post sovietico. Ho inserito anche l’elemento della pressa, che rappresenta la pressione sociale e il concetto di stalking, che è il tema di una delle canzoni. C’è poi l’elemento delle formiche, presente in tutto il booklet, che rappresentano il popolo e la società: stanno in fila, si spaventano, si raggruppano. C’è anche un ragno, che rappresenta il potere: è proprio la foto di un ragno che ho rielaborato al computer. Inoltre, nella custodia, togliendo il disco, ci sono tre occhi (uno per ogni CRP), su cui corrono delle formiche: è un riferimento al brano Screpolano gli occhi. È un album con tante tematiche, dalla pressione sociale alla resistenza (c’è un brano dedicato ai partigiani): volevo che il disegno le rispecchiasse. Ma c’è anche una vena ironica che ho voluto valorizzare. Ecco allora dettagli come le pasticche presenti sul retro, le formiche che girano rincorse dal ragno. Un’ironia anche triste, ma comunque presente.   5. Per entrambi gli album c’è stato quindi un dialogo creativo tra adulto e bambino.   Sì, una collaborazione che c’è stata fin dall’inizio. Infatti, il logo dei CRP è la prima cosa che ho fatto per loro, seguendo le indicazioni di Gianmarco. Ci siamo ispirati ai manifesti della propaganda sovietica,

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I 3 migliori film di Catherine O’Hara che potresti aver perso

*** Scroll down to read the article in English. ***   È un triste inizio per il 2026: la famosa comica, attrice e sceneggiatrice canadese Catherine O’Hara è scomparsa all’età di 71 anni il 30 gennaio. Il momento dell’anno è particolarmente significativo, poiché per le famiglie di tutto il mondo O’Hara è stata una presenza fissa durante molte festività natalizie. Se il pubblico non l’ha vista aggiungere un tocco di macabro al Natale prestando la voce al personaggio di Sally in The Nightmare Before Christmas (1993), allora è probabile che molti appassionati di cinema abbiano trascorso innumerevoli feste a fare il tifo per lei mentre cerca di ricongiungersi con il dispettoso Kevin McCallister in Mamma, ho perso l’aereo (1990). Perciò, senza dubbio, in quel periodo Catherine O’Hara era nella mente degli amanti del cinema. Diverse generazioni hanno apprezzato il suo lavoro sul grande e piccolo schermo in progetti come SCTV, Schitt’s Creek e The Studio, per non dimenticare la sua interpretazione della madre yuppie di Lydia Deetz, il personaggio di Winona Ryder in Beetlejuice (1988). Tuttavia, poiché ha trascorso decenni tra schermo e palcoscenico, molti spettatori potrebbero essersi persi alcuni dei suoi migliori film. Ecco tre gemme nascoste della sua carriera che dovreste vedere.   1. Campioni di razza di Christopher Guest (2000)     Una commedia in stile mockumentary su una serie di coppie che allevano cani per prestigiose esposizioni canine. Uscito nelle sale nel settembre 2000, è diventato un classico sia per la critica che per il pubblico. Christopher Guest non ha inventato il mockumentary, ma lo ha certamente reso popolare con film come Sognando Broadway (1996), lo stesso Campioni di razza e For Your Consideration (2006). O’Hara è diventata presto una delle sue collaboratrici più assidue, insieme a nomi come Eugene Levy. O’Hara e Levy hanno lavorato insieme più volte negli anni, non solo in diversi film di Guest ma anche in altri progetti (probabilmente Schitt’s Creek è il più noto tra quelli condivisi). La loro collaborazione non diventa mai monotona, e la loro familiarità porta a momenti sempre più esilaranti. In Campioni di razza O’Hara e Levy interpretano una coppia che attraversa il Paese con il loro terrier, Winky. Durante il viaggio incontrano numerosi ex amanti del personaggio interpretato da O’Hara, dando vita a molte comiche conversazioni che il suo attuale partner deve sopportare. Si tratta di un film speciale, considerato uno dei migliori mockumentary di Guest, che mette in evidenza lo straordinario talento comico di O’Hara. L’attrice non ha mai deriso le persone, ma ha sempre reso credibili personalità sopra le righe, mettendo in luce con delicatezza stranezze e frustrazioni personali. Questo film dimostra proprio la sua capacità di interpretare personaggi eccentrici facendoli sembrare persone reali.   2. Fuori Orario di Martin Scorsese (1985)     Qui O’Hara si unisce al suo co-protagonista di Mamma, ho perso l’aereo e marito sullo schermo John Heard (Peter McCallister) per una rara commedia diretta da Martin Scorsese. Questa dark comedy racconta una singola notte in cui il personaggio di Griffin Dunne, Paul Hackett, cerca di tornare a casa dopo un appuntamento fallito con una donna incontrata in un diner. Hackett deve attraversare Manhattan per rincasare e poter tornare al suo lavoro d’ufficio il giorno dopo. Tuttavia, il destino e una serie di bizzarri personaggi, tra cui Gail, interpretata da O’Hara, fanno di tutto per ostacolarlo. Il film mette in luce alcuni degli aspetti più strani della New York degli anni ’80 e catapulta il protagonista in un viaggio contorto, simile a quello del Mago di Oz, attraverso la città. Vale la pena vederlo anche solo per osservare un regista leggendario alle prese con un genere che ha esplorato raramente. Lo stile di Scorsese non risente affatto del cambio di genere: offre numerose occasioni a un gruppo di attori comici di brillare nei panni di eccentrici yuppie degli anni ’80. Il personaggio di O’Hara, Gail, appare nella seconda metà del film come autista di camion/vigilante, aggiungendo non solo comicità, ma anche un maggiore senso di pericolo. Fuori Orario è un’opportunità per vedere quanto l’attrice sapesse adattarsi a diversi stili di comicità, in un film che oscilla tra dark comedy e film noir. Il tono diventa a tratti surreale, esplorando una New York fuori dagli schemi – o meglio, una “New York dopo l’orario di chiusura” – dimostrando perfettamente l’intelligenza di O’Hara nell’interpretare il materiale e nel mantenere il pubblico sospeso tra risate e tensione.   3. Il robot selvaggio di Chris Sanders (2024)     Un film di animazione e il più recente con Catherine O’Hara, escludendo il documentario John Candy: I Like Me (2025). O’Hara era abituata alle performance vocali, avendo doppiato numerosi personaggi animati nel corso degli anni (come in Chicken Little, 2005; Frankenweenie, 2012; Elemental, 2023). Il robot selvaggio vanta un cast ricco di nomi famosi, come Lupita Nyong’o e Pedro Pascal. Racconta la storia di un robot smarrito in una foresta remota insieme a diversi animali selvatici, costretto dalle circostanze a prendersi cura di un’oca orfana. O’Hara interpreta un’opossum alle prese con il proprio percorso verso la maternità. Temi come l’ambientalismo, la maternità e la famiglia “ritrovata” sono tra i più forti del film. Sebbene la narrazione offra tutte le risate e i momenti toccanti tipici di un film per famiglie, tra i film di animazione a cui O’Hara ha partecipato questo è uno dei più apprezzati. Nel corso della sua carriera, l’attrice ha spesso recitato in film con cast folti e importanti, senza mai lasciare che ciò riducesse il suo impatto in alcuna storia. Il robot selvaggio lo dimostra chiaramente. È un esempio perfetto dell’eredità che O’Hara lascerà nell’industria cinematografica. La sua carriera è stata ricca di sceneggiature, interpretazioni dal vivo, ruoli di doppiaggio e performance comiche tra sketch e improvvisazione. Una vita intera trascorsa a far ridere il pubblico in modi apparentemente infiniti.    ***         The 3 Best Catherine O’Hara Films you may have missed   by Daniel Nelson   It’s a sad way to start 2026ː the

