Colpire nel segno: intervista a Enrica Giannasi

Enrica Giannasi è un’artista dai mille talenti, che spaziano dalla pittura alla grafica e alla fotografia. Diplomatasi all’Accademia di Belle Arti di Carrara,  è l’autrice delle locandine delle ultime edizioni del Capannori Underground Festival, nonché del logo della Settima Base. La sua collaborazione più duratura è quella con il gruppo industrial post punk CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico, per cui ha disegnato il logo e curato le grafiche in ogni occasione, dalle locandine ai booklet e agli artwork di copertina degli album. Attualmente, Enrica lavora come insegnante presso il Liceo Artistico Musicale “Passaglia” di Lucca. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio ed entrare nel suo mondo che ha il disegno – e il “segno” – come centro gravitazionale.

 

 

1. Come nasce la tua passione per la pittura e per la grafica?

 

Fin da bambina ho sempre disegnato e ho sempre avuto le idee chiare al riguardo. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, approfondendo gli aspetti legati alla pittura, alla stampa d’arte  e alla fotografia. Inoltre, ho iniziato a studiare la grafica digitale già durante gli anni dell’Accademia e l’ho poi approfondita per conto mio, seguendo corsi specifici. Della grafica mi piacciono le possibilità comunicative. Ho provato tante cose e ho anche collaborato con una compagnia teatrale, approcciandomi alla scenografia. Ma la passione principale rimane quella del “segno”, del disegno fatto con le proprie mani, anche con supporti digitali.

 

2. Puoi parlarci della tua esperienza con la fotografia?

 

La mia tesi è stata proprio sulla fotografia legata alla stampa d’arte, è stato un lavoro sulla fotoincisione. La fotografia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. Ho lavorato con tecniche della camera oscura che si legano alla stampa d’arte. In un certo senso, si può dire che siano parenti stretti. Infatti, la stampa d’arte fa sì che l’opera d’arte sia data dal totale delle stampe. È un sistema diverso rispetto all’arte intesa come pezzo unico: implica una matrice e una tiratura di copie, decisa in anticipo. Una volta effettuate le copie, la matrice viene distrutta. Come dicevo, sono molto legata al segno, al disegno, che è proprio ciò che mi fa stare bene. Quando ho conosciuto le tecniche legate alla stampa d’arte, ho capito che lì si pratica la sublimazione del segno nella stampa. C’è una magia legata alla produzione del disegno fatto a mano, all’odore dell’inchiostro, all’uso dei materiali. È un mondo che è sempre stato per me molto affascinante. Tra fotografia e stampa d’arte c’è un legame. Mi riferisco alla fotografia intesa come rullino e stampa delle foto con la carta, all’uso dell’ingranditore, della soluzione rivelatrice. Anche qui c’è una fisicità del momento creativo, legata agli odori e ai materiali e all’idea di partire dalle immagini per trasformarle.

 

3. Che cosa cerchi di trasmettere con le tue opere? C’è un filo conduttore nei tuoi lavori?

 

Di cose ne ho fatte tante e diverse, ma penso di essere ancora in fase di ricerca e penso che sarà sempre così. Sono curiosa di ciò che è nuovo. Un obiettivo che mi pongo sempre è che le immagini siano di impatto, che abbiano un messaggio che si legga subito.

 

 

4. Parliamo della tua collaborazione con i CRP. Che cosa significa lavorare a stretto contatto con un gruppo impegnato nella sperimentazione? Come si intersecano arti visive e musica nella tua esperienza?

 

Con i CRP collaboro già dal 2020 e ho seguito la ripartenza del progetto dopo la pausa dovuta alla pandemia. Ho curato l’artwork sia del primo album, Beati voi (2023) che di Al diavolo (2025). Si tratta di artwork molto diversi, ma ci sono degli elementi in comune. Per il primo album ho lavorato su fotografie che avevo scattato e che includevano oggetti come tubi e ferraglia. Li ho accostati ad atmosfere industrial. In copertina c’è un manometro fotografato da me: ho spostato la lancetta per portare la pressione al massimo, come la musica dell’album. Le scritte sono state fatte a mano da Elettra (la figlia di Gianmarco, il frontman del gruppo), che ai tempi aveva 4-5 anni. Volevamo sottolineare l’idea insita nel nome del gruppo, “protosonico”: la parola “proto” rimanda a qualcosa di primordiale e il segno grafico dei bambini è primordiale, privo di costrizioni. Un bimbo, quando inizia a scrivere, difficilmente avrà una scrittura precisa: sarà fuori dalle righe, come la musica dei CRP. Nel secondo album, Al diavolo, ho voluto fare un lavoro un po’ più lineare, più pulito a livello di linee grafiche, di maggiore impatto visivo. L’artwork è ricco di simbolismi che riflettono il contenuto e il ritmo incalzante dei brani, e ho ripreso alcuni disegni di Elettra che ho digitalizzato. Nella prima pagina c’è un disegno di Elettra, uno scheletro accostato a un palazzone sovietico e, infatti, il riferimento è al decadentismo post sovietico. Ho inserito anche l’elemento della pressa, che rappresenta la pressione sociale e il concetto di stalking, che è il tema di una delle canzoni. C’è poi l’elemento delle formiche, presente in tutto il booklet, che rappresentano il popolo e la società: stanno in fila, si spaventano, si raggruppano. C’è anche un ragno, che rappresenta il potere: è proprio la foto di un ragno che ho rielaborato al computer. Inoltre, nella custodia, togliendo il disco, ci sono tre occhi (uno per ogni CRP), su cui corrono delle formiche: è un riferimento al brano Screpolano gli occhi. È un album con tante tematiche, dalla pressione sociale alla resistenza (c’è un brano dedicato ai partigiani): volevo che il disegno le rispecchiasse. Ma c’è anche una vena ironica che ho voluto valorizzare. Ecco allora dettagli come le pasticche presenti sul retro, le formiche che girano rincorse dal ragno. Un’ironia anche triste, ma comunque presente.

