musica

Una vigilia di Liberazione

Il 24 aprile il Circolo Arci di Sant’Alessio (Lucca) ha ospitato la “vigilia” della Festa della Liberazione, una serata capace di coniugare grande partecipazione e pluralità di linguaggi. L’iniziativa, ideata da Gianmarco Caselli, ha riunito artisti provenienti da percorsi eterogenei, costruendo una proposta lontana dalle celebrazioni rituali e restituendo al 25 aprile una dimensione attuale, in un contesto in cui i valori antifascisti tornano ad essere minacciati quotidianamente.    «Credo fosse importante celebrare una ricorrenza fondamentale per la nostra libertà – commenta Caselli – facendo interagire in una stessa serata anime artistiche e culturali diverse della nostra comunità. Sono rimasto molto contento – ma non stupito – dal fatto che tutti gli artisti invitati a partecipare abbiano immediatamente dato risposta positiva, e che il pubblico sia stato veramente numerosook messo ». Sul palco si sono alternati Marco Salotti, che ha proposto la lettura di un testo di Francesco Guccini; Vanni Baldini, con il suo adattamento di testi di Gaber e Ennio Flaiano; Elisa D’Agostino e Daniele Bianucci, che ha scelto di leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. L’adattamento dell’Agnese va a morire di Renata Viganò, interpretato da Elisa D’Agostino, è stato impreziosito dalla danza di Nicoletta Binci. Particolarmente coinvolgente è stata l’interpretazione del brano umoristico Il pornosabato dello Splendor, tratto dal Bar sotto il mare di Stefano Benni, in cui si sono cimentati D’Agostino e Baldini. Infatti, come ha ricordato D’Agostino, la libertà di ridere, spesso data per scontata, è in realtà il frutto di battaglie contro ogni forma di autoritarismo.     Ovviamente, non è mancata la musica. Il gruppo di musica tradizionale Folkoinè ha proposto una scelta di canti partigiani e antifascisti, tra cui Maledizioni a Mussolini, presente nel loro disco Zampe di rondine e raccolto dalla voce dell’ora scomparsa Lilia Biagini, che ha vissuto il regime e la guerra in prima persona. Il gruppo vocale Stereo Tipi, oltre a un medley di brani argentini e al canto haitiano Wangol, ha intonato la ninna nanna araba Nami nami, coinvolgendo i presenti in un’improvvisazione sotto la guida di Martino Biondi, che ha anche suonato l’handpan. I CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico hanno aperto la loro performance con il brano Partigiano, tratto dal loro ultimo disco Al diavolo, che si pone come collegamento tra il passato e presente (nell’album, infatti, il testo è intonato anche da una bambina, Elettra Caselli, a simboleggiare il passaggio di testimone generazionale tra vecchi e nuovi combattenti per la libertà dal fascismo). Inoltre, gli Stereo Tipi hanno creato un tappeto di note per accompagnare la voce di Gianmarco Caselli in Partigiano. Con questa collaborazione e transizione musicale siamo così entrati nel vivo dell’industrial post punk dei CRP, che hanno eseguito anche brani tratti dal loro primo lavoro, Beati voi!, come Soviet, facendo culminare la serata in un’esplosione di suoni ed energia.     Il pubblico è intervenuto numeroso e partecipe, restituendo alla serata una dimensione autenticamente condivisa. In un contesto come quello attuale, in cui il significato della Liberazione non può essere dato per acquisito, iniziative di questo tipo assumono un valore che va oltre la semplice commemorazione. Il Circolo di Sant’Alessio si è confermato ancora una volta uno spazio adatto a ospitare questo confronto, capace di tenere insieme memoria, linguaggi contemporanei e una partecipazione reale.     5/5/2026

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Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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La Turandot del centenario sotto la bacchetta di D’Agostini

