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Things of Beauty: a casa di John Keats

Things of Beauty: a casa di John Keats

A Londra, non lontano dall’oasi verde di Hampstead Heath, si trova la casa di uno dei pilastri della poesia britannica: John Keats, che nei suoi venticinque anni di vita ha dato un contributo fondamentale al Romanticismo. Dal poema Endimione fino alla celebre Bright Star, Keats ha realizzato opere che uniscono all’eleganza del verso un’indiscussa capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Se vi trovate a Londra, una volta lasciato alle spalle il colorato caos di Camden Town, vi consigliamo di procedere verso la quieta Wentworth Place, dove Keats soggiornò a partire dal 1818. Considerando che il 31 ottobre è pure l’anniversario della sua nascita, il periodo è più che buono per una visita.     Wentworth Place è oggi un museo nel quale ogni sala vi parlerà di un pezzo della storia di questo eternamente giovane poeta. Subito all’ingresso, vi troverete davanti ai (non molto poetici) utensili e documenti legati alla professione medica che Keats esercitò prima di dedicarsi interamente all’arte. In altre sale, poi, troverete gli strumenti del suo “mestiere” definitivo: penne, calamai (anche di origine etrusca!) e una moltitudine di libri, tra cui colpisce in particolare la presenza di un Paradiso perduto di Milton con i versi sottolineati dallo stesso Keats durante la lettura.     Fu proprio a Wentworth Place che Keats conobbe Fanny Brawne, l’amore della sua vita, il cui ritratto può essere ammirato nel salottino a pianoterra, insieme ai volti di molti altri affetti che popolarono i giorni del poeta (e dove si trova ancora un orologio il cui rintocco era ben noto al poeta). Secondo, la leggenda, poi, Keats avrebbe composto la sua Ode a un usignolo proprio sotto il susino nel giardino della casa, nel 1819. Infiorettata o meno che sia, la storia è comunque verosimile, visto che il giardino rimane tuttora un luogo perfetto per riposarsi e fermarsi un attimo per leggere o godersi semplicemente il silenzio, immaginando un altro tempo intorno a sé. In caso di pioggia, comunque, non preoccupatevi: in varie sale della casa potrete immergervi del tutto nell’opera di Keats ascoltando in cuffia le letture messe a disposizione del pubblico.     La permanenza di Keats nella casa fu intensa, ma, purtroppo, breve. In seguito al peggioramento delle sue condizioni di salute, infatti, nel 1820 la lasciò per partire alla volta dell’Italia. Morì nel 1821 a Roma ed è qui sepolto in una tomba anonima intitolata a uno «YOUNG ENGLISH POET», che, come termina l’epitaffio, «nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”».   Questo tratto di malinconica inquietudine che coglie visitando il piano di sopra, dove Keats giacque  malato all’aggravarsi della tubercolosi, è stato colto appieno da Martin Huxter, nella sua mostra The Nightingale Suite. A sua volta poeta, oltre che artista visivo, Huxter ha iniziato questa serie di disegni nel 1997 per cogliere «atmosfera intima, quasi tangibile, evocata da John Keats in ‘Ode to a Nightingale’, una poesia che ammiro fin dai tempi da studente». Sono presenti anche tre disegni ispirati dalle visite alla Keats House nel 2025 e che sono stati creati appositamente per questo evento. L’usignolo di Keats emerge in varie versioni in un bianco e nero che, a primo acchito, potrebbe avere i contorni di un incubo: a ben guardare, però, la sensazione che si ricava è sì quella di un sogno, ma di uno di quei sogni che si fa fatica a spiegare e che comunque non certo per questo cessano di essere nitidi quasi quanto un ricordo al quale aggrapparsi. Proprio come la poesia di Keats.     Per poter ammirare la mostra avete tempo fino al 31 ottobre. Per portarvela via nella mente e nell’animo, invece, non avete scadenze, perché, come ci ricorda il poeta all’inizio di Endimione: «una cosa bella è una gioia per sempre».     18/09/2026

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3 libri per bimbi in vacanza

