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Lucca Comics & Games 2025

Dove mangiare (bene) a Lucca Comics&Games

I consigli della Settima Base per vivere al meglio questa edizione anche a tavola   Ci siamo: oggi è iniziato Lucca Comics & Games 2025! Le strade brulicano di cosplay, zaini e sorrisi, i vicoli profumano di carta stampata e l’aria vibra di quella magia inconfondibile che solo questo evento sa creare. Per cinque giorni — dal 29 ottobre al 2 novembre — Lucca diventa un universo parallelo dove ogni angolo racconta una storia, tra mostre, concerti, anteprime e incontri con artisti e autori. L’edizione 2025 si preannuncia tra le più vivaci di sempre, e noi della Settima Base saremo come sempre tra i padiglioni per raccontarvela da vicino. E mentre ci immergiamo nel mondo dei fumetti, dei giochi e dell’immaginazione, c’è un aspetto che prendiamo molto sul serio: dove mangiare (bene) a Lucca durante i Comics. Perché, diciamolo, non di solo pane vive l’uomo… ma comunque di pane vive. E dopo ore di camminate, code e incontri, arriverà il momento di ricaricarsi.Alcuni di noi sono “local”, conoscono ogni trattoria, forno e bistrot nascosto tra le mura, e così abbiamo raccolto per voi cinque posti perfetti dove rifugiarsi tra un panel e l’altro. Colazione da Taddeucci Se vuoi iniziare la giornata come un vero lucchese, la tappa è obbligatoria. Da Taddeucci non si mangia solo il buccellato: troverai una grande varietà di brioche, dolci, focaccine e panini ripieni. Il nostro consiglio? Una pizzetta o una valdostana accompagnata da una spuma bionda ghiacciata e un caffè forte come si deve. È la colazione più lucchese che ci sia, perfetta per affrontare la maratona tra i padiglioni!   Focaccia al Forno Casali Non c’è merenda migliore della focaccia del Forno Casali, croccante fuori e soffice dentro. È una vera istituzione per chi vive o lavora tra le mura, e durante i Comics la fila fuori ne è la prova. Assolutamente da provare la focaccia di mais (magari con la mortadella) o la versione semplice da mangiare passeggiando tra i vicoli della città, altro che «Bada come la fuma!».   Pizza e cecina da Felice Da Felice è la più antica pizzeria di Lucca, e in città dire “Felice” è come dire pizza. Pochi fronzoli, tanto sapore e una tradizione che resiste al tempo: un must per un pranzo al volo (proprio al volo per i Comics non sarà, ma vale la pena attendere!) o per ricaricare le energie dopo una mattinata intensa. Qui la pizza si prende al banco e si mangia per strada, come da rito. Oltre al trancio, ricordatevi di ordinare la cecina (un’ottima alternativa vegana e senza lattosio), rigorosamente con sale e pepe, possibilmente dentro una focaccina fumante!   Gelato alla Veneta Nel pomeriggio, tra un padiglione e l’altro, serve una pausa dolce: la Gelateria Veneta è la risposta. Da provare assolutamente crema, lampone e stracciatella (i gusti della nostra infanzia). E se farà freddo, buttatevi sulle loro crêpes alla Nutella (o, per meglio dire, la Nutella alla crêpe). È il posto perfetto per tirare il fiato e godersi il gelato più buono della città!     Cena alla Trattoria da Gigi E per chiudere la giornata come si deve, niente batte una cena da Gigi, una delle trattorie simbolo della cucina lucchese. L’atmosfera è calda e autentica ma senza tempo, il servizio familiare e i piatti quelli della tradizione: tordelli di carne al ragù, rovellina alla lucchese e verdure fritte croccantissime. Un posto dove si finisce sempre con la pancia piena e il sorriso stampato (ma ricordatevi di prenotare un tavolo, è sempre pieno!).   Che tu venga per i fumetti, per i giochi o solo per respirare l’atmosfera, Lucca Comics & Games resterà un’esperienza che coinvolgerà tutti i sensi. Noi saremo lì, tra la folla, tra un disegno e una forchettata, perché a Lucca, la fantasia si vive anche a tavola.    

