gianmarco caselli

I Not Moving ricevono il Premio Capannori Underground Festival 2025 per la diffusione della cultura underground

I Not Moving accendono il Capannori Underground Festival ’25

– di Amy Pandolfi   AL CAPANNORI UNDERGROUND FESTIVAL 2025 LA PRIMA PRESENTAZIONE ASSOLUTA DI THAT’S ALL FOLKS DEI NOT MOVING   La prima serata del Capannori Underground Festival non poteva sperare in un inizio più esplosivo. Domenica 9 novembre il palco ha vibrato sotto i colpi di un’icona del panorama underground italiano: i Not Moving, tornati a incendiare la platea con la prima presentazione assoluta del loro attesissimo e purtroppo, ultimo disco, That’s all folks! E per l’occasione i Not Moving hanno ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.      La serata è stata aperta da CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, costola musicale del Festival, con l’esecuzione della sigla che ha composto appositamente per questa edizione. Subito dopo il saluto da parte dell’amministrazione del Comune di Capannori con il consigliere Francesco Cerasomma, il direttore artistico del Festival Gianmarco Caselli ha intervistato la band mentre, nella seconda parte della serata, i Not Moving hanno eseguito alcuni brani storici del loro repertorio e, soprattutto, brani del loro ultimo album “That’s all folks!”     Il successo è stato assolutamente travolgente. Il locale è stato inondato da un bagno di folla che ha confermato la vitalità e la fame di musica autentica. Non solo giovani curiosi, ma anche, e soprattutto, i fan della prima ora. Tantissimi volti emozionati tra il pubblico seguivano la band fin dagli anni ottanta, un fiume di nostalgici e appassionati che ha reso l’atmosfera elettrica e commovente. La band ha saputo unire le generazioni, trasformando la presentazione del loro congedo discografico in una vera e propria festa del rock.   L’energia sul palco era palpabile, ma la vera chiave è il messaggio della band. I Not Moving si sono sempre mossi su un binario di libertà espressiva, preferendo l’istinto e la pura emozione alle rigide etichette di genere.     La band ha sottolineato con forza come il loro lavoro nasca da un profondo bisogno interiore, definendolo una vera e propria “scarica emozionale”, un linguaggio che va oltre la semplice nota e che parla direttamente al cuore. La band, pur essendo alla presentazione della loro ultima fatica, ha dimostrato una potenza e una coesione da veterani, celebrando una carriera che è stata un inno all’autenticità e all’anti-convenzionale.   La frontwoman ha espresso la profonda gratitudine per il pubblico, l’elemento che ha permesso al loro progetto di crescere e di non sentirsi mai “solo in un sogno”. Ha ribadito l’importanza di questo album come chiusura di un cerchio, ma anche come un tributo a quella creatività pura che ha mosso ogni loro passo. Si percepiva chiaramente il mix di gioia, malinconia e adrenalina di chi sta celebrando un’intera carriera.       Il Capannori Underground Festival, sin dalla sua nascita, si impegna a dare spazio a quelle realtà “libere dai vincoli” dell’industria. La scelta di aprire l’edizione con i Not Moving, un esempio di coerenza artistica decennale, è stata vincente e ha fissato subito uno standard elevatissimo per gli eventi a seguire.   Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo  della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con Artemisia, ARCI  Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.    