Le vacanze sono quasi agli sgoccioli e la scuola è alle porte: è il momento che i bimbi leggano il più possibile. Per questo abbiamo stilato una lista di titoli adatti ai più giovani, ma chi li ha letti vi assicura di averli comunque apprezzati ampiamente, pur essendo ormai una “bimba” solo nel senso toscano (che va da 1 a 99 anni). Scopriamo quali sono!   1. Il giorno della spensieranza di Stefano Tofani (Rizzoli, 2025) – Da 10 anni in su     Durante un temporale, la tredicenne Gaia (soprannominata “Maiunagioia”) e il suo gemello Luca (detto il “tartarugo”, sordo dalla nascita) si rifugiano all’interno di una grotta. Si imbattono così in un varco che li conduce nel Mondo BC, un mondo in parte simile al nostro e in parte del tutto diverso, coloratissimo, pieno di strani animali, come lo “struzzicadenti”, e di persone dall’aspetto ancora più curioso, con arti non sempre al loro posto e non sempre funzionanti. Ospitati dal piccolo Bernaldo, Gaia e Luca nascondono la loro identità di alieni e scoprono che, nel Mondo BC, sono attesi Passaggeri provenienti da un’altra dimensione, annunciati da un’antica profezia sull’arrivo del “Sommo Bene” e del “Sommo Male”. Anche altri due terrestri sono arrivati poco prima di loro nel Mondo BC: questi non possono che rappresentare il Sommo Male e ci vorrà l’aiuto di Bernaldo, dell’amica Maria Losa e di altri sconclusionati, ma coraggiosi personaggi per salvare il pacifico mondo da una terribile minaccia. La scrittura di Tofani ha il grande pregio di giocare con le parole senza cadere nell’accondiscendenza verso un pubblico giovane: non c’è niente di didascalico né di paternalistico nel modo in cui il lettore viene accompagnato nel fantasiosissimo Mondo BC. Candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi, Il giorno della spensieranza unisce alla narrazione di un’avventura fantastica il richiamo a temi profondi e importanti nel percorso di crescita di un bambino: il rispetto della disabilità e l’apertura verso ciò e chi è a suo modo “imperfetto”; le difficoltà familiari legate alla depressione di un genitore; la necessità di imparare ad analizzare con occhio critico l’operato di chi detiene potere e autorità. Tutto questo viene affrontato senza cadere nella trappola dei buoni sentimenti e senza rinunciare alla tridimensionalità dei personaggi. Gaia, infatti, non è una sorellona disneyana, burbera, ma visibilmente di buon cuore: è una ragazza reale e complessa, che è sia politicamente scorretta nei confronti del fratello, sia capace di dimostrare coi fatti l’affetto totale che prova nei suoi confronti e verso i loro genitori. Il giorno della spensieranza non può mancare nella vostra libreria (e nella borsa-vacanze) e dal 1° settembre potete trovarlo nella collana BuR Verde.   2. La scintilla di Kenny Welsh di Elena Bertagna (Tori Edizioni, 2026) – Da 16 anni in su     Kenny Welsh ha diciannove anni e due gravi lutti sulle spalle quando lascia la madre a Liverpool per imbarcarsi sul brigantino Ann per cercare di dare una svolta alla sua vita di fatica e miseria. Inizia così un viaggio che non sarà solo di personale e definitiva transizione nell’età adulta, ma anche di ingresso nella Storia. Siamo nel 1745 e Charles Edward Stuart sta per tornare in Scozia e reclamare per la dinastia Stuart il trono inglese: è l’anno della Rivolta Giacobita e Bonnie Prince Charlie avrà bisogno del sostegno dei clan scozzesi delle Highlands per poter marciare verso Edimburgo. Negli sconvolgimenti politici e militari che lo circondano, Kenny si trova a dover rivedere i propri valori e compiere delle scelte difficili e nette: qual è la causa giusta per cui lottare? Bertagna intreccia eventi reali a vicende di fantasia, in un crescendo di tensione narrativa che ha il sapore di un libro d’avventure di altri tempi. Lo sguardo passa gradualmente dalle conquiste individuali di Kenny (la nascita di un’amicizia profonda, la scoperta delle proprie capacità di marinaio, l’incontro con la brutalità del mondo, ma anche con la natura totalizzante dell’amore) al ruolo che il ragazzo dovrà decidere di giocare nella Storia. Kenny imparerà a non guardare più solo a se stesso e alla propria cerchia di affetti, ma imparerà che stare al mondo (e, magari, cambiarlo) è un’impresa collettiva, che richiede coraggio, anche quello di rivedere le proprie convinzioni. L’accuratezza storica e tecnica (indispensabile per passeggiare su un brigantino inglese del ˈ700!) e la vividezza delle descrizioni dei luoghi contribuiscono a trascinare il lettore accanto a Kenny, facendogli assaporare il salmastro che si respira a pieni polmoni a bordo della Ann.   3. Alle medie senza social di Annalisa Strada (Edizioni Piemme, 2026) – Da 10 anni in su     Cinzia frequenta le medie e solo da poco ha deciso di acquistare un cellulare. Non si tratta di uno smartphone, però, ma di un vecchio cellulare a conchiglia: pertanto, nessuna chat di gruppo, nessun social, nessuna connessione costante con i compagni di classe, la migliore amica Ninfa e il fidanzatino Fiorenzo, ma solo le vecchie chiamate e i vecchi SMS. Se, da un lato, Cinzia ama la sua vita privata e off-line, dall’altro dovrà fare i conti con la sensazione di essere tagliata fuori da un mondo accattivante e iperconnesso che si sviluppa senza di lei. Via, via, la tentazione di aprire un profilo social si fa sempre più forte, ma, allo stesso tempo, la ragazzina riflette ogni giorno con grande lucidità nel suo diario sia sui lati positivi che sui lati negativi sul postare online le proprie giornate. Sequel di Alle medie senza cellulare, Alle medie senza social fonde la fruibilità della scrittura diaristica a una narrazione leggera, adatta a un pubblico di giovanissimi, ma capace di cogliere l’essenza di questioni ormai radicate nella quotidianità di tutti, che si fanno particolarmente delicate quando l’età dei protagonisti è critica come quella di Cinzia e dei suoi amici. Strada non demonizza i social, ma non fa altro che suggerire al giovane lettore tutti i rischi ad essi legati, dai più intimi (la perdita di tempo e di capacità di apprezzare davvero il momento presente) ai

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La Londra di Dickens: sulle tracce di un comune amico

