arte

Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli Leggi tutto »

“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda Leggi tutto »

Colpire nel segno: intervista a Enrica Giannasi

Enrica Giannasi è un’artista dai mille talenti, che spaziano dalla pittura alla grafica e alla fotografia. Diplomatasi all’Accademia di Belle Arti di Carrara,  è l’autrice delle locandine delle ultime edizioni del Capannori Underground Festival, nonché del logo della Settima Base. La sua collaborazione più duratura è quella con il gruppo industrial post punk CRP – Collettivo Rivoluzionario Protosonico, per cui ha disegnato il logo e curato le grafiche in ogni occasione, dalle locandine ai booklet e agli artwork di copertina degli album. Attualmente, Enrica lavora come insegnante presso il Liceo Artistico Musicale “Passaglia” di Lucca. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio ed entrare nel suo mondo che ha il disegno – e il “segno” – come centro gravitazionale.     1. Come nasce la tua passione per la pittura e per la grafica?   Fin da bambina ho sempre disegnato e ho sempre avuto le idee chiare al riguardo. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, approfondendo gli aspetti legati alla pittura, alla stampa d’arte  e alla fotografia. Inoltre, ho iniziato a studiare la grafica digitale già durante gli anni dell’Accademia e l’ho poi approfondita per conto mio, seguendo corsi specifici. Della grafica mi piacciono le possibilità comunicative. Ho provato tante cose e ho anche collaborato con una compagnia teatrale, approcciandomi alla scenografia. Ma la passione principale rimane quella del “segno”, del disegno fatto con le proprie mani, anche con supporti digitali.   2. Puoi parlarci della tua esperienza con la fotografia?   La mia tesi è stata proprio sulla fotografia legata alla stampa d’arte, è stato un lavoro sulla fotoincisione. La fotografia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione. Ho lavorato con tecniche della camera oscura che si legano alla stampa d’arte. In un certo senso, si può dire che siano parenti stretti. Infatti, la stampa d’arte fa sì che l’opera d’arte sia data dal totale delle stampe. È un sistema diverso rispetto all’arte intesa come pezzo unico: implica una matrice e una tiratura di copie, decisa in anticipo. Una volta effettuate le copie, la matrice viene distrutta. Come dicevo, sono molto legata al segno, al disegno, che è proprio ciò che mi fa stare bene. Quando ho conosciuto le tecniche legate alla stampa d’arte, ho capito che lì si pratica la sublimazione del segno nella stampa. C’è una magia legata alla produzione del disegno fatto a mano, all’odore dell’inchiostro, all’uso dei materiali. È un mondo che è sempre stato per me molto affascinante. Tra fotografia e stampa d’arte c’è un legame. Mi riferisco alla fotografia intesa come rullino e stampa delle foto con la carta, all’uso dell’ingranditore, della soluzione rivelatrice. Anche qui c’è una fisicità del momento creativo, legata agli odori e ai materiali e all’idea di partire dalle immagini per trasformarle.   3. Che cosa cerchi di trasmettere con le tue opere? C’è un filo conduttore nei tuoi lavori?   Di cose ne ho fatte tante e diverse, ma penso di essere ancora in fase di ricerca e penso che sarà sempre così. Sono curiosa di ciò che è nuovo. Un obiettivo che mi pongo sempre è che le immagini siano di impatto, che abbiano un messaggio che si legga subito.     4. Parliamo della tua collaborazione con i CRP. Che cosa significa lavorare a stretto contatto con un gruppo impegnato nella sperimentazione? Come si intersecano arti visive e musica nella tua esperienza?   Con i CRP collaboro già dal 2020 e ho seguito la ripartenza del progetto dopo la pausa dovuta alla pandemia. Ho curato l’artwork sia del primo album, Beati voi (2023) che di Al diavolo (2025). Si tratta di artwork molto diversi, ma ci sono degli elementi in comune. Per il primo album ho lavorato su fotografie che avevo scattato e che includevano oggetti come tubi e ferraglia. Li ho accostati ad atmosfere industrial. In copertina c’è un manometro fotografato da me: ho spostato la lancetta per portare la pressione al massimo, come la musica dell’album. Le scritte sono state fatte a mano da Elettra (la figlia di Gianmarco, il frontman del gruppo), che ai tempi aveva 4-5 anni. Volevamo sottolineare l’idea insita nel nome del gruppo, “protosonico”: la parola “proto” rimanda a qualcosa di primordiale e il segno grafico dei bambini è primordiale, privo di costrizioni. Un bimbo, quando inizia a scrivere, difficilmente avrà una scrittura precisa: sarà fuori dalle righe, come la musica dei CRP. Nel secondo album, Al diavolo, ho voluto fare un lavoro un po’ più lineare, più pulito a livello di linee grafiche, di maggiore impatto visivo. L’artwork è ricco di simbolismi che riflettono il contenuto e il ritmo incalzante dei brani, e ho ripreso alcuni disegni di Elettra che ho digitalizzato. Nella prima pagina c’è un disegno di Elettra, uno scheletro accostato a un palazzone sovietico e, infatti, il riferimento è al decadentismo post sovietico. Ho inserito anche l’elemento della pressa, che rappresenta la pressione sociale e il concetto di stalking, che è il tema di una delle canzoni. C’è poi l’elemento delle formiche, presente in tutto il booklet, che rappresentano il popolo e la società: stanno in fila, si spaventano, si raggruppano. C’è anche un ragno, che rappresenta il potere: è proprio la foto di un ragno che ho rielaborato al computer. Inoltre, nella custodia, togliendo il disco, ci sono tre occhi (uno per ogni CRP), su cui corrono delle formiche: è un riferimento al brano Screpolano gli occhi. È un album con tante tematiche, dalla pressione sociale alla resistenza (c’è un brano dedicato ai partigiani): volevo che il disegno le rispecchiasse. Ma c’è anche una vena ironica che ho voluto valorizzare. Ecco allora dettagli come le pasticche presenti sul retro, le formiche che girano rincorse dal ragno. Un’ironia anche triste, ma comunque presente.   5. Per entrambi gli album c’è stato quindi un dialogo creativo tra adulto e bambino.   Sì, una collaborazione che c’è stata fin dall’inizio. Infatti, il logo dei CRP è la prima cosa che ho fatto per loro, seguendo le indicazioni di Gianmarco. Ci siamo ispirati ai manifesti della propaganda sovietica,