È Alessandro D’Agostini il direttore d’orchestra della Turandot del Centenario andata in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 e 26 aprile e di cui abbiamo parlato precedentemente qui. Sotto la sua bacchetta, la prestigiosa ORT, Orchestra della Toscana. Una direzione acclamata dal pubblico, quella di D’Agostini che ha saputo favorire uno spirito di collaborazione tangibile tra cast e orchestra. Musicalmente il direttore, pur non rinunciando ovviamente alle grandi sonorità della Turandot, è riuscito a valorizzare le atmosfere rarefatte di un’opera che mette in scena le grandi inquietudini dell’uomo del primo Novecento e di cui D’Agostini stesso ci parla nell’intervista che ha rilasciato per noi poco prima dell’ultima messa in scena.   G.C. – Turandot: sotto tanti punti di vista è considerata l’ultima grande opera lirica della storia della musica. A.D’A. –  Sì, molti hanno effettivamente pensato che fosse la fine della storia della grande opera popolare italiana. Questa idea mi trova in parte d’accordo ma non è così: sicuramente, però, la traccia di Puccini non è stata pienamente seguita. Come l’ultimo Verdi, Puccini va verso l’essenzialità del discorso musicale e l’elaborazione di un linguaggio specifico che si distacca anche dalle tradizioni che aveva preso come punto di riferimento come la musica francese e quella russa.   G.C. – Parlando di Turandot non si può poi non prendere in considerazione che nel frattempo si sono affacciate le avanguardie musicali, rivoluzioni musicali come quella di Schönberg. A.D’A- Certamente. Quello di Turandot è un linguaggio nuovo anche per lo stesso linguaggio musicale di Puccini. Tutto quello che aveva scritto prima gli sembrava vecchio. C’è un aspetto di novità di cui era assolutamente conscio e non è stato compreso al suo primo apparire e neppure dai compositori immediatamente successivi.   G.C. – Ci sono novità anche dal punto di vista contenutistico della drammaturgia: cosa ti ha colpito di più? A.D’A –  Dal punto di vista drammaturgico c’è un’attenzione rivolta al mondo interiore di questi personaggi tormentati. Puccini era rimasto molto impressionato dalla prima guerra mondiale, in quegli anni scrive anche un pezzo per pianoforte molto oscuro. C’era tutta quell’epoca che Puccini si trova a vivere in prima persona da cui era profondamente turbato, e questo turbamento si ritrova nei personaggi tormentati di Turandot: irrisolti, pieni di domande. È un’opera sull’identità, tutti cercano un nome. La risposta al terzo enigma di Turandot è il suo nome, e Calaf chiederà a Turandot di indovinare il suo nome. Sono personaggi profondamente novecenteschi che evidenziano la crisi dell’”io”.   G.C. – Su cosa ti sei concentrato per sottolineare gli aspetti di queste novità dal punto di vista musicale? Quali elementi hai enfatizzato maggiormente? A.D’A – Dal punto di vista timbrico immaginiamo Turandot come opera di masse, di grandi sonorità. In realtà è un’opera piena di pianissimo, il silenzio è ricercato. Un esempio si trova prima dell’aria di Turandot: la musica si spegne. Certo, l’orchestra è completa, ma il “come” la usa Puccini è il grande miracolo. Quel linguaggio tronfio di certi suoi contemporanei che andavano verso la ridondanza, in Turandot non c’è.   G.C. – Una ricerca che per certi versi si vedeva già ne La Rondine. A.D’A – Sì, Puccini era in questa direzione. Quando sta lavorando a Turandot, Puccini scrive: “sto cercando accordi stranissimi”. L’idea della Cina vagheggiata, finta, è in direzione di un’armonia ricercata, elaborata, propria.   G.C. – Non è una pura ricerca intellettuale. A.D’A – Esatto, e non è quella degli scontri armonici della dodecafonia o della mitteleuropa: c’è una luce mediterranea.   G.C. – Cosa puoi dirci sul finale incompiuto? Qual è il tuo punto di vista? A.D’A – Per me Turandot deve finire dove Puccini ha finito di scrivere la musica. Io l’ho eseguita più volte con il finale di Alfano ma non funziona proprio a livello drammaturgico, secondo me. Il finale aperto presenta un altro vantaggio, cioè lasciare irrisolta la storia: sono proprio i personaggi che rimangono irrisolti. L’unica che “risolve” è Liù, il personaggio eroico per eccellenza. Tiene testa a Turandot e si rivolge a lei con il “tu”, con un linguaggio paritetico. L’apice della tensione è la morte di Liù.   27/4/2026

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La Turandot negli occhi di Nadir Dal Grande