Una delle caratteristiche di un grande scrittore è la capacità di osservare e interpretare il proprio tempo e i propri contemporanei. È ciò che ha fatto Charles Dickens con la Londra dell’età vittoriana e della rivoluzione industriale. I suoi personaggi costituiscono un campionario umano di un’epoca di progresso e ipocrisia, di alienazione umana e oppressione, in cui si finiva in prigione per debiti e l’appartenenza a una certa classe sociale  segnava la differenza tra la vita e la morte per fame e malattie. Leggere Dickens oggi ci aiuta a interiorizzare quel gusto critico e di intima ribellione all’ingiustizia che ha reso le sue pagine immortali.   Se siete in giro per Londra, vi lasciamo una piccola mappa per andare alla ricerca delle tracce dickensiane che ancora si possono trovare nella capitale britannica e sentirvi più vicini (anche geograficamente) a questo immenso romanziere.          1. Il Charles Dickens Museum       La prima tappa del nostro percorso non può che essere il numero 48 di Doughty Street. La casa abitata dallo scrittore inglese tra il 1837 e il 1839 è stata trasformata nel Charles Dickens Museum, dove si può respirare la quotidianità della famiglia Dickens. Lo staff, che comprende un nutrito numero di volontari, vi accompagnerà per le varie stanze e vi regalerà aneddoti sulla vita e le opere di Dickens, facendovi sentire immersi in un altro tempo. Grazie a queste gradevoli chiacchierate e alla sensibilità e interessi di queste preparatissime guide, ogni visita non sarà mai uguale all’altra.         Inoltre, il museo è molto attivo anche per quanto riguarda le mostre temporanee. Questa estate, fino al 6 settembre, troverete Extra/Ordinary Women, che, tra fotografie, oggetti e documenti, approfondisce le storie delle donne che hanno ispirato Dickens e approccia con sguardo critico il ruolo dei personaggi femminili dickensiani, spesso fondamentali e di buon cuore, ma anche rischiosamente tendenti a rafforzare lo stereotipo vittoriano della donna intesa come un individuo fragile. Nella realtà, però, lo scrittore incontrò donne di tutt’altro carattere: al museo avrete modo di incontrarle, incluse le figlie di Dickens, Katey e Mamie, di cui troverete esposto per la prima volta al pubblico un bellissimo ritratto.       2. The Old Curiosity Shop         Non lontano dal parco di Lincoln’s Inn Fields, in Portsmouth Street, vi imbatterete in quello che è considerato il più antico negozio di Londra. The Old Curiosity Shop è sopravvissuto sia al grande incendio di Londra del 1666, sia alla distruzione portata dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel 2018 è stato acquisito dalla London School of Economics and Political Science ed è oggetto di un progetto di restauro portato avanti in collaborazione con il City of Westminster Conservation Officer e l’Historic England. Nel corso degli anni (anzi, dei secoli), il negozio ha più volte cambiato destinazione, ma si pensa che il nome attuale si debba a un libraio, Mr Tesseyman, che vi gestì la propria attività nel XIX secolo. Cosa c’entra Dickens? Pur non essendoci fonti certe sul suo collegamento con il negozio reale, molti lo ricollegano al romanzo  La bottega dell’antiquario (1840-1841). Anche se è momentaneamente chiuso per i lavori, quindi, da bravi dickensiani non abbiamo potuto fare a meno di fermarci davanti alla sua porta.     3. Le corti inglesi e Fleet Street         Il tema della giustizia e della sua cattiva amministrazione è centrale in un’opera come Casa desolata (1852-1853). In generale, in molti romanzi e anche racconti di Dickens è presente un appiglio per riflettere sul confine tra giusto e sbagliato, tra l’onesto esercizio di un proprio diritto e lo sprezzo totale dell’altrui umanità (basti pensare allo Scrooge di Canto di Natale, che, nel rispetto della legge, sceglie di spadroneggiare sui suoi debitori). Per ricordare anche questo importante aspetto dell’opera dickensiana, non resta che incamminarsi lungo lo Strand, passando davanti al goticheggiante edificio delle Royal Courts of Justice, dove risiedono l’Alta corte e la Corte d’appello d’Inghilterra e Galles.          L’area è considerata il cuore del sistema giudiziario britannico e del diritto inglese. Ciò non impedisce comunque di concedersi un drink presso Ye Old Cock Tavern in Fleet Street, dove pare si recasse lo stesso Dickens.         Proseguendo in direzione della Cattedrale di St. Paul si arriverà all’imponente edificio che ospita la corte penale inglese, il famigerato Old Bailey. Sulla sua facciata si legge: «Defend the Children of the Poor & Punish the Wrongdoer» («Difendi i figli dei poveri e punisci il malfattore»). Forse Oliver Twist avrebbe qualcosa da ridire su una tale frase riferita a un luogo che ha visto perpetuata più di un’ingiustizia, inclusa la condanna ai lavori forzati di un altro genio della letteratura, Oscar Wilde.     4. Il pub storico The Lamb         Come si sarà intuito, molti luoghi londinesi vantano un legame con Dickens (reale o solo supposto). A Bloomsbury si trova il The Lamb, pub costruito nel XVIII secolo e tuttora in attività. Ci siamo fermati a bere qualcosa e lo staff ci ha confermato che è del tutto plausibile che Dickens vi abbia fatto visita (non siamo nemmeno troppo distanti da Doughty Street), così come fu frequentato abitualmente dalla poetessa Sylvia Plath. Senz’altro, l’atmosfera di altri tempi che vi si respira e la vicinanza con il quartier generale degli intellettuali del Bloomsbury Group fanno  venire voglia di sedersi a uno dei tavoli con una pinta e un buon libro. Una curiosità: sulle pareti si trovano i ritratti di molte attrici e attori dell’età vittoriana ed edoardiana, inclusa Jennie Jerome Churchill, madre del Primo Ministro Winston Churchill). Molti di questi artisti erano soliti esibirsi del vicino Empire Theatre e frequentavano così spesso il pub che, dopo la distruzione del teatro sotto un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, le loro fotografie vennero donate al The Lamb. Non ci discostiamo perciò troppo dal nostro tema principale, considerando l’impegno che Dickens profondeva nelle letture pubbliche delle sue opere e il suo amore per la

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Le leggende dell’arcipelago toscano nel nuovo libro di Paolo Fantozzi

