Agosto 2026

I CSI sono tornati

Sembra incredibile a dirsi ma i CSI Consorzio Suonatori Indipendenti sono tornati. E sono tornati con un tour che è iniziato da uno dei luoghi più significativi della loro carriera, dal Parco Storico di Monte Sole a Marzabotto (BO) , proprio là dove il 29 giugno 2001 si erano esibiti per un concerto dedicato a don Giuseppe Dossetti: la piccola particolarità è che Massimo Zamboni non era più nel gruppo, e quella data segnò quindi la fine dei CSI e l’inizio di una nuova storia, quella dei PGR Per Grazia Ricevuta.   Chi c’era ricorderà quindi a lungo questa serata e potrà dire di avere vissuto un’esperienza indimenticabile.     La location è particolarmente importante anche perché a Monte Sole si consumò un terribile eccedio di mano nazifascista che seguì di poco quello di Sant’Anna di Stazzema, e il Parco Storico di Monte Sole all’interno del quale si svolge il Festival Lupo attorno all’area de Il Poggiolo – Rifugio Re_Esistente, è dedicato proprio alla Memoria di questo eccidio. Lupo era Mario Musolesi il leggendario comandante partigiano della Brigata Stella Rossa che agiva nella zona circostante a Monte Sole.     Un’altra reunion quindi, a cui stiamo cominciando a prendere un bel vizio: da quella dei CCCP e dei Litfiba fino a quella dei Bluvertigo  e ora quella dei CSI.   Tornando ai CSI, proprio per il fatto che a Monte Sole era finita ufficialmente la loro storia e proprio per il fatto che dallo stesso luogo rinasce la band, la prima data del 28 agosto (replica il 29) era qualcosa di imperdibile per i fan.   Fan che sono accorsi da tutta Italia (e leggendo sui social qualcuno è venuto anche da altri paesi europei), circa 5000 spettatori che hanno invaso lo spazio davanti al palco. Un afflusso tale che ha fatto sì che poco dopo l’orario di inizio previsto dello spettacolo, Gianni Maroccolo comparisse sul palco per annunciare che lo spettacolo non sarebbe iniziato “finché non ci sono tutti”, in quanto “400-500 persone” erano ancora in fila con le macchine in attesa di arrivare ai parcheggi. Parcheggi nei quali l’odore predominante era quello delle frizioni stressate dalle lunghe file stop and go in salita.         Lo spettacolo viene precedeuto da un omaggio a Guccini con la diffusione della musica di Noi Non Ci Saremo nella storica versione dei CSI. Non può non far curioso che proprio per la reunion venga diffuso questo brano, come a dire che invece i CSI ci saranno. E subito dopo, finalmente, eccoli con In Viaggio, il brano che dà il nome a questo nuovo tour. Che brividi a sentire le prime note con quel ritmo martellante iniziale. L’emozione è forte, fortissima non appena risuonano le prime note, è palpabile fra i musicisti e nel pubblico, soprattutto da parte di chi – come lo scrivente – li ha visti e vissuti negli anni ’90: 25 anni dopo rieccoli tutti lì sul palco, in linea, senza che qualcuno possa essere avanti rispetto agli altri: Massimo Zamboni che su quel palco nel 2001 era il grande assente, Francesco Magnelli, Giovanni Lindo Ferretti, Ginevra Di Marco, Gianni Maroccolo,  Giorgio Canali.   I CSI sono tutti sulla stessa linea sul palco, senza gerarchie, Ferretti sempre seduto. Le interazioni con il pubblico sono quasi del tutto assenti, la tensione sul palco è altissima e si percepisce. Seguono subito brani che sbriciolano il cuore di tutti: Occidente, Del mondo, e quando parte A tratti, la canzone che aprì la storia dei CSI, l’epifania è totale.   La serata prosegue con l’esecuzione di altri grandi successi dei CSI e fra queste spicca la grande interpretazione da parte di Ferretti di Linea Gotica cui segue la meravigliosa Irata. Nella parte finale dello spettacolo non potevano mancare brani mastodontici e unici nel panorama musicale italiano come Unità di produzione, Forma e sostanza, Depressione Caspica (unico brano targato CCCP), e gran finale con Fuochi nella notte.    La tensione è tale che l’interazione è quasi del tutto assente con il pubblico. Giusto Ferretti a un certo punto, quando qualcuno gli urla “Alzati”, risponde: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I., quindi, se ce la faccio, sto seduto. È un buon modo per avvicinarsi a questo palco». Ferretti interagisce anche quando, in occasione dei cambi di strumentazione per gli ultimi brani, afferma: «È un casino che non avete idea stare qui davanti a voi; avete delle pretese altissime, ma dovete prendere quello che c’è.»   Il bis inizia con una sorpresa, l’esecuzione di un brano non CSI, Montesole, che fu eseguito proprio dai PGR come omaggio a quel luogo nel 2001. Si chiude poi con pezzi trascinanti che fanno alzare in piedi Ferretti e che scatenano il pogo: Matrilineare, M’importa ‘nasega, Buon anno ragazzi.    Gianni Maroccolo si conferma come un cardine non solo musicale ma anche umano attorno al quale gira e ha girato la musica alternativa italiana. Il suo basso sembra quasi gettare le fondamenta su cui si muove tutto l’impianto sonoro. Non sono più i CSI di trent’anni fa ovviamente, c’è meno furia ma molta più introspezione e forte dimensione sonora monolotica.   Non mancano problemi tecnici un po’ di tutti i tipi, con momenti di alta tensione da parte dei musicisti, ma alla fine sono anche le cose che rendono bello e vivo un live, soprattutto se si tratta della prima data. Sono anche i momenti in cui i musicisti sfogano tutta la loro tensione e, in un modo o in un altro, comunicano con il pubblico: M’importa ‘na sega inizia, viene subito interrotta e poi ripresa, Maroccolo comunica che aveva finito le batterie ai pedali, Canali riferendosi ai problemi tenici urla «Tanto non ci capite un cazzo, cosa ve lo dico a fare», in alcuni brani il volume delle sue chitarre è troppo alto, Ferretti sembra perdere qualche attacco ed è Ginevra Di Marco a suggerire; ma sono appunto tutte quelle imperfezioni che rendono umana, unica e meravigliosa una data come questa.      

