L’isola dei femminielli

L’isola dei femminielli

Intervista ad Aldo Simeone sul suo romanzo L’isola dei femminielli 

di Chiara Di Vito

 

Negli anni bui del regime fascista, su un’isola dell’Adriatico, prese forma una delle prime comunità omosessuali della storia italiana. Una vicenda dimenticata, rimossa dai manuali e dalla memoria collettiva, torna alla luce grazie al romanzo L’isola dei femminielli di Aldo Simeone (Fazi Editore, 2024).

Settembre 1939. Aldo, ventenne fiorentino, giunge a San Domino, l’isola delle Tremiti scelta dal regime fascista come confino per chi era accusato di omosessualità. I cosiddetti “femminielli” alloggiano in due baracche fatiscenti, con un secchio a fare da gabinetto e un camino mal funzionante per le notti più fredde. Sono perlopiù siciliani, perché arrestati per un omicidio avvenuto anni prima a Catania e tuttora impunito, che continua a perseguitarli. Nonostante le intenzioni del regime, dalla segregazione nascerà una comunità di uomini paradossalmente liberi e solidali. Un libro coraggioso che narra un pezzo dimenticato della storia italiana attraverso singole esperienze di discriminazione e resistenza. Un racconto sui rapporti umani e sul confine, spesso sottile, che separa prigionia e libertà.

In questa intervista, l’autore ci accompagna dietro le quinte della sua opera: dalla scoperta dell’episodio storico, al lavoro di ricerca, fino al senso – oggi più che mai attuale – di dare voce agli invisibili.

 

«L’isola dei femminielli racconta un episodio storico poco noto: il confino dei cosiddetti “femminielli” sull’isola di San Domino durante il regime fascista. Come hai scoperto questa vicenda e cosa ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?»

Mi occupo di storia in una casa editrice scolastica. Sotto gli occhi mi sono passati molti manuali. Eppure, nessuno ha mai ricordato la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo, né tantomeno ha accennato all’esistenza di un’unica isola di confino per “pederasti” (come erano chiamati all’epoca). Sono incappato in questa per caso: leggendo un articolo su Focus Storia (era il 2016) che recensiva un saggio di Goretti e Giartosio di dieci anni prima: La città e l’isola (Donzelli). Ne rimasi colpito. Credo che le parole giuste siano: sorpreso e incuriosito. Sorpreso perché nessuno ne aveva mai parlato prima; incuriosito perché gli studi condotti fino ad allora si spingevano a ricostruire molti dettagli, ma era assai di più quanto restava sepolto: cosa successe sull’isola, nei dieci mesi che durò l’esperienza di quella prima comunità omosessuale della storia? Quali vicende umane e personali? Fui folgorato, in particolare, da una testimonianza diretta (una delle pochissime) concessa a Goretti e Giartosio da un reduce oltre sessant’anni dopo i fatti: «In fondo, si stava meglio là che qua». Un’affermazione che spiazza, che lascia intendere un capovolgimento di situazione avvenuto a dispetto delle intenzioni del regime: dalla segregazione alla “libertà”. Ma quale libertà? A che costo?

 

«Chi sono i “femminielli”? E come hai lavorato alla costruzione dei personaggi e delle loro voci?»

Questa è la vera domanda che mi sono posto e che ciascun lettore e lettrice dovrebbe porsi. Se lo chiese persino il regime fascista. Forse per la prima volta con approccio pseudo-scientifico: chi sono gli omosessuali? Da cosa dipende la loro “natura” (all’epoca si diceva “devianza”)? Ovviamente, la risposta fu pregiudiziale, e difatti furono usati termini collettivi, sprezzanti, impropri per ghettizzarli: per esempio “pederasti” anziché “omosessuali”, con evidente uso strumentale dell’etimologia: dal greco pâis, “fanciullo” ed erastés, “amatore”, dunque “pedofilo”. All’epoca si oscillò tra due ipotesi: che l’”inversione” (altro termine caro al regime) fosse una malattia, letteralmente un virus; che fosse un vizio, un’aberrazione dei costumi. Dunque, in entrambi i casi il rimedio consisteva nell’isolare i “colpevoli” per evitare il “contagio”. Ecco spiegato l’assurdo di San Domino: un’isola di soli confinati gay. Tutto questo è aberrante, ma forse lo è ancora di più il silenzio intorno alla vicenda e all’esistenza stessa di casi di omosessualità in Italia. Il codice Rocco, il codice penale fascista, non faceva della pederastia un crimine, e non certo per liberalismo: perché non si doveva neppure pensare che il “sangue latino” fosse infettato da questo morbo. «Gli italiani sono tutti maschi» – si diceva. E questa congiura del silenzio è durata anche oltre la caduta del fascismo. Per decenni, o se ne è taciuto, o se n’è fatta materia di comicità, o se n’è parlato in termini di categoria discriminatoria, d’iperonimo onnicomprensivo. Ebbene, il tentativo di questo romanzo è di rompere sia il silenzio sia la stereotipizzazione: fare emergere dalla massa indistinta la comunità, e dalla comunità gli individui. Tutti i personaggi sono reali. Io ho potuto leggere le loro parole, ho addirittura visto i loro volti (grazie al reportage fotografico di Luana Rigolli, L’isola degli arrusi). Anche i soprannomi con cui li chiamo sono quelli che loro stessi hanno scelto per sé, e sono significativi. 

