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Per il verso giustoː letture per la Giornata Mondiale della Poesia

di Maria Elena Lippi   Proprio in concomitanza con l’equinozio di primavera, il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO. Dalle rime imparate a memoria da bambini fino allo studio dei classici sui banchi liceali, la poesia è entrata nelle vite di tutti noi, fosse anche soltanto grazie a quei post che, nel rumore dei social, riportano interi componimenti e invitano a sostare sulla pagina, per quanto virtuale. Infatti, che rispetti pedissequamente le regole della metrica o sconvolga il bonton e la musicalità antiche per accogliere il caos dei tempi, la poesia vive e si evolve, a volte abusata, spesso bistrattata, ma sempre presente come istinto da coltivare e curare perché i suoi frutti possano risuonare non solo nel nostro, ma anche nell’animo altrui. Abbiamo selezionato per voi alcuni titoli per celebrare (in ritardo) questa giornata prendendola “per il verso giusto”.   1) La parola è un animale – Bestiario etimologico di Irene Paganucci (Edizioni Gruppo Abele, 2022)     Impreziosito dalle splendide illustrazioni di Arianna Papini, La parola è un animale è il regalo perfetto per avvicinare i bambini alla poesia con il volume di una giovane autrice che non ha mancato di far sentire la sua voce arguta e originale anche alle prese con un testo che soddisferà sia i grandi che i piccoli. Con la stessa fertile sinteticità che riserva alle sue poesie “per adulti”, infatti, anche qui Paganucci gioca con i lemmi con la massima disinvoltura, dando vita a uno zoo di sostantivi che rappresentano animali come il delfino, lo scoiattolo e il coniglio, ma anche la larva, la libellula, l’acaro e il salmone. Nessun limite alla fantasia e tanta cura nel raccogliere sapientemente l’essenza di ogni creatura (inclusa quella umana), senza imprigionarla con la perentorietà e la freddezza delle definizioni di un dizionario, ma guidando il lettore così da dargli l’impressione di vedere sul serio qualcosa (anzi, qualcuno) che ha già visto innumerevoli volte nella sua vita (in un parco, in un bosco o in un documentario). Se il poeta, per definizione, “crea”, Paganucci lo fa con l’atteggiamento di un ricercatore che maneggia con rispetto gli esseri oggetto del suo studio. D’altronde, come scrive lei stessaː   «La parola è un animale con un’anima e una tanaː più tu cerchi di stanarla, più ti sfugge, si allontana.»   2) Il tarassaco con i pantaloni alla zuava di Salvatore Amato (Attraverso, 2025)     Lasciatevi incuriosire dal titolo surreale, perché all’interno di questa silloge troverete una costellazione di storie che la poesia di Amato elargisce con nitidezza cinematografica. Tra i soggetti inquadrati troverete i derelitti in mezzo ai quali «alcuni sorridono ancora» dei Banana Flats (Edimburgo), i lavoratori esasperati di Semaforo rosso, gli ipocriti e gli avidi (come i parenti del defunto della grottesca veglia funebre de La prefica) e viscidi personaggi come il politico di Un ometto come tanti per il quale «il Made in Italy è una garanzia,/ anche se la manodopera è cinese» e il cui «figlio si è fatto una vita all’estero,/ e dove si trova anche lui è straniero». Accanto a questo campionario umano fotografato con ironia o fratellanza, Amato dedica spazio anche a componimenti da cui traspare la prospettiva di un io che è ora pensoso e nostalgico (La vecchietta della candeggina; Nell’acquitrino dell’accidia; Nebulosa memoria), ora consapevole e battagliero nel ricordo delle lotte politiche del passato (Reminiscenze di resistenza) e nella denuncia di storture come la presenza mafiosa nella sua terra di Sicilia (La mattanza delle foglie). Il risultato è un’opera che si muove tra l’anima e la piazza: l’individualità, anche quando cosciente di sé o nascosta dietro la descrizione di scene apparentemente prive di importanza (Del moscone e della finestra; Natura morta), non perde mai di vista la dimensione sociale alla quale, nonostante tutto, rimane aggrappata.   «Non esiste anarchia che non metta la collettività prima dell’individuo…»   (Hanno ucciso un anarchico)   3) Nella stanza di Emily di Benedetta Centovalli (La Tartaruga, 2024)     Non un libro di poesia e nemmeno sulla poesia, ma su una delle anime più potenti e prolifiche della letteratura occidentaleː Emily Dickinson. Centovalli racconta del suo viaggio ad Amherst, nel Massachussetts, per visitare la casa di Dickinson e ci conduce tra momenti di amarcord personali e ingressi in spazi attraversati da un genio che, delle centinaia di componimenti a noi giunti, in vita ne pubblicò solo sette. Nella stanza di Emily troviamo impressioni, dettagli sulla sua vita e la sua opera che renderanno felici sia gli appassionati che i neofiti. Non manca nemmeno uno sguardo rivolto ad altre artiste, la cui vicenda umana e letteraria è poco conosciuta, come la fiorentina Luisa Giaconi (1870-1908). Nei suoi versi Emily Dickinson ci invita a dire «la verità, ma dilla obliqua» e, in questo “vedere obliquo”, Centovalli scorge «una creatura della soglia» che «ha scelto di abitare uno spazio e un tempo sospesi tra il presente e il futuro». Una soglia di possibilità sulla quale sente di affacciarsi la stessa autrice e che è in parte nota anche a chi scrive le righe che state leggendo in questo momento. D’altronde, scrivere, in generale, può essere un «modo di esistere». A volte, l’unico, ma non necessariamente in chiave malinconica, perché, come ci viene ricordato da Centovalli, «[l]a lettura [è] il passaggio indispensabile dalla porta stretta dell’invenzione». Una relazione a distanza spazio-temporale che lega lettore e autore in una staffetta cognitiva.   Una parola è morta quando è pronunciata, così dice qualcuno. Io dico invece che incomincia a vivere proprio quel giorno.   (Emily Dickinson, P 1212)     25/03/2026