È il momento delle vacanze estive e molti di voi sceglieranno il mare come destinazione. Se il vostro obiettivo è l’Elba o Capraia, in valigia, insieme alla crema solare, vi consigliamo di mettere l’ultimo libro del professor Paolo Fantozzi, I custodi del mare. Storie e leggende dell’arcipelago toscano (NPS, 2025, casa editrice di cui avevamo parlato qui).      L’autore ha una consolidata esperienza per quanto riguarda il folklore locale, con pubblicazioni che risalgono al 1999 (anno in cui è uscito Le leggende delle Alpi Apuane, edizioni Le Lettere) e che denotano una profonda sensibilità per la fitta trama di racconti e credenze che rappresentano il patrimonio immateriale di una regione, di un villaggio o, in questo caso, di un’isola.     Il casus per la narrazione delle storie contenute nel volume è quello classico del gruppo di persone costrette a trascorrere del tempo insieme a causa di un imprevisto. Una tempesta fa sì che un gruppo di pescatori debba attendere il bel tempo per rimettersi in mare: nella furia degli elementi, si crea il momento perfetto per rievocare i miti del passato. Questa cornice narrativa, assente in precedenti pubblicazioni di Fantozzi, è un elemento di arricchimento che recupera spazio all’estro dell’autore e ce ne restituisce la voce in più di un punto, in cui la memoria dei pescatori passa quasi in secondo piano a vantaggio di descrizioni di paesaggi e stati d’animo che sembrano celare un affetto del tutto personale.     Il centro dell’attenzione, comunque, rimane ovviamente il folklore dell’arcipelago: miti eziologici, racconti di streghe e fantasmi, leggende di pirati e principesse che affondano le radici nella Storia e conducono il lettore in un mondo invisibile e affascinante, “tràdito”, ma anche “tradìto” dalla memoria dei membri di una comunità che narrano e rielaborano temi e storie. Gran parte del fascino del folklore si lega, infatti, alla centralità della tradizione orale, che preserva, ma anche aggiunge o toglie dettagli e trame ogni volta che la stessa storia viene ripetuta e assimilata da menti diverse.     Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Silvia Talassi, che, con il suo stile inconfondibile, cattura il salmastro sulla carta e restituisce i volti stregoneschi e le atmosfere marine che albergano in queste pagine. Operazioni come quella compiuta ancora una volta da Paolo Fantozzi non rappresentano solo intrattenimento, ma sono fondamentali per ridare vita al folklore in comunità in cui il racconto orale non è più preponderante come un tempo. Certo, la parola scritta pone un punto d’arrivo alla storia “tramandata” ed è altro dai giochi narrativi di epoche passate, ma, come afferma lo stesso Fantozzi nell’introduzione al libro: «Dall’incontro con le parole nascono i nostri pensieri, la nostra identità, la nostra percezione del mondo. Così l’ascolto e la lettura diventano il modo per farsi un giusto equipaggiamento per vivere. Penso che nessuno di noi nasca in un punto, da un punto. Piuttosto si nasce da una trama di punti, che si intessono in una maglia di parole; i quali punti, o parole, formano un tessuto, che è il testo della nostra esistenza».   17/06/2026  

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Da Scampia a Torino: il trionfo degli Spacciatori di Libri

  Tra le case editrici che abbiamo incontrato al Salone del Libro di Torino, ce n’è stata una che ci ha colpiti in particolare. Non si è trattato solo (ed è già tanto) della qualità dei testi proposti, delle vesti grafiche sgargianti e delle idee creative esposte elegantemente sui banchi (come le “musicassette” contenenti libriccini di racconti, anziché canzoni): ciò che rende la Marotta&Cafiero editori unica è il sogno che l’ha fatta nascere. Ma andiamo con ordine.   La Marotta&Cafiero si definisce orgogliosamente terrona. Al suo stand c’erano libri di ogni genere, la statua di un grosso drago viola e tanti scugnizzi: ragazzi indaffarati, competenti e pronti a raccontare la storia di come a Scampia la camorra venga umiliata a colpi di parole messe nero su bianco.     Tutto è partito da Rosario Esposito La Rossa, cugino di Antonio Landieri. Ragazzo disabile, Antonio fu ucciso nel 2004 a venticinque anni in una sparatoria. Stava giocando a biliardino con i suoi amici e si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi lo stadio di Scampia è intitolato a lui, vittima innocente di mafia, ma, nei primi tempi dopo la sua morte, i giornali ne hanno infangato la memoria, parlandone come se fosse coinvolto in faide di droga. È stato allora che Rosario, ancora minorenne, si è posto un obiettivo: «[f]ar fiorire il sangue innocente di mio cugino dall’asfalto di Scampia». Da lì è iniziata una sfida che Rosario, la moglie Maddalena Stornaiuolo e gli scugnizzi di Scampia hanno ampiamente vinto, anche grazie al sostegno di molti professionisti eccellenti ed esseri umani lungimiranti, che hanno permesso la realizzazione del sogno di portare e fare cultura in una terra di criminalità organizzata. I primi a crederci sono stati Tommaso Marotta e Anna Cafiero, della storica e omonima casa editrice di Posillipo, con cui Rosario ha pubblicato Al  di là della neve – storie di Scampia, nel 2007. Sono stati loro a lasciare la Marotta&Cafiero in regalo a Rosario, che ha saputo far fruttare questo dono immenso.   Infatti, questo ragazzo, oggi Cavaliere della Repubblica, ha altresì rilevato la Coppola Editore di Salvatore Coppola, venuto a mancare nel 2013: con lui Rosario aveva aperto la Fabbrica dei Pizzini della Legalità, bloc notes contenenti le storie delle vittime innocenti delle mafie. Rosario ha anche dato vita alla Scugnizzeria, la prima libreria dell’Area Nord di Napoli, grazie alla quale tanti ragazzi sono diventati Spacciatori di Libri, proprio come hanno fatto al SalTo.   I progetti non si limitano all’editoria: negli anni si sono consolidate iniziative come la Scuola di Recitazione la Scugnizzeria, gestita da Maddalena, l’”equobar” con tanto di macinino antico, e il Giardino della Poesia, che è il «giardino di tutti», con «i limoni di Montale, gli oleandri di D’Annunzio, l’edera di Pascoli, i cedri di Deledda».     Oggi la Marotta&Cafiero pubblica Stephen King, Daniel Pennac, Don De Lillo, Ian McEwan e Günter Grass. Pubblica sia narrativa che saggistica, un intero arsenale di volumi stampati con materiali e tecniche ecosostenibili che hanno permesso di evitare, in dieci anni, l’abbattimento di 177 alberi ad alto fusto, preservare gli habitat aviari annessi e ridurre i rischi di frane sul territorio campano.       Al SalTo, uno di questi testi ce lo ha consegnato Matteo, 22 anni, ragioniere della Marotta&Cafiero. Si tratta proprio di Spacciatori di libri, in cui lo stesso Rosario racconta del suo sogno nato nel nome di Antonio Landieri, dei suoi progetti apparentemente irrealizzabili e dei successi ottenuti. Anzi, dei veri e propri trionfi, perché, come ricorda lui stesso, con pubblicazioni come il saggio Guns. Contro le armi di Stephen King, «abbiamo trasformato i proiettili in carta». D’altronde, Rosario lo aveva capito già a diciassette anni: «narrare è resistere».     01/06/2026  

