“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base.

Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.

 

Intervista a Caterina Sbrana

 

Caterina Sbrana - ph Elena Fiori
Caterina Sbrana – foto di Elena Fiori

Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?

 

Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.

 

Caterina Sbrana - ph Elena Fiori
Caterina Sbrana – foto di Elena Fiori

 

Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?

 

Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.

 

Intervista a Gabriele Mallegni

 

Gabriele Mallegni - foto di Elena Fiori
Gabriele Mallegni – foto di Elena Fiori

Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?

 

Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.

 

Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso? 

 

L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.

 

Gabriele Mallegni - foto di Elena Fiori

 

Intervista a Josse Renda

 

Josse Renda - foto di Elena Fiori
Josse Renda – foto di Elena Fiori

 Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni?

Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello.

È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere.

Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma.

3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?

 

La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi, con la loro presenza fisica e cromatica, a condurmi dentro una storia prima ancora dell’idea. Questa attenzione nasce dalla mia formazione pittorica e dal fascino per la mimesi, per quel processo attraverso cui una superficie può restituire una presenza viva.

Ciò che mi interessa è mantenere la vita dentro la materia, al di là di ogni stile o tecnica. Questo principio attraversa l’uso di materiali che imitano altri materiali, come le finte cornici in alluminio che evocano quelle in piombo degli ex voto, o le teste in ceramica che richiamano la cartapesta.

C’è in questo anche una dimensione ludica e teatrale: il piacere del falso, della trasformazione, dell’assumere un’identità attraverso ciò che si ha a disposizione. Come nei giochi dei bambini, si diventa qualcun altro immaginando che un oggetto sia ciò che non è, in un continuo dialogo tra finzione e realtà.

 

Josse Renda - foto di Elena Fiori

 

01/08/2026

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