San Patrizio: 4 libri per brindare all’Irlanda

di Maria Elena Lippi   Il 17 marzo in Irlanda (e non solo) è il giorno di San Patrizio. Cappelli verdi, birra a fiumi e sessioni di gighe con violini e bodhrán sono d’obbligo. Anche voi subite il fascino di questa festa che si celebra ormai dal XVII secolo? Oltre a musica e bevande potreste assaporare un buon libro che rievochi l’Isola di Smeraldo. I primi a venire in mente sono i nomi di alcuni dei suoi figli più illustri: Oscar Wilde, James Joyce e William Butler Yeats. Ma abbiamo l’impressione che questi li conosciate già. Perciò abbiamo selezionato per voi quattro titoli che non possono mancare nella libreria di ogni buon irlandofilo.   1) Milkman di Anna Burns (Keller, 2019)     Premiato con il Man Booker Prize, il National Book Critics Circle Award e l’Orwell Prize for Political Fiction, Milkman è un romanzo privo di nomi e carico di Storia la cui protagonista, la diciottenne “Sorella di mezzo”, si muove sullo sfondo di una città altrettanto ignota, ma facilmente identificabile nella Belfast dei Troubles degli anni ’70. Sorella di mezzo cerca di condurre la sua vita fatta di lavoro, libri letti camminando per strada e incontri con il suo “forse-fidanzato”, mentre il mondo intorno a lei prende fuoco: lo scontro tra cattolici repubblicani, da un lato, e protestanti lealisti e forze di sicurezza britanniche, dall’altro, genera violenze e vittime ogni giorno. Sorella di mezzo cerca di evitare il caos e l’ipocrisia dei pettegolezzi dei membri della sua comunità, ma finisce per essere oggetto di curiosità e biasimo quando viene additata come amante di un uomo sposato, noto come “il lattaio”, che sembra avere un grado elevato nei ranghi dei paramilitari. Pur senza sfiorarla, quest’ultimo pedina la ragazza, la perseguita e le lascia intuire che un suo rifiuto non sarà ammesso. Bollata come “inaccettabile” dai suoi concittadini, coinvolta suo malgrado nelle complesse dinamiche politiche del suo tempo, Sorella di mezzo si trova vittima di una spirale di ansia e paura che logora le sue già precarie relazioni familiari e sociali e mina il rifugio di cultura e quieto vivere che credeva di aver costruito. Anna Burns ci regala il racconto dell’intreccio tra guerra civile e ordinarie crudeltà sociali, cui nessun individuo, in fin dei conti, riesce a sottrarsi. Una discesa negli inferi della natura umana che risuona anche oltre le rive d’Irlanda. Imperdibile.   2) Agnes Browne mamma di Brendan O’Carroll (BEAT Bestseller, 2023)       Ambientato nel 1967 in uno dei quartieri più poveri di Dublino, questo breve libro mescola comicità e malinconia mostrandoci un pezzo della vita di Agnes Browne, vedova e madre di sette figli. Per Agnes le giornate di duro lavoro sono rese sopportabili dalla migliore amica, Marion, dagli sgangherati, ma solidali colleghi del mercato di Moore Street e dai vinili di Cliff Richard. La prospettiva è ora quella della protagonista, ora quella di uno dei suoi bambini, in particolare, Mark e Cathy. Il primo, diventato “l’uomo di casa” in quanto figlio maggiore, si assume il peso di aiutare economicamente la madre; la seconda, unica femmina, affronta il crudele rigore della scuola cattolica da lei frequentata. La madre e i suoi piccoli devono fronteggiare incertezza, equivoci grotteschi, fatica e lutto. Eppure, ci sono anche affetto, voglia di riscatto e consapevolezza della propria dignità di persone, al di là di status sociale e miseria. Non mancherà qualche sorprendente colpo di scena. Agnes Browne mamma è un gioiello che celebra la tenacia dei “deboli” ed ha ispirato un ottimo film con Anjelica Huston del 1999. Vi consigliamo di recuperare entrambi!   3) Darkly Fantastic – Racconti perturbanti di sette autrici irlandesi con traduzione e cura di Giuseppina Brandi (ABEditore, 2025)     Con la sua grafica gotica e accattivante e le sue scelte di alto pregio, ABEditore si riconferma una realtà editoriale tra le più significative in circolazione per quanto riguarda il mondo dell’horror e del weird attraverso i secoli. In questo volume troverete i racconti di ben sette autrici irlandesi: Rosa Mulholland, Charlotte Riddell, B.M Croker, L.T. Meade, Dora Singerson Shorter, Katharine Tynan e Clotilde Graves. Tra case infestate, misteri da svelare e archetipi orrorifici, le trame restituiscono le voci di ciascuna scrittrice, mettendone in risalto la sensibilità artistica e l’abilità a destreggiarsi in un genere che anche in Irlanda, terra di folklore e leggende, è stato affrontato da penne autorevoli.   Ancora una volta, ABEditore compie un’operazione di salvataggio di storie lontane nel tempo e altrimenti sconosciute al grande pubblico. Non possiamo che essergliene grati.   4) Chiamalo amore di Francesca Romana Fabris (Carabba, 2023)     I romanzi intrisi di romanticismo e buoni sentimenti non fanno per voi? Bene, perché, a dispetto del nome, Chiamalo amore non ne contiene. Tra queste pagine, premiate dal Forum Traiani 2023, troverete la genesi di un desiderio viscerale che sfocia in passione amorosa, quella tra “M.” e un uomo che sembra essere davvero la sua metà e che si unisce e si separa da lei in un gioco di ricerca e distanza che sembra avere una sua scienza inconsapevole e un suo proprio equilibrio. E l’Irlanda? Altro non è che il maestoso sfondo contro il quale M. scrive le lettere con cui racconta questo amore e l’Amore, l’Eros in senso lato, che l’autrice, Francesca Romana Fabris, ritrae con decisione ed efficacia, forte della sua conoscenza dei classici della letteratura e filosofia antiche. Uno sfondo che respira in descrizioni magistrali di promontori e scogliere e che incarna il vigore e la profondità dei sentimenti narrati, con un gusto squisitamente romantico (nel senso della corrente artistica ottocentesca alla Friedrich, non di una comedy made in USA!). Un piccolo e intenso libro che non può mancare nella collezione di un bravo “irlandofilo”.   Avete scelto la vostra lettura? Allora mettetevi comodi con una pinta alla mano e… Sláinte!     13/03/2026

