Giugno 2026

Dagli Sleaford Mods a Nick Cave and The Bad Seeds

Quello di Nick Cave and The Bad Seeds è stato sicuramente uno degli eventi più attesi a La prima estate 2026 a Lido di Camaiore in provincia di Lucca. Un concerto di più di due ore e mezza che si è tenuto venerdì 26 giugno e durante il quale il musicista australiano ha proposto brani che abbracciano tutta la sua carriera. Prima di parlarne, però, va ricordato che se Nick cave ha chiuso la quarta giornata del festival La prima estate, durante la stessa si sono esibiti altri artisti. In particolare, prima di lui, gli Sleaford Mods. Gli Sleaford Mods si erano già esibiti due anni fa nello stesso festival, sono un duo inglese che può suscitare qualche interrogativo per chi li vede per la prima volta dal vivo: mentre infatti uno dei due canta, l’altro balla e si limita a lanciare le basi premendo un tasto sul computer (spesso, ma non in questo caso, con una birra in mano). Gli Sleaford Mods sono trascinanti e con i loro testi affrontano tematiche politiche di una Gran Bretagna in crisi con rabbia e tanta autoironia. La faccenda delle basi registrate non disturba: con gli Sleaford è palese, dichiarato, fa parte del marchio di fabbrica; sono da criticare quando altri gruppi fingono di suonare sul palco strumenti che invece sono registrati. Gli Sleaford Mods attingono al punk sicuramente ma non solo, e forse i PIL sono il primo gruppo che viene in mente ascoltandoli, ma non è certo nostra intenzione fare paragoni.  Tornando a Nick Cave and The Bad Seeds, il concerto inizia subito energicamente con Get Ready for Love, e la prima domanda che si fanno tanti nel pubblico è come Nick possa resistere vestito come sempre, con la camicia abbottonata fino al collo (con cravatta), gilet e giacca. Nonostante sia infatti un caldo estivo veramente gradevole spazzato dalla leggera aria del mare su cui si affaccia la location e con le Alpi Apuane sullo sfondo, si sta bene se si è in maglietta, non vestiti di tutto punto. Poco dopo infatti Nick Cave dice che “It’s a fucking hot” e si toglie almeno la giacca. Durante lo spettacolo si alternano ritmi energici e tribali ad altri brani in cui il dolore del musicista australiano diventa arte. Un dolore alimentato anche dalla terribile perdita di ben due figli. Nick Cave cerca continuamente il contatto con il pubblico non solo toccando le mani delle persone, ma tenendole strette durante l’esecuzione di alcuni brani come se avesse bisogno del loro supporto per cantare certi testi. Uno dei momenti più indimenticabili è quando, durante “O children”, prende un bambino (con la maglia dei Nirvana) dal pubblico e lo tiene con sé per tutto il tempo del brano. Possiamo solo immaginare che i genitori la notte non abbiano dormito e il giorno dopo gli abbiano comprato la discografia completa di Nick Cave and The Bad Seeds.      Non mancano poi siparietti divertenti come il momento in cui Nick cave saluta il pubblico esclamando: “Pisa!“. Si leva un mormorio di disapprovazione. Non siamo a Pisa, siamo a Lido di Camaiore in provincia di Lucca e, visto il campanilismo di vecchia data fra le due città, è un piccolo colpo al cuore per chi è di Lucca. La cosa si ripete qualche brano dopo, quando Nick Cave, al pianoforte, esordisce con un “Fucking Italy” per poi specificare, in inglese: “Non sappiamo in quale città stiamo suonando. Pisa?” A questo punto il disappunto di parte del pubblico si sente maggiormente. E, nonostante uno dei Bad Seeds gli sussurri qualcosa all’orecchio (probabilmente: “Lucca”), chiude con un “Anyway… fucking Italy.”  Un paio di volte dal pubblico gli lanciano le magliette e lui ci si asciuga il sudore in faccia. Indescrivibile l’energia di Nick Cave nei brani più tribali, sostenuto dalla potenza dei Bad Seeds: un’energia davvero incontenibile che Cave sfoga sul pianoforte, sui microfoni lanciati, su scatti repentini di un corpo che pare avere venti anni, non sessantanove.   Il concerto si chiude con brani fenomenali come Jubliee Street  e la mantrica Hollywood. Ma Nick Cave e i Bad Seeds tornano sul palco e portano con sé City of Refuge, The Weeping Song e Wide Lovely Eyes. Poi i Bad Seeds escono e rimane sul palco solo Nick Cave che saluta il pubblico eseguendo al pianoforte, in un crescendo di commozione, Into my arms.     29/06/2026

Dagli Sleaford Mods a Nick Cave and The Bad Seeds Leggi tutto »

