Perché “Disclosure Day” è un film da non perdere
*** > Click here for English version *** Il cinema si trova in una fase interessante: i giovani emergenti che hanno plasmato ciò a cui pensiamo quando sentiamo termini come “blockbuster” sono ormai la vecchia guardia, rispettata e affermata, che guarda al crepuscolo delle proprie carriere. Steven Spielberg, la leggenda che ha definito il “film dell’estate” e il “blockbuster”, torna quest’anno con un nuovo progetto, Disclosure Day. Il film ha inizialmente suscitato qualche apprensione tra i critici, mentre cominciavano a circolare voci secondo cui la stella di Spielberg si fosse ormai offuscata e che, come alcuni dei suoi contemporanei, fosse arrivato il momento di cavalcare verso il tramonto come tanti eroi prima di lui. Eppure, come accade a tutti i grandi eroi, dopo un momento di disastro quasi inevitabile, è tornato a trionfare. Spielberg fa parte dei cosiddetti “Movie Brats”, un gruppo di registi che si affermò insieme negli anni Settanta, aiutandosi a vicenda nei vari progetti e sostenendosi mentre ciascuno lasciava il proprio segno a Hollywood. Cresciuti con una profonda ammirazione per Alfred Hitchcock, John Ford e Akira Kurosawa, questi registi hanno fatto tesoro di molte delle lezioni apprese dai grandi maestri della loro giovinezza e oggi si ritrovano a essere veterani e fonte d’ispirazione per una considerevole parte del cinema moderno. Tuttavia, questo giro d’onore non è stato completamente privo di inciampi. Francis Ford Coppola, regista di film come la trilogia de Il padrino, La conversazione (1974) e Apocalypse Now (1979), ha diretto quello che è stato il suo ultimo e potenzialmente definitivo film, Megalopolis (2024), rivelatosi un flop umiliante. Martin Scorsese, regista di Quei bravi ragazzi (1990) e Taxi Driver (1976), si trova oggi a faticare per raccogliere i finanziamenti necessari ai suoi nuovi progetti, mentre i suoi ultimi due film, The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), sono diventanti film per le piattaforme di streaming. Brian De Palma, autore di Carrie (1976) e Gli intoccabili (1987), si è ormai in gran parte ritirato da tempo e ha realizzato soltanto due film nell’arco di quasi vent’anni. Infine, George Lucas, celebre per Star Wars, ha seguito una strada simile a quella di Coppola e De Palma: dopo aver faticato a mantenere il pubblico soddisfatto con il suo ritorno nell’universo di Star Wars, si è ritirato e ha venduto la sua società, LucasArts, alla Disney. Questa fine ingloriosa non è certo una novità: anche i loro eroi hanno percorso strade simili. Gli ultimi anni della carriera registica di Hitchcock non raggiunsero neppure lontanamente il successo che aveva ottenuto all’apice della sua carriera, mentre Kurosawa faticava a trovare finanziamenti per i propri progetti con l’avanzare dell’età, fino a dover ricorrere all’aiuto dei suoi entusiasti ammiratori Spielberg e Lucas per finanziare Kagemusha (1980). Quindi, all’uscita di Disclosure Day, molti si sono chiesti se Spielberg, ormai settantanovenne, avesse ancora abbastanza assi nella manica per trionfare al botteghino. Con un sospiro di sollievo, la risposta sembra essere sì. Fin da subito emerge il talento che lo ha accompagnato nel corso dei decenni: il suo uso della macchina da presa è ancora preciso e raffinato come sempre. Quando guardi un film di Spielberg, sai di trovarti davanti a un film di Spielberg. La composizione all’interno dell’inquadratura, la scelta delle inquadrature e la transizione dall’una all’altra sono tutte di altissimo livello. Mentre il cinema cambia, emergono nuovi registi e il pubblico scopre nuovi modi di fruire i film, le lezioni classiche sul movimento e sulla composizione all’interno dell’inquadratura scompaiono lentamente. Nonostante ciò, la tecnica di Spielberg rimane un esempio di quanto questi strumenti possano ancora avere un forte impatto sugli spettatori. Senza dubbio, il suo amore duraturo per lo stile di Akira Kurosawa è rimasto con lui e ha continuato a influenzare il suo lavoro nel corso degli anni. Questa maestria è evidente per tutta la durata del film, soprattutto durante una scena che probabilmente sarà uno dei momenti cinematografici più discussi dell’anno: un inseguimento automobilistico che si trasforma in un incontro da cardiopalma con un treno. Un altro elemento che Spielberg porta in campo è il potere delle star: artisti provenienti da tutto il mondo continuano a cogliere al volo l’opportunità di lavorare con lui. Emily Blunt offre forse una delle migliori interpretazioni della sua carriera nei panni di una delle protagoniste. Interpreta una giornalista televisiva locale che sviluppa nuovi poteri di lettura del pensiero e diventa la figura centrale braccata da misteriose autorità. A Blunt viene richiesto di offrire un’interpretazione capace di passare dalla leggerezza e cordialità a uno stato di profondo turbamento, per poi assumere toni saggi e benevoli, spesso nel giro di pochi istanti. Coleman Domingo deve trasmettere un profondo senso di affetto ed empatia mentre trascorre buona parte del tempo a camminare parlando al cellulare. La sua interpretazione raggiunge il suo apice quando si trova a condividere lo schermo con Colin Firth e affronta con lui una conversazione a cuore aperto sui loro obiettivi contrastanti e sulla loro amicizia ormai compromessa. Non sorprende che un regista capace di un simile livello di costruzione cinematografica riesca anche a cogliere tutta la profondità delle interpretazioni dei suoi attori. Un aspetto particolarmente triste dell’ultimo film di Coppola, Megalopolis, è stato il fatto che si trattasse di un’opera incredibilmente sincera da parte del regista. È evidente che l’ottantasettenne abbia osservato lo stato del mondo e riflettuto sui mali della società moderna che ci troviamo ad affrontare oggi. Attraverso gli strumenti a sua disposizione (la sua arte), Coppola sceglie di tentare di indicare alle persone una strada più speranzosa verso il futuro. Tuttavia, il modo in cui ha trasmesso questo messaggio è stato, nel migliore dei casi, maldestro e non è riuscito a entrare in sintonia con il pubblico. Questo potrebbe aver spinto Spielberg a riflettere prima di portare avanti il proprio tentativo di rivolgersi al mondo in modo sincero. La riflessione sentita di Disclosure Day sul potenziale dell’umanità è molto più coerente. Una storia in cui l’empatia è letteralmente un superpotere è tutt’altro
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