Ci siamo: esattamente a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, domani – 25 aprile 2026 con replica il 26 – andrà in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il nuovo allestimento di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente. Per l’occasione abbiamo intervistato il regista, Nadir Dal Grande.   Tu nasci come scenografo ma in questo allestimento firmi regia, scene e costumi. Da cosa sei partito per questa Turandot?  Dallo studio dell’opera e del libretto. Per me è importantissimo entrare nell’opera e capire cosa c’è di sotterraneo e i punti di ancoraggio con il nostro presente. Parto con il lavoro drammaturgico, è il punto di partenza per costruire spazio, costumi e luce, è un insieme. Per deformazione sono più rivolto allo spazio come strumento di narrazione e mi ci dedico forse un po’ di più, ma sono tutti aspetti molto legati fra loro.       L’allestimento viene firmato sotto il nome di un collettivo di cui fa parte, oltre a te, Jenny Cappelloni come lighting designer e dal nome “Floret Umbra”: cosa significa? Abbiamo deciso di chiamarci così e dare questo nome al collettivo a progettazione conclusa: volevamo dare un titolo che riassumesse la poetica del progetto. È stato ispirato dall’immagine finale: una materia scura, organica, che è una materializzazione ed estensione della malattia di Turandot, comincia a fiorire e preannuncia una nuova primavera. E quindi, alla fine, l’ombra fiorisce.    Come influisce il lavoro di Jenny Cappelloni? È fondamentale. Ho progettato la scena proprio per ospitare la luce e utilizzarla in maniera drammaturgica, viene usata come il sortilegio di Turandot con cui domina il popolo; poi c’è la luce di Liù che invece è calda, salva, interviene e porta all’estasi.   Cosa c’è di esclusivamente tuo dal punto di vista registico in questa Turandot?  A me piace pensare che tutto quello che ho costruito è stato filtrato dalla mia poetica ed è importante non avere tradito l’opera. La cosa più personale probabilmente è la rilettura del finale, un epilogo che accoglie la sospensione: la rilettura che ho dato alla morte di Liù è una novità.       Turandot è un’opera ancora moderna, probabilmente l’ultima fra le opere liriche che tutti nel mondo conoscono. E a distanza di cento anni continua ad avere un suono contemporaneo. Dal punto di vista musicale quale è stato il punto per te cruciale nell’affrontare questa opera?   Turandot ti trasporta in un mondo, ma anche il primo Puccini è cinematografico, evoca delle immagini. Pechino è descritta con una musica che racconta immagini estremamente cupe, viene proprio dichiarato il mondo dei fantasmi, del sortilegio, un mondo spettrale, cupo, piegato dall’incantesimo di Turandot. Lei poi è enigmatica in sé stessa e la musica ti porta a innamorarti di lei perché è indecifrabile.   Nelle note di regia parli di “ultima alba’’: puoi spiegare questo concetto? Ho pensato: come faccio a sublimare la morte di Liù? La musica termina con questa grande sospensione, il problema registico era come risolvere questo punto. Per farlo ho scelto di concludere l’opera con questa alba che alla fine arriva ed è attesa dal popolo come fosse una apocalisse. È la profezia che si realizza. La luce da un lato salva, dall’altro cancella, è l’estinzione di un’epoca ed è anche testimonianza del sacrificio, la morte di Liù, causato da tutti: la consapevolezza ricade sul popolo di Pechino.   C’è anche una presenza importante: una bambina. È la materializzazione in scena della purezza di Liù, interviene in scena portando dei simboli come il fiore, la luce. E va a costruire un atto dopo l’altro ciò che troveremo nel finale. Prima porta il fiore, e non è visto da nessuno, solo Liù può vederlo; nel secondo atto si pone accanto a Calaf, come se fosse Liù a stare accanto a lui nel suo momento più difficile; torna infine nel terzo atto per consegnare il pugnale. Liù si rende conto a quel punto dei passi che ha compiuto e di ciò che deve fare: è una figura profetica e apocalittica. Solo nel finale, quando il popolo canta “ombra dolente non farci del male” tutti vedono questa bambina e si rendono conto di ciò che hanno fatto: è come se l’avessero ammazzata. 24/04/2026

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Cento anni di Turandot

A cento anni esatti dalla prima rappresentazione sotto la bacchetta di Arturo Toscanini al Teatro alla Scala di Milano, la Turandot, ultima opera rimasta incompiuta di Giacomo Puccini, verrà rappresentata al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 aprile con replica il 26. L’opera verrà eseguita nella sua versione incompiuta, quindi si interromperà dopo la morte di Liù al verso “Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi, oblia! Liù! Poesia!” proprio come fu con la prima di Arturo Toscanini che interruppe l’esecuzione dicendo: “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto”. Per questo nuovo allestimento è stata costituita una giuria incaricata di selezionare i finalisti di un bando rivolto a registi e artisti under 35 provenienti dai Paesi dell’Unione Europea.  Si tratta infatti di una produzione frutto della collaborazione del Giglio con i Teatri di Tradizione lombardi e con il Coccia di Novara: la regia è affidata a Nadir Dal Grande che con il progetto collettivo “Floret Umbra”, formato da Dal Grande stesso – che firma regia, scenografia e costumi – e dalla lighting designer Jenny Cappelloni ha appunto vinto il bando. Il cast è di alta caratura internazionale e sul podio dell’Orchestra della Toscana ci sarà il Maestro Alessandro D’Agostini.   Il 22 aprile è prevista inoltre un’anteprima dello spettacolo ad alta accessibilità realizzata in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti -Sezione di Lucca e l’Ente Nazionale Sordi – Sezione Provinciale di Lucca: l’anteprima prevede un tour tattile sul palco (con servizio di interpretariato Lis – lingua dei segni italiana) alle 14,45. In circa 20 minuti sarà possibile essere accompagnati sul palco allestito e toccare elementi della scenografia. Sarà inoltre attivo il servizio di audio introduzione e audiodescrizione in cuffia, attraverso l’app per cellulare gratuita Lyri. Sempre con la suddetta app sarà disponibile la sopra titolazione in italiano accessibile e con descrizione dei suoni e della musica. Le prenotazioni per l’anteprima accessibile entro sabato 18 aprile tramite le segreterie delle sezioni locali di UICI ed ENS o contattando i numeri (anche whatsapp) 334 640 5095 o 331 269 2454; costo del biglietto 7 euro, gratuito per l’accompagnatore.   Questo il cast: personaggi e interpreti La principessa Turandot  Oksana Dyka L’imperatore Altoum  Gianluca Moro Timur  George Andguladze Il Principe Ignoto (Calaf)  Roberto Aronica Liù  Maria Novella Malfatti Ping  Paolo Ingrasciotta Pang  Giacomo Leone Pong  Alfonso Zambuto Un Mandarino  Omar Cepparolli Il Principe di Persia  Valerio Dimarti direttore d’orchestra Alessandro D’Agostini regia, scene, costumi Nadir Dal Grande luci Jenny Cappelloni Orchestra della Toscana Coro Arché Turandot 100 diretto da Marco Bargagna Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti   20/04/2026