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

– di Gianmarco Caselli Anche se può sembrare incredibile, il primo fotoreporter di guerra iracheno, non è nato in tempi lontanissimi, bensì nel 1987. E non solo Kamaran Najm  è stato il primo fotoreporter di guerra iracheno, ma è stato anche fondatore di Metrography, la prima agenzia fotografica indipendente del Paese. Il suo scopo era raccontare con le fotografie l’orrore della guerra ma anche la bellezza del Kurdistan iracheno. Calia non è nuovo a questo tipo di opere che si inquadrano nell’ambito del graphic journalism, ne è un vero e proprio punto di riferimento e a questo proposito è anche autore di “Graphic Journalist – manuale per i reporter con la matita” edito da ComicOut. una sorta di manuale rivolto  agli autori per affrontare questo genere di fumetto che richiede un lavoro di reportage, indicando come inserire le informazioni documentate e suggerendo diverse metodologie di lavoro. La sua storia è stata raccontata in un fumetto da Claudio Calia , “Dov’è la bellezza?“, edita da Becco Giallo con una prefazione di Zerocalcare.     Najm scompare a soli 27 anni, ferito proprio mentre è impegnato a realizzare testimonianze fotografiche della guerra, e finisce nelle mani dell’ISIS. È stato il fratello di Najm a chiedere a Calia di raccontare questa storia, uscita ad aprile, convinto che il fumetto fosse il mezzo migliore per comunicarla. Lo abbiamo incontrato e intervistato a Lucca Comics & Games 2025.     Che cosa siginfica il titolo di questo volume? Najm è il primo fotografo di guerra iracheno. Il titolo del volume, “Dov’è la bellezza?“, è una frase che lui ripeteva stesso: “vengono da tutto il mondo, giustamente, a raccontare gli orrori della guerra ma non c’è nessuno che racconti la bellezza del nostro paese.”  Per questo ha fondato la sua agenzia fotografica, la prima riconosciuta come agenzia fotorgafica irakena, che oggi ha una grande attività di formazione con ben 75 fotografe donne. In Irak è un piccolo miracolo, e forma continuamente nuovi fotografi.   Come hai ricostruito la storia di Najm? L’ho ricostruita andando in Irak e intervistando molte persone che lo hanno conosciuto. Mentre io ero in Irak, una di queste persone era appena arrivata da New York dove aveva appena chiuso una propria mostra personale di fotografia. A 40 anni aveva deciso di mollare il lavoro: aveva trovato un volantino di un workshop dell’agenzia Metrography e grazie a questa si è appassionato ed è diventato fotografo davvero.     Quella di Najm è una storia bella, ma con un finale triste. Sì, lui è il primo esempio di fotografo di guerra irakeno che si trova in prima linea con l’esercito regolare curdo contro l’ISIS. Anche l’esercito non era abituato ad avere civili in prima linea, era una situazione complicata da gestire. La violenza dell’attacco fu terribile, Najm venne ferito al collo, caricato su un furgone dell’esercito, ma la fuga dai colpi di mortaio è talmente precipitosa che si dimenticano di chiuderlo. Il corpo di Najm cade.   Se ne è più saputo nulla? Il giorno dopo, da prigioniero, riuscirà a chiamare la sua famiglia. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui. Anni di trattative da parte della sua famiglia, per sapere se era vivo, morto, eventualmente recupereare il corpo, sono finiti nel nulla. Dopo dieci anni i familiari hanno deciso di raccontare la sua storia e hanno deciso di farlo tramite il fumetto.   Come è avvenuto il contatto con te? Dal 2016 mi è un po’ cambiata la vita in quanto ho fatto un viaggio con la ONG “Un ponte per” realizzando workshop di fumetto in Irak. Da quel momento torno in Irak una o due volte l’anno per tenere dei laboratori. Quando è venuta fuori la volontà di raccontare la storia di Najim, i familiari hanno pensato di chiederlo a me.   Hai accettato subito? No, inizialmente ho risposto di no. Ho pensato: è dal 2016 che formo fumettistie e fmuenttisti irakeni. Che senso ha che lo faccia io? Mi hanno convinto con due argomenti: avevano bisogno di un prodotto fatto e finito e non volevano esordienti; inoltre da italiano posso permettermi più libertà visto che Najm ha fatto cose che in Irak sono discutibili, come un bacio in pubblico che è poi diventato famoso in tutto il mondo. Posso rappresentare certe situazioni senza rischiare.   C’è qualcosa che ti ha colpito nella stesura di questa storia? C’è una cosa strana che è accaduta. Il fratello di Najm quando ha visto il libro è venuto a trovarmi. In questa storia intervisto anche i suoi genitori. Il fratello per dieci anni si è chiesto come mai i genitori avessero smesso di cercare Najm. In realtà suoi genitori hanno continuato per anni a chiedere informazioni facendosi accompagnare dal fratello piccolo. Alla fine gli è stato detto che se avessero continuato a fare queste ricerche lo avrebbero ammazzato. Leggendo il libro, lui ha capito che i suoi genitori avevano interrotto le ricerche per proteggere lui.   03/11/2025

SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra

– di Gianmarco Caselli   Piero Pelù con Aiazzi e Maroccolo, Afterhours, Tre allegri ragazzi morti, Bandabardò: sono solo alcuni dei nomi delle band e degli artisti che hanno partecipato SOS PALESTINA, l’evento ideato da Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere in Palestina e lanciare un grido contro ciò che sta avvenendo a Gaza.  E all’appello, giovedì 18 settembre, hanno risposto circa tremila persone facendo registrare ben presto il sold out all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze.  SOS Palestina è stato un evento che rimmarrà nella storia della musica italiana.  È Pelù ad aprire la serata: “La situazione a Gaza e in Cisgiordania sta precipitando sempre di più. Ora c’è anche il black-out della rete per nascondere i crimini di guerra dell’esercito israeliano. Stiamo assistendo in diretta a un massacro di civili inermi, di operatori umanitari, di giornalisti.”   Tanti gli interventi, non solo musicali, da parte degli artisti che si sono esibiti, nei confronti della situazione che da quasi un anno a Gaza è disumana e insostenibile. Piero Pelù si è esibito con una maglietta su cui campeggiava la scritta Global Sumud Flottilla, e Manuel Agnelli degli Afterhours ha esteso il problema da Gaza al nostro immediato futuro invitando fortemente il pubblico ad andare a votare (e molti nel pubblico si chiedono: “quale partito?”) e di “fare pressione” prima che le cose peggiorino ulteriormente anche per noi. Sul palco, oltre agli artisti, testimonianze e interventi di Angelo Rusconi di Medici senza frontiere, Riccardo Noury per Amnesty International, Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn e Josè Nivoi, rappresentante del gruppo di portuali della Usb-Calp di Genova che si è collegato telefonicamente essendo parte della spedizione della Global Sumud Flotilla. “A Gaza in questo momento è l’inferno. Potrebbero essere le ultime ore di Gaza, speriamo di no”, ha detto  Rusconi, coordinatore di Medici senza Frontiere. “Dobbiamo tutti fare qualcosa” L’emozione è palpabile, durante gli interventi il silenzio è quasi irreale. È un popolo quello che si è radunato, quello della comunità italiana che sta dilagando nelle piazze di tutta Italia, che vuole un segnale dalle istituzioni affinché facciano qualcosa per far terminare il massacro. E quando scrosciano gli applausi dopo gli interventi, sventolano le bandiere palestinesi. A sorpresa poi Pelù annuncia che ci sarà un “bis” dell’evento, a giugno 2026. Ma, entusiasmo a parte, molti nel pubblico si guardano consapevoli che forse per quella data la Palestina non esisterà più. Ovazioni per gli interventi e le testimonianze e anche, ovviamente, per gli artisti: dopo l’apertura con Roy Paci con gli Aretuska, e i Patagarri, la serata si è infiammata con le altre band che si sono esibite gratuitamente. Entusiasmo palpabile in particolare per l’esibizione di Tre allegri ragazzi morti, Ginevra Di Marco accompagnata da Francesco Magnelli e Pino Gulli, e per la Bandabardò che ha fatto letteralmente ballare l’Anfiteatro. Grande chiusura con gli Afterhours e, ovviamente, Piero Pelù che, dopo “Io ci sarò” e “Bomba boomerang” accompagnato da I Bandidos, ha chiuso l’evento insieme a Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo per “Il vento” e “Eroi nel vento.”   20/09/2025  

