Deviazione, un libro di Luce d’Eramo

IN FONDO AL CASSETTO

Vecchi e nuovi, famosi e sconosciuti, indimenticabili e dimenticati, classici e maledetti, da scoprire o riscoprire, da aver assolutamente letto, quelli che… giunti ormai nel mezzo del cammin di nostra vita (magari, ma sarebbe campare fin troppo) ma come? non l’hai ancora letto!?
Deviazione, foto di Simone Bracciali © lasettimabase

Parto con una confessione: l’idea stessa della rubrica “In fondo al cassetto” è venuta da questo libro. Durante un trasloco, che notoriamente per i libri è una specie di Tsunami che travolge tutto, mi è capitato tra le mani un vecchio Oscar Mondadori degli anni 80. La copertina mi ha colpito per la sua bruttezza: un fondo uniforme tutto blu-violaceo con una sottile cornicina argentata che racchiudeva il nome dell’autrice in grandi caratteri bianchi e al centro, in argento a piena pagina il titolo: DEVIAZIONE. Sotto, e forse è stato questo a convincermi ad aprirlo: 200.000 copie in Italia (vedi come sanno il fatto loro i pubblicitari!). Lo apro, c’è una cartina: “I viaggi e la fuga della protagonista”. Dachau, i lager. Penso: ok, la storia autobiografica di una deportata. Lo metto da parte. Senza sapere nulla di autrice e trama mi metto a leggere.

La prima edizione è del 1979, ma il libro contiene 5 racconti scritti in periodi diversi e presentati in ordine di composizione. Il primo Thomasbräu fu pubblicato da Moravia sulla sua rivista Nuovi Argomenti nel 1956, seguono Asilo a Dachau dello stesso periodo, Finché la testa vive, già pubblicato nel 1964 da Rizzoli come romanzo breve, Nel Ch 89 scritto nel 1975 per l’edizione tedesca di Finché la testa vive, e infine La Deviazione. Nel loro insieme tracciano per l’appunto la storia totalmente autobiografica del personaggio di Lucia, dai lager fino, nell’ultimo racconto, al momento presente in cui l’autrice scrive.

La prima intuizione era sostanzialmente corretta, ma certo il libro non era quello che mi sarei aspettato. Innanzitutto mi sono reso conto di una cosa che avrei dovuto notare fin dalla prima occhiata e che non avevo mai realizzato così pienamente finora: dai lager si fuggiva. Erano sì un atroce e super efficiente meccanismo di schiavitù e sterminio, ma si fuggiva e come, quasi un milione di persone, dice l’autrice, sono scappate dalle varie tipologie di campi. Anche dai più tremendi, come Dachau.

Ma non è certo questo l’aspetto principale del libro. La ricostruzione dei fatti narrati da un racconto all’altro infatti, non solo aggiunge nuovi pezzi alle vicende, ma talvolta ribalta completamente i punti di vista precedenti, fornendo nuovi elementi a dir poco spiazzanti, se non sconvolgenti, e non tanto su opinioni, punti di vista, idee, ma proprio sui fatti avvenuti.

Si crea così nell’insieme una trama ricca “di colpi di scena”, capovolgimenti, rivelazioni. E non per capriccio, ma dietro al percorso di recupero della memoria della protagonista, che è insieme anche tremenda presa di coscienza, innanzitutto di sé stessa come donna.

E per far comprendere di cosa parli dovrei accennare alla biografia stessa di Luce d’Eramo, nome da sposata di Lucette Mangione, una scrittrice italiana che nacque a Reims il 17 giugno 1925 e morì a Roma il 6 marzo 2001. Ma non lo farò, come non rivelerò nient’altro della trama.

E il mio consiglio è non fatelo nemmeno voi, leggetelo così, al buio. Lasciatevi guidare nelle varie “deviazioni” della protagonista dalla scrittura di Luce d’Eramo. Autrice che nel suo ultimo libro-intervista, Io sono una aliena, pubblicato nel 1999 si definiva una “marxiana” della letteratura.

Una scrittura che non può lasciare indifferenti: un realismo secco e brutale, come tutto è brutale in tempi di guerra, associato ad una analisi introspettiva spietata e lucidissima, che nulla sconta in primis alla protagonista stessa.

Una ricostruzione della propria memoria distrutta dagli eventi vissuti e che non sono quelli che il lettore si aspetterebbe da un’internata nei lager, anzi, così spiazzanti che travolgono il lettore con una forza che lo schiaccia sotto le parole, che spesso ribaltano luoghi comuni e facili prese di posizione ideologiche.

E non perché ci siano dubbi da che parte stia il bene o il male, ma proprio perché lo sconvolgente percorso dell’autrice di presa di coscienza di cosa sia il male, passa, prima ancora che attraverso cuore e mente, attraverso il proprio corpo (molte le pagine dedicate al corpo dei prigionieri: fame, sesso, latrine, malattie, violenze).

Il libro alla sua uscita fu un grande successo, tradotto in francese, tedesco, spagnolo e giapponese fu anche oggetto di un film per la televisione tedesca del 1994 Luce, Wanda, Jelena. Es war nicht ihr Krieg.