Il tempo senza tempo nei racconti di Andrea Chimenti

– di Gianmarco Caselli   Senza fermata, il nuovo libro di racconti del musicista Andrea Chimenti edito da Ronzani editore, è un piccolo gioiello. Sono dieci i racconti della nuova opera letteraria dell’ex cantante dei Moda che si distanziano molto, come stile, dalla precedente raccolta di racconti, L’organista di Mainz (Lorusso editore). Mentre i racconti di quest’ultimo erano contraddistinti da uno stile realistico, con i racconti di Senza fermata Chimenti si colloca nella corrente del realismo magico di Dino Buzzati e Italo Calvino.     La raccolta è stata presentata in prima assoluta il 31 gennaio scorso a Capannori Underground Festival con Chimenti intervistato dal sottoscritto in qualità di direttore artistico del Festival, insieme ad Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba, e da Michele Rossi, direttore del gabinetto scientifico letterario del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Durante la serata Chimenti ha ricevuto anche il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.     Tema conduttore di Senza fermata è il tempo, il tempo che scorre e, appunto come suggerisce il titolo, non si ferma mai. I racconti sono quasi tutti concatenati e vanno dal 10.000 a.C. al 2024 d.C. È una frase di Leonardo Da Vinci ad avere dato all’autore lo spunto per questa opera: “L’acqua che tocchi dei fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene, così il tempo presente.” Chimenti ci immerge in situazioni quotidiane, a volte banali e, senza che ce ne accorgiamo, ci trasporta in situazioni surreali, oniriche. Quello che stupisce e che fa piacere, è che tutto avviene per lo più in modo leggero, quasi naturale. I personaggi si trovano a evadere dal tempo, dalla situazione presente, per fondersi con un tutto cosmico, con il ritmo vitale dell’universo dal colore blu Klein protagonista della copertina. L’attenzione dell’autore, e del lettore, si sofferma su piccoli eventi, situazioni, gesti, che il tempo frenetico della società attuale non ci fa più vedere. Chimenti ci accompagna delicatamente, attraverso questi varchi –  in una realtà diversa da quella reale, in un tempo senza tempo che ci riconnette con il nostro io interiore e talvolta ci riporta all’innocenza dell’infanzia, ai sentimenti non corrosi e non corrotti dal tempo che stiamo vivendo. È una lettura che ci fa stare bene e di cui avevamo bisogno.   25/02/2026      

“Senza fermata” di Chimenti: prima tappa al Festival Underground

di Maria Elena Lippi Sabato 31 gennaio il Capannori Underground Festival ha registrato l’ultimo successo della stagione. Un’edizione cominciata con la prima presentazione assoluta del nuovo album dei Not Moving, proseguita con il fumettista Bigo e gli attori Elisa D’Agostino e Marco Brinzi e, a gennaio con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e conclusa appunto con Chimenti. Il tutto con la partecipazione di altri grandi nomi come Antonio Aiazzi dei Litfiba, Michele Rossi del Gabinetto Vieusseux, Marco Bachi della Bandabardò e lo scrittore horror Paolo D’Orazio. Il polo culturale Artemisia si è gremito di persone per Andrea Chimenti e la prima presentazione in assoluto del suo nuovo libro, la raccolta di racconti Senza fermata (Ronzani editore, 2026). Nel corso degli anni Chimenti ha portato avanti una duplice carriera di successo, in ambito musicale e letterario. Dal 1983 al 1989 è stato il cantante dei Moda, pietra miliare del rock italiano, e, da solista, ha collaborato con artisti del calibro di Mick Ronson, David Sylvian e Piero Pelù. Sul fronte letterario, Chimenti aveva già al suo attivo Yuri (Zona, 2014) e L’organista di Mainz (Lorusso Editore, 2022), a riprova di un talento instancabile che ha travolto anche il pubblico di Capannori in un pomeriggio coinvolgente e ricco di ospiti. La serata di sabato, infatti, si è aperta con uno special guest: a sorpresa era nel pubblico lo scrittore Paolo D’Orazio, il cui nome è sinonimo della rivista Splatter, già ospite in precedenti edizioni del Festival. Dopo i saluti del Comune di Capannori, portati da Claudia Berti, Assessora alla Cultura, il direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, ha invitato D’Orazio a prendere la parola. D’Orazio ha così introdotto Enrica Giannasi, grafica ufficiale del Festival e dei CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, che ha illustrato le locandine del Capannori Underground. Dopo questo tuffo nelle arti visive, è entrato in scena Chimenti che, senza indugio, ha intrapreso la lettura recitata di uno dei racconti di Senza fermata. Si è trattato di un dialogo fra due personaggi, di cui uno interpretato da Chimenti e l’altro diffuso tramite una registrazione audio, in uno scambio tra voce “presente” e voce “in differita” che ha creato un’atmosfera teatrale e suggestiva. È giunto poi il momento dell’intervista, durante la quale sono intervenuti Antonio Aiazzi, lo storico tastierista dei Litfiba, e Michele Rossi, direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze. L’intervista è stata quindi in felice equilibrio tra musica (grazie ad Aiazzi) e letteratura (grazie a Rossi), ricalcando appieno la doppia anima artistica di Chimenti. Inoltre, Caselli, che ha moderato l’intervista, ha posto a Chimenti domande su curiosità di carattere generale. C’è stata anche un’altra sorpresa: a un certo punto è intervenuto Marco Bachi, già ospite del Festival, che ha voluto ricordare il ruolo importante giocato da Chimenti nella formazione della Bandabardò. Infine, al termine dell’intervista e dopo la lettura di un altro estratto del libro da parte di Chimenti, c’è stato il momento cruciale dell’evento. All’artista è stato conferito il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground. Per l’occasione è tornata sul palco Enrica Giannasi, che ha omaggiato Chimenti, Rossi, Aiazzi e Bachi con una delle linoleografie da lei realizzate per l’uscita di Al Diavolo, il nuovo album dei CRP  Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Per il finale, con la sigla del Festival, ai  CRP che l’hanno composta si sono uniti al pianoforte lo stesso Chimenti e Aiazzi, con Bachi al basso, Paolo D’Orazio alle percussioni ed Erika Citti con un tamburello. In questo momento di profonda condivisione musicale, Aiazzi e Chimenti si sono esibiti suonando insieme sullo stesso pianoforte. Si è trattato davvero di un gran finale per un’edizione straordinaria e partecipatissima. Il coinvolgimento di tanti artisti di alto profilo, che, come visto, spesso tornano come special guest, rende il Capannori Underground Festival un inestimabile punto di riferimento e di incontro per gli artisti che vivono e promuovono la cultura underground e per il pubblico intenzionato a conoscerla e celebrarla. Fa molto piacere notare come, ad ogni incontro, siano stati presenti anche molti giovani, a riprova di come il Festival abbia saputo costruire un linguaggio condiviso e intergenerazionale. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara Alla prossima!