Colpire nel segno: intervista a Enrica Giannasi Leggi tutto »

I “Curatori del futuro”: creatività e innovazione al Malanima Studio

Sabato 28 marzo presso il Malanima Studio a Lucca si è tenuta la mostra Curatori del futuro, organizzata  dalle classi quinte A ITT e B ITT dell’Isi Pertini, con la collaborazione dell’associazione Fermento Aps.       Sotto la guida della professoressa Carlotta Lattanzi, gli studenti si sono cimentati nell’allestimento di una serie di percorsi espositivi, vere e proprie mostre immaginate e portate alla luce tramite oggetti, dipinti e pannelli realizzati anche con l’uso dell’intelligenza artificiale.     Ciascuno di loro ha scelto un tema amato e, come un vero curatore, si è impegnato nel trasportare il pubblico all’interno del proprio spazio e del proprio interesse (dal true crime ai manga giapponesi e i manhwa coreani, dal legame tra arte e videogiochi a riflessioni sulla società e sui pericoli della propaganda).     Nel corso della mostra gli studenti hanno anche avuto modo di confrontarsi con alcune importanti voci dell’arte, sia visiva che musicale, grazie alla tavola rotonda che ha visto la presenza di Alessandro Romanini, artista e docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara, Enrico Stefanelli, direttore artistico di Photolux Festival, Gianmarco Caselli, compositore, musicologo e direttore artistico del Lucca Capannori Underground Festival, Chiara Lera, artista e curatrice d’arte, Gianguido Grassi, curatore d’arte, e Martina Madrigali, artista. Ai personaggi coinvolti i ragazzi hanno rivolto domande inerenti il loro primo contatto con il mondo dell’arte, oltre a domande specifiche sulla loro attività.     Come ha sottolineato la professoressa Lattanzi, le ragazze e i ragazzi coinvolti hanno mostrato una grande consapevolezza del mondo che li circonda e si sono approcciati all’intelligenza artificiale con occhio critico e capacità di utilizzarla come strumento per esprimere la loro identità, curiosità e passioni e dando prova della loro necessità di raccontare e raccontarsi.     Una necessità che è emersa non solo dalle opere esposte, ma anche dalle parole stesse degli studenti, che durante il pomeriggio hanno illustrato e spiegato i loro lavori, mostrando di avere visioni precise e idee chiare sui messaggi e le emozioni che hanno inteso veicolare con le loro mostre.       03/04/2026   Guarda il reel dell’evento: https://youtube.com/shorts/nPkW8WXcvB4?feature=share  

