not moving

I Not Moving ricevono il Premio Capannori Underground Festival 2025 per la diffusione della cultura underground

I Not Moving accendono il Capannori Underground Festival ’25

– di Amy Pandolfi   AL CAPANNORI UNDERGROUND FESTIVAL 2025 LA PRIMA PRESENTAZIONE ASSOLUTA DI THAT’S ALL FOLKS DEI NOT MOVING   La prima serata del Capannori Underground Festival non poteva sperare in un inizio più esplosivo. Domenica 9 novembre il palco ha vibrato sotto i colpi di un’icona del panorama underground italiano: i Not Moving, tornati a incendiare la platea con la prima presentazione assoluta del loro attesissimo e purtroppo, ultimo disco, That’s all folks! E per l’occasione i Not Moving hanno ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.      La serata è stata aperta da CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, costola musicale del Festival, con l’esecuzione della sigla che ha composto appositamente per questa edizione. Subito dopo il saluto da parte dell’amministrazione del Comune di Capannori con il consigliere Francesco Cerasomma, il direttore artistico del Festival Gianmarco Caselli ha intervistato la band mentre, nella seconda parte della serata, i Not Moving hanno eseguito alcuni brani storici del loro repertorio e, soprattutto, brani del loro ultimo album “That’s all folks!”     Il successo è stato assolutamente travolgente. Il locale è stato inondato da un bagno di folla che ha confermato la vitalità e la fame di musica autentica. Non solo giovani curiosi, ma anche, e soprattutto, i fan della prima ora. Tantissimi volti emozionati tra il pubblico seguivano la band fin dagli anni ottanta, un fiume di nostalgici e appassionati che ha reso l’atmosfera elettrica e commovente. La band ha saputo unire le generazioni, trasformando la presentazione del loro congedo discografico in una vera e propria festa del rock.   L’energia sul palco era palpabile, ma la vera chiave è il messaggio della band. I Not Moving si sono sempre mossi su un binario di libertà espressiva, preferendo l’istinto e la pura emozione alle rigide etichette di genere.     La band ha sottolineato con forza come il loro lavoro nasca da un profondo bisogno interiore, definendolo una vera e propria “scarica emozionale”, un linguaggio che va oltre la semplice nota e che parla direttamente al cuore. La band, pur essendo alla presentazione della loro ultima fatica, ha dimostrato una potenza e una coesione da veterani, celebrando una carriera che è stata un inno all’autenticità e all’anti-convenzionale.   La frontwoman ha espresso la profonda gratitudine per il pubblico, l’elemento che ha permesso al loro progetto di crescere e di non sentirsi mai “solo in un sogno”. Ha ribadito l’importanza di questo album come chiusura di un cerchio, ma anche come un tributo a quella creatività pura che ha mosso ogni loro passo. Si percepiva chiaramente il mix di gioia, malinconia e adrenalina di chi sta celebrando un’intera carriera.       Il Capannori Underground Festival, sin dalla sua nascita, si impegna a dare spazio a quelle realtà “libere dai vincoli” dell’industria. La scelta di aprire l’edizione con i Not Moving, un esempio di coerenza artistica decennale, è stata vincente e ha fissato subito uno standard elevatissimo per gli eventi a seguire.   Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo  della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con Artemisia, ARCI  Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.    