Intervista a Virgilio Bernardoni

In occasione delle celebrazioni per i 30 anni del Centro studi Giacomo Puccini si è completato anche il passaggio di consegne alla presidenza dell’istituzione: Gabriella Biagi Ravenni, che abbiamo recentemente intervistato su La Settima Base, ha lasciato l’incarico a Virgilio Bernardoni, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università degli Studi di Bergamo. Bernardoni non è un nome nuovo per il Centro studi dal momento che vi gravita fin dagli inizi della sua storia. Lo abbiamo intervistato.   Da quando fai parte del Centro studi Giacomo Puccini, qual è stata la tua più grande soddisfazione personale? Si può dire che sono stato nell’orbita del Centro studi quasi dalla prima ora. I fondatori mi proposero di far parte del Comitato scientifico e mi sentivo un po’ come il giovane di bottega in un gruppo che raccoglieva i più autorevoli studiosi del melodramma. Poi nel 1998 sono stato anche aggregato al Consiglio direttivo e da allora ne ho sempre fatto parte. Insomma ho attraversato quasi tutta la storia del Centro studi Puccini. Anche per questo le soddisfazioni sono state davvero molte. Andrebbero elencate tutte le prime volte che si sono raggiunti degli obiettivi con un lavoro di squadra: il primo numero degli «Studi pucciniani», fatto tutto in casa, senza editore; il primo vero convegno di studio con un concorso inaspettato a livello internazionale; il primo volume dell’Epistolario, finalmente pubblicato in mezzo a difficoltà di ogni tipo e così ben riuscito da far ottenere ai curatori il Premio Illica per la musicologia, e così via. La cosa più inaspettata, però, è essere diventato coautore della versione per orchestra dello Scherzo di Puccini, grazie all’orchestrazione di una parte rimasta allo stato di abbozzo.   In tutti questi anni il Centro studi ha sviluppato tantissime idee e progetti. Quali credi abbiano contribuito maggiormente alla comprensione di Puccini, sia dal punto di vista musicale sia da quello umano? Ritengo che ad avere impatto sia stato l’effetto d’insieme delle azioni via via intraprese. L’approfondimento critico delle opere e dei processi ideativi dalle quali sono nate, la scoperta e l’edizione di brani finora sconosciuti, la pubblicazione sistematica delle lettere in un numero prima d’ora mai neppure immaginato, l’attenzione per gli aspetti visivi delle opere teatrali e per gli interessi artistici, fotografici, letterari di Puccini, il censimento e la messa a disposizione di un vasto repertorio della critica giornalistica e ora anche l’apertura di un lavoro di scavo sulle registrazioni in video delle opere teatrali, tutto ha contribuito alla maggiore comprensione sia umana che artistica, talvolta addirittura con nuovissime scoperte su entrambi i fronti.   Credi che ci sia qualcosa che ti caratterizza e che possa offrire uno sguardo nuovo sulle attività e sulle sfide che attendono il Centro studi? La sfida per il Centro studi è quella di sempre: portare avanti il lavoro con i mezzi economici e umani di cui dispone. I primi sono sempre insufficienti per realizzare tutti i progetti. I secondi si basano sulla gratuità e sulla disponibilità volontaria degli studiosi che, da trent’anni a questa parte, hanno messo e mettono a disposizione tempo e competenze. Di mio credo che potrò aggiungerci l’indipendenza del giudizio e l’ostinazione, lenta ma inesorabile, nel perseguire gli obiettivi: due componenti che forse non guastano per portare avanti, e possibilmente completare, progetti di lunghissima gittata come quelli in cui si è impegnato il Centro studi.   Da non toscano, come è avvenuto il tuo primo incontro con Puccini? Il primo da studioso risale a quarantacinque anni fa, all’epoca in cui iniziavo a impostare la mia tesi di laurea, che verteva sul teatro musicale non verista del tempo di Puccini e lo considerava sullo sfondo, con sfumature critiche negative. La svolta è venuta un po’ per caso, quando mi fu proposto di realizzare una raccolta di studi per una collana musicale dell’editore Il Mulino, suggerendomi come soggetto, in alternativa, Béla Bartók oppure Giacomo Puccini. Si trattava di mettere insieme per i lettori italiani una selezione di articoli recenti, i più rilevanti su scala internazionale. Per interesse personale ero fortemente attratto da Bartók, una delle mie passioni giovanili, però fui subito frenato dalla non conoscenza dell’ungherese. E così dovetti ripiegare su Puccini: il volume uscì nell’anno della fondazione del Centro studi e la sua presentazione a Palazzo Orsetti è stata la prima manifestazione pubblica del Centro.   Stiamo vivendo una fase complessa per la musica: dall’educazione all’ascolto alla partecipazione agli eventi culturali, non soltanto da parte dei giovani. Quali interventi credi dovrebbero essere messi in atto da un governo per invertire questa tendenza? Su questo aspetto mi sono fatto un’idea drastica: la società italiana oggi è diffusamente analfabeta per quanto riguarda la musica, a livello delle singole persone e, purtroppo, anche a livello della classe politica, dell’amministrazione della cultura e dell’istruzione e, tranne rare e lodevoli eccezioni, perfino a livello della classe insegnante che opera nei cicli formativi dell’infanzia e della scuola primaria, là dove si dovrebbe formare la competenza linguistica di base, quella che gli individui potranno utilizzare per tutta la vita. È il risultato di una tendenza di lunga durata, che dalla scuola dell’Italia unita in avanti ha sempre relegato la formazione musicale agli specialisti che si avviavano alla professione di musicista, riservando agli altri quei palliativi che nel tempo si sono chiamati pratica spontanea del canto o avviamento al suono del flauto dolce, e che oggi si chiama didattica musicale laboratoriale. L’analfabetismo musicale è diventato un dato atavico della società italiana, probabilmente irreversibile, che un qualsiasi governo, da solo, non riuscirà mai a risolvere. Per cui la musica si sente e basta, piace o non piace d’istinto, nell’ignoranza delle sue qualità di linguaggio strutturato secondo proprie categorie comunicative. Ovviamente, il problema esula dalle competenze di una piccola entità, molto specialistica, come il Centro studi Puccini. Qualcosa comunque dovremo escogitare anche sul piano della divulgazione dei risultati dei nostri studi.   24/06/2026