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I “Curatori del futuro”: creatività e innovazione al Malanima Studio

Sabato 28 marzo presso il Malanima Studio a Lucca si è tenuta la mostra Curatori del futuro, organizzata  dalle classi quinte A ITT e B ITT dell’Isi Pertini, con la collaborazione dell’associazione Fermento Aps.       Sotto la guida della professoressa Carlotta Lattanzi, gli studenti si sono cimentati nell’allestimento di una serie di percorsi espositivi, vere e proprie mostre immaginate e portate alla luce tramite oggetti, dipinti e pannelli realizzati anche con l’uso dell’intelligenza artificiale.     Ciascuno di loro ha scelto un tema amato e, come un vero curatore, si è impegnato nel trasportare il pubblico all’interno del proprio spazio e del proprio interesse (dal true crime ai manga giapponesi e i manhwa coreani, dal legame tra arte e videogiochi a riflessioni sulla società e sui pericoli della propaganda).     Nel corso della mostra gli studenti hanno anche avuto modo di confrontarsi con alcune importanti voci dell’arte, sia visiva che musicale, grazie alla tavola rotonda che ha visto la presenza di Alessandro Romanini, artista e docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara, Enrico Stefanelli, direttore artistico di Photolux Festival, Gianmarco Caselli, compositore, musicologo e direttore artistico del Lucca Capannori Underground Festival, Chiara Lera, artista e curatrice d’arte, Gianguido Grassi, curatore d’arte, e Martina Madrigali, artista. Ai personaggi coinvolti i ragazzi hanno rivolto domande inerenti il loro primo contatto con il mondo dell’arte, oltre a domande specifiche sulla loro attività.     Come ha sottolineato la professoressa Lattanzi, le ragazze e i ragazzi coinvolti hanno mostrato una grande consapevolezza del mondo che li circonda e si sono approcciati all’intelligenza artificiale con occhio critico e capacità di utilizzarla come strumento per esprimere la loro identità, curiosità e passioni e dando prova della loro necessità di raccontare e raccontarsi.     Una necessità che è emersa non solo dalle opere esposte, ma anche dalle parole stesse degli studenti, che durante il pomeriggio hanno illustrato e spiegato i loro lavori, mostrando di avere visioni precise e idee chiare sui messaggi e le emozioni che hanno inteso veicolare con le loro mostre.       03/04/2026   Guarda il reel dell’evento: https://youtube.com/shorts/nPkW8WXcvB4?feature=share  

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