 

5. Per entrambi gli album c’è stato quindi un dialogo creativo tra adulto e bambino.

 

Sì, una collaborazione che c’è stata fin dall’inizio. Infatti, il logo dei CRP è la prima cosa che ho fatto per loro, seguendo le indicazioni di Gianmarco. Ci siamo ispirati ai manifesti della propaganda sovietica, al costruttivismo russo e ad opere come quelle di Rodčenko, a quell’estetica. In quel caso, Elettra ha collaborato nella scelta dei colori. La visione di un bambino ha qualcosa in più. Secondo me, i bambini hanno un punto di vista interessante rispetto agli adulti, vedono le cose senza condizionamenti, in modo più istintivo. Se si fa grafica, avere il parere di un bambino è un vantaggio, perché ha un occhio diverso sulla realtà.

 

 

6. Per “Al Diavolo” hai anche realizzato una serie di linoleografie numerate in tiratura limitata con la grafica del disco.

 

Sono stampe in tiratura limitata, perché, per definizione, la stampa d’arte è sempre in tiratura limitata. Queste stampe nascono proprio dalle immagini digitali che ho trasformato con la tecnica della linoleografia, che aggiunge manualità e profondità. Nell’imprevedibilità della stampa d’arte, si crea un collegamento tra linguaggio contemporaneo e tradizione artistica. Volevo unire il mondo della musica con quello dell’arte visiva, creando un ponte tra i due linguaggi artistici, che condividono l’espressività dell’animo umano. La linoleografia è una tecnica tradizionale di stampa con cui voglio comunicare visivamente l’anima di Al diavolo, e con cui ho cercato di catturarne le emozioni e l’energia. Consiste nell’incidere un disegno sulla superficie di una lastra di linoleum, che verrà poi inchiostrata con un rullo e premuta su carta tramite un torchio di stampa, trasferendo l’immagine. Ricorda molto la xilografia su legno, che permette di ottenere linee nette e contrasti marcati, eliminando il chiaroscuro e creando un forte impatto visivo. Per questo progetto, mi sono ispirata all’Espressionismo tedesco di inizio ˈ900, in particolare all’opera di Ernst Ludwig Kirchner, che ha usato in modo potente ed espressivo la xilografia. Come lui, ho cercato di trasferire nelle mie incisioni un linguaggio visivo carico di contrasti e un’energia quasi primitiva, perfetta per rappresentare l’intensità e il ritmo incalzante della musica dei CRP. Non ho voluto solo omaggiare la tradizione artistica, ma anche sottolineare come l’arte, in tutte le sue forme, possa ancora comunicare in modo diretto con l’animo umano. È stato anche un processo molto particolare: le stampe nascono dai disegni di Elettra, che ho digitalizzato e che sono tornate “analogiche” con il risultato finale della linoleografia.

 

 

7. Negli ultimi anni un’altra tua collaborazione importante è stata quella con il Capannori Underground Festival.

 

Negli ultimi quattro anni ho lavorato alla comunicazione web e visiva del festival. Per i manifesti delle prime tre edizioni ho lavorato molto in digitale, giocando con le forme. Per l’ultima edizione ho lavorato molto sul disegno fatto a mano con tavoletta grafica. È una tecnica digitale, ma richiede l’uso del pennino: è come disegnare su foglio, ma con strumenti digitali. Per la locandina dell’ultima edizione ho riflettuto molto sul messaggio che doveva trasmettere. L’illustrazione nasce dal concetto di illusione e, infatti, in locandina si vede il fenomeno ottico della Fata Morgana, in cui sagome di città rimangono sospese sull’orizzonte. Sembrano reali, ma non lo sono. Nella locandina, il disegno si struttura su più livelli. Nella parte superiore dell’immagine c’è una città caratterizzata da grattacieli, fredda, quasi distopica: è il mondo visibile della dimensione urbana della società contemporanea. In primo piano, un albero spoglio appare arido e privo di vita, ma, sotto la superficie, un groviglio di radici alimenta una serie di lampadine: sono l’energia e la luce della cultura underground, che continua a brillare anche mentre in superficie tutto appare spento o illuminato dalle luci di un’illusione. I concetti chiave sono quindi tre: illusione (i palazzi che rappresentano la società consolidata), apparenza (l’albero che sembra morto), vitalità della cultura underground (le radici e le lampadine che brillano nel buio).

 

 

8. Finiamo con una domanda difficile: secondo te, qual è il futuro dell’arte in un mondo in evoluzione, che vede l’avvento dell’intelligenza artificiale?

 

Da insegnante di un liceo artistico posso dire che il futuro dell’arte ce l’ho ogni giorno davanti agli occhi: sono i miei studenti. L’arte nasce da una necessità espressiva profonda, che accompagna l’essere umano dall’alba dei tempi, e per questo non potrà mai essere delegata a un algoritmo. I giovani che scelgono davvero di fare arte vogliono ancora sporcarsi le mani, confrontarsi con la propria interiorità, immaginare, progettare e trovare una voce personale. L’intelligenza artificiale può certamente essere usata a fini commerciali, per generare immagini rapide o sostituire un lavoro grafico quando l’obiettivo è risparmiare tempo o costi. Ma quella è produzione visiva funzionale, non è arte. L’arte resta un atto umano, perché nasce da un bisogno umano.

 

 

10/04/2026

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