Intervista a Virgilio Bernardoni Leggi tutto »

Il punk dei Ramones vive ancora con Marky

Un concerto emozionante a “Il pane e le rose” di Gallicano in provincia di Lucca, dove sabato 20 giugno si è esibita la band Marky Ramone’s Blitzkrieg. L’evento ha richiamato tantissimi fan dei Ramones ma anche tanti curiosi, dal momento che l’ingresso era gratuito.  C’è poco da dire: Marky Ramone è l’ultimo sopravvissuto della band di cui era batterista e che da molti è inidicata come quella dalla cui musica è poi nato il punk. Senza considerare C. J. Ramone e Richie Ramone  che hanno militato nella band per periodi più limitati, Marky è appunto l’unico dei Ramones “storici” ancora vivo. Lo spettacolo va alla grande, sul palco unicamente l’energia della musica. Non può non venire in mente Nick Mason: altro grandissimo batterista, in questo caso dei Pink Floyd, che ha riportato in giro per il mondo una parte di repertorio della sua band senza i compagni di viaggio storici ma con altri musicisti e che abbiamo visto a Pompei. Certo, con i Ramones il genere è completamente diverso e anche la storia è completamente diversa. La band comunque va alla grande e se chiudi gli occhi hai l’impressione di trovarti indietro nel tempo di una quarantina di anni.       Se apri gli occhi però non vedi Dee Dee al basso, non vedi Jhonny alla chitarra, e non vedi Joey, un cantante alto e paradossalmente timido che nasconde le proprie fragilità dietro lunghi capelli e grandi occhiali. Sul palco cioè non ci sono quei drammi interiori, quelle storie tragiche fra droghe, paroanoie, galere e problemi di salute, non c’è la tenerezza che scaturiva da una personalità complessa come quella di Joey. E tanti che hanno assistito al concerto, per quanto soddisfatti della serata, portano con sé un po’ di malinconia per le storie tragiche che hanno accompagnato gli ex componenti della band, tanti si chiedono come sarebbe stata diversa la loro storia se fossero sopravvissuti e si fossero ritrovati a suonare adesso tutti insieme. Lo spettacolo non può che chiudersi con Blitzkrieg Bop dopo un omaggio a Joey con What a Wonderful World, accolta da un’ovazione da parte del pubblico come atto di amore nei confronti del cantante storico della band trattandosi di un brano estratto dal suo album solista uscito postumo, Don’t Worry About Me. E non a caso Marky era stato chiamato a suonare la batteria in alcuni dei brani dell’album fra cui, appunto, What a wonderful World.     Rimangono la bellezza della musica e il ringraziamento che i fan trirbutano a Marky che continua a rendere vivi i capolavori dei Ramones e dei suoi ex compagni di viaggio. Un Marky nel cui sguardo, se lo incontri, vedi riassunta in un attimo una storia incredibile e in parte maledetta. Che magari non ti rivolge parola ma che, dopo averti squadrato capisce se c’è sintonia e ti dà una pacca sulla spalla. Marky sente l’amore del pubblico e alla fine non manca di abbracciarlo simbolicamente.   21 giugno 2026