Gianni Maroccolo, il Sonatore di Basso

– di Gianmarco Caselli   Cosa si può dire di Gianni Maroccolo? Di tutto di più. Una vita immersa nel libero fluire della musica, quella di Maroccolo, uno dei personaggi più influenti e rappresentativi della musica alternativa italiana. Difficile definire o inquadrare Maroccolo (chiamato dagli amici anche Marok) in un ambito definito, perché è una personalità che si rinnova continuamente, non è inchiodato a stilemi che possano caratterizzarlo una volta per tutte. Forse chi può riuscirci meglio è proprio lui, e lo fa in “Memorie di un Sonatore di basso” (edito da Libri Aparte), un libro in cui racconta se stesso, le esperienze che più lo hanno segnato artisticamente arricchite con riflessioni e considerazioni di chi sembra non avere mai fatto un vero pensiero organico per la costruzione del proprio futuro.     Maroccolo pare vivere un eterno presente con la meravigliosa arte di inventarsi ogni giorno, lasciarsi fluire nel ritmo di una vita quasi panica come un elemento naturale di questo mondo. In “Memorie di un Sonatore di basso” emerge proprio questa dimensione di Marok che sottolinea più volte come anche il suo approccio alla musica sia più naturale e artigianale rispetto a tanti altri musicisti che si affidano alla tecnologia: la sua è la ricerca di un suono vivo, vissuto, non asettico, che contempli la partecipazione emotiva nell’atto della registrazione in studio evitando che la tecnologia ingabbi la cretività. Già il titolo del libro suggerisce un approccio particolare di Marok: non un bassista, ma appunto un “sonatore di basso”.   In questo libro Gianni si racconta, racconta la sua avventura prima nei Litfiba, poi nei CCCP, nei CSI e nei PGR fino alle più recenti collaborazioni. E non mancano i contributi di alcuni dei musicisti che hanno lavorato o tuttora lavorano con lui, come – per citarne alcuni – il fedele Antonio Aiazzi (storico tastierista dei Litfiba), Claudio Rocchi, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali. Il libro ha preso anche forma di performance: “Il sonatore di basso” è un concerto con Gianni Maroccolo e Andrea Chimenti (chitarra e voce) cui noi abbiamo assistito a Santo Stefano di Magra il 5 luglio scorso nell’ambito di “Parole liberate”. Presente anche Mur Rouge che, oltre ad affiancare sul palco Chimenti e Maroccolo, ha trascritto più di cento linee di basso di Maroccolo raccolte in “Il sonatore di basso”, sempre per Libri Aparte.   Un concerto durante il quale non solo sono state eseguite musiche che hanno ripercorso la carriera artistica di Marok, ma durante il quale lo stesso “sonatore di basso” ha raccontato aneddoti e pensieri che si possono trovare anche nel libro. Dalla lettura emerge una carriera straordinaria e intensa e che talvolta  sembra quasi non essere del tutto presente nella sua importanza neppure a Maroccolo stesso che, non solo come musicista, ma anche come produttore di tantissimi gruppi, è un protagonista più che fondamentale per la musica alternativa italiana. Maroccolo è come il vento: passa, sconquassa con tranquillità ciò che incontra grazie alla propria musica e sembra non accorgersene, senza voltarsi a osservare ciò che ha lasciato dietro di sé.   14/07/2025

Gran finale Capannori Underground Festival

– di Chiara Di Vito –   Gran finale per il Capannori Underground Festival che – lo scorso 18 febbraio al Polo Culturale Artemisia di Capannori – ha chiuso questa edizione con un incontro davvero speciale. Protagonista della serata è stato Andy dei Bluvertigo, intervistato dal direttore artistico del Festival, Gianmarco Caselli, e dal noto conduttore di Videomusic, Rick Hutton. Una conversazione che ha rapito il pubblico, unendo aneddoti, risate e riflessioni sulla carriera e la vita di uno degli artisti più iconici degli anni ’90. L’incontro è stato preceduto dai saluti istituzionali di Claudia Berti, assessora alla cultura del Comune di Capannori e da un intervento dell’artista Enrica Giannasi, presentata da Chiara Venturini, che ha condiviso il suo approccio creativo nella realizzazione delle locandine per le ultime edizioni del festival, nonché per il CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico. Le sue opere, sempre originali e ricche di significato, hanno aggiunto una dimensione visiva unica all’atmosfera del Festival, creando un legame forte tra arte e musica.   Quando Andy è entrato in scena, l’entusiasmo della platea è stato palpabile. Era evidente che per molti, essere così vicini a uno dei propri idoli musicali fosse un momento da non dimenticare. La serata è volata via in un attimo, tra risate e chiacchiere sui mitici anni ’90, un periodo che ha segnato la vita di molti presenti. Eppure, non sono mancati momenti di grande intensità emotiva, come quando Andy ha parlato, con grande sincerità, del suo rapporto complicato con il padre. È stato un momento toccante, che ha reso la serata ancora più speciale, evidenziando la profonda umanità di questo artista.   Al termine dell’intervista, Erika Citti ha consegnato ad Andy il prestigioso Premio Capannori Underground Festival, un riconoscimento che celebra la sua carriera e il suo contributo alla musica.     Ma la serata non si è conclusa con la premiazione: Andy ha voluto regalare al pubblico un’esperienza unica, suonando dal vivo alcuni dei suoi brani preferiti, da Battiato a Bowie, confermando ancora una volta la sua versatilità e passione per la musica. Il gran finale ha superato ogni aspettativa: un’esibizione esplosiva che ha visto Andy e Rick Hutton unirsi al CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico per una performance inedita di uno dei nuovi pezzi che saranno presenti nel nuovo album del gruppo presto in uscita.     Insieme, hanno suonato un brano che mescolava tribalismo e psichedelia, con Andy che alternava elettronica e sax, Hutton e Andrea Ciolino alle chitarre elettriche, Gianmarco Caselli alle percussioni e Chiara Venturini alle tastiere. Il risultato è stato un mix di sonorità avvolgenti e sperimentali che ha coinvolto il pubblico in un viaggio musicale indimenticabile. La serata si è conclusa con un’esplosione di energia, un segno indelebile del successo di questa edizione del Festival.     Un bilancio positivo per il Capannori Underground Festival, che anche quest’anno ha saputo coniugare musica, arte e cultura, creando un’atmosfera unica e coinvolgente. Il Festival non è solo una rassegna di spettacoli, ma un luogo dove la musica e l’arte si incontrano e si arricchiscono reciprocamente, offrendo al pubblico un’esperienza che va oltre il semplice intrattenimento.       Il Capannori Underground Festival – Lucca Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la media partnership di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.  