L’isola dei femminielli

L’isola dei femminielli

Intervista ad Aldo Simeone sul suo romanzo L’isola dei femminielli  di Chiara Di Vito   Negli anni bui del regime fascista, su un’isola dell’Adriatico, prese forma una delle prime comunità omosessuali della storia italiana. Una vicenda dimenticata, rimossa dai manuali e dalla memoria collettiva, torna alla luce grazie al romanzo L’isola dei femminielli di Aldo Simeone (Fazi Editore, 2024). Settembre 1939. Aldo, ventenne fiorentino, giunge a San Domino, l’isola delle Tremiti scelta dal regime fascista come confino per chi era accusato di omosessualità. I cosiddetti “femminielli” alloggiano in due baracche fatiscenti, con un secchio a fare da gabinetto e un camino mal funzionante per le notti più fredde. Sono perlopiù siciliani, perché arrestati per un omicidio avvenuto anni prima a Catania e tuttora impunito, che continua a perseguitarli. Nonostante le intenzioni del regime, dalla segregazione nascerà una comunità di uomini paradossalmente liberi e solidali. Un libro coraggioso che narra un pezzo dimenticato della storia italiana attraverso singole esperienze di discriminazione e resistenza. Un racconto sui rapporti umani e sul confine, spesso sottile, che separa prigionia e libertà. In questa intervista, l’autore ci accompagna dietro le quinte della sua opera: dalla scoperta dell’episodio storico, al lavoro di ricerca, fino al senso – oggi più che mai attuale – di dare voce agli invisibili.   «L’isola dei femminielli racconta un episodio storico poco noto: il confino dei cosiddetti “femminielli” sull’isola di San Domino durante il regime fascista. Come hai scoperto questa vicenda e cosa ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?» Mi occupo di storia in una casa editrice scolastica. Sotto gli occhi mi sono passati molti manuali. Eppure, nessuno ha mai ricordato la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo, né tantomeno ha accennato all’esistenza di un’unica isola di confino per “pederasti” (come erano chiamati all’epoca). Sono incappato in questa per caso: leggendo un articolo su Focus Storia (era il 2016) che recensiva un saggio di Goretti e Giartosio di dieci anni prima: La città e l’isola (Donzelli). Ne rimasi colpito. Credo che le parole giuste siano: sorpreso e incuriosito. Sorpreso perché nessuno ne aveva mai parlato prima; incuriosito perché gli studi condotti fino ad allora si spingevano a ricostruire molti dettagli, ma era assai di più quanto restava sepolto: cosa successe sull’isola, nei dieci mesi che durò l’esperienza di quella prima comunità omosessuale della storia? Quali vicende umane e personali? Fui folgorato, in particolare, da una testimonianza diretta (una delle pochissime) concessa a Goretti e Giartosio da un reduce oltre sessant’anni dopo i fatti: «In fondo, si stava meglio là che qua». Un’affermazione che spiazza, che lascia intendere un capovolgimento di situazione avvenuto a dispetto delle intenzioni del regime: dalla segregazione alla “libertà”. Ma quale libertà? A che costo?   «Chi sono i “femminielli”? E come hai lavorato alla costruzione dei personaggi e delle loro voci?» Questa è la vera domanda che mi sono posto e che ciascun lettore e lettrice dovrebbe porsi. Se lo chiese persino il regime fascista. Forse per la prima volta con approccio pseudo-scientifico: chi sono gli omosessuali? Da cosa dipende la loro “natura” (all’epoca si diceva “devianza”)? Ovviamente, la risposta fu pregiudiziale, e difatti furono usati termini collettivi, sprezzanti, impropri per ghettizzarli: per esempio “pederasti” anziché “omosessuali”, con evidente uso strumentale dell’etimologia: dal greco pâis, “fanciullo” ed erastés, “amatore”, dunque “pedofilo”. All’epoca si oscillò tra due ipotesi: che l’”inversione” (altro termine caro al regime) fosse una malattia, letteralmente un virus; che fosse un vizio, un’aberrazione dei costumi. Dunque, in entrambi i casi il rimedio consisteva nell’isolare i “colpevoli” per evitare il “contagio”. Ecco spiegato l’assurdo di San Domino: un’isola di soli confinati gay. Tutto questo è aberrante, ma forse lo è ancora di più il silenzio intorno alla vicenda e all’esistenza stessa di casi di omosessualità in Italia. Il codice Rocco, il codice penale fascista, non faceva della pederastia un crimine, e non certo per liberalismo: perché non si doveva neppure pensare che il “sangue latino” fosse infettato da questo morbo. «Gli italiani sono tutti maschi» – si diceva. E questa congiura del silenzio è durata anche oltre la caduta del fascismo. Per decenni, o se ne è taciuto, o se n’è fatta materia di comicità, o se n’è parlato in termini di categoria discriminatoria, d’iperonimo onnicomprensivo. Ebbene, il tentativo di questo romanzo è di rompere sia il silenzio sia la stereotipizzazione: fare emergere dalla massa indistinta la comunità, e dalla comunità gli individui. Tutti i personaggi sono reali. Io ho potuto leggere le loro parole, ho addirittura visto i loro volti (grazie al reportage fotografico di Luana Rigolli, L’isola degli arrusi). Anche i soprannomi con cui li chiamo sono quelli che loro stessi hanno scelto per sé, e sono significativi.    «Che tipo di ricerca – storica, antropologica, culturale – ha accompagnato la scrittura del romanzo?» Onore al merito di chi l’ha compiuta: non io, ma alcuni valenti studiosi che ringrazio nella postfazione del libro. Altri se ne stanno aggiungendo, per fortuna (benché ancora troppo pochi). Io ho letto questi saggi, alcune testimonianze (come lo splendido memoriale di Mario Magri, Una vita per la libertà), i documenti recuperati dall’Archivio di Stato da Luana Rigolli, ho visto le sue fotografie, ho compulsato dizionari e lessicografie in siciliano, toscano, napoletano, persino in friulano, ripescato articoli su giornali d’epoca (si parlava del confino come di “villeggiatura”!) e poi ho soprattutto immaginato. Per riempire i vuoti, per trascendere dal dato documentale a quello umano. Per passare dalla Storia alla storia, alle storie. Davanti a me avevo un file simile alla lavagna investigativa dei film gialli: fotografie, schede segnaletiche, oggetti, dettagli di ogni tipo. Persino gli oroscopi, i temi natale di ciascun personaggio! Per lungo tempo mi sono obbligato a non violare alcun dato di realtà, rispettare ogni dettaglio, anche meteorologico e logistico. A posteriori, posso dire di essermi legato le mani da solo e avere forse concesso troppo poco alla “narrazione”, al romanzesco; ma ho anche la coscienza pulita. Mi conforto nella presunzione di avere fatto una piccola operazione di giustizia.    «Il libro affronta con grande

