Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli
Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda. Intervista a Chiara Lera Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera? A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi. Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa. Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine? Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la
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