Parlare di Renzo Cresti vuol dire parlare di una persona profondamente immersa nella musica contemporanea e non solo.
Docente di Storia della musica al Conservatorio di Lucca per 40 anni, ne è stato anche Direttore e ha fatto parte del Comitato di Direzione; è stato Consulente artistico del Teatro del Giglio e Direttore di numerose Associazioni e manifestazioni, fra cui “Anfiteatro Jazz” e “Sonata di Mare” progetto della Comunità Europea. Attualmente è Presidente della Cappella Musicale della Cattedrale di Lucca, è nel Comitato Scientifico delle Edizioni Diastema di Treviso e di quello dell’UNIDEL di Lucca, Presidente Onorario dell’Associazione Suono Sacro di Assisi. La Società Italiana di Musica Contemporanea gli ha consegnato la tessera di Socio Onorario per la sua attività rivolta alla musica del presente.
La sua attività musicologica si è indirizzata soprattutto alla musica del Novecento con l’Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei (in tre volumi e 10 CD) e con monografie su compositori contemporanei.
La sua monografia Richard Wagner, la poetica del puro umano, è arrivata alla terza edizione ed è stata tradotta anche in inglese. Fra gli ultimi libri da citare il fortunato Musica presente, seconda edizione 2019; con lo stesso titolo dirige le Edizioni discografiche on line presenti sulle piattaforme in internet.

Renzo Cresti ha rilasciato un’intervista per noi.
Hai ricoperto e ricevuto tanti incarichi prestigiosi. Qual è stato quello che ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?
Aver diretto per alcuni anni il Conservatorio dove alla fine ho trascorso 40 anni della mia vita è stata un’esperienza importante, così come la carica di Socio Onorario che mi ha concesso la Società Italiana di Musica Contemporanea per aver svolto con costanza e competenza la diffusione e l’approfondimento della musica del presente, carica che non ho preso solo in modo onorifico ma molto fattivo: sono anni che lavoro per la SIMC, fra l’altro ho curato tutte le manifestazioni del Centenario (80 concerti in 50 città!)
Il tuo sguardo è sempre stato rivolto alla musica contemporanea. Indubbiamente, dopo gli anni ‘80, c’è stata una progressiva perdita di interesse da parte del pubblico verso la nuova musica: tanti compositori, tanta musica nuova ma forse – spesso – davvero poco degna di nota e che non riesce ad attirare pubblico. Qual è il punto della situazione?
Non ho lavorato e non mi occupo solo di contemporanea, ma anche quando affronto musicisti o tematiche del passato le studio con la cultura del presente, del resto l’unico punto di osservazione dal quale possiamo interpretare la tradizione che, anche volendo, non potrà mai essere riproposta com’era, il passato va sempre interrogato sia quello remoto che quello prossimo. I decenni recenti hanno visto un cambiamento epocale durante gli anni ’70 del secolo scorso, con il passaggio dal Moderno a ciò che è stato chiamato Post-moderno, nel tragitto s’è frantumato il grande racconto storico e sociale, si sono evaporizzate le ideologie forti in favore di un pensiero debole, s’è affermato l’effimero e la leggerezza dell’essere che, con il progressivo emergere di internet, è diventata volatile. Oggi, passato anche il Postmoderno la situazione è molto fluida, ‘liquida’ si direbbe con Bauman, un mare magnum di fatti, eventi, opere nel quale è molto difficile trovare chiavi di lettura.