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La natura umana in “Sodoma Zombie” di Salvatore Amato

Come ormai ben sapete, al Salone del Libro di Torino di quest’anno abbiamo fatto incetta di titoli e autori. Tra questi ultimi abbiamo incontrato una nostra vecchia conoscenza: Salvatore Amato, stavolta non in veste di poeta, ma di romanziere. È infatti appena uscito per Edikit il suo Sodoma zombie, che racconta un mondo (e un’Italia, nello specifico) devastato da un’epidemia di morti viventi.     Lo stile si divide tra passaggi non privi di lirismo, che accompagnano soprattutto i “buoni”, e i toni grotteschi e iperbolici delle losche vicende dei molti “cattivi” che affollano la trama e che, più che gli zombie, sono proprio gli umani. Infatti, mentre le basi del vivere civile vengono completamente minate, il caos genera una sequela di turpitudini indicibili. È davanti al terrore e allo spaesamento degli indifesi che i violenti e i sadici possono scatenare i propri istinti crudeli e dare sfogo alle proprie perversioni, come nella Sodoma biblica e nei fotogrammi pasoliniani. C’è pure un’ulteriore complicazione: il progresso tecnologico usato per fini malevoli, che amplifica le potenzialità malvagie della natura umana, fotografata nei suoi eccessi più bestiali. In questa storia, narrata in un incalzante presente, i malvagi sono malvagi sul serio. Sullo sfondo delle loro azioni infami, si staglia in forte contrasto l’eroismo e la tenacia di chi ancora sceglie di lottare non solo per mera sopravvivenza, ma per rendere più giusta la vita che continua a resistere anche in mezzo all’orrore.     Con una vividezza in bilico tra le versioni cinematografiche di World War Z e Caligola, Sodoma zombie non si inserisce soltanto nel genere horror, ma aggiunge qualcosa al discorso “sugli zombie” e lo fa con consapevolezza e padronanza degli strumenti a sua disposizione, dai tòpoi di genere alla cura del linguaggio, sempre funzionale alla sostanza.   Non a caso, lo stesso Amato ci ha raccontato che l’idea per questa storia è nata leggendo diversi libri di narrativa zombie e notando come tutti sembrassero simili tra loro, prevalentemente con un registro basso, di mero intrattenimento. L’autore ha perciò puntato a creare qualcosa di innovativo, cercando di «dire qualcosa che ancora non si era mai detto in questo tipo di letteratura». Pensiamo che ci sia ampiamente riuscito, perché, senza fare “spoiler”, queste pagine spiazzeranno il lettore e lo spingeranno a chiedersi non tanto che armi e strategie conviene usare in caso di attacco zombie, ma chi diventeremmo in uno scenario in cui legge e morale hanno perso la loro forza.    Abbiamo infine chiesto ad Amato cosa gli piacerebbe che il lettore conservasse della lettura di Sodoma zombie. Con onestà ci ha risposto che è una domanda difficile: di sicuro, la dedica alla sua ragazza («Eleonora, importante come l’antifascismo»), ma anche semplice svago o, possibilmente, un sottotesto da trovare e portare con sé.   Cogliamo questo suo implicito invito. Ciò che è rimasto a noi di queste pagine è ciò che va oltre personaggi e trama e affonda le sue radici in quegli interrogativi costanti nella storia umana, in quelle domande di valore le cui risposte rischiano di essere molto più spaventose di qualsiasi mostro: davanti al dolore dell’altro ci trasformeremo in compagni o carnefici?       27/05/2026  

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I protagonisti dell’editoria italiana al Salone Internazionale del Libro

