La Turandot del centenario sotto la bacchetta di D’Agostini

È Alessandro D’Agostini il direttore d’orchestra della Turandot del Centenario andata in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 e 26 aprile e di cui abbiamo parlato precedentemente qui. Sotto la sua bacchetta, la prestigiosa ORT, Orchestra della Toscana.
Una direzione acclamata dal pubblico, quella di D’Agostini che ha saputo favorire uno spirito di collaborazione tangibile tra cast e orchestra. Musicalmente il direttore, pur non rinunciando ovviamente alle grandi sonorità della Turandot, è riuscito a valorizzare le atmosfere rarefatte di un’opera che mette in scena le grandi inquietudini dell’uomo del primo Novecento e di cui D’Agostini stesso ci parla nell’intervista che ha rilasciato per noi poco prima dell’ultima messa in scena.

 

G.C. – Turandot: sotto tanti punti di vista è considerata l’ultima grande opera lirica della storia della musica.
A.D’A. –  Sì, molti hanno effettivamente pensato che fosse la fine della storia della grande opera popolare italiana. Questa idea mi trova in parte d’accordo ma non è così: sicuramente, però, la traccia di Puccini non è stata pienamente seguita. Come l’ultimo Verdi, Puccini va verso l’essenzialità del discorso musicale e l’elaborazione di un linguaggio specifico che si distacca anche dalle tradizioni che aveva preso come punto di riferimento come la musica francese e quella russa.

 

G.C. – Parlando di Turandot non si può poi non prendere in considerazione che nel frattempo si sono affacciate le avanguardie musicali, rivoluzioni musicali come quella di Schönberg.
A.D’A- Certamente. Quello di Turandot è un linguaggio nuovo anche per lo stesso linguaggio musicale di Puccini. Tutto quello che aveva scritto prima gli sembrava vecchio. C’è un aspetto di novità di cui era assolutamente conscio e non è stato compreso al suo primo apparire e neppure dai compositori immediatamente successivi.

 

Alessandro D'Agostini durante le prove di Turandot - ph Gianmarco Caselli
Alessandro D’Agostini durante le prove di Turandot – ph Gianmarco Caselli

G.C. – Ci sono novità anche dal punto di vista contenutistico della drammaturgia: cosa ti ha colpito di più?
A.D’A –  Dal punto di vista drammaturgico c’è un’attenzione rivolta al mondo interiore di questi personaggi tormentati. Puccini era rimasto molto impressionato dalla prima guerra mondiale, in quegli anni scrive anche un pezzo per pianoforte molto oscuro. C’era tutta quell’epoca che Puccini si trova a vivere in prima persona da cui era profondamente turbato, e questo turbamento si ritrova nei personaggi tormentati di Turandot: irrisolti, pieni di domande. È un’opera sull’identità, tutti cercano un nome. La risposta al terzo enigma di Turandot è il suo nome, e Calaf chiederà a Turandot di indovinare il suo nome. Sono personaggi profondamente novecenteschi che evidenziano la crisi dell’”io”.

 

G.C. – Su cosa ti sei concentrato per sottolineare gli aspetti di queste novità dal punto di vista musicale? Quali elementi hai enfatizzato maggiormente?
A.D’A – Dal punto di vista timbrico immaginiamo Turandot come opera di masse, di grandi sonorità. In realtà è un’opera piena di pianissimo, il silenzio è ricercato. Un esempio si trova prima dell’aria di Turandot: la musica si spegne. Certo, l’orchestra è completa, ma il “come” la usa Puccini è il grande miracolo. Quel linguaggio tronfio di certi suoi contemporanei che andavano verso la ridondanza, in Turandot non c’è.

 

Alessandro D'Agostini durante le prove di Turandot - ph Gianmarco Caselli
Alessandro D’Agostini durante le prove di Turandot – ph Gianmarco Caselli

G.C. – Una ricerca che per certi versi si vedeva già ne La Rondine.
A.D’A – Sì, Puccini era in questa direzione. Quando sta lavorando a Turandot, Puccini scrive: “sto cercando accordi stranissimi”. L’idea della Cina vagheggiata, finta, è in direzione di un’armonia ricercata, elaborata, propria.

 

G.C. – Non è una pura ricerca intellettuale.
A.D’A – Esatto, e non è quella degli scontri armonici della dodecafonia o della mitteleuropa: c’è una luce mediterranea.

 

G.C. – Cosa puoi dirci sul finale incompiuto? Qual è il tuo punto di vista?
A.D’A – Per me Turandot deve finire dove Puccini ha finito di scrivere la musica. Io l’ho eseguita più volte con il finale di Alfano ma non funziona proprio a livello drammaturgico, secondo me. Il finale aperto presenta un altro vantaggio, cioè lasciare irrisolta la storia: sono proprio i personaggi che rimangono irrisolti. L’unica che “risolve” è Liù, il personaggio eroico per eccellenza. Tiene testa a Turandot e si rivolge a lei con il “tu”, con un linguaggio paritetico. L’apice della tensione è la morte di Liù.

 

27/4/2026

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