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L’”Odissea” di Christopher Nolan: un’epica moderna che fa rimpiangere l’epica classica

***  > click here to read the article in English ***   L’Odissea di Christopher Nolan ha travolto il mondo del cinema, affermandosi come un evento culturale da un miliardo di dollari, tecnologicamente sbalorditivo. Eppure, se si mettono da parte l’impressionante formato IMAX e il cast stellare, emerge un difetto fondamentale. Il film mette in luce una tendenza preoccupante del cinema contemporaneo: il lento impoverimento del linguaggio cinematografico di base e il ruolo sempre più marginale di una messa in scena significativa. Gli spettacolari paesaggi di Nolan ci costringono a confrontarci con una dura realtà: Hollywood ha continuato a perfezionare l’arte di registrare immagini, dimenticando però, lentamente, come infondere loro significato.     La perdita della messa in scena è particolarmente frustrante, perché questa tecnica ha una storia fondamentale nel teatro ed è direttamente legata a quest’ultimo. Sul palcoscenico, la disposizione degli attori nacque da una necessità narrativa assoluta. I registi teatrali non possono effettuare tagli su una nuova angolazione, imporre un primo piano o correggere una sequenza in fase di montaggio. La posizione fisica degli attori sul palcoscenico era quindi lo strumento principale per comunicare rapporti di potere, sottotesti emotivi e indirizzare l’attenzione dello spettatore. Il cinema ha ereditato questa ricca intelligenza spaziale, ma nel corso del tempo il cinema contemporaneo se ne è progressivamente allontanato. Oggi i registi possono trattare il set come uno spazio passivo in cui gli attori si limitano a pronunciare le battute, affidando interamente al montaggio la creazione del ritmo e dell’energia della scena.     Quando figure leggendarie come Agamennone o Odisseo condividono lo schermo nell’Odissea, la regia di Nolan ricorre di default a una sequenza monotona e ripetitiva di campo-controcampo. I personaggi si trovano all’interno di ambienti vasti e spettacolari, ma con una disposizione visiva piatta e uniforme, senza modificare le dinamiche di potere e suscitando ben poco interesse visivo. Questa monotonia delle immagini crea un netto contrasto con Alfred Hitchcock, che trasformò la semplice disposizione degli attori nello spazio in una vera e propria lezione di significato cinematografico. In una classica sequenza hitchcockiana, il passo in avanti di un attore, un sottile spostamento verso l’ombra o la deliberata modifica della distanza fisica tra due personaggi potevano alterare rapidamente la tensione psicologica senza bisogno di una sola parola di dialogo. I grandi maestri dell’epica classica condividevano questa rigorosa intenzionalità. Basta guardare l’opera di Akira Kurosawa, in capolavori come Ran (1985) o I sette samurai (1954): la disposizione degli attori nello spazio viene utilizzata come una potente forza narrativa. Kurosawa organizzava meticolosamente i suoi attori lungo linee orizzontali, sfruttando gli elementi dell’ambiente e una geometria rigorosa per comunicare visivamente il mutare delle alleanze e i conflitti interiori. Allo stesso modo, David Lean utilizzava l’inquadratura per trasmettere un senso di peso esistenziale nei suoi kolossal storici, come Lawrence d’Arabia (1962). Lean non si limitava a filmare le folle: attraverso la disposizione dei personaggi contrapponeva la fragilità delle figure umane alla vastità dei paesaggi desertici, incorporando una tensione nella stessa architettura dell’inquadratura.     