Si è appena concluso il Salone Internazionale del Libro di Torino, giunto alla sua trentottesima edizione, un evento annuale imperdibile per lettori e “grafomani” che qui possono scoprire nuovi titoli e autori, nonché le realtà editoriali da seguire e con cui collaborare.     Il tema di quest’anno era Il mondo salvato dai ragazzini, in omaggio all’omonima opera poetica di Elsa Morante. Una scelta significativa sotto un duplice profilo: il rimando a un genere (la poesia) di certo non in vetta alle classifiche di mercato; il richiamo all’importanza di guardare la realtà con la vivacità creativa “dei ragazzini”.   Come ricordato da Annalena Benini, Direttrice editoriale del SalTo, è questo «il mondo che il Salone del Libro si prefigge, auspica, prova a costruire ogni giorno con inventiva e dedizione». Ma questo è anche il mondo che tentano di costruire e preservare coloro che, a parere di chi scrive, sono i pilastri di eventi come il SalTo e dell’intera editoria italiana: le case editrici indipendenti. Nonostante le mille difficoltà che la contemporaneità pone loro, infatti, esse lavorano affinché nuove voci possano emergere a creare il presente (e il futuro) della letteratura italiana. Al SalTo 2026 abbiamo incontrato alcuni di questi protagonisti, che dal 14 al 18 maggio hanno accolto lettori e autori presso i loro stand.   Un nome di rilievo è quello di Nicola Pesce, che ha fondato Edizioni NPE a soli sedici anni. Sui social pubblica video in cui parla di letteratura e della sua esperienza di editore e scrittore, riuscendo, con la gentilezza e i toni pacati che lo contraddistinguono, ad avvicinare il grande pubblico ai libri e a coniugare virtuosamente la dimensione digitale e quella analogica. Di fatti, lo abbiamo incontrato davanti al suo stand, pronto a scambiare quattro chiacchiere con i lettori.   Nei padiglioni del SalTo convivono realtà consolidate del panorama editoriale e anime venute di recente alla luce. Tra le prime rientra, senza dubbio, Edizioni Settecolori, fondata alla fine degli anni ’70 da Pino Grillo e specializzata nella grande letteratura del XX secolo, libri di viaggio e classici. Dal 2020, sotto la guida di Manuel Grillo e Stenio Solinas, ha avviato un nuovo progetto editoriale volto al recupero di testi inediti in Italia o da tempo fuori catalogo, con un occhio di riguardo agli autori internazionali e anticonformisti, al di là di mode e cliché. Insieme a Settenove e Quinto Quarto, al Salone, Settecolori ha ricevuto il Premio Ernesto Ferrero, proprio in virtù della sua attività di «riscoperta di autori e testi “laterali” del Novecento, con un’identità culturale ed estetica precisa e riconoscibile, lontana dal mainstream». Risale, invece, al 2025 la nascita di Tori Edizioni, che fa dell’etica nei confronti di autori e opere un cardine della propria attività e propone le collane Portali (New adult e Adult) e Passaggi (Young adult), comprendenti svariati generi letterari.   Per quanto riguarda i generi, per l’appunto, al SalTo ce ne sono davvero per tutti i gusti. Numerose, ma ciascuna con una propria precisa identità sono le case editrici che si dedicano all’horror, al weird e alla fantascienza (molto cari a chi scrive!). Tra queste, ABEditore (ne abbiamo già parlato qui) sfoggia una veste grafica inconfondibile e tiene a specificare che pubblica libri, «ma solo di chi è morto da almeno un secolo». Infatti, ABEditore riscopre il gotico con attenzione particolare ai classici inediti o dimenticati della letteratura e offre proposte inconsuete e originali che si discostano dalla concezione tradizionale di libro. Abbiamo incontrato anche Edikit, che rinnova la sua sfida al mercato editoriale sotto la nuova direzione di Andrea K. Lanza e spazia dal thriller all’horror, passando per il romanzo storico e la saggistica cinematografica, sempre esplorando storie d’impatto. Una di queste l’abbiamo già letta e ve ne parleremo prossimamente.     Ma gli incontri “fantastici” non sono finiti qui. Ci siamo fermati anche allo stand di Edizioni Hypnos, dedita alla letteratura weird e fantastica: si muove tra autori classici e le nuove proposte del panorama italiano e internazionale e propone una propria rivista con racconti di autori italiani e stranieri, per la maggior parte inediti, oltre a saggi e segnalazioni. Una piacevole scoperta è stata poi Zona 42, che si prefigge di riportare la fantascienza nelle librerie italiane, dove le nuove voci del genere faticano ad arrivare. Inoltre, al SalTo capita di ritrovare volti noti e (per noi) geograficamente prossimi, come la toscana NPS Edizioni, marchio editoriale dell’associazione Nati per scrivere, che propone letteratura fantastica per tutte le età e ha in catalogo molti testi dedicati alle tradizioni e al folklore nazionale.   Cambiando genere, realtà come Interno Poesia, nata a settembre 2016 e erede dell’omonimo blog creato ad aprile 2014 da Andrea Cati, resistono con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nel panorama dell’editoria poetica, tanto bistrattata quanto necessaria per dare spazio alle penne dei poeti di oggi (che esistono ancora, come vi abbiamo già mostrato).   Anche chi non si concentra su un unico genere lo fa ricercando qualità e ponendosi obiettivi precisi. Così, Gruppo CTL Editore, diventata ligure nel 2026 , grazie all’acquisizione da parte di Alberto Marubbi, autore teatrale, linguista e scrittore, si prefigge di restituire alla cultura il posto che merita, selezionando opere di qualità e promuovendole su tutto il territorio nazionale. L’ultimo passo (per ora) è stata proprio la presenza al SalTo presso lo stand della Regione Liguria. La napoletana De Nigris Editori, invece, pubblica biografie, testimonianze, saggistica e narrazioni contemporanee che affrontano, in particolare, temi legati all’identità, alla cultura e ai linguaggi del presente, con un forte legame con i contesti da cui nascono. Alter Ego, poi, spazia dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico e la letteratura mainstream, concentrandosi sul tema del “doppio”, ça va sans dire.     Il SalTo è un’ottima occasione anche per conoscere gli editori indipendenti che sposano obiettivi di carattere sociale, oltreché letterario. Blackie Edizioni, ad esempio, pubblica narrativa, saggistica e «tutto quello che ci ispira», con un’attenzione speciale alla narrativa femminile contemporanea, ma anche del

I protagonisti dell’editoria italiana al Salone Internazionale del Libro Leggi tutto »

La Settima Base al Salone del Libro di Torino 2026

La Settima Base è stata al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 per raccontare da vicino una delle manifestazioni culturali più importanti del panorama editoriale italiano.   Tra stand, incontri e presentazioni, in questi giorni stiamo raccogliendo storie, volti e progetti che presto diventeranno articoli e approfondimenti sul nostro sito. Un’attenzione particolare sarà dedicata all’editoria indipendente, vera anima del Salone, capace ogni anno di portare a Torino idee, ricerca e nuove prospettive sul mondo dei libri.   Nei prossimi giorni pubblicheremo contenuti esclusivi dedicati ai libri, alle case editrici e alle esperienze che più ci hanno colpito.   Nel video che trovate qui sotto vi raccontiamo in anteprima il nostro viaggio tra editori, autori e realtà culturali incontrate al SalTo 2026.    