Pace e rivoluzione nelle Tre domande dell’angelo

di Maria Elena Lippi Il modo più immediato per definire Le tre domande dell’angelo di Katia Lari Faccenda (CartaCanta Editore, 2024) è che si tratta di un romanzo ispirato alla figura di Giovanna d’Arco. La protagonista del libro, infatti, si chiama Giovanna e, come la patrona di Francia, è una ragazzina che riceve le visite di un angelo e si mette alla guida di un gruppo di giovani uomini, sfidando le convenzioni sociali che la vorrebbero relegata alla cura del focolare. Tuttavia, limitarsi a dir ciò fornirebbe solo una visione parziale dell’opera. L’autrice ha sì studiato la vita della Pulzella d’Orléans e le carte del processo di cui fu vittima (citate nel libro stesso), ma il risultato non è un romanzo storico o un’agiografia, anche se ripercorre molte tappe della breve vita della Jeanne reale. Lasciando trapelare un gusto per i simboli che ha un che di squisitamente medievale, la Giovanna di Lari Faccenda è un’icona che racchiude in sé e nelle sue vicende molteplici lotte e vicissitudini dell’animo umano: il riscatto della donna da una condizione di inferiorità, il coraggio che può animare anche le persone a prima vista più fragili, l’amore, la fede (da intendersi anche e soprattutto in chiave laica), il dubbio, l’assunzione di responsabilità, la difesa della pace. Uno dei punti di forza del libro sta proprio nel suo trattare in modo originale temi universali, in un’ambientazione e un’epoca che fanno pensare all’attuale Medio Oriente, ma che lasciano immaginare anche altri spazi e momenti, i tanti in cui si perpetuano o sono state perpetuate violenze e ingiustizie a danno dei civili. Giovanna, infatti, si muove in uno scenario bellico e il suo appello alla pace e alla giustizia, raccolto dai ragazzi che la seguono e proposto alle genti che incontreranno sul loro cammino, passa tramite una rivoluzione silenziosa, non violenta e consapevole della necessità di prendere in mano il presente per cambiare il futuro. Il silenzio è coltivato non come mera assenza di parole, ma come un’orchestra farebbe con le pause di un pentagramma: coincide con la disponibilità all’ascolto, col “prendere consiglio dal silenzio” e coltivare l’unione dei silenzi da cui possono generarsi dialogo e cambiamento.   Le diverse sfaccettature del silenzio ce le rammenta la stessa autrice nell’appendice Dal quaderno di composizione di Le tre domande dell’angelo, una piccola e arguta guida per andare a riflettere di nuovo sulle pagine appena lette (e da cui ciascuno, senza dubbio, riemergerà portando con sé la sfaccettatura che più avrà toccato il suo animo). Nell’appendice viene anche fatta un’affermazione importante ai fini della lettura: «Due verità interrogative distinte non si sommano, si relazionano. Generano una terza verità». La dualità dell’esistenza è feconda nella relazione e si realizza anche su un piano qualitativo: essa emerge nella coesistenza delle due accezioni (positiva e negativa) attribuibili a un’idea. Ne è un esempio il concetto di “colpa”, che è al contempo “senso di colpa”, ma anche “responsabilità”. Nello specifico, come sottolinea la stessa Giovanna, il «trono della colpevolezza» è un trono che «nessuno vuole occupare», visto che in tanti si dicono responsabili di qualcosa, ma difficilmente sono pronti a sentirsi davvero colpevoli. Da un punto di vista stilistico, una menzione d’onore spetta alla prosa, dall’anima poetica e dalla forma ricercata, ma mai prolissa o superflua, proprio come accade nei componimenti migliori. Estetica e contenuto si fondono in un connubio felice, che fa pensare a un’opera di altri tempi, perché rara in un momento di diffusa tendenza alla banalizzazione delle architetture linguistiche e dei concetti. In questo periodo (in ogni periodo) abbiamo bisogno di libri come questo, che, accompagnandoci con mano leggera, ci tengano con i piedi per terra e ci predispongono a vedere il mondo come faremmo grazie a una favola o a una parabola.