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Andrea Chimenti ci avvolge nella nebbia del suo nuovo album

Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1 – recensione e intervista   Andrea Chimenti festeggia quaranta anni di carriera musicale con Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1, un album che raccoglie dieci fra i migliori brani del musicista scelti non solo fra quelli prodotti durante la carriera solista, ma anche fra quelli dei Moda, gruppo con cui iniziò la sua avventura musicale. Un album che arriva a pochissima distanza dal suo nuovo libro di racconti “Senza fermata” presentato in prima assoluta al Capannori Underground Festival.     Questa non è una semplice raccolta e ce ne parla proprio Chimenti stesso in una breve intervista al termine di questa recensione:  i brani non sono semplicemente “copiati e incollati”, sono bensì tutti reinterpretati con la sensibilità e la maestria acquisite negli anni conferendo all’album una unità, un colore e una atmosfera che ci accompagnano in paesaggi avvolti da una leggera nebbia avvolgente e confortante. Un grigio caldo, come quello che domina la copertina.   L’album si apre con due brani dei Moda e prosegue con una delle varie preziosità di questa raccolta: “A Stain In The Moonlight”, un gioiello che era uscito esclusivamente come brano in digitale nella versione audiolibro della prima raccolta di racconti di Chimenti, “L’Organista di Mainz.” Elaborata su un testo in inglese di Francesco Chimenti, questa versione cantata con Tori Sparks raggiunge un’intensità letteralmente coinvolgente che lo qualifica come uno dei vertici dell’album se non il vertice assoluto. Notevole anche l’eclettica “Garcia” che con il suo finale ipnotico pare condurci per mano a un grembo rassicurante. E che dire di “Ti ho aspettato“, ai tempi cantata insieme a un gigante della storia della musica come David Sylvian? Semplicemente incantevole e sognante. La chiusura è affidata a “La cattiva amante“, un brano magistrale capace di muoverci fra malinconia, incertezza e sicurezza in pochi minuti.   Nell’album suonano vari ospiti a dir poco eccellenti: i due ex Moda, Fabio Galavotti e Fabio Chiappini, Gianni Maroccolo, Mauro Ermanno Giovanardi, la cantautrice spagnola Tori Sparks, Shawn Lee, il figlio di Andrea Francesco Chimenti, Massimo Fantoni e Giorgio Cedolin. L’album è disponibile in cd e in quattro versioni differenti di vinile (nero, rosso, argento e oro) ed è pubblicato da Vrec Music Label e distribuito da Audioglobe   Chimenti ha scambiato alcune battute con noi.   Che effetto ti ha fatto ritrovarti a suonare con due ex Moda? È avvenuto con spontaneità. Non era preventivato, ma sentendoci di tanto in tanto è accaduto che raccontassi loro il nuovo progetto discografico dove avevo intenzione di arrangiare nuovamente due brani dei Moda. La loro partecipazione è stata naturale, senza pensarci troppo. Non c’è stato neanche il tempo di coinvolgere Fabrizio Barbacci perché i brani erano già arrangiati insieme a Francesco Cappiotti che ha prodotto insieme a me il disco. Insomma, senza nessun calcolo Fabio Chiappini e Fabio Galavotti (rispettivamente tastierista e bassista dei Moda) hanno dato il loro contributo. Fabio Galavotti aveva già suonato nell’album “Il Deserto la Notte il Mare”.   Immaginando la difficoltà nel selezionare solo alcuni brani, come hai scelto la loro sequenza all’interno dell’album non essendo stato rispettato un ordine cronologico? La prima difficoltà è stata la scelta dei brani, non facile scegliere venti titoli. In alcuni casi mi sono lasciato attrarre da quelle canzoni capaci ancora di emozionarmi e in altri casi da quelle canzoni che sono passate più inosservate e che per me avevano ancora molto da dire. La seconda difficoltà è stata quella di come comporre l’ordine dei brani. La scelta più logica era quella di andare in senso cronologico, ma ho pensato che sarebbe stata la solita lista un po’ banale e che non avrebbe dato un senso di unità al tutto. Ho preferito comporre i brani in ordine sparso privilegiando la piacevolezza dell’accostamento tra le canzoni. Brani di anni diversi, ma che potevano ugualmente convivere creando un nuovo equilibrio. Così è stato e mi sembra che il disco abbia raggiunto una sua omogeneità.   Hai ripreso qualche brano che per certi versi non ricordavi così intenso? Forse citerei “A Stain in the Moonlight”, un brano scritto per l’audiolibro della mia prima raccolta di racconti. Si può dire che fosse un pezzo quasi inedito. Francesco Cappiotti mi ha proposto di invitare Tori Sparks a cantare. Non conoscevo questa cantautrice americana ed è stata una bella sorpresa. Il duetto e il nuovo arrangiamento hanno fatto rifiorire quel brano che altrimenti sarebbe rimasto nascosto ancora per chissà quanto tempo. Il testo è di Francesco Chimenti, mio figlio, al quale lo avevo affidato perché un buon conoscitore della lingua inglese e forse anche per questa collaborazione è una canzone alla quale sono molto legato.          