Ironia della sorte, la regressione di Nolan nella grammatica visiva è alimentata in parte proprio dalla tecnologia che egli stesso porta avanti con tanta convinzione: le enormi cineprese IMAX. Queste gigantesche macchine da presa offrono una risoluzione senza pari, ma presentano notevoli limitazioni meccaniche. Le dimensioni, il rumore e le esigenze legate agli obiettivi delle apparecchiature IMAX rendono notoriamente difficile realizzare coreografie complesse e agili all’interno di set fisici. Questo costringe la troupe a trascinare semplicemente queste macchine colossali da un punto all’altro per registrare ciò che accade, trasformando il regista da coreografo attivo dello spazio a osservatore passivo. Il risultato è un film che procede dal punto A al punto B, senza mai rallentare abbastanza da permettere allo spettatore di esplorare le dinamiche all’interno dell’inquadratura, né di fermarsi e indugiare sugli esseri umani che danno concretezza alla saga.   Questo standard di minima intenzionalità visiva fa apparire il lavoro dei registi della vecchia scuola quasi rivoluzionario. Se si guarda al recente thriller fantascientifico di Steven Spielberg, Disclosure Day, il film ha avuto un successo commerciale nettamente inferiore ed è narrativamente molto meno ambizioso dell’Odissea. Eppure, Spielberg conserva senza sforzo le competenze proprie della grande tradizione hollywoodiana. A differenza dei blockbuster contemporanei che fanno affidamento su un montaggio iperattivo, Disclosure Day mostra un eccellente e paziente lavoro di macchina da presa. Spielberg dirige la cinepresa con uno scopo preciso, lasciando che lunghi piani-sequenza seguano gli attori mentre si muovono naturalmente nello spazio, costruendo una tensione narrativa autentica.     L’Odissea è dunque un altro trionfo tecnico di Nolan, ma purtroppo è una sorta di cavallo di Troia: una maestosa confezione visiva priva di profondità. La democratizzazione del cinema ha indubbiamente contribuito a creare spazio per nuove idee e nuove voci. Tuttavia, alcuni degli elementi classici dell’arte cinematografica stanno gradualmente scomparendo. La grandiosità di Nolan soddisfa l’immediato desiderio di spettacolo del pubblico. Ma una messa in scena piatta e una grammatica visiva poco incisiva lasciano lo spettatore a rimpiangere la profonda padronanza dello spazio che apparteneva ai veri grandi maestri del cinema.   ***   Christopher Nolan’s Odyssey: A Modern Epic That Makes Me Miss the Classic Epics   by Daniel Nelson   Christopher Nolan’s The Odyssey has taken the cinematic world by storm, establishing its place as a technologically astonishing, billion dollar cultural event. Yet if you strip away the impressive IMAX format and star performances a fundamental flaw appears. The film highlights a worrying trend in modern cinema: the slow erosion of core cinematic language and the diminished role of meaningful screen blocking. Nolan’s spectacular landscapes force us to confront a harsh reality: Hollywood has continued to improve the art of recording images, while slowly forgetting how to inject meaning into those same images.   The loss of physical blocking is particularly frustrating because the craft shares a direct, foundational history with the theatre. On the live stage, blocking was born out of absolute narrative necessity. Theatre directors can’t cut to a new angle, force a close-up, or fix