Consigli di viaggio: un salto a Spoon River

– di Maria Elena Lippi    In Canzone per Piero, Francesco Guccini inserisce il verso È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Non può che riferirsi all’Antologia di Spoon River, che di Masters è l’opera più conosciuta e che ha reso il suo autore noto e amato in tutto il mondo. Questa silloge poetica, infatti, è diventata uno di quei testi capaci di parlare con chiarezza ed efficacia ben oltre il tempo e lo spazio in cui sono stati scritti. La sua esistenza è il frutto della tenacia che sorge in chi ha qualcosa di urgente da dire e può farlo compiutamente solo con la veste della poesia, se pensiamo che, a discapito delle sue aspirazioni letterarie, Edgar Lee Masters fu costretto dal padre all’avvocatura (professione nella quale, peraltro, eccelleva).       Nato a Garnett, in Kansas, nel 1868, Masters visse tra la campagna e la città. Grazie al suo lavoro ebbe modo di conoscere e studiare da vicino gli esseri umani con le loro ipocrisie e passioni, celate dal puritanesimo della società statunitense dell’epoca. Ispirato dalla lettura dell’Antologia Palatina, Masters decise di ricorrere alla forma dell’epitaffio per narrare le vite di un villaggio immaginario i cui abitanti incarnano le verità e le menzogne che egli percepiva nel mondo che lo circondava. Così, tra il 1914 e il 1915, le poesie dell’Antologia di Spoon River apparvero regolarmente sul Reedy’s Mirror, per poi uscire in volume nella loro versione definitiva nel 1916. Negli anni seguenti Masters non riuscì a replicare il successo dell’Antologia e nel 1950 morì in miseria, pressoché dimenticato. Tuttavia, già negli anni ’40, in Italia era uscita un’edizione italiana dell’opera, con il curioso titolo di Antologia di S. River, quasi fosse una raccolta di massime di un santo, voluto dal ministero della cultura popolare fascista per de-americanizzare la silloge.     Il primo a cogliere la grandezza dell’Antologia e di Masters fu Cesare Pavese, che dedicò loro un saggio nel 1931 sulla rivista La Cultura. Pavese menzionò la «consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti» che il poeta dimostrava nelle parole delle anime di Spoon River, un coro di voci che si svelano al lettore e che si intrecciano per parentele e relazioni sociali, ciascuna sconquassata dalle proprie speranze, illusioni e solitudine. Tramite Pavese il libro arrivò nelle mani di Fernanda Pivano, che ne realizzò la sua traduzione più famosa e contribuì a far sì che, negli anni ’60, Masters fosse riscoperto da scrittori, poeti e cantautori. Tra questi non si può non menzionare Fabrizio De André, di cui abbiamo ricordato la scomparsa l’11 gennaio. In Non al denaro non all’amore né al cielo De André non si limita a musicare alcune poesie della raccolta, ma conferisce loro nuovo spirito, rivestendole della propria esperienza e sensibilità di compositore politicamente impegnato nell’Italia della contestazione e degli anni di piombo. Come accade con i classici, quindi, l’Antologia di Spoon River si pone in un dialogo aperto a sempre nuove generazioni di artisti e lettori. Una sua copia merita di trovarsi in ogni libreria personale e di essere letta e riletta, magari in fasi diverse della propria vita.     Se entrate a Spoon River per la prima volta, la prima guida da cui farsi affascinare è proprio Pivano: la trovate nell’edizione Super ET Einaudi (2014), che contiene un’intervista alla traduttrice stessa, oltre a tre scritti di Pavese e l’introduzione di Guido Davico Bonino. Se siete ospiti fissi della cittadina di Masters o, comunque, volete fin da subito approfondire la conoscenza con i suoi abitanti, di certo apprezzerete la recente versione con la traduzione di Alberto Cristofori (La Nave di Teseo, 2022). Cristofori commenta la genesi delle poesie inquadrandole nella vita di Masters e analizzandone contenuto e stile: il risultato è uno strumento inestimabile per attraversare le vie di Spoon River ad occhi ben aperti. Con l’Antologia tra le mani e Il suonatore Jones in sottofondo, non vi resta che scostare idealmente l’edera dalle lapidi e iniziare a leggere.

C’era una volta: storie passate per Natali presenti

di Maria Elena Lippi   Vi mancano gli ultimi acquisti di Natale per i piccoli, ma siete stufi dei soliti giocattoli e dei soliti marchi? Potreste progettare castelli in miniatura con abitanti meccanici, proprio come fa il signor Drosselmeier, abile orologiaio e padrino della piccola Marie nella fiaba Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Il fai da te non vi appassiona? L’alternativa è regalare direttamente il libro di Hoffmann, in una delle tante edizioni disponibili, da quelle più colorate (come Rizzoli, 2022, con le illustrazioni di Iacopo Bruno) a quelle adatte anche ai più grandi, magari con il testo tedesco a fronte (La Vita Felice, 2025). Pubblicato nel 1816, Schiaccianoci ha ispirato tante opere successive, tra cui spiccano il racconto di Alexandre Dumas padre (1844) e il balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1892), con le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. Lo Schiaccianoci. Una fiaba di Natale edito da Donzelli (2018) raccoglie le versioni di Hoffmann e Dumas in un unico volume con le illustrazioni di Aurélia Fronty e con una sezione dedicata alla versione musicata dal grande compositore russo. Forse alcuni bambini conoscono già le avventure di Schiaccianoci in qualche formato cartoonesco o cinematografico. Tuttavia, l’originale di Hoffmann permette di immergersi in un mondo meraviglioso e allo stesso tempo inquietante che avvolge Marie Stahlbaum, la piccola protagonista, la sera della Vigilia di Natale. Buona e gentile, Marie si affeziona subito allo Schiaccianoci donatole dal padre e lo aiuterà nella sua battaglia contro il malvagio Re dei topi, un orribile ratto dalle sette teste che guida schiere di roditori. Gli adulti ridicolizzeranno le avventure raccontate dalla bambina, tutti tranne Drosselmeier, che a sua volta le narrerà la fiaba della principessa Pirlipat, della noce Krakatuk e di un bel giovane capace di schiacciare le noci coi denti e di spezzare la maledizione di cui Pirlipat è vittima.     In Schiaccianoci si intrecciano tutti gli elementi della fiaba: paesi incantati, oggetti all’apparenza inanimati dietro cui si celano splendidi principi, principesse da salvare e prove da superare. Ma non solo: accanto ai sogni infantili di intere città di zucchero, Hoffmann distilla un po’ dell’incubo che permea i suoi Notturni per adulti. Il mondo onirico si interseca con la realtà, rendendosi a tratti visibile anche “ai grandi”, benché questi cerchino di razionalizzarlo. L’enigmatica figura di Drosselmeier funge da punto di contatto tra le due dimensioni. Con il suo ingegno e i suoi modi a tratti burberi, il padrino di Marie rievoca i ben più malevoli inventori e alchimisti delle più perturbanti opere di Hoffmann. La stessa Marie, poi, è dolce, ma anche piena di iniziativa, pronta a sfidare la paura e la derisione per portare avanti una causa che ritiene giusta. Con queste premesse, Schiaccianoci è una lettura perfetta per unire alla magia natalizia un’atmosfera goticheggiante e una profondità psicologica che incantano e incuriosiscono al tempo stesso. Se, però, pensate che una sola fiaba non basti a soddisfare la voglia di lettura dei vostri bimbi, non resta che consigliare altri due classici.     Il primo, le Fiabe di Hans Christian Andersen, è una raccolta indispensabile per genitori pronti ad accompagnare i figli tra pagine in cui il fantastico e il meraviglioso si intrecciano alle malinconie e ai dolori della vita. A tal proposito, la Sirenetta dell’autore danese è senz’altro meno allegra di quella disneyana! Come per Schiaccianoci, troverete edizioni per tutti i gusti, tra volumi illustrati, riduzioni per i più piccoli e collezioni complete (qui si segnala quella integrale e recente della Newton Compton Editori, 2024). Il secondo libro è le Fiabe italiane di Italo Calvino, a cui dobbiamo un mastodontico lavoro di riordino del patrimonio narrativo folklorico nazionale. Calvino attinse ai testi redatti da autori precedenti «sotto dettatura delle nonne» e scelse fiabe dalle varie Regioni, comparandone le varianti e traducendole dai dialetti all’italiano. Grazie a questo lavoro, la tradizione diventa accessibile anche ai bambini, che gradiranno edizioni come quella illustrata da Emanuele Luzzati (Mondadori, 2019). Anche con queste fiabe, ogni tanto, ci si inquieta, ma si sogna anche molto, accanto a uno dei più grandi scrittori del Novecento.  