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“Senza fermata” di Chimenti: prima tappa al Festival Underground

  Sabato 31 gennaio il Capannori Underground Festival ha registrato l’ultimo successo della stagione. Un’edizione cominciata con la prima presentazione assoluta del nuovo album dei Not Moving, proseguita con il fumettista Bigo e gli attori Elisa D’Agostino e Marco Brinzi e, a gennaio con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e conclusa appunto con Chimenti. Il tutto con la partecipazione di altri grandi nomi come Antonio Aiazzi dei Litfiba, Michele Rossi del Gabinetto Vieusseux, Marco Bachi della Bandabardò e lo scrittore horror Paolo D’Orazio. Il polo culturale Artemisia si è gremito di persone per Andrea Chimenti e la prima presentazione in assoluto del suo nuovo libro, la raccolta di racconti Senza fermata (Ronzani editore, 2026). Nel corso degli anni Chimenti ha portato avanti una duplice carriera di successo, in ambito musicale e letterario. Dal 1983 al 1989 è stato il cantante dei Moda, pietra miliare del rock italiano, e, da solista, ha collaborato con artisti del calibro di Mick Ronson, David Sylvian e Piero Pelù. Sul fronte letterario, Chimenti aveva già al suo attivo Yuri (Zona, 2014) e L’organista di Mainz (Lorusso Editore, 2022), a riprova di un talento instancabile che ha travolto anche il pubblico di Capannori in un pomeriggio coinvolgente e ricco di ospiti. La serata di sabato, infatti, si è aperta con uno special guest: a sorpresa era nel pubblico lo scrittore Paolo D’Orazio, il cui nome è sinonimo della rivista Splatter, già ospite in precedenti edizioni del Festival. Dopo i saluti del Comune di Capannori, portati da Claudia Berti, Assessora alla Cultura, il direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, ha invitato D’Orazio a prendere la parola. D’Orazio ha così introdotto Enrica Giannasi, grafica ufficiale del Festival e dei CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, che ha illustrato le locandine del Capannori Underground. Dopo questo tuffo nelle arti visive, è entrato in scena Chimenti che, senza indugio, ha intrapreso la lettura recitata di uno dei racconti di Senza fermata. Si è trattato di un dialogo fra due personaggi, di cui uno interpretato da Chimenti e l’altro diffuso tramite una registrazione audio, in uno scambio tra voce “presente” e voce “in differita” che ha creato un’atmosfera teatrale e suggestiva. È giunto poi il momento dell’intervista, durante la quale sono intervenuti Antonio Aiazzi, lo storico tastierista dei Litfiba, e Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze. L’intervista è stata quindi in felice equilibrio tra musica (grazie ad Aiazzi) e letteratura (grazie a Rossi), ricalcando appieno la doppia anima artistica di Chimenti. Inoltre, Caselli, che ha moderato l’intervista, ha posto a Chimenti domande su curiosità di carattere generale. C’è stata anche un’altra sorpresa: a un certo punto è intervenuto Marco Bachi, già ospite del Festival, che ha voluto ricordare il ruolo importante giocato da Chimenti nella formazione della Bandabardò. Infine, al termine dell’intervista e dopo la lettura di un altro estratto del libro da parte di Chimenti, c’è stato il momento cruciale dell’evento. All’artista è stato conferito il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground. Per l’occasione è tornata sul palco Enrica Giannasi, che ha omaggiato Chimenti, Rossi, Aiazzi e Bachi con una delle linoleografie da lei realizzate per l’uscita di Al Diavolo, il nuovo album dei CRP  Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Per il finale, con la sigla del Festival, ai  CRP che l’hanno composta si sono uniti al pianoforte lo stesso Chimenti e Aiazzi, con Bachi al basso, Paolo D’Orazio alle percussioni ed Erika Citti con un tamburello. In questo momento di profonda condivisione musicale, Aiazzi e Chimenti si sono esibiti suonando insieme sullo stesso pianoforte. Si è trattato davvero di un gran finale per un’edizione straordinaria e partecipatissima. Il coinvolgimento di tanti artisti di alto profilo, che, come visto, spesso tornano come special guest, rende il Capannori Underground Festival un inestimabile punto di riferimento e di incontro per gli artisti che vivono e promuovono la cultura underground e per il pubblico intenzionato a conoscerla e celebrarla. Fa molto piacere notare come, ad ogni incontro, siano stati presenti anche molti giovani, a riprova di come il Festival abbia saputo costruire un linguaggio condiviso e intergenerazionale. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara Alla prossima!