Il punk dei Ramones vive ancora con Marky Leggi tutto »

Le leggende dell’arcipelago toscano nel nuovo libro di Paolo Fantozzi

È il momento delle vacanze estive e molti di voi sceglieranno il mare come destinazione. Se il vostro obiettivo è l’Elba o Capraia, in valigia, insieme alla crema solare, vi consigliamo di mettere l’ultimo libro del professor Paolo Fantozzi, I custodi del mare. Storie e leggende dell’arcipelago toscano (NPS, 2025, casa editrice di cui avevamo parlato qui).      L’autore ha una consolidata esperienza per quanto riguarda il folklore locale, con pubblicazioni che risalgono al 1999 (anno in cui è uscito Le leggende delle Alpi Apuane, edizioni Le Lettere) e che denotano una profonda sensibilità per la fitta trama di racconti e credenze che rappresentano il patrimonio immateriale di una regione, di un villaggio o, in questo caso, di un’isola.     Il casus per la narrazione delle storie contenute nel volume è quello classico del gruppo di persone costrette a trascorrere del tempo insieme a causa di un imprevisto. Una tempesta fa sì che un gruppo di pescatori debba attendere il bel tempo per rimettersi in mare: nella furia degli elementi, si crea il momento perfetto per rievocare i miti del passato. Questa cornice narrativa, assente in precedenti pubblicazioni di Fantozzi, è un elemento di arricchimento che recupera spazio all’estro dell’autore e ce ne restituisce la voce in più di un punto, in cui la memoria dei pescatori passa quasi in secondo piano a vantaggio di descrizioni di paesaggi e stati d’animo che sembrano celare un affetto del tutto personale.     Il centro dell’attenzione, comunque, rimane ovviamente il folklore dell’arcipelago: miti eziologici, racconti di streghe e fantasmi, leggende di pirati e principesse che affondano le radici nella Storia e conducono il lettore in un mondo invisibile e affascinante, “tràdito”, ma anche “tradìto” dalla memoria dei membri di una comunità che narrano e rielaborano temi e storie. Gran parte del fascino del folklore si lega, infatti, alla centralità della tradizione orale, che preserva, ma anche aggiunge o toglie dettagli e trame ogni volta che la stessa storia viene ripetuta e assimilata da menti diverse.     Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Silvia Talassi, che, con il suo stile inconfondibile, cattura il salmastro sulla carta e restituisce i volti stregoneschi e le atmosfere marine che albergano in queste pagine. Operazioni come quella compiuta ancora una volta da Paolo Fantozzi non rappresentano solo intrattenimento, ma sono fondamentali per ridare vita al folklore in comunità in cui il racconto orale non è più preponderante come un tempo. Certo, la parola scritta pone un punto d’arrivo alla storia “tramandata” ed è altro dai giochi narrativi di epoche passate, ma, come afferma lo stesso Fantozzi nell’introduzione al libro: «Dall’incontro con le parole nascono i nostri pensieri, la nostra identità, la nostra percezione del mondo. Così l’ascolto e la lettura diventano il modo per farsi un giusto equipaggiamento per vivere. Penso che nessuno di noi nasca in un punto, da un punto. Piuttosto si nasce da una trama di punti, che si intessono in una maglia di parole; i quali punti, o parole, formano un tessuto, che è il testo della nostra esistenza».   17/06/2026  

Le leggende dell’arcipelago toscano nel nuovo libro di Paolo Fantozzi Leggi tutto »