Non solo Marley: fantasmagorie natalizie

– di Maria Elena Lippi Prima dell’avvento di Babbo Natale, dei jingle pubblicitari e degli abeti esposti fin da inizio novembre, il Natale è stato per lungo tempo una faccenda oscura. È noto come le celebrazioni cristiane della nascita di Gesù abbiano soppiantato i culti pagani legati al periodo invernale, appropriandosi fin dal IV secolo d.C. della data del 25 dicembre e condannando all’oblio il Sol invictus di età imperiale. Tuttavia, lontano da Roma, le tradizioni europee hanno resistito nelle abitudini e nei racconti della gente, che ai dogmi ecclesiastici ha continuato ad affiancare per secoli le proprie credenze e i propri riti, spesso non privi di elementi spaventosi e soprannaturali. Alcuni vengono celebrati ancora oggi, per affetto o turismo: dai demoniaci Krampus di area tedesca alla Mari Lwyd gallese, che, anticamente connessa a riti di fertilità, altro non è che un teschio di cavallo sorretto da un bastone e ornato da nastrini.   Non va poi dimenticato che, tra i rituali di tempi svaniti e le nostre lucine al led, nell’Ottocento del Volksgeist e della fascinazione per lo spiritismo e l’occulto, le gelide notti natalizie offrivano l’atmosfera perfetta a chi volesse conservare una parvenza di mistero anche nel bel mezzo delle neonate metropoli industriali. Nella puritana epoca della Regina Vittoria, infatti, si riscoprì il fascino (e la moda) dei racconti di fantasmi, la cui aura intrinsecamente pagana era in genere mitigata dalla presenza di una morale a beneficio del pubblico, proprio come in Canto di Natale di Charles Dickens. «Tanto per cominciare, Marley era morto» è l’incipit più natalizio che possa venire in mente a chi scrive, preludio della vicenda di redenzione di Ebenezer Scrooge, l’avaro per eccellenza. Ma, nel vasto panorama della letteratura vittoriana, il Natale non è infestato solo dallo spettro di Jacob Marley e dai tre spiriti dickensiani, pronti a risalire le scale con fragor di catene e ad affacciarsi da dietro le tende di un letto a baldacchino. Chi volesse trascorrere qualche ora come si faceva una volta, leggendo o condividendo ad alta voce storie di fantasmi e suspense, potrà cimentarsi con più di una raccolta a tema. Di particolare pregio è il voluminoso A Merry Victorian Christmas (Mondadori, 2025), in cui, oltre al citato Canto di Natale, il lettore troverà una collezione di racconti di più di trenta autori che sono oggi per noi fondamentali testimoni dell’età vittoriana, da Elizabeth Gaskell a Wilkie Collins, senza dimenticare Robert Louis Stevenson e Arthur Conan Doyle.   Con il Natale come sfondo, ciascuno di loro ci restituisce vividi stralci della sua epoca e tormenti che superano il mero timore del soprannaturale, che pur alberga in molte di queste pagine. Troveremo le vicissitudini di sognatori sconfitti dalla vita, il terrore della madre davanti alla malattia del figlio, la lotta interiore tra il bene e il male che imperversa nell’uomo in una società sempre più progredita e moderna, ma anche sempre più violenta e sorda ai bisogni dei poveri. Allo stesso tempo, non mancheranno il tono confidenziale e la vena sagace che caratterizzano la letteratura britannica, contribuendo a trasportare il lettore odierno in un salotto del 1843 e dintorni. I racconti di questa raccolta, così come di altre confezionate per le Feste, sono dunque il frutto di menti colte, capaci di bilanciare realtà e sogno, da bravi eredi degli artifici gotici di Horace Walpole e dell’attenzione di Mary Shelley per la potenza e le ombre dell’animo umano. Chi volesse celebrare un Natale vittoriano con un’atmosfera ben più torbida potrà farlo con Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street (Newton Compton Editori, 2024), macabro esempio di penny dreadful, pubblicato originariamente a puntate tra il 1846 e il 1847. I penny dreadful erano storie a puntate acquistabili alla modica cifra di un penny, dai temi scabrosi e sconvolgenti, di relativo valore letterario, ma senz’altro ricche di tensioni e colpi di scena. Tutti elementi che non mancano nelle vicende del signor Todd, abituato a trucidare i propri clienti, poi trasformati in pasticci di carne dall’industriosa signora Lovett. La fortuna attuale di Sweeney Todd è legata al musical di Stephen Sondheim e alla versione cinematografica di Tim Burton, che hanno avuto il merito di riscoprire questo piccolo pezzo di antiquariato londinese. Nelle prossime notti natalizie si potrebbe pure strafare, saltando dal libro allo schermo (o viceversa, a seconda dei gusti). Ad ogni modo, Sweeney Todd ci lascia comunque ancorati alla Londra della rivoluzione industriale, con orrori molto concreti e a noi sempre più vicini. E gli spiriti e i mostri dell’inconscio che la mente umana ha partorito per secoli, dando forma e nome all’ignoto? Per raggiungerli una via sicura è rappresentata dalle Fiabe irlandesi raccolte nella seconda metà dell’Ottocento da William Butler Yeats (nella versione che più vi aggrada, incluse quelle disponibili gratuitamente online). Dai folletti alle fate alle banshee al pooka, conoscerete tutte quelle creature che per gli Irlandesi di un tempo non erano solo personaggi letterari, ma compagni invisibili della vita di ogni giorno, nati dalle ceneri delle antiche religioni e dalla costante fede umana in un altrove che affianca anche la più ordinaria delle esistenze. Certo, sarete lontani dai confortevoli salotti di Londra, ma amerete le storie di quanti, a Natale, senza nemmeno un soldo da spendere in carta stampata, si sarebbero dovuti accontentare della propria voce e della propria memoria.      