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3 libri per bimbi in vacanza

Le vacanze sono quasi agli sgoccioli e la scuola è alle porte: è il momento che i bimbi leggano il più possibile. Per questo abbiamo stilato una lista di titoli adatti ai più giovani, ma chi li ha letti vi assicura di averli comunque apprezzati ampiamente, pur essendo ormai una “bimba” solo nel senso toscano (che va da 1 a 99 anni). Scopriamo quali sono!   1. Il giorno della spensieranza di Stefano Tofani (Rizzoli, 2025) – Da 10 anni in su     Durante un temporale, la tredicenne Gaia (soprannominata “Maiunagioia”) e il suo gemello Luca (detto il “tartarugo”, sordo dalla nascita) si rifugiano all’interno di una grotta. Si imbattono così in un varco che li conduce nel Mondo BC, un mondo in parte simile al nostro e in parte del tutto diverso, coloratissimo, pieno di strani animali, come lo “struzzicadenti”, e di persone dall’aspetto ancora più curioso, con arti non sempre al loro posto e non sempre funzionanti. Ospitati dal piccolo Bernaldo, Gaia e Luca nascondono la loro identità di alieni e scoprono che, nel Mondo BC, sono attesi Passaggeri provenienti da un’altra dimensione, annunciati da un’antica profezia sull’arrivo del “Sommo Bene” e del “Sommo Male”. Anche altri due terrestri sono arrivati poco prima di loro nel Mondo BC: questi non possono che rappresentare il Sommo Male e ci vorrà l’aiuto di Bernaldo, dell’amica Maria Losa e di altri sconclusionati, ma coraggiosi personaggi per salvare il pacifico mondo da una terribile minaccia. La scrittura di Tofani ha il grande pregio di giocare con le parole senza cadere nell’accondiscendenza verso un pubblico giovane: non c’è niente di didascalico né di paternalistico nel modo in cui il lettore viene accompagnato nel fantasiosissimo Mondo BC. Candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi, Il giorno della spensieranza unisce alla narrazione di un’avventura fantastica il richiamo a temi profondi e importanti nel percorso di crescita di un bambino: il rispetto della disabilità e l’apertura verso ciò e chi è a suo modo “imperfetto”; le difficoltà familiari legate alla depressione di un genitore; la necessità di imparare ad analizzare con occhio critico l’operato di chi detiene potere e autorità. Tutto questo viene affrontato senza cadere nella trappola dei buoni sentimenti e senza rinunciare alla tridimensionalità dei personaggi. Gaia, infatti, non è una sorellona disneyana, burbera, ma visibilmente di buon cuore: è una ragazza reale e complessa, che è sia politicamente scorretta nei confronti del fratello, sia capace di dimostrare coi fatti l’affetto totale che prova nei suoi confronti e verso i loro genitori. Il giorno della spensieranza non può mancare nella vostra libreria (e nella borsa-vacanze) e dal 1° settembre potete trovarlo nella collana BuR Verde.   