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5 libri per la Festa della Mamma per mamme di tutti i gusti

La vostra mamma ama leggere, ma voi proprio non avete idea di quale libro regalarle per la sua Festa? Nessuna paura: date un’occhiata alla nostra lista di consigli di lettura e scegliete il volume che fa al caso vostro.    1. Alabama di Alessandro Barbero: per la mamma che ama la Storia     Medievista eccellente e, da alcuni anni, vera e propria star dei media, Barbero è anche un talentuoso romanziere. Una mamma appassionata di Storia apprezzerà senz’altro Alabama (Sellerio Editore Palermo, 2021), romanzo storico ambientato in un’epoca non troppo lontana dalla nostra, ma, come la nostra, segnata dalla guerra e dall’abitudine alla crudeltà. Le vicende, infatti, sono raccontate da un soldato sudista ormai anziano, che, intervistato da una studentessa nel corso di più giorni, parla, divaga, fa correre la memoria ai giorni della Guerra di Secessione americana, ma sembra non arrivare mai al tragico punto che più interessa alla ragazza. Il vecchio si prende tutto il tempo necessario, mentre la giovane si fa sempre più impaziente, come se a lei il tempo mancasse. Una storia fatta di privazioni, violenza e razzismo si dipana nella voce di un uomo reso inerme dagli anni e figlio di una società che lo ha abituato a interiorizzare anche le azioni più turpi. «Lui sta lì e racconta, sembra perfino che si diverta» pensa la ragazza, anch’essa non priva di ombre interiori, ma scossa dalle parole del soldato. L’espediente dell’intervista, omaggio alla ricerca storica, avvolge il lettore nella narrazione e lo lascia a meditare sul proprio tempo e i propri valori, come fa la studentessa che, a fine intervista, non può fare a meno di pensare: «quando mi sono affacciata sull’abisso, ho rischiato di precipitare anch’io».   2. L’altra mamma di Josh Malerman: per la mamma che ama l’horror     Se la vostra genitrice ha un’anima horror, allora non fatevi sfuggire L’altra mamma (Giunti Editore, 2026). La traduzione di Chiara Beltrami rispetta pedissequamente la struttura fatta di a capo, paragrafi brevi e spazi bianchi scelta dall’autore, grazie alla quale i pensieri della piccola protagonista, Bela, si alternano alla narrazione telegrafica degli eventi. L’intreccio è un crescendo di terrore e mistero, perché Bela non è mai sola nella sua cameretta: ogni sera, uscendo dall’armadio, le fa visita “l’altra mamma”, che la bambina crede inizialmente amica, ma che, a un certo punto, comincia a chiederle di farla “entrare nel suo cuore”. Bela rifiuta sempre, ma l’altra mamma si fa sempre più insistente e minacciosa. Il punto di vista di Bela mescola ingenuità infantile e un tormento indotto non solo dall’orrida presenza soprannaturale, ma anche da un ambiente familiare idilliaco solo all’apparenza. Nelle parole della protagonista si rivelano via, via orrori più o meno umani che costituiscono la normalità della bambina, creando un costante senso di stupore e pericolo. Pur giocando su tòpoi dell’horror, cari alla letteratura come al cinema, Malerman li sviluppa in modo originale, prendendo spesso in contropiede il lettore e spingendolo a rimanere immerso nelle pagine. La vostra mamma dai gusti inquietanti ne rimarrà entusiasta. Per precauzione, comunque, si consiglia di abbinare al libro un’abat-jour per la notte.   3. La ruota e l’universo di Luigi Ieno: per la mamma che ama la poesia     Nella sua terza silloge poetica, edita da Extraverso (2026), Ieno mette a nudo le sue paure in un mondo sempre più belligerante da molteplici punti di vista e, allo stesso tempo, raccoglie i propri ricordi, voltandosi indietro a fissare il passato, in bilico sul proprio presente. Così, con un andamento quasi epistolare, il poeta si rivolge ai propri affetti, anche a quelli che non ci sono più o che non hanno avuto tempo di sbocciare (come l’amore per il fratellino venuto a mancare ancora neonato e non realmente conosciuto). Lo stile è per lo più diretto e incisivo, ma senza rinunciare a momenti di musicalità che accrescono il tono nostalgico, particolarmente aggraziato nei componimenti in dialetto napoletano. Tra i volti verbalmente accarezzati in queste pagine, non manca quello della madre del poeta, Maria Pia: a lei vengono dedicati versi che riescono a catturare l’intensità del rapporto madre-figlio e a far visualizzare al lettore frammenti di un’infanzia caratterizzata da questo profondo legame. Un omaggio commovente che, da personale, non mancherà di diventare universale.   4. Il gene egoista di Richard Dawkins: per la mamma che ama la scienza     Uscito nel 1976 a rivoluzionare il mondo della divulgazione scientifica, Il gene egoista (Mondadori, 2022) è il regalo perfetto per la vostra mamma appassionata di biologia. In questo saggio, Dawkins, biologo evolutivo, pone al centro dell’attenzione i geni, visti come unità fondamentali della selezione naturale, interpretando gli organismi e, dunque, gli individui come veicoli per la loro replicazione. Non mancano i riferimenti alla figura materna, il cui comportamento altruistico nei confronti dei figli rientra nell’ottica della protezione tra consanguinei attuata «per il bene dei geni». Forse una visione meno romantica del solito, ma la vostra mamma interessata alla scienza potrebbe trovarvi una valida spiegazione del perché non vi ha semplicemente lasciati sommergere dalle pile di vestiti accumulati nella vostra stanza (discorso valido anche per i papà, ovviamente).   5. Un gatto per i giorni difficili di Ishida Syou: per la mamma che ama i gatti     Il Giappone ha una vera e propria tradizione di storie di gatti, a cominciare da Io sono un gatto di Natsume Sōseki (1905). Negli ultimi anni, il mercato di “libri felini” è esploso. Tra i molti titoli disponibili spicca Un gatto per i giorni difficili (Rizzoli, 2024), una raccolta di storie che vertono intorno a una misteriosa clinica di Kyoto da cui tutti i pazienti escono perplessi con in braccio un gatto, diverso per ciascuno e prescritto come terapia. Ishida Syou è bravissima nel tratteggiare le miserie lavorative e personali degli umani in cerca di cure, immersi in un mondo che non perdona né errori, né fragilità. I gatti si inseriscono in queste vite minacciate dal buio interiore, introducendo un elemento di leggerezza e lentezza, di bisogni primari e riconnessione con l’esistenza. Anche la vostra mamma gattofila beneficerà