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

– di Gianmarco Caselli Anche se può sembrare incredibile, il primo fotoreporter di guerra iracheno, non è nato in tempi lontanissimi, bensì nel 1987. E non solo Kamaran Najm  è stato il primo fotoreporter di guerra iracheno, ma è stato anche fondatore di Metrography, la prima agenzia fotografica indipendente del Paese. Il suo scopo era raccontare con le fotografie l’orrore della guerra ma anche la bellezza del Kurdistan iracheno. Calia non è nuovo a questo tipo di opere che si inquadrano nell’ambito del graphic journalism, ne è un vero e proprio punto di riferimento e a questo proposito è anche autore di “Graphic Journalist – manuale per i reporter con la matita” edito da ComicOut. una sorta di manuale rivolto  agli autori per affrontare questo genere di fumetto che richiede un lavoro di reportage, indicando come inserire le informazioni documentate e suggerendo diverse metodologie di lavoro. La sua storia è stata raccontata in un fumetto da Claudio Calia , “Dov’è la bellezza?“, edita da Becco Giallo con una prefazione di Zerocalcare.     Najm scompare a soli 27 anni, ferito proprio mentre è impegnato a realizzare testimonianze fotografiche della guerra, e finisce nelle mani dell’ISIS. È stato il fratello di Najm a chiedere a Calia di raccontare questa storia, uscita ad aprile, convinto che il fumetto fosse il mezzo migliore per comunicarla. Lo abbiamo incontrato e intervistato a Lucca Comics & Games 2025.     Che cosa siginfica il titolo di questo volume? Najm è il primo fotografo di guerra iracheno. Il titolo del volume, “Dov’è la bellezza?“, è una frase che lui ripeteva stesso: “vengono da tutto il mondo, giustamente, a raccontare gli orrori della guerra ma non c’è nessuno che racconti la bellezza del nostro paese.”  Per questo ha fondato la sua agenzia fotografica, la prima riconosciuta come agenzia fotorgafica irakena, che oggi ha una grande attività di formazione con ben 75 fotografe donne. In Irak è un piccolo miracolo, e forma continuamente nuovi fotografi.   Come hai ricostruito la storia di Najm? L’ho ricostruita andando in Irak e intervistando molte persone che lo hanno conosciuto. Mentre io ero in Irak, una di queste persone era appena arrivata da New York dove aveva appena chiuso una propria mostra personale di fotografia. A 40 anni aveva deciso di mollare il lavoro: aveva trovato un volantino di un workshop dell’agenzia Metrography e grazie a questa si è appassionato ed è diventato fotografo davvero.     Quella di Najm è una storia bella, ma con un finale triste. Sì, lui è il primo esempio di fotografo di guerra irakeno che si trova in prima linea con l’esercito regolare curdo contro l’ISIS. Anche l’esercito non era abituato ad avere civili in prima linea, era una situazione complicata da gestire. La violenza dell’attacco fu terribile, Najm venne ferito al collo, caricato su un furgone dell’esercito, ma la fuga dai colpi di mortaio è talmente precipitosa che si dimenticano di chiuderlo. Il corpo di Najm cade.   Se ne è più saputo nulla? Il giorno dopo, da prigioniero, riuscirà a chiamare la sua famiglia. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui. Anni di trattative da parte della sua famiglia, per sapere se era vivo, morto, eventualmente recupereare il corpo, sono finiti nel nulla. Dopo dieci anni i familiari hanno deciso di raccontare la sua storia e hanno deciso di farlo tramite il fumetto.   Come è avvenuto il contatto con te? Dal 2016 mi è un po’ cambiata la vita in quanto ho fatto un viaggio con la ONG “Un ponte per” realizzando workshop di fumetto in Irak. Da quel momento torno in Irak una o due volte l’anno per tenere dei laboratori. Quando è venuta fuori la volontà di raccontare la storia di Najim, i familiari hanno pensato di chiederlo a me.   Hai accettato subito? No, inizialmente ho risposto di no. Ho pensato: è dal 2016 che formo fumettistie e fmuenttisti irakeni. Che senso ha che lo faccia io? Mi hanno convinto con due argomenti: avevano bisogno di un prodotto fatto e finito e non volevano esordienti; inoltre da italiano posso permettermi più libertà visto che Najm ha fatto cose che in Irak sono discutibili, come un bacio in pubblico che è poi diventato famoso in tutto il mondo. Posso rappresentare certe situazioni senza rischiare.   C’è qualcosa che ti ha colpito nella stesura di questa storia? C’è una cosa strana che è accaduta. Il fratello di Najm quando ha visto il libro è venuto a trovarmi. In questa storia intervisto anche i suoi genitori. Il fratello per dieci anni si è chiesto come mai i genitori avessero smesso di cercare Najm. In realtà suoi genitori hanno continuato per anni a chiedere informazioni facendosi accompagnare dal fratello piccolo. Alla fine gli è stato detto che se avessero continuato a fare queste ricerche lo avrebbero ammazzato. Leggendo il libro, lui ha capito che i suoi genitori avevano interrotto le ricerche per proteggere lui.   03/11/2025

