Nelle sale della mente: passato e futuro al Bethlem Museum of the Mind

Londra è una città in cui si può passeggiare in lungo e in largo, finendo sempre per imbattersi in nuovi luoghi che vale la pena visitare, ricchi di memoria come sono. Uno di questi spazi è il Bethlem Museum of the Mind, situato nella parte meridionale della metropoli. Fin dall’esterno si capisce che non si tratta di un museo convenzionale: si trova all’interno dell’area del Bethlem Royal Hospital, centro di cura delle malattie mentali tuttora in attività.

 

 

Il nome “Bethlem” vi suona familiare? Forse lo avete incontrato in qualche film in costume o in un romanzo vittoriano (magari in uno dei libri di Dickens, protagonista della nostra prima tappa londinese) non nella sua dicitura corretta, bensì nella più famigerata storpiatura “Bedlam”. Il termine è entrato nell’uso comune per indicare un luogo o una scena di totale confusione, che è lo stato in cui doveva apparire l’ospedale in un passato incline a recludere i pazienti più che a farsi realmente carico del loro benessere.

 

 

Bethlem Gallery and Museum of the Mind – Front (Ph Bethlem Museum of the Mind)

 

L’attuale Bethlem Hospital si trova in un edificio e in una zona diverse da quelle originarie, come è forse naturale che sia, se si considera che il primo nucleo risale addirittura al 1247. Ben diverso è anche lo spirito che lo anima e la cultura che si respira oggi nelle sale del Museum of the Mind, in equilibrio tra il rispetto della memoria del luogo e l’attenzione alla salute mentale nella nostra epoca.

Non a caso, Colin Gale, Direttore del museo, ci tiene a specificare che l’obiettivo principale dell’istituzione è «mettere in dialogo il passato e il presente». Le mostre che vi si tengono non sono organizzate in ordine cronologico e non intendono raccontare la storia dell’ospedale in modo ordinario, ma affrontano piuttosto temi delicati e ancora attuali, cercando di «lasciare le questioni aperte, senza dire alle persone cosa pensare, ma incoraggiando la riflessione e la discussione». La terapia e il recupero, la categorizzazione sociale dei malati e l’importanza del processo diagnostico sono solo alcuni degli argomenti su cui il museo intende portare l’attenzione, nella speranza di indurre il pubblico a interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul futuro.

 

“Raving and Melancholy Madness” di Caius Gabriel Cibber c.1676 (Ph Bethlem Museum of the Mind)

 

Questo sguardo onnicomprensivo sul mondo della salute mentale lo si percepisce già appena varcata la soglia del museo. Subito nell’atrio, infatti, si viene accolti dalle due statue di Caius Gabriel Cibber, Malinconia e Follia delirante, giunte a noi dall’edificio barocco dell’ospedale, di cui ornavano il portale d’ingresso. Le imponenti sculture rappresentano la classica distinzione binaria dei disturbi mentali, che poco aveva a che fare con la diagnostica in senso moderno. Soprattutto Follia delirante, stretta da pesanti catene, ci parla di un’epoca in cui le malattie mentali venivano affrontate anche con l’uso di strumenti di contenimento del tutto crudeli ai nostri occhi. Come sottolinea Gale, le opere di Cibber non sono state esposte per confortare i visitatori al pensiero dei progressi compiuti nell’umanizzazione dei pazienti, bensì per riflettere sul fatto che la questione delle modalità del contenimento e del consenso al trattamento continua ad essere aperta e rilevante anche nella nostra società.

Nella sua attività di sensibilizzazione, il Bethlem Museum of the Mind può contare sull’archivio delle cartelle cliniche e documenti storici dell’ospedale, il patrimonio di strumentazione medica dei secoli andati e la collezione delle opere d’arte (più di mille!) realizzate dai pazienti. Queste ultime rappresentano una ricchezza inestimabile e, vista la loro quantità, vengono esposte a rotazione, con almeno tre percorsi tematici ogni anno.

Proprio sulla presenza dell’arte al Bethlem Museum of the Mind si è concentrata la nostra visita.

 

1. L’esposizione permanente

 

Ph Bethlem Museum of the Mind

 

Salite le scale, sulla sinistra, troviamo l’area dedicata all’esposizione permanente. Dalle cartelle cliniche agli strumenti, dalle installazioni artistiche alle fotografie, si ha modo di approfondire le questioni legate alla diagnosi e alla classificazione medica e sociale dei pazienti, proseguendo il percorso ideale già avviato dalla presenza delle statue barocche all’ingresso.

Nel gioco tra passato e presente è subito un’opera moderna a catturare l’attenzione: l’Ambivalent Falls di Adrian (2014), un piccolo cuore in gabbia sopra il quale, appese a dei fili, pendono delle tessere. Su ogni tessera, a seconda di come le si giri, si possono leggere due parole diverse e opposte: un’installazione delicata, ma potente, che, in un gioco di dicotomie, richiama la difficoltà della diagnostica e la facile caduta nella polarizzazione in cui già incorreva l’arte medica ai tempi di Cibber.

 

Dettagli di “Ambivalent Falls” di Adrian (2014)
La parola “Peace” (“pace”) diventa “War” (“guerra”). E viceversa.