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I volti di Toffolo al Festival underground

  L’anno si è aperto in grande stile per il Capannori Underground Festival, che sabato 17 gennaio ha registrato il tutto esaurito per Davide Toffolo, frontman del gruppo alternative rock Tre Allegri Ragazzi Morti. Anche da dietro la maschera-teschio che caratterizza i membri dei TARM, Toffolo ha mostrato i suoi vari volti, dando prova di una poliedricità che lo ha portato ad essere cantante, chitarrista, fumettista e autore di numerose graphic novel.   Nella prima parte dell’incontro, l’intervista a cura di Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival, e Marco Bachi, bassista della Bandabardò, ha guidato il pubblico nell’universo creativo di Toffolo. L’artista ha ripercorso la sua carriera e la sua storia personale, ricordando le prime esperienze artistiche a Pordenone e gli stralci di vita da lui rielaborati tramite parole e disegni. Con il supporto di un proiettore, Toffolo ha mostrato le copertine e le tavole di alcuni dei suoi lavori più importanti, da Animali, nato proprio dalla testimonianza delle vicende dei quartieri popolari, a Cinque Allegri Ragazzi Morti e Intervista a Pasolini, passando per la rivista antologica Dinamite, da lui ideata nel 1995 insieme a Giovanni Mattioli per dare voce alle anime del fumetto indipendente italiano. La conversazione è stata interrotta da una piacevole sorpresa: l’arrivo di una piccola torta con tanto di candelina per festeggiare il compleanno dell’artista, che, per una fortunata coincidenza, cadeva proprio il 17 gennaio.     Dopo l’intervista, Toffolo ha regalato un’intensa performance di numerosi successi dei TARM, in un flusso travolgente e pressoché continuo di note. I testi di Toffolo fondono realtà e sogno, critica sociale e malinconia, parlando sia d’amore che di quel delicato periodo di transizione e speranza che è l’adolescenza. Di grande emozione è stato il momento in cui il pubblico ha intonato all’unisono il ritornello de Il mondo prima. Anche Marco Bachi ha dato il suo sempre magistrale sostegno musicale con il basso sul brano Io e il demonio, il graffiante adattamento realizzato dallo stesso Toffolo di Me And The Devil Blues di Robert Johnson.     Al termine della performance, l’artista ha ricevuto dalle mani di Gianmarco Caselli ed Erika Citti il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground ed i saluti del Comune di Capannori, portati dall’assessora Claudia Berti.   La serata si è conclusa con l’immancabile sigla finale, composta dai CRP per il CUF 2025. Per l’occasione, Toffolo si è unito con il suo sax ai CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico e a Marco Bachi, suonando anche in mezzo al pubblico e alimentando ulteriormente il forte coinvolgimento che ha caratterizzato l’intero evento. Nel finale è intervenuta anche l’assessora alla cultura del Comune di Capannori, Claudia Berti, che ha ribadito l’importanza del Festival, in particolare per le nuove generazioni.   Un altro grande successo per il CUF e per l’associazione V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) che lo organizza. L’ultimo appuntamento è il 31 gennaio con Andrea Chimenti, già cantante dei Moda, con la prima presentazione in assoluto del suo libro Senza fermata. Saranno presenti anche Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze, e Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba.    