Gabriella Biagi Ravenni: l'anima del Centro studi Giacomo Puccini

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini

Dopo l’intervista a Balestri continua il nostro viaggio nel Centro studi Giacomo Puccini di Lucca che ha compiuto 30 anni. Una realtà associativa nata come tante, grazie all’amore per il compositore lucchese di un manipolo di appassionati che poi però è diventata qualcosa di veramente grande e importante. Una realtà che è stata capace non solo di rivalorizzare a pieno la figura di Puccini ma anche di cambiare la vita di tante persone che si sono tuffate nel Centro studi spinte dalla stessa passione dei fondatori e che in questa dimensione hanno potuto portare a fondo le proprie ricerche in un contesto di altissimo livello. Nel frattempo sono purtroppo scomparse figure di riferimento importantissime come lo storico presidente Julian Budden, Dieter Schikling e, recentemente, Michele Girardi cui è stata dedicata proprio la tre giorni dal 4 al 6 giugno ideata per festeggiare il trentennale. In questa occasione Gabriella Biagi Ravenni prima vicepresidente, poi presidente del Centro studi, ha non ha rinnovato la disponibilità a essere presidente lasciando il posto a Virgilio Bernardoni, già vicepresidente ma rimane nel consiglio, la cabina di regia del Centro studi. Un cambiamento nel segno della continuità.     Abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.   Quando il Centro studi Giacomo Puccini è nato, immaginavate sinceramente di arrivare ai livelli a cui effettivamente è arrivato? Assolutamente no. Quando siamo andati dal notaio per costituire l’associazione le ambizioni c’erano, certo, ma non avremmo mai immaginato di arrivare a certi livelli. Il nostro modello era l’Istituto nazionale di studi verdiani, ma non si sperava di andare avanti trenta anni e di fare tante cose come abbiamo poi invece fatto. È stata una sorpresa piacevole.   Se dovessi individuare un momento decisivo nella storia del Centro studi, quale considereresti il vero punto di svolta e perché? Sicuramente il punto di svolta è stato quello economico che c’è stato quando siamo entrati nella tabella triennale del ministero della cultura. Nel 2024 abbiamo realizzato tante cose che se non avessimo avuto quel contributo non avremmo potuto fare. Una vera svolta sotto altri punti di vista non c’è stata, è sempre stato un progressivo crescendo di iniziative. Una vera svolta può essere il fatto che sono entrati i giovani: i giovani sono il futuro.   Gli obiettivi raggiunti in trent’anni sono stati tanti. Se tu dovessi indicarne uno, qual è stato il più importante? Come progetto di ricerca quello che ha dato più soddisfazione è sicuramente il progetto dell’epistolario. Dopo la difficoltà iniziale per il primo volume, i successivi sono stati realizzati più velocemente. Dal punto di vista di altre cose la biblioteca è diventata importantissima per gli studiosi ed è stata collocata in una sede prestigiosa, nella biblioteca della Scuola IMT Alti Studi Lucca.     Fra tutte le cose che hai scoperto in questi anni, qual è la cosa che ti ha stupito di più? Mi fa sempre un’emozione grandissima ogni scoperta. Aver ritrovato la cantata che tutti davano per dispersa e che poi era qui al Conservatorio Boccherini di Lucca devo dire che è stata una grande soddisfazione. Dal punto di vista musicale anche la scoperta delle musiche per organo, che poi è stata una scoperta quasi casuale: tramite il socio Aldo Berti e altri, entrammo in contatto con discendenti che avevano il cognome Della Nina; non erano i discendenti di Carlo Della Nina cui Puccini aveva dato le musiche, ma tramite loro entrammo in contatto con quelli. Si sapeva che erano andate all’asta molti anni fa, ma non si sapeva dove erano andate a finire. Per fortuna però c’erano le fotocopie. Erano tutte mescolate ma fu un lavoro entusiasmante, ricostruirle.   Ci sono stati altri episodi particolari e casuali, immagino. Una curiosa fu quando si presentarono due signore – una era Paola Luzzatto che col marito Lucio ne sono proprietari – che mi fecero vedere una pagina di musica per capire se era veramente di Puccini. Non solo lo era, ma era quel brano era “Torre del lago” per pianoforte. Era stato scritto nel 1904 dopo il fiasco di Butterfly. L’autografo è un’opera d’arte anche come scrittura, tutto corredato da disegni e scritte cancellate: è un brano concepito a Torre del Lago in un clima anche goliardico ma allo stesso tempo è anche di grande profondità. Puccini spesso attua un certo distacco: quando la musica si fa “densa”, o ci mette una bestemmia, o una parolaccia o un’allusione pornografica. Quell’autografo è proprio un emblema di questo comportamento.   La decisione di lasciare la presidenza è ovviamente nell’ottica del cambiamento, ma ci sono anche altre ragioni? Ho deciso di lasciare la presidenza anche perché sono andata in pensione nel 2017 quando mio nipote Gabriele aveva 5 anni. Essendo andata in pensione ho potuto dedicarmi sempre di più al Centro studi, e ho pensato a quando mio nipote, vedendomi così indaffarata su Puccini, mi chiedeva: “Nonna, ma quando vai in pensione-pensione?”   11/06/2026

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini Leggi tutto »

Andrea Balestri racconta "Giacomo Puccini - Video delle opere"

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere”