2. La scintilla di Kenny Welsh di Elena Bertagna (Tori Edizioni, 2026) – Da 16 anni in su     Kenny Welsh ha diciannove anni e due gravi lutti sulle spalle quando lascia la madre a Liverpool per imbarcarsi sul brigantino Ann per cercare di dare una svolta alla sua vita di fatica e miseria. Inizia così un viaggio che non sarà solo di personale e definitiva transizione nell’età adulta, ma anche di ingresso nella Storia. Siamo nel 1745 e Charles Edward Stuart sta per tornare in Scozia e reclamare per la dinastia Stuart il trono inglese: è l’anno della Rivolta Giacobita e Bonnie Prince Charlie avrà bisogno del sostegno dei clan scozzesi delle Highlands per poter marciare verso Edimburgo. Negli sconvolgimenti politici e militari che lo circondano, Kenny si trova a dover rivedere i propri valori e compiere delle scelte difficili e nette: qual è la causa giusta per cui lottare? Bertagna intreccia eventi reali a vicende di fantasia, in un crescendo di tensione narrativa che ha il sapore di un libro d’avventure di altri tempi. Lo sguardo passa gradualmente dalle conquiste individuali di Kenny (la nascita di un’amicizia profonda, la scoperta delle proprie capacità di marinaio, l’incontro con la brutalità del mondo, ma anche con la natura totalizzante dell’amore) al ruolo che il ragazzo dovrà decidere di giocare nella Storia. Kenny imparerà a non guardare più solo a se stesso e alla propria cerchia di affetti, ma imparerà che stare al mondo (e, magari, cambiarlo) è un’impresa collettiva, che richiede coraggio, anche quello di rivedere le proprie convinzioni. L’accuratezza storica e tecnica (indispensabile per passeggiare su un brigantino inglese del ˈ700!) e la vividezza delle descrizioni dei luoghi contribuiscono a trascinare il lettore accanto a Kenny, facendogli assaporare il salmastro che si respira a pieni polmoni a bordo della Ann.   3. Alle medie senza social di Annalisa Strada (Edizioni Piemme, 2026) – Da 10 anni in su     Cinzia frequenta le medie e solo da poco ha deciso di acquistare un cellulare. Non si tratta di uno smartphone, però, ma di un vecchio cellulare a conchiglia: pertanto, nessuna chat di gruppo, nessun social, nessuna connessione costante con i compagni di classe, la migliore amica Ninfa e il fidanzatino Fiorenzo, ma solo le vecchie chiamate e i vecchi SMS. Se, da un lato, Cinzia ama la sua vita privata e off-line, dall’altro dovrà fare i conti con la sensazione di essere tagliata fuori da un mondo accattivante e iperconnesso che si sviluppa senza di lei. Via, via, la tentazione di aprire un profilo social si fa sempre più forte, ma, allo stesso tempo, la ragazzina riflette ogni giorno con grande lucidità nel suo diario sia sui lati positivi che sui lati negativi sul postare online le proprie giornate. Sequel di Alle medie senza cellulare, Alle medie senza social fonde la fruibilità della scrittura diaristica a una narrazione leggera, adatta a un pubblico di giovanissimi, ma capace di cogliere l’essenza di questioni ormai radicate nella quotidianità di tutti, che si fanno particolarmente delicate quando l’età dei protagonisti è critica come quella di Cinzia e dei suoi amici. Strada non demonizza i social, ma non fa altro che suggerire al giovane lettore tutti i rischi ad essi legati, dai più intimi (la perdita di tempo e di capacità di apprezzare davvero il momento presente) ai

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Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

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“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

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