Sara Vettori e Caterina Scardillo a Lucca Comics & Games 2023 - cover

Vorreste stupire i vostri amici con una cena a base di sirena e unicorno ma non conoscete le ricette? Ecco il libro che fa per voi!

di Gianmarco Caselli Avete intenzione di stupire i vostri amici a cena? Niente di meglio che preparare un bel Kraken cacciuccato alla livornese o sfilacci di unicorno con polenta o perché no… una sirena in scatola sott’olio. Ma se non è un problema reperire questi animali fantastici, lo è invece trovare le ricette per cucinarli. O almeno lo era fino a oggi, perché adesso abbiamo a disposizione un pratico ricettario immaginario edito da Edizioni NPE e che si intitola proprio Animali misteriosi e come mangiarli. Un libro in stile ottocentesco arricchito da illustrazioni ispirate ai bestiari medievali e ai libri di cucina del XIX secolo. Un volumetto prezioso e anche fortemente ironico che, nella quarta di copertina, per fugare ogni dubbio di noi animalisti, chiarisce: “Nessun animale, né reale né ovviamente immaginario, è stato maltrattato durante la realizzazione di questo libro.” Questo piccolo gioiello culinario, che non potrà più mancare nelle nostre cucine, è realizzato dalla Imaginary Travel Ltd, un trio costituito da Michele Mingrone (autore e coordinatore del progetto), Sara Vettori (illustrazioni originali) e Caterina Scardillo (progetto grafico, impaginazione e calligrafia), autori anche di altri due volumi in stile ottocentesco: I luoghi di Lovecraft, e il bellissimo Vampiri, dove trovarli. Abbiamo incontrato Sara Vettori e Caterina Scardillo a Lucca Comics & Games 2023 e le abbiamo intervistate. Imaginary Travel Ltd può essere definito una sorta di piccolo collettivo? Caterina Scardillo: Esattamente. Abbiamo creato questo nome immaginario Imaginary Travel Ltd appunto,come fosse una società inglese; ma siamo io, Sara e Michele che è poi l’ideatore e curatore di tutti e tre i libri. Siete sempre e solo voi tre o siete stati affiancati anche da altri collaboratori per le vostre pubblicazioni? C.S. Abbiamo realizzato tutti i nostri libri insieme ma abbiamo avuto anche qualche ospite, qualche capitolo nei vari libri è stato scritto a più mani con altri autori fra cui Federico Guerri “Sindaco di Nerd”, Mario Venturella, Fulvia Cipriani, Francesca Cherici… Sara Vettori.: Per ogni libro abbiamo dei collaboratori, ci piace collaborare, l’unione fa la forza. È bello avere più voci all’interno di ogni volume. Chi sceglie il tema da trattare in ogni nuovo lavoro? C.S.: L’idea del libro la scegliamo noi tre insieme all’editore. I temi sono sempre noir come piace a noi; una volta scelto il tema, Michele scrive il testo e contemporaneamente Sara (Vettori) crea illustrazioni per ogni capitolo a partire dalla suggestione che le viene dal testo di Michele. I loro lavori corrono paralleli. Quando hanno finito la loro parte, arrivo io come ultima staffetta che impagino il tutto tenendo un filo conduttore di tutti gli elementi e cercando di essere aderente al periodo storico in cui si ambientano i libri. Perché queste che realizziamo vogliono si propongono come guide immaginarie turistiche d’epoca. Sono guide immaginarie di fine ‘800. Che tecniche utilizzate per realizzarle in uno stile che ricalchi quello di tale epoca? C.S.: Mentre Sara deve tenere conto delle tecniche di stampa, io devo tenere conto dei caratteri tipografici: tutto deve essere coerente con l’epoca in cui si finge sia uscito il libro. S.V.: Principalmente sono un incisore, quindi utilizzo la xilografia e la calcografia, ma è impensabile realizzare 150 illustrazioni con queste tecniche perché richiedono tempi molto lunghi. Per ogni libro quindi ne utilizzo varie, dal carboncino alla grafite, all’acquarello e molte incisioni. Ogni tecnica è finalizzata per quello che voglio realizzare, al tema della storia o al particolare da descrivere; vado molto a sentimento e cerco armonia fra tutte le tecniche. Magari parto da una base di incisione, che poi decido di acquarellare e infine il mio lavoro  può anche essere rielaborato graficamente da Caterina. Il vostro è dunque un lavoro molto artigianale… S.V.:  Molto. Anche adesso allo stand [di Lucca Comics] per fare le dediche sui libri, Caterina sta calligrafando e io sto timbrando con piccole incisioni montate su legno. Immagino che ci sia un lavoro di documentazione molto impegnativo dietro ogni lavoro. Che tipo di studio c’è dietro i vostri volumi? S.V.: Tanti libri. Michele per realizzare i suoi scritti sui vampiri è partito da Babilonia. La ricerca è veramente lunga. Noi facciamo lo stesso: Caterina per i caratteri tipografici e per tutto ciò che concerne la grafica, io anche per le illustrazioni: tutto deve essere più filologico possibile. Da vegetariano posso utilizzare questo libro? S.V.: Anche io sono vegetariana, ho scritto la ricetta delle polpette alla mandragora! E ce ne sono anche altre: quella dello Ya-te-veo, dell’agnello vegetale, dei funghi di Kingsport, e quella della baverese al Blob bianco. Ovviamente vanno cambiati gli ingredienti… A chi è venuta l’idea di fare questi libri? L’idea originaria è stata di Michele che durante laboratori svolti nelle scuole con alcuni ragazzi sul tema del viaggio immaginario, aveva provato a ricreare delle mappe sulle quali muoversi per gioco. Da qui l’idea è stata sviluppata da Sara e Michele ma in forma di libro d’arte con le illustrazioni. Inizialmente pensavano a una sorta di Lonely Planet. Poi sono arrivata io e ho pensato di introdurre un’ambientazione d’epoca un po’ retrò, un po’ vintage e abbiamo adottato questa estetica anticata.