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Concerto di solidarietà Lucca per Gaza

Lo scorso 19 dicembre, al Teatro Giovanni XXIII di San Cassiano a Vico (Lucca), si è tenuta la seconda edizione del concerto di solidarietà Lucca per Gaza, organizzato dal Forum per la pace di Lucca Ripudiamo la guerra, con il sostegno delle associazioni Amani Nyayo, Gaza FuoriFuoco-Palestina, la Scuola per la Pace della Provincia di Lucca, Palestine Children’s Relief Fund Italia. Più di 200 spettatori hanno partecipato all’evento e molti che non hanno potuto essere presenti hanno comunque contribuito con le proprie donazioni. In totale sono stati raccolti più di 3500 euro destinati a supportare le attività del Palestine Children’s Relief Fund Italia (PCRF), la principale organizzazione umanitaria che fornisce cure mediche e aiuti umanitari ai bambini e alle bambine palestinesi. Sotto la conduzione esperta e sempre piacevole di Michela Panigada, hanno portato la loro testimonianza Abu Sittah Amhed, cittadino palestinese, con l’aiuto della traduttrice Fatena Ahmad della Comunità Palestinese Toscana; Giancarlo Albori, Presidente di Gaza FuoriFuoco Palestina e Presidente Provinciale dell’Anpi di Massa Carrara; Stefano Luisi, Presidente di PCRF Italia e cardiochirurgo infantile; e Andrea Carobbi, Vicepresidente di PCRF Italia e Direttore UO Ch. S Luca e Dipartimento Chirurgia Generale AUSL Toscana Nord Ovest.   E poi, naturalmente, c’è stata la musica. Numerosi artisti si sono alternati sul palco, ciascuno con il proprio stile e la propria sensibilità: Enzo Girolami con il suo progetto cantautorale Cantiamoci Chiaro, Andrea Del Testa e Igor Vazzaz (La Serpe d’Oro) con i canti della tradizione toscana; i Progetto in La Minore con i loro arrangiamenti di Fabrizio De André; Martino Biondi che ha proposto un suo inedito; Maria Elena Lippi che ha dedicato un brano di Violeta Parra alla scomparsa Elisa Frediani; Igor Santini con la sua conoscenza del cantautorato italiano, accompagnato a sorpresa da Marco Bachi della Bandabardò; i Contratto Sociale Gnu – Folk con il loro combat elettro folk rock; gli Onda Acustica con le sonorità del Sud Italia; i CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con il loro industrial post punk. Non sono mancati toccanti momenti teatrali, grazie a Igor Vazzaz e Marco Salotti, con interpretazione di brani e poesie. Fondamentale è stato il contributo dei tecnici del suono e delle luci, Roberto Micheletti e Claudio Di Paolo. La cifra artistica della serata è stata alta e condivisa, animata da un intento comune: mettere il proprio talento al servizio di una causa umanitaria. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, molti artisti in tutto il mondo stanno rispondendo alla violenza con gesti pacifici: come ricordato da Panigada, Brian Eno ed altri musicisti, tra cui Peter Gabriel, hanno realizzato una canzone, Lullaby, per raccogliere fondi che andranno a sostegno della campagna Together for Palestine dell’organizzazione benefica inglese Choose Love. Non molto tempo fa, a Firenze si è tenuto il concerto SOS Palestina, ideato da Piero Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere (ve ne avevamo parlato qui: SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra – La settima base). Ogni realtà, ogni persona è importante. Quando un’ingiustizia si consuma e c’è bisogno di restituire voce a chi non ce l’ha, la partecipazione di tutti diventa necessaria. La serata Lucca per Gaza ha dimostrato che la cultura, la musica e la presenza possono ancora essere strumenti concreti di solidarietà. 28/12/2025