 

«Che tipo di ricerca – storica, antropologica, culturale – ha accompagnato la scrittura del romanzo?»

Onore al merito di chi l’ha compiuta: non io, ma alcuni valenti studiosi che ringrazio nella postfazione del libro. Altri se ne stanno aggiungendo, per fortuna (benché ancora troppo pochi). Io ho letto questi saggi, alcune testimonianze (come lo splendido memoriale di Mario Magri, Una vita per la libertà), i documenti recuperati dall’Archivio di Stato da Luana Rigolli, ho visto le sue fotografie, ho compulsato dizionari e lessicografie in siciliano, toscano, napoletano, persino in friulano, ripescato articoli su giornali d’epoca (si parlava del confino come di “villeggiatura”!) e poi ho soprattutto immaginato. Per riempire i vuoti, per trascendere dal dato documentale a quello umano. Per passare dalla Storia alla storia, alle storie. Davanti a me avevo un file simile alla lavagna investigativa dei film gialli: fotografie, schede segnaletiche, oggetti, dettagli di ogni tipo. Persino gli oroscopi, i temi natale di ciascun personaggio! Per lungo tempo mi sono obbligato a non violare alcun dato di realtà, rispettare ogni dettaglio, anche meteorologico e logistico. A posteriori, posso dire di essermi legato le mani da solo e avere forse concesso troppo poco alla “narrazione”, al romanzesco; ma ho anche la coscienza pulita. Mi conforto nella presunzione di avere fatto una piccola operazione di giustizia. 

 

«Il libro affronta con grande delicatezza temi legati all’identità di genere e alla marginalità. Che senso ha per te, oggi, scrivere su questi argomenti?»

Può sembrare sorprendente, ma confesso che non me ne sono preoccupato. Mi spiego: è sacrosanta e virtuosa la difesa delle minoranze, dei gruppi sociali svantaggiati; ma la letteratura può fare di più: parlare di individui. Siamo tutti diversi. Chi decide come aggregare questa infinita varietà umana in classificazioni, etichette, codici? Come? 

È chiaro che dietro il romanzo c’è il tema – tutt’altro che risolto – della discriminazione di genere e di sessualità, ma non vorrei che L’isola diventasse il “libro LGBTQI+”, ripiegato nella denuncia di un episodio discriminatorio, in difesa di un gruppo sociale marginalizzato. La vicenda di San Domino parla invece a tutte e a tutti, di tutte le “diversità”, per tutti i crimini commessi dalla storia. C’è una pagina, nel romanzo, cui sono particolarmente affezionato. Scoppia una lite, una delle tante, fra i femminielli. Per mettere pace, la Picciridda, una delle figure più luminose di quella comunità, dice: «Basta muzzicarci a vicenda. Tutte sorelle siamo!». Il lettore è portato a solidarizzare con questa verità inclusiva. Ma poi la Fisichella, la personalità più eccentrica e rivoluzionaria, ribatte: «Non è vero, non siamo né tutti arrusi né tutti alla stessa maniera. Tutti diversi siamo». Oggi, parleremmo di “fluidità”. 

 

«Ultima domanda, più che altro una curiosità: quali reazioni hai ricevuto dai lettori e dalle lettrici? C’è qualcosa che ti ha colpito in modo particolare?»

Il riscontro del pubblico è sempre l’esperienza più bella e… terrorizzante! Il romanzo smette di essere dell’autore e diventa di chiunque lo legga. Dico sul serio, e letteralmente: anche adesso, che ne sto parlando, non so quanto diritto abbia più io di farlo che chiunque altro/a. Eppure, sono moltissimi i lettori e le lettrici che credono il contrario: che l’autore ne sappia di più, che possa sciogliere certi nodi o misteri della trama, che abbia – appunto – l’autorità per farlo. Ecco, le reazioni per me più spiazzanti sono le richieste: domande sui personaggi, su certe pieghe della vicenda, per tentare di sapere di più, ancora di più di quanto riveli il racconto. In fondo, lo capisco. Da lettore sì, lo capisco: vorremmo sapere ogni cosa di ciò che ci circonda, anche quando è immaginazione o memoria – necessariamente frammentarie. Ma, citandomi, dico: «Possiamo conoscere e immaginare solo segmenti di realtà: da un punto a un altro, cui diamo il nome di origine e termine. Eppure, tutto ciò di cui abbiamo esperienza è infinito»

Un’ultima curiosità la voglio confessare; è per togliermi un sassolino dalla scarpa. L’unica critica mossa al romanzo che non mi va giù, è che contenga degli stereotipi. Ma certo! E a ragion veduta: perché è un fatto storico, documentato. Gli stessi confinati facevano propri i pregiudizi che li condannavano. Del resto, è una verità ovvia e sempre attuale: tutti noi siamo immersi in un contesto di valori e idee e abitudini che ci condizionano più di quanto ne siamo coscienti. Nel raccontare una vicenda di pregiudizio, mi sono guardato bene dal compierne uno anch’io: colonizzare il passato con la prospettiva del presente.

 L’isola dei femminielli