La Turandot negli occhi di Nadir Dal Grande

Ci siamo: esattamente a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, domani – 25 aprile 2026 con replica il 26 – andrà in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il nuovo allestimento di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente.

Per l’occasione abbiamo intervistato il regista, Nadir Dal Grande.

 

Tu nasci come scenografo ma in questo allestimento firmi regia, scene e costumi. Da cosa sei partito per questa Turandot

Dallo studio dell’opera e del libretto. Per me è importantissimo entrare nell’opera e capire cosa c’è di sotterraneo e i punti di ancoraggio con il nostro presente. Parto con il lavoro drammaturgico, è il punto di partenza per costruire spazio, costumi e luce, è un insieme. Per deformazione sono più rivolto allo spazio come strumento di narrazione e mi ci dedico forse un po’ di più, ma sono tutti aspetti molto legati fra loro.

 

 

Nadir Dal Grande - ph Elena Fiori
Nadir Dal Grande – ph Elena Fiori

 

L’allestimento viene firmato sotto il nome di un collettivo di cui fa parte, oltre a te, Jenny Cappelloni come lighting designer e dal nome “Floret Umbra”: cosa significa?

Abbiamo deciso di chiamarci così e dare questo nome al collettivo a progettazione conclusa: volevamo dare un titolo che riassumesse la poetica del progetto. È stato ispirato dall’immagine finale: una materia scura, organica, che è una materializzazione ed estensione della malattia di Turandot, comincia a fiorire e preannuncia una nuova primavera. E quindi, alla fine, l’ombra fiorisce. 

 

Come influisce il lavoro di Jenny Cappelloni?

È fondamentale. Ho progettato la scena proprio per ospitare la luce e utilizzarla in maniera drammaturgica, viene usata come il sortilegio di Turandot con cui domina il popolo; poi c’è la luce di Liù che invece è calda, salva, interviene e porta all’estasi.

 

Cosa c’è di esclusivamente tuo dal punto di vista registico in questa Turandot

A me piace pensare che tutto quello che ho costruito è stato filtrato dalla mia poetica ed è importante non avere tradito l’opera. La cosa più personale probabilmente è la rilettura del finale, un epilogo che accoglie la sospensione: la rilettura che ho dato alla morte di Liù è una novità.

 

Nadir Dal Grande durante l'allestimento di Turandot al Teatro del Giglio Giacomo Puccini - ph Gianmarco Caselli
Nadir Dal Grande durante l’allestimento di Turandot al Teatro del Giglio Giacomo Puccini – ph Gianmarco Caselli

 

 

Turandot è un’opera ancora moderna, probabilmente l’ultima fra le opere liriche che tutti nel mondo conoscono. E a distanza di cento anni continua ad avere un suono contemporaneo. Dal punto di vista musicale quale è stato il punto per te cruciale nell’affrontare questa opera?  

Turandot ti trasporta in un mondo, ma anche il primo Puccini è cinematografico, evoca delle immagini. Pechino è descritta con una musica che racconta immagini estremamente cupe, viene proprio dichiarato il mondo dei fantasmi, del sortilegio, un mondo spettrale, cupo, piegato dall’incantesimo di Turandot. Lei poi è enigmatica in sé stessa e la musica ti porta a innamorarti di lei perché è indecifrabile.

 

Nelle note di regia parli di “ultima alba’’: puoi spiegare questo concetto?

Ho pensato: come faccio a sublimare la morte di Liù? La musica termina con questa grande sospensione, il problema registico era come risolvere questo punto. Per farlo ho scelto di concludere l’opera con questa alba che alla fine arriva ed è attesa dal popolo come fosse una apocalisse. È la profezia che si realizza. La luce da un lato salva, dall’altro cancella, è l’estinzione di un’epoca ed è anche testimonianza del sacrificio, la morte di Liù, causato da tutti: la consapevolezza ricade sul popolo di Pechino.

 

C’è anche una presenza importante: una bambina.

È la materializzazione in scena della purezza di Liù, interviene in scena portando dei simboli come il fiore, la luce. E va a costruire un atto dopo l’altro ciò che troveremo nel finale. Prima porta il fiore, e non è visto da nessuno, solo Liù può vederlo; nel secondo atto si pone accanto a Calaf, come se fosse Liù a stare accanto a lui nel suo momento più difficile; torna infine nel terzo atto per consegnare il pugnale. Liù si rende conto a quel punto dei passi che ha compiuto e di ciò che deve fare: è una figura profetica e apocalittica. Solo nel finale, quando il popolo canta “ombra dolente non farci del male” tutti vedono questa bambina e si rendono conto di ciò che hanno fatto: è come se l’avessero ammazzata.

24/04/2026

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