Michele Rossi

Condotti da fragili desideri

Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, è un affascinante volume di Michele Rossi — direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze — che racconta la storia del celebre gruppo musicale partendo dall’analisi dei testi delle loro canzoni.   Il libro è stato presentato lo scorso 25 settembre a Lucca, nell’ambito del festival I Musei del sorriso, organizzato dal Sistema museale territoriale della Provincia di Lucca, in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’incontro è stato introdotto da Adriano Scarmozzino (direttore del festival) e ha vistoRossi dialogare con Gianmarco Caselli, musicista e direttore della nostra testata, due personalità accomunate dalla passione per la musica dei CCCP.     Rossi, già biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei CCCP, affronta nel volume il gruppo attraverso diciannove canzoni selezionate dal loro ampio repertorio, raccontandone la genesi e la storia, dalla mostra Felicitazioni a Reggio Emilia fino alla recente ripresa dei concerti a Bologna, intrecciando letteratura, musica e memoria personale.   In questa intervista, Michele Rossi racconta come è nato il progetto, il legame profondo tra i testi dei CCCP e la letteratura, e come la musica possa assumere oggi una funzione poetica fondamentale, continuando a parlare alle nuove generazioni.   Michele Rossi, in “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” racconta la storia del gruppo partendo dall’analisi dei testi. Può spiegare la logica con cui ha selezionato i brani e perché ha scelto di concentrarsi proprio su questi 19? Nel libro, edito nella bella collana “I Fenicotteri” di Baldini+Castoldi, ripercorro l’avventura artistica del gruppo post-punk raccontando la genesi, ovvero l’incontro accidentale, avvenuto nell’agosto del 1981, tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in una discoteca di Berlino, e concludo la storia, 43 anni dopo, nella stessa città tedesca dei nostri giorni, completamente trasformata. È infatti all’ombra del Muro, in un’area ferroviaria abbandonata dell’ex Germania est (la cosiddetta “Zona grezza”), ritagliata nell’ultimo rifugio alternativo (il quartiere Friedrichshain), che ho assistito a febbraio dell’anno scorso per due sere di fila ai concerti dei CCCP- Fedeli alla linea al Kulturhaus, annunciati come Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik. Ho scelto dal loro ampio repertorio (sono più di sessanta le canzoni dei CCCP incise su disco) solo diciannove testi, come se si trattasse di un concerto del gruppo. Queste e non altre perché sono le mie preferite al contempo le più letterarie; alcune perché necessitano di una spiegazione o ci sono dietro curiosi aneddoti. Bisogna riconoscerlo: sono stato un po’ profetico… Il volume si chiude con il commento del testo di Sexy Soviet, la stessa canzone con cui i CCCP hanno aperto, alcuni mesi dopo l’uscita del mio libro, le ultime sette date del luglio scorso del tour Ultima chiamata. Ci tengo molto a precisare una cosa: le canzoni dei CCCP sono state scritte da Giovanni, anche se spesse volte nascevano da un confronto continuo con Zamboni; alcuni testi furono scritti però da Zamboni, come ad esempio Noia, ripresi poi da Ferretti. Mia intenzione era mettere bene in evidenza anche il ruolo avuto dall’allora chitarrista nella composizione dei testi, perché il libro è dedicato a loro due.     C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpita durante questo lavoro e che l’ha “illuminata” nella comprensione del brano musicale corrispondente o del suo contesto creativo? I testi dei CCCP contengono reminiscenze della grande letteratura, soprattutto francese, e come tutte le reminiscenze sono inconsapevoli citazioni di pagine letterarie lette dagli autori. C’è, oltre che alla “storia dei loro sentimenti”, molta letteratura dentro alle canzoni. Alcuni testi contengono imitazioni che gli autori desiderano che sfuggano il più possibile al pubblico (ho sorpreso Ferretti, scoprendoli…); altri invece contengono allusioni, che producono l’effetto voluto solo negli ascoltatori che riescono a cogliere l’opera letteraria a cui fanno riferimento. A volte ci sono vere e proprie citazioni. È stata una sfida per me, che mi occupo di letteratura. Leggendo il libro capirete meglio…   Il titolo “Condotti da fragili desideri” suggerisce un equilibrio tra tensione ideale e vulnerabilità. In che misura questa fragilità è, secondo lei, la chiave per leggere la poetica dei CCCP e forse anche una parte della nostra storia culturale recente? Ritiene che possa esserci un collegamento tra il periodo storico in cui il gruppo si formò e il loro ritorno sulle scene? “Condotti da fragili desideri” è un verso tratto dalla canzone Trafitto, incisa nel loro primo album: 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Correva l’anno 1986. Forse però non tutti sanno che il testo di questa canzone non è stata scritto né da Ferretti né da Zamboni, ma dal cugino di quest’ultimo: Ludovico, che lo frequentavano in quel periodo. Allude al fragile equilibrio di una intera generazione, laddove si era dissolta la dimensione politica che aveva avuto in tanti giovani grande importanza e che per alcuni significò perdersi, per altri cercare altre strade per dare un senso alla loro vita.  Il mondo è completamente cambiato dagli anni Ottanta, forse più in peggio che in meglio. I CCCP hanno avuto però la capacità di entrare nei lati profondi della società contemporanea, che adesso sono alla luce del sole, senza nessuna vergogna. Il collegamento più manifesto tra i due periodi storici sta nelle inquietudini e nei disagi del vivere, che sono aumentati nello scenario potenzialmente apocalittico odierno.   I CCCP sono stati e sono ancora un vero e proprio fenomeno culturale. Guardando oggi al gruppo e alla loro eredità, cosa resta vivo del loro linguaggio, del loro modo di fondere politica, spiritualità e provocazione? Pensa che possano ancora parlare alle nuove generazioni? I CCCP sono stati l’ultima avanguardia italiana del Novecento, che ha saputo fare propria l’essenza del punk, che è – è vero – sfrontatezza, una manifestazione antagonistica nei confronti dei costumi dominanti e della tradizione, ma è soprattutto un’illuminazione, un invito alla riflessione. L’eredità che hanno lasciato i CCCP non è tanto la visione del no future