Il nuovo portale del Centro studi Puccini raccoglie oltre 550 video delle opere del compositore lucchese   Nel corso della sua storia il teatro d’opera ha lasciato dietro di sé una quantità immensa di tracce: partiture, bozzetti, fotografie, recensioni, lettere. Più complesso è invece ricostruire e studiare il percorso delle opere quando escono dal palcoscenico e incontrano il linguaggio audiovisivo, dando vita a riprese teatrali, produzioni televisive, film-opera e altre forme di trasposizione video.   È proprio in questo spazio, sospeso tra archivio, ricerca e tutela della memoria, che si inserisce Giacomo Puccini – Video delle opere, il progetto dedicato alla raccolta, catalogazione e valorizzazione delle realizzazioni audiovisive delle opere del compositore lucchese.     Avviato nel 2022, Giacomo Puccini – Video delle opere è un progetto del Centro studi Giacomo Puccini di Lucca coordinato da Emanuele Senici, che ne segue lo sviluppo come referente all’interno del Comitato Direttivo. Sotto la guida della presidente Gabriella Biagi Ravenni, l’iniziativa ha dato vita a un portale che offre un primo censimento delle realizzazioni video delle opere pucciniane aggiornato alla fine del 2025. Un lavoro che si colloca all’interno di un interesse sempre più forte della musicologia per il rapporto tra melodramma e media audiovisivi, tema divenuto ancora più centrale negli ultimi anni con il mutare delle modalità di fruizione del teatro musicale, sempre più legate a piattaforme digitali, streaming e trasmissioni televisive delle produzioni dei grandi teatri.   In questo contesto, il progetto si propone come uno strumento di ricerca particolarmente significativo. Le opere pucciniane rappresentano infatti un terreno privilegiato per lo studio della diffusione audiovisiva del melodramma: basti pensare che, secondo le statistiche di Operabase, tra i dieci titoli operistici più rappresentati al mondo figurano La bohème, Tosca e Madama Butterfly, mentre il compositore lucchese occupa stabilmente le prime posizioni tra gli autori più eseguiti.      Il portale raccoglie oggi oltre 550 schede dedicate a singole realizzazioni video. Ogni scheda contiene crediti artistici, dati tecnici e produttivi, una breve analisi del materiale audiovisivo e riferimenti bibliografici e sitografici. I contenuti sono consultabili sia attraverso percorsi dedicati alle singole opere sia tramite un sistema di ricerca che permette di filtrare i risultati per titolo, tipologia di video, anno e personalità coinvolte.   Abbiamo incontrato Andrea Balestri per parlare di questo archivio video, che è stato presentato lo scorso 5 giugno all’Auditorium Cappella Guinigi di Lucca, all’interno delle manifestazioni 30 anni con Puccini, organizzate dal Centro studi Giacomo Puccini per celebrare il trentennale della propria attività. L’incontro ha visto la partecipazione di Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e dello stesso Balestri e si inserisce in tre giornate di eventi tra Lucca e Torre del Lago dedicate alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio pucciniano.     Opera in video nasce da un percorso di ricerca iniziato durante i tuoi studi universitari. Quando hai capito che quel lavoro poteva trasformarsi in un progetto più ampio e strutturato? Negli ultimi anni di studio all’Università mi sono dedicato alle questioni specifiche della messa in video dell’opera, fino a dedicare la mia tesi magistrale a Tosca tra cinema e televisione nel periodo 1955–2019. Da quell’approfondimento molto circoscritto è nata l’idea di presentare un progetto più ampio per l’edizione 2021 del Premio Rotary Giacomo Puccini Ricerca, un’altra iniziativa che caratterizza l’attività del Centro studi. L’idea iniziale era ampliare il lavoro della tesi, indagando alcuni nuclei tematici e il loro trattamento audiovisivo, dal cinema muto alle dirette streaming. La proposta era accompagnata da un’ampia videografia, e proprio quella si è rivelata la parte più interessante del progetto, o almeno il suo primo sviluppo: creare un censimento sistematico di tutte le realizzazioni video delle opere pucciniane come strumento di ricerca per studi come quello che avevo immaginato. Da lì è nato un progetto pluriennale che ha fatto impallidire i numeri iniziali: dalle 28 versioni video di Tosca siamo arrivati oggi a 138. Complessivamente abbiamo identificato e schedato 562 produzioni video di opere integrali di Puccini. È stata senza dubbio la scelta giusta: stiamo costruendo uno strumento di ricerca che non esiste per nessun altro compositore e che potrà incoraggiare e sostenere nuove indagini. Una volta di più, il Centro studi Puccini si confermerà un punto di riferimento per gli studiosi, dialogando con gli indirizzi più attuali della musicologia internazionale.     Nel corso del progetto ti sarà capitato di osservare decine di regie e messe in scena diverse delle stesse opere. Quanto è cambiato il modo di leggere e interpretare Puccini rispetto anche solo a venti o trent’anni fa? E che ruolo può avere oggi l’attualizzazione delle opere nel creare un dialogo più diretto con il pubblico? Devo dire che con 562 video non c’è molto tempo per soffermarsi sulla singola produzione: si notano però meglio alcune tendenze.  La principale riguarda il rapporto fortissimo che Puccini, forse più di ogni altro compositore, instaura tra opera e ambientazione. Lo sappiamo già da molte ricerche, ma la prassi esecutiva lo conferma. Numerosi studi hanno evidenziato come il processo creativo di Puccini – non solo compositivo – si accendesse spesso attorno a un’immagine scenica o a un’ambientazione. Cambiando approccio, e osservando il fenomeno dal punto di vista dei risultati invece che delle intenzioni, si nota quanto la forza di questo legame continui a frenare interventi radicali: delle 138 Tosca censite finora, soltanto una quindicina circa non sono ambientate a Roma. Proprio questa enorme quantità di produzioni relativamente omogenee, però, mette in risalto le operazioni più sperimentali, che sono anche quelle che personalmente trovo più interessanti. Forse è questo uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni: di fronte a un’offerta online sterminata, fatta di grandissime regie e interpretazioni insuperabili, una delle poche strade rimaste è il coraggio di un’idea nuova, di un’ambientazione diversa o di una riflessione sui linguaggi stessi del video. Penso, ad esempio, alla La bohème di Mario Martone, prodotta dalla Rai nel 2022 e girata nei laboratori del Teatro dell’Opera di Roma: con l’orchestra che talvolta condivide lo spazio scenico dei personaggi, propone una diversa idea di opera e dei