I “Curatori del futuro”: creatività e innovazione al Malanima Studio Leggi tutto »

Fausto Melotti. La ceramica - mostra alla Fondazione Ragghianti

FAUSTO MELOTTI – L’AVVENTURA DELLA CERAMICA

Una mostra da non perdere, e questa è l’ultima settimana per visitarla, quella allestita alla Fondazione Ragghianti di Lucca, “Fausto Melotti. La ceramica” che chiuderà i battenti il 25 giugno prossimo. Oltre alle ceramiche dell’artista trentino (Rovereto, 1901 – Milano, 1986) sono esposte opere di importanti artisti e designers con cui direttamente o indirettamente l’autore ebbe contatti come Giacomo Balla, Lucio Fontana, Leoncillo, Arturo Martini, Enzo Mari, Bruno Munari, Gio Ponti, Emilio Scanavino ed Ettore Sottsass. Curata da Ilaria Bernardi, “Fausto Melotti. La ceramica”, è una mostra allestita per ricordare l’incontro tra Carlo Ludovico Ragghianti e Melotti, nonché per celebrare il ventennale dell’edizione del “Catalogo generale della ceramica” dell’artista. Il rapporto fra Ragghianti e Melotti è particolarmente importante se si pensa che nel 1948 a New York, alla House of Italian Handicraft, venne allestita la mostra collettiva Handicraft as a fine art in Italy in cui erano esposte anche opere di Melotti. Nel relativo catalogo Ragghianti scrisse un saggio in cui dimostrava come questi lavori fossero effettivamente da considerarsi “fine art.” Mentre la prima sezione dell’allestimento propone una cronologia illustrata dell’artista accompagnata da due teche con importanti documenti del suo archivio legati specificatamente alla produzione in ceramica, fra cui tre suoi quaderni mai esposti finora, la seconda è dedicata alle sculture. Fra queste spicca Arcidiavolo, che Melotti espose alla biennale di Venezia del 1948, con altre opere in ceramica, e che lo fecero conoscere al mondo anche come scultore in ceramica. Fra le varie tematiche affrontate particolarmente ricorrente ed importante è quella della figura femminile: in questo caso Melotti si rifà a un modello archetipico ricollegandosi alle Korai dell’antica Grecia. Le sue figure risultano però più smaterializzate, costituite essenzialmente da due coni rovesciati.   Non si può non rimanere poi incantati dai due teatrini, una tipologia di opere raramente esposta sia per la provenienza solitamente privata sia per la loro fragilità. Realizzati in terracotta, con all’interno piccole figure umane e geometriche in ceramica, nel loro racchiudere una “storia” rispecchiano più di altre opere la poetica dell’artista.   La terza sezione propone una vera rarità, un video del 1984 di Antonia Mulas, (della serie RAI In prima persona. Pittori e scultori) con l’unica intervista in cui Melotti parla anche della ceramica. È risaputo infatti che l’artista non dava molto peso a questa tipologia della sua produzione avendola dovuta svolgere esclusivamente per necessità economiche. Particolarmente coinvolgente l’ultima sezione della mostra, con ceramiche realizzate dagli anni ’50 a metà dei ’60   ispirate a oggetti di uso quotidiano come lampade, vasi, posaceneri, tazzine, la cui funzione primaria, nella libertà delle forme, tende a svanire. Ne resta una sorta di ricordo e gli oggetti si elevano al più nobile stato di vere e proprie opere d’arte scultoree in un processo di idealizzazione quasi platonica.   Una curiosità: in sottofondo i Notturni di Fryderyk Chopin, eseguiti dal nipote prediletto dell’artista, il celebre pianista Maurizio Pollini, figlio dell’architetto Gino Pollini. “Fausto Melotti. La ceramica” è realizzata in collaborazione con la Fondazione Fausto Melotti e il MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e il patrocinio della Regione Toscana e della Provincia e del Comune di Lucca.   Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle ore 11 alle 19. Contatti: Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti Complesso monumentale di San Micheletto Via San Micheletto, 3 – 55100 Lucca T. +39 0583 467205 F. +39 0583 490325 E. info@fondazioneragghianti.it www.fondazioneragghianti.it   20/06/2023

FAUSTO MELOTTI – L’AVVENTURA DELLA CERAMICA Leggi tutto »

Torna in alto