Cosa rimarrà – e per chi – della musica che viene scritta oggi?
La tua domanda è rivolta al futuro, per rispondere occorrerebbe avere la sfera di cristallo, ma se si analizza bene la cultura odierna qualcosa si può intuire, in fondo il futuro ha radici nel nostro presente. La critica del giudizio è spesso autoreferenziale ed è bene andarci cauti, occorre un profondo pensiero critico e disponibilità di ascolto. Innanzitutto è evidente che la musica su carta ha già perso parte del suo storico prestigio e continuerà a perderlo, ogni giorno di più si assiste a una creatività diffusa che è principalmente orale. La musica che viene pensata per essere scritta e realizzata sulla carta è già una musica reservata per una nicchia accademica, non scomparirà mai ma avrà funzioni ristrette. Inoltre, il rapporto fra compositore e macchina è diventato, nolenti o volenti, indispensabile e lo sviluppo ulteriore dell’intelligenza artificiale lo incrementerà. Infine, l’ibridazione fra generi e stili sarà una problematica sorpassata perché verrà data per scontata. Ovviamente ci sarebbero da analizzare meglio queste tematiche e altre ve ne sarebbero da aggiungere, come, per esempio, il rapporto fra la musica e il sempre più stritolante rapporto con l’industria, con il pensiero unico, l’omologazione etc.
Guardando all’ultima grande generazione di compositori del ‘900, quale autore ritieni abbia lasciato l’eredità più significativa per lo sviluppo futuro della musica?
Innanzitutto limitiamoci al mondo musicale italiano, altrimenti le comparazioni divengono difficili: se parliamo di pieno ‘900, direi che la cosiddetta Generazione dei Maestri, quella nata dagli anni Venti ai primi dei Trenta, va citata nei suoi rappresentanti maggiori che sono ormai già storicizzati: Bruno Maderna, Luigi Nono, Luciano Berio, Franco Donatoni, Aldo Clementi, Niccolò Castiglioni, Sylvano Bussotti e Giorgio Gaslini (e qui si aprirebbe una lunga e indispensabile parentesi sul jazz e dintorni, non si può più ragionare a scompartimenti stagni!) Per le generazioni successive, direi che potremmo partire da Salvatore Sciarrino, poi potremmo menzionare Ivan Fedele e Alessandro Solbiati, non fosse altro per essere stati e per essere i docenti di Alta Composizione presso l’Accademia di Santa Cecilia. Citerei anche Nicola Sani, attualmente Direttore dell’Accademia Chigiana, Alessandro Melchiorre e altri anche più giovani. Sui decenni dal 2000 a oggi la molteplicità dei contesti, delle motivazioni e delle finalità, dei linguaggi e soprattutto delle funzioni, rende sempre più difficile circoscrivere la musica al mondo della scrittura.

Oggi viviamo una condizione molto particolare. Tanti ragazzi, compresi quelli che frequentano il conservatorio, sembrano non possedere più il piacere dell’ascolto: molti non hanno neppure un lettore cd e non sanno cosa significhi sedersi e ascoltare all’impianto hi-fi un vinile di qualità senza distrazioni. È solo cambiato il modo di ascoltare o stiamo perdendo qualcosa di importante nel rapporto con la musica?
Nel 1936, all’epoca del suo primo soggiorno negli Stati Uniti, il grande filosofo/sociologo, musicologo/compositore Th. W. Adorno, scioccato da una commercializzazione che non aveva ancora visto in Europa, scrisse di “regressione nell’ascolto” ossia non solo di un ascolto distratto ma di una tipologia di ascolto passivo che faceva regredire il concetto stesso di personalità. Vent’anni dopo una progressiva massificazione invase l’Europa, cambiando per sempre il modo di ascoltare la musica. Nel 1978, Philip Glass sonorizzò l’aeroporto di Los Angeles, su commissione della Casa discografica Muzak e da allora la musica di sottofondo prese anche il nome di Musak. L’ascolto nella distrazione è diventato oggi inevitabile, anche non volendo. A questo si aggiunge il solipsismo dell’ascolto in cuffia, escludendo il contatto sociale. E poi che si ascolta? Le list preparate dagli algoritmi! Non vi è scelta, non vi è pensiero critico, non vi è partecipazione. Non perdiamo solo “qualcosa di importante nel rapporto con la musica” – come dici tu – ma nel rapporto con noi stessi e con chi ci sta vicino, con il mondo che ci circonda, come scrisse Adorno, la musica è spesso diventata un feticcio ma ciò che è ancor più grave è che noi stessi rischiamo di diventare feticci!