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere” Leggi tutto »

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini: al via domani la tre giorni fra Lucca e Torre del Lago con cui il Centro studi Giacomo Puccini di Lucca festeggia trenta anni di attività.     Una tre giorni che cade in date bene precise: il Centro studi è infatti nato il 5 giugno del 1996 grazie alla passione per il compositore lucchese da parte dei fondatori Maurizio Pera, Arthur Groos, Michele Girardi, Gabriella Biagi Ravenni, Julian Budden e Gabriele Dotto. E la manifestazione non poteva che essere dedicata a uno di essi, Michele Girardi, scomparso a marzo scorso.   Questo il programma che si articola fra presentazioni, tavole rotonde e concerti.   Giovedì 4 giugno ore 17.00 – Torre del Lago, auditorium Simonetta Puccini –  presentazione del volume di Michele Girardi, Giacomo Puccini. Tra fin de siècle e modernità (Milano, Il Saggiatore, 2024). L’incontro sarà condotto da Guido Paduano e Federico Fornoni. ore 21.00 – Lucca, auditorium del Suffragio – concerto curato dall’Associazione Musicale Lucchese con il pianista Simone Soldati che eseguirà l’integrale delle Composizioni per pianoforte di Giacomo Puccini, basata sull’edizione curata da Virgilio Bernardoni per l’Edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini (Carus Verlag, 2024).   Venerdì 5 giugno ore 10.00 – auditorium della Cappella Guinigi (Lucca) – saluti delle istituzioni che sostengono e collaborano con il centro studi. A seguire, in occasione del centenario di Turandot, Gabriella Biagi Ravenni e Patrizia Mavilla terranno una comunicazione scientifica dal titolo Mise sossopra mezzo mondo per avere musica cinese. ore 14.30 – biblioteca della Scuola Imt Alti Studi Lucca – visita guidata alla collezione documentale e bibliografica del Centro studi Puccini che dal settembre 2025 è qui conservata. ore 15.30 – Cappella Guinigi – presentazione di due nuovi portali web: il sito Opera in Video, presentato da Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e Andrea Balestri, e il nuovo catalogo online delle opere di Giacomo Puccini (Schickling 2), a cura di Marco Mangani, Virgilio Bernardoni e Siel Agugliaro. ore 18.00 – Puccini Museum, visita guidata (su prenotazione) alla mostra Turandot. O divina bellezza! O sogno! O meraviglia!, curata da Simonetta Bigongiari e Daniela Degl’Innocenti.   Sabato 6 giugno ore 10.00 – Cappella Guinigi –  focus interamente dedicato ai 30 anni di attività editoriale del Centro studi e dell’edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini. Virgilio Bernardoni dialogherà con i rappresentanti dei più prestigiosi centri di studio musicali italiani, tra cui la Fondazione G. Rossini, la Fondazione Bellini, la Fondazione Teatro Donizetti e l’Istituto nazionale di studi verdiani. L’incontro ospiterà anche la presentazione di due importanti novità editoriali del centro, pubblicate dalla casa editrice Olschki: il volume Musica, pensiero e interpretazione. Toscanini tra Puccini e Furtwängler, introdotto da Daniele Carnini, e l’uscita di Studi Pucciniani 8, introdotto da Raffaele Mellace. ore 12.00 – Conservatorio Luigi Boccherini – visita al Fondo Puccini, a cura di Paolo Giorgi.     Le iniziative per il trentennale sono realizzate in collaborazione e con il supporto, tra i vari partner, il Ministero della cultura (Direzione generale biblioteche e istituti culturali), la Scuola Imt Alti Studi Lucca, il Comune di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione Giacomo Puccini, la Fondazione Simonetta Puccini e l’Associazione Musicale Lucchese.   03/06/2026  