 

Impressionanti sono poi le fotografie scattate da Henry Hering intorno alla metà del XIX secolo. I ritratti dei pazienti del Bethlem Hospital sono accompagnati dalle sole iniziali («anche allora si faceva attenzione a non rompere la riservatezza medica», ci ricorda Gale) e dal nome dei disturbi che li affliggevano. “Malinconia cronica”, “malinconia acuta”, “demenza acuta”, “mania cronica con deliri”: espressioni che, sebbene non coincidenti con gli attuali significati, mostrano una maggiore diversificazione nella diagnostica ottocentesca, ancora legata, tuttavia, alla percezione del singolo medico e non a una classificazione universale vera e propria. A colpire, in particolare, è la foto di una donna che tiene stretta a sé una bambola. Uno strumento terapeutico? Un oggetto donatole per darle conforto? Questo, purtroppo, non possiamo più saperlo.

 

2. Gli artisti del Bethlem Hospital

 

Richard Dadd ritratto da Henry Hering mentre dipinge “Contradiction. Oberon and Titania”. Dal libro “The Bethlem Royal Hospital. An illustrated history” di Patricia Allderidge

 

Tra i pazienti ritratti da Hering c’erano anche artisti. Tra le fotografie visionabili, infatti, troviamo quella di Richard Dadd, pittore celebre per le sue rappresentazioni dense di elementi soprannaturali e fiabeschi. La sua tragica vicenda personale si lega alla storia del Bethlem e allo sviluppo del principio di imputabilità nel diritto penale inglese. Dadd, parricida, venne internato a ventisei anni nel manicomio criminale dell’ospedale, dove venivano condotti i rei di crimini capitali ritenuti incapaci di intendere e di volere e, dunque, non condannabili all’impiccagione. La durata della permanenza dei pazienti presso la struttura era rimessa alla discrezione dell’Home Secretary (figura equiparabile al Ministro dell’Interno). Fu proprio presso il Bethlem che Dadd realizzò la maggior parte della propria produzione artistica, poiché l’ospedale forniva ai pazienti gli spazi e i materiali per dedicarsi alle proprie opere.

 

I “gatti caleidoscopici” di Louis Wain dal libro di Patricia Allderidge

 

Al Bethlem Hospital, nel 1925, giunse anche un altro artista le cui opere sono esposte al Museum of the Mind: Louis Wain, noto (e invano imitato globalmente) per i suoi disegni di gatti impegnati in attività umane. La storia di Wain e delle opere da lui realizzate nel periodo dell’internamento è un classico esempio di paternalismo scientifico legato alla cosiddetta “arte psicotica”. Nel suo saggio Louis Wain and the Myth of the Disintegrating Cat, Patricia Allderidge, a lungo archivista e curatrice del museo, sostiene che l’uso di diversi stili nell’arte di Wain negli anni al Bethlem sia stato incautamente e sensazionalisticamente descritto da molti studiosi come il segnale del progressivo e spaventoso aggravemento della malattia mentale. Tuttavia, l’autrice spiega che non ci sono sufficienti elementi né scientifici, né artistici, né biografici per correlare tra loro i gatti di Wain: non essendo datati singolarmente, non è nemmeno possibile ricostruirne l’ordine cronologico. Il fatto che alcuni appaiano più “caleidoscopici” e “psichedelici” di altri potrebbe essere semplicemente il frutto della creatività di un artista affetto da disturbi psichici, ma anche dotato di grandissimo estro e capacità. Come ricorda giustamente Allderidge la domanda da porsi non è solo “perché Wain ha dipinto questi gatti”, ma “perché non avrebbe dovuto farlo?”

 

3. L’esposizione temporanea: Manasā Chitra

 

L’esplosione della creatività nell’animo umano è proprio al centro dell’esposizione dal titolo Manasā Chitra: The art of mental health from Bengaluru to Bethlem, che rimarrà visitabile nell’area del museo dedicata alle mostre temporanee fino al 14 novembre 2026.

 

“The Superintendent”, N.G.J, c.1957. Ritratto del Dr. Govindaswamy. Ph Bethlem Museum of the Mind

 

La mostra presenta le opere realizzate dai pazienti del Bangalore (attuale Bengaluru) Mental Hospital negli anni ’50, donate al Bethlem Museum of the Mind  dal Dr. M.V. Govindaswamy (ritratto da un paziente in una delle opere esposte). Come ricordato dal Direttore del museo, non ci è dato sapere quanto gli artisti fossero consenzienti alla circolazione dei loro lavori, ma una cosa è certa: i quadri di Manasā Chitra sono il frutto della occupational therapy (oggi la definiremmo “arte-terapia”) e rappresentano uno spaccato non tanto clinico, quanto umano dell’animo di chi li ha creati. Infatti, i pazienti erano incoraggiati a dipingere non per scopi diagnostici o utilitaristici (come nell’industrial therapy, finalizzata alla creazione di oggetti d’uso quotidiano), ma per dare loro un’attività che potesse avere un effetto terapeutico e liberatorio sul loro spirito.

 

 

Molte di queste opere sono cariche di simbolismi religiosi e di riferimenti a luoghi specifici di Bengaluru. Ciò, per lungo tempo, le ha rese difficili da comprendere a primo acchito, come ci ha spiegato Gale. Tolti dall’oblio, in Manasā Chitra  i quadri dei pazienti di allora sono stati messi in dialogo con le opere realizzate negli ultimi anni da persone che oggi convivono con difficoltà legate alla salute mentale a Bengaluru e dintorni. Ancora una volta, tramite l’arte, il Bethlem Museum of the Mind ha voluto tessere un filo rosso tra passato e presente, in un’esplosione di colori, immagini e anche parole.

 

 

“Manasā Chitra” in Kannada significa “immagini mentali”. Un titolo perfetto per un’esposizione che accompagna il visitatore nella mente dei pazienti considerati non come cavie da esaminare, ma come artisti capaci di parlare al mondo dalla superficie di una tela.

 

“Music”, Sameer, 2022. Ph Bethlem Museum of the Mind

 

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