Archetti Maestri al Capannori Underground Festival

– di Chiara Di Vito –   Archetti Maestri e Dome La Muerte protagonisti del terzo appuntamento del Capannori Underground Festival tenutosi lo scorso sabato 11 gennaio, eccezionalmente nella sala del Consiglio Comunale in Piazza Aldo Moro a Capannori.     Un evento di grande impatto per coloro che hanno avuto l’opportunità di parteciparvi e che conferma la grande forza attrattiva di un festival che in pochi anni è diventato un punto di incontro per artisti così diversi tra loro ma uniti dalla voglia di fare musica insieme. Il Capannori Underground Festival – grazie al prezioso lavoro del suo direttore artistico Gianmarco Caselli e di tutte le persone che collaborano al progetto – è riuscito a creare una comunità e quello spazio di libertà d’espressione di cui le nuove generazioni hanno sempre più bisogno.     Il terzo appuntamento, dicevamo, ha visto protagonista lo storico cantante degli Yo Yo Mundi Paolo Enrico Archetti Maestri – intervistato da Gianmarco Caselli, Chiara Venturini e Dome La Muerte, che al festival è ormai di casa essendo stato ospite di tutte le ultime edizioni. Ripercorrendo la storia degli Yo Yo Mundi, che proseguono tuttora la loro attività musicale con passione e tenacia, Archetti Maestri ha raccontato al numeroso pubblico presente moltissimi aneddoti con la vitalità di chi ha fatto della musica la propria esistenza. In chiusura, il cantante ha inoltre presentato Amorabilia, il suo primo lavoro da solista di cui ha eseguito alcuni brani. Archetti Maestri ha ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura Underground.     A seguire, il CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico ha accompagnato musicalmente la proiezione di Visioni Underground – la rassegna di fotografie degli attivisti del Festival – per l’occasione arricchita dalle opere dei ragazzi del Liceo Artistico “A. Passaglia” di Lucca. Opere, quelle dei ragazzi, esposte in una mostra allestita al Museo Athena di Capannori tra novembre e dicembre dello scorso anno, e che sono state protagoniste del secondo appuntamento di questa edizione del Capannori Underground Festival. Una serata ricca di sorprese quella dello scorso sabato, che è riuscita a mettere insieme diverse generazioni di artisti, uniti dalla voglia di esprimersi per costruire, insieme, uno spazio di ricerca espressiva libera dall’omologazione culturale e da pregiudizi di ogni forma.     Una voglia di collaborare, unire le forze, che si è sintetizzata nel finale quando, per accompagnare musicalmente la performance di Enzo Correnti – l’Uomo Carta, Archetti Maestri e Dome La Muerte hanno suonato insieme al CRP un brano dell’album di prossima uscita, la coinvolgente e tribale Baccante.   Il quarto e ultimo appuntamento di questa edizione del Capannori Underground Festival si terrà sabato 18 gennaio alle ore 17.15, sempre al Polo Culturale Artemisia di Capannori, e vedrà protagonisti Andy dei Bluvertigo. Ingresso libero su prenotazione fino ad esaurimento posti scrivendo una mail a associazionevaga@gmail.com.   Il Capannori Underground Festival – Lucca Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI Lucca e Versilia, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la media partnership di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.  

Siberia compie 40 anni – I Diaframma lo celebrano con un tour di più di trenta date

– di Gianmarco Caselli – I Diaframma di Federico Fiumani hanno infiammato il Caracol di Pisa il 