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Per il verso giustoː letture per la Giornata Mondiale della Poesia

Proprio in concomitanza con l’equinozio di primavera, il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO. Dalle rime imparate a memoria da bambini fino allo studio dei classici sui banchi liceali, la poesia è entrata nelle vite di tutti noi, fosse anche soltanto grazie a quei post che, nel rumore dei social, riportano interi componimenti e invitano a sostare sulla pagina, per quanto virtuale. Infatti, che rispetti pedissequamente le regole della metrica o sconvolga il bonton e la musicalità antiche per accogliere il caos dei tempi, la poesia vive e si evolve, a volte abusata, spesso bistrattata, ma sempre presente come istinto da coltivare e curare perché i suoi frutti possano risuonare non solo nel nostro, ma anche nell’animo altrui. Abbiamo selezionato per voi alcuni titoli per celebrare (in ritardo) questa giornata prendendola “per il verso giusto”.   1) La parola è un animale – Bestiario etimologico di Irene Paganucci (Edizioni Gruppo Abele, 2022)     Impreziosito dalle splendide illustrazioni di Arianna Papini, La parola è un animale è il regalo perfetto per avvicinare i bambini alla poesia con il volume di una giovane autrice che non ha mancato di far sentire la sua voce arguta e originale anche alle prese con un testo che soddisferà sia i grandi che i piccoli. Con la stessa fertile sinteticità che riserva alle sue poesie “per adulti”, infatti, anche qui Paganucci gioca con i lemmi con la massima disinvoltura, dando vita a uno zoo di sostantivi che rappresentano animali come il delfino, lo scoiattolo e il coniglio, ma anche la larva, la libellula, l’acaro e il salmone. Nessun limite alla fantasia e tanta cura nel raccogliere sapientemente l’essenza di ogni creatura (inclusa quella umana), senza imprigionarla con la perentorietà e la freddezza delle definizioni di un dizionario, ma guidando il lettore così da dargli l’impressione di vedere sul serio qualcosa (anzi, qualcuno) che ha già visto innumerevoli volte nella sua vita (in un parco, in un bosco o in un documentario). Se il poeta, per definizione, “crea”, Paganucci lo fa con l’atteggiamento di un ricercatore che maneggia con rispetto gli esseri oggetto del suo studio. D’altronde, come scrive lei stessaː   «La parola è un animale con un’anima e una tanaː più tu cerchi di stanarla, più ti sfugge, si allontana.»   2) Il tarassaco con i pantaloni alla zuava di Salvatore Amato (Attraverso, 2025)     Lasciatevi incuriosire dal titolo surreale, perché all’interno di questa silloge troverete una costellazione di storie che la poesia di Amato elargisce con nitidezza cinematografica. Tra i soggetti inquadrati troverete i derelitti in mezzo ai quali «alcuni sorridono ancora» dei Banana Flats (Edimburgo), i lavoratori esasperati di Semaforo rosso, gli ipocriti e gli avidi (come i parenti del defunto della grottesca veglia funebre de La prefica) e viscidi personaggi come il politico di Un ometto come tanti per il quale «il Made in Italy è una garanzia,/ anche se la manodopera è cinese» e il cui «figlio si è fatto una vita all’estero,/ e dove si trova anche lui è straniero». Accanto a questo campionario umano fotografato con ironia o fratellanza, Amato dedica spazio anche a componimenti da cui traspare la prospettiva di un io che è ora pensoso e nostalgico (La vecchietta della candeggina; Nell’acquitrino dell’accidia; Nebulosa memoria), ora consapevole e battagliero nel ricordo delle lotte politiche del passato (Reminiscenze di resistenza) e nella denuncia di storture come la presenza mafiosa nella sua terra di Sicilia (La mattanza delle foglie). Il risultato è un’opera che si muove tra l’anima e la piazza: l’individualità, anche quando cosciente di sé o nascosta dietro la descrizione di scene apparentemente prive di importanza (Del moscone e della finestra; Natura morta), non perde mai di vista la dimensione sociale alla quale, nonostante tutto, rimane aggrappata.   «Non esiste anarchia che non metta la collettività prima dell’individuo…»   (Hanno ucciso un anarchico)   3) Nella stanza di Emily di Benedetta Centovalli (La Tartaruga, 2024)     Non un libro di poesia e nemmeno sulla poesia, ma su una delle anime più potenti e prolifiche della letteratura occidentaleː Emily Dickinson. Centovalli racconta del suo viaggio ad Amherst, nel Massachussetts, per visitare la casa di Dickinson e ci conduce tra momenti di amarcord personali e ingressi in spazi attraversati da un genio che, delle centinaia di componimenti a noi giunti, in vita ne pubblicò solo sette. Nella stanza di Emily troviamo impressioni, dettagli sulla sua vita e la sua opera che renderanno felici sia gli appassionati che i neofiti. Non manca nemmeno uno sguardo rivolto ad altre artiste, la cui vicenda umana e letteraria è poco conosciuta, come la fiorentina Luisa Giaconi (1870-1908). Nei suoi versi Emily Dickinson ci invita a dire «la verità, ma dilla obliqua» e, in questo “vedere obliquo”, Centovalli scorge «una creatura della soglia» che «ha scelto di abitare uno spazio e un tempo sospesi tra il presente e il futuro». Una soglia di possibilità sulla quale sente di affacciarsi la stessa autrice e che è in parte nota anche a chi scrive le righe che state leggendo in questo momento. D’altronde, scrivere, in generale, può essere un «modo di esistere». A volte, l’unico, ma non necessariamente in chiave malinconica, perché, come ci viene ricordato da Centovalli, «[l]a lettura [è] il passaggio indispensabile dalla porta stretta dell’invenzione». Una relazione a distanza spazio-temporale che lega lettore e autore in una staffetta cognitiva.   Una parola è morta quando è pronunciata, così dice qualcuno. Io dico invece che incomincia a vivere proprio quel giorno.   (Emily Dickinson, P 1212)     25/03/2026

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