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni Leggi tutto »

Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri

  Tra le case editrici che abbiamo incontrato al Salone del Libro di Torino, ce n’è stata una che ci ha colpiti in particolare. Non si è trattato solo (ed è già tanto) della qualità dei testi proposti, delle vesti grafiche sgargianti e delle idee creative esposte elegantemente sui banchi (come le “musicassette” contenenti libriccini di racconti, anziché canzoni): ciò che rende la Marotta&Cafiero editori unica è il sogno che l’ha fatta nascere. Ma andiamo con ordine.   La Marotta&Cafiero si definisce orgogliosamente terrona. Al suo stand c’erano libri di ogni genere, la statua di un grosso drago viola e tanti scugnizzi: ragazzi indaffarati, competenti e pronti a raccontare la storia di come a Scampia la camorra venga umiliata a colpi di parole messe nero su bianco.     Tutto è partito da Rosario Esposito La Rossa, cugino di Antonio Landieri. Ragazzo disabile, Antonio fu ucciso nel 2004 a venticinque anni in una sparatoria. Stava giocando a biliardino con i suoi amici e si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi lo stadio di Scampia è intitolato a lui, vittima innocente di mafia, ma, nei primi tempi dopo la sua morte, i giornali ne hanno infangato la memoria, parlandone come se fosse coinvolto in faide di droga. È stato allora che Rosario, ancora minorenne, si è posto un obiettivo: «[f]ar fiorire il sangue innocente di mio cugino dall’asfalto di Scampia». Da lì è iniziata una sfida che Rosario, la moglie Maddalena Stornaiuolo e gli scugnizzi di Scampia hanno ampiamente vinto, anche grazie al sostegno di molti professionisti eccellenti ed esseri umani lungimiranti, che hanno permesso la realizzazione del sogno di portare e fare cultura in una terra di criminalità organizzata. I primi a crederci sono stati Tommaso Marotta e Anna Cafiero, della storica e omonima casa editrice di Posillipo, con cui Rosario ha pubblicato Al  di là della neve – storie di Scampia, nel 2007. Sono stati loro a lasciare la Marotta&Cafiero in regalo a Rosario, che ha saputo far fruttare questo dono immenso.   Infatti, questo ragazzo, oggi Cavaliere della Repubblica, ha altresì rilevato la Coppola Editore di Salvatore Coppola, venuto a mancare nel 2013: con lui Rosario aveva aperto la Fabbrica dei Pizzini della Legalità, bloc notes contenenti le storie delle vittime innocenti delle mafie. Rosario ha anche dato vita alla Scugnizzeria, la prima libreria dell’Area Nord di Napoli, grazie alla quale tanti ragazzi sono diventati Spacciatori di Libri, proprio come hanno fatto al SalTo.   I progetti non si limitano all’editoria: negli anni si sono consolidate iniziative come la Scuola di Recitazione la Scugnizzeria, gestita da Maddalena, l’”equobar” con tanto di macinino antico, e il Giardino della Poesia, che è il «giardino di tutti», con «i limoni di Montale, gli oleandri di D’Annunzio, l’edera di Pascoli, i cedri di Deledda».     Oggi la Marotta&Cafiero pubblica Stephen King, Daniel Pennac, Don De Lillo, Ian McEwan e Günter Grass. Pubblica sia narrativa che saggistica, un intero arsenale di volumi stampati con materiali e tecniche ecosostenibili che hanno permesso di evitare, in dieci anni, l’abbattimento di 177 alberi ad alto fusto, preservare gli habitat aviari annessi e ridurre i rischi di frane sul territorio campano.       Al SalTo, uno di questi testi ce lo ha consegnato Matteo, 22 anni, ragioniere della Marotta&Cafiero. Si tratta proprio di Spacciatori di libri, in cui lo stesso Rosario racconta del suo sogno nato nel nome di Antonio Landieri, dei suoi progetti apparentemente irrealizzabili e dei successi ottenuti. Anzi, dei veri e propri trionfi, perché, come ricorda lui stesso, con pubblicazioni come il saggio Guns. Contro le armi di Stephen King, «abbiamo trasformato i proiettili in carta». D’altronde, Rosario lo aveva capito già a diciassette anni: «narrare è resistere».     01/06/2026  

Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri Leggi tutto »

Torna in alto