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Michele Rossi

Condotti da fragili desideri

Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, è un affascinante volume di Michele Rossi — direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze — che racconta la storia del celebre gruppo musicale partendo dall’analisi dei testi delle loro canzoni.   Il libro è stato presentato lo scorso 25 settembre a Lucca, nell’ambito del festival I Musei del sorriso, organizzato dal Sistema museale territoriale della Provincia di Lucca, in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’incontro è stato introdotto da Adriano Scarmozzino (direttore del festival) e ha vistoRossi dialogare con Gianmarco Caselli, musicista e direttore della nostra testata, due personalità accomunate dalla passione per la musica dei CCCP.     Rossi, già biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei CCCP, affronta nel volume il gruppo attraverso diciannove canzoni selezionate dal loro ampio repertorio, raccontandone la genesi e la storia, dalla mostra Felicitazioni a Reggio Emilia fino alla recente ripresa dei concerti a Bologna, intrecciando letteratura, musica e memoria personale.   In questa intervista, Michele Rossi racconta come è nato il progetto, il legame profondo tra i testi dei CCCP e la letteratura, e come la musica possa assumere oggi una funzione poetica fondamentale, continuando a parlare alle nuove generazioni.   Michele Rossi, in “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” racconta la storia del gruppo partendo dall’analisi dei testi. Può spiegare la logica con cui ha selezionato i brani e perché ha scelto di concentrarsi proprio su questi 19? Nel libro, edito nella bella collana “I Fenicotteri” di Baldini+Castoldi, ripercorro l’avventura artistica del gruppo post-punk raccontando la genesi, ovvero l’incontro accidentale, avvenuto nell’agosto del 1981, tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in una discoteca di Berlino, e concludo la storia, 43 anni dopo, nella stessa città tedesca dei nostri giorni, completamente trasformata. È infatti all’ombra del Muro, in un’area ferroviaria abbandonata dell’ex Germania est (la cosiddetta “Zona grezza”), ritagliata nell’ultimo rifugio alternativo (il quartiere Friedrichshain), che ho assistito a febbraio dell’anno scorso per due sere di fila ai concerti dei CCCP- Fedeli alla linea al Kulturhaus, annunciati come Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik. Ho scelto dal loro ampio repertorio (sono più di sessanta le canzoni dei CCCP incise su disco) solo diciannove testi, come se si trattasse di un concerto del gruppo. Queste e non altre perché sono le mie preferite al contempo le più letterarie; alcune perché necessitano di una spiegazione o ci sono dietro curiosi aneddoti. Bisogna riconoscerlo: sono stato un po’ profetico… Il volume si chiude con il commento del testo di Sexy Soviet, la stessa canzone con cui i CCCP hanno aperto, alcuni mesi dopo l’uscita del mio libro, le ultime sette date del luglio scorso del tour Ultima chiamata. Ci tengo molto a precisare una cosa: le canzoni dei CCCP sono state scritte da Giovanni, anche se spesse volte nascevano da un confronto continuo con Zamboni; alcuni testi furono scritti però da Zamboni, come ad esempio Noia, ripresi poi da Ferretti. Mia intenzione era mettere bene in evidenza anche il ruolo avuto dall’allora chitarrista nella composizione dei testi, perché il libro è dedicato a loro due.     C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpita durante questo lavoro e che l’ha “illuminata” nella comprensione del brano musicale corrispondente o del suo contesto creativo? I testi dei CCCP contengono reminiscenze della grande letteratura, soprattutto francese, e come tutte le reminiscenze sono inconsapevoli citazioni di pagine letterarie lette dagli autori. C’è, oltre che alla “storia dei loro sentimenti”, molta letteratura dentro alle canzoni. Alcuni testi contengono imitazioni che gli autori desiderano che sfuggano il più possibile al pubblico (ho sorpreso Ferretti, scoprendoli…); altri invece contengono allusioni, che producono l’effetto voluto solo negli ascoltatori che riescono a cogliere l’opera letteraria a cui fanno riferimento. A volte ci sono vere e proprie citazioni. È stata una sfida per me, che mi occupo di letteratura. Leggendo il libro capirete meglio…   Il titolo “Condotti da fragili desideri” suggerisce un equilibrio tra tensione ideale e vulnerabilità. In che misura questa fragilità è, secondo lei, la chiave per leggere la poetica dei CCCP e forse anche una parte della nostra storia culturale recente? Ritiene che possa esserci un collegamento tra il periodo storico in cui il gruppo si formò e il loro ritorno sulle scene? “Condotti da fragili desideri” è un verso tratto dalla canzone Trafitto, incisa nel loro primo album: 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Correva l’anno 1986. Forse però non tutti sanno che il testo di questa canzone non è stata scritto né da Ferretti né da Zamboni, ma dal cugino di quest’ultimo: Ludovico, che lo frequentavano in quel periodo. Allude al fragile equilibrio di una intera generazione, laddove si era dissolta la dimensione politica che aveva avuto in tanti giovani grande importanza e che per alcuni significò perdersi, per altri cercare altre strade per dare un senso alla loro vita.  Il mondo è completamente cambiato dagli anni Ottanta, forse più in peggio che in meglio. I CCCP hanno avuto però la capacità di entrare nei lati profondi della società contemporanea, che adesso sono alla luce del sole, senza nessuna vergogna. Il collegamento più manifesto tra i due periodi storici sta nelle inquietudini e nei disagi del vivere, che sono aumentati nello scenario potenzialmente apocalittico odierno.   I CCCP sono stati e sono ancora un vero e proprio fenomeno culturale. Guardando oggi al gruppo e alla loro eredità, cosa resta vivo del loro linguaggio, del loro modo di fondere politica, spiritualità e provocazione? Pensa che possano ancora parlare alle nuove generazioni? I CCCP sono stati l’ultima avanguardia italiana del Novecento, che ha saputo fare propria l’essenza del punk, che è – è vero – sfrontatezza, una manifestazione antagonistica nei confronti dei costumi dominanti e della tradizione, ma è soprattutto un’illuminazione, un invito alla riflessione. L’eredità che hanno lasciato i CCCP non è tanto la visione del no future

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