El Santo: la colonna sonora dei dannati del West

– di Gianmarco Caselli El Santo, un disco per spiriti ribelli e solitari, per chi combatte contro le ingiustizie e sta sempre dalla parte del più debole; e la potente copertina di Cristina Rovini evoca in un attimo proprio tutte queste suggestioni proiettandoci nel far west e nei suoi spazi sconfinati.     Stiamo parlando del secondo album di Dome La Muerte E.X.P., il gruppo spaghetti western del mitico Dome La Muerte, uscito per la Go Down Records. E non stupisce che El Santo faccia riferimento a eroi che combattono contro le ingiustizie, a eroi solitari fuori dal sistema se si pensa a Dome La Muerte, indubbiamente il personaggio musicale più importante della storia musicale underground italiana che – fra i vari riconoscimenti – ha ricevuto nel 2019 il Premio Capannori Underground Festival 2019 per la diffusione della cultura Underground.     El Santo non è un disco come gli altri anche dal punto di vista concettuale dal momento che è concepito come una colonna sonora di un film che non esiste e, al tempo stesso, sembra una Spoon River del Far West: ogni singolo brano è infatti ispirato a un personaggio, un luogo o una situazione. Con questo album prosegue così la coraggiosa avventura di Dome La Muerte E.X.P. a otto anni dall’uscita del primo, Lazy Sunny Day, ma sempre con la stessa formazione. Va ricordato che fra il primo e il secondo. di Dome La Muerte E.X.P. è uscito in digitale un singolo per l’etichetta Cinedelic che ha prodotto il primo disco insieme alla GODown.     Abbiamo intervistato Dome La Muerte proprio riguardo a questo nuovo album.   Quali sono le differenze sostanziali rispetto al primo album, Lazy Sunny Day? Il primo album mescolava sonorità spaghetti western con brani anche cantati che si rifacevano sia alla psichedelia anni ’70, sia ai raga della musica indiana e infatti c’è molto utilizzo del sitar; la particolarità era quella di mescolare la psichedelia con i suoni da canyon. Questo invece – prodotto dalla GoDown records – è strutturato come una vera e propria colonna sonora. Ci sono dei temi, delle tracce che hanno forma canzone anche se sono tutte strumentali. Unica eccezione, a questo proposito, è la bonus track che è presente solo su vinile, registrata con Hugo Race e Max Larocca. Ci sono brani che durano più di tre minuti come altri che durano un minuto e poco più, con temi che ritornano anche durante l’album   Avevi in mente un film in particolare quando hai concepito questo album? L’album me lo sono inventato nella testa: tutti i film spaghetti western, anche quelli di serie zeta, hanno una cosa che non capivo quando avevo 13 anni e li vedevo al cinema del paese: hanno tutti un risvolto sociale e politico al di là del fatto che all’epoca venivano presi come film di puro svago e divertimento. Invece nelle trame c’è sempre il prepotente, l’eroe che lo combatte, che si scontra contro il potere, contro le ingiustizie e sta sempre dalla parte del più debole. Riflettono il periodo storico della fine anni ’60 e inizio ’70 in cui c’era una rivoluzione nelle strade; era un periodo di grandi sogni di cambiamenti che si rifletteva in questo tipo di cinema come nell’horror e nella fantascienza. Erano modalità per fare una fotografia della società. Per questo motivo ho preso questo spunto dai film spaghetti western e ho creato una colonna sonora. Ogni brano è dedicato a un personaggio, un attivista, un nativo americano.   A questo proposito c’è una dedica particolare. Sì, sul retro della copertina c’è scritto Free Leonard Peltier: è un prigioniero politico nativo americano, una sorta di Nelson Mandela degli indiani di America per il quale chiediamo la liberazione dagli anni ’80. Sul retro di copertina abbiamo riportato anche un indirizzo per avere informazioni utili per supportare la richiesta della sua liberazione.     Ci sono anche brani dedicati non solo a personaggi. Una situazione cui è dedicato un brano è l’ultimo grande massacro dei nativi americani a fine ‘800. Ma nello stesso posto è rinata la resistenza indiana. È un luogo simbolo. Ogni brano è un film. Ma come ordinare i brani lo avevo in mente ancor prima di cominciare l’album. È nata la storia prima della musica.   Musicalmente chi ha scritto i brani? I brani li ho scritti io, poi ogni componente del gruppo ci mette del suo perché sono musicisti che hanno una grande cultura musicale. Alcuni brani sono firmati con il tastierista Luca Valdambrini.   Ti piace Tex Willer? Lo leggevo. Da piccolo mi piaceva anche se non tutto. Mi piaceva di più Zagor. Anche Ken Parker. C’è un brano, Long Rifle, che è dedicato proprio a Ken Parker: è l’unico personaggio immaginario dell’album, tutti gli altri sono veri. Uno è dedicato a Gian Maria Volontè.   Esistono altri gruppi spaghetti western? In California ce ne sono.   Quando e come hai iniziato a pensare di fare un gruppo spaghetti western? Sonorità del genere le inserivo già nei primi dischi con i Not Moving, con chitarre “morriconiane”: mi è sempre piaciuta quel tipo di sonorità. Già nel mio primo disco c’erano alcuni pezzi dark blues o stile spaghetti western, però con un po’ di psichedelia. Poi tutte le band che avevo, anche i Diggers, avevano alla fine almeno un pezzo spaghetti western. Ho pensato che non potevo massacrare tutti i gruppi in cui suonavo con questa storia, dovevo fare un gruppo dedicato esclusivamente a queste sonorità.   Che tipo di riscontro ha una band con sonorità così particolari? Abbiamo avuto più recensioni e passaggi radio all’estero che in Italia, dai resoconti che mi sono arrivati. Che la band sarebbe stata molto di nicchia, lo sapevo già in partenza. Mi sono meravigliato quando ci ha notato Capossela e ci ha invitato a Sponz Fest con migliaia di persone di pubblico. Quando il pubblico ci vede ci riempie di complimenti, tutti apprezzano l’originalità. È comunque uno spaghetti western distorto, gli abbiamo dato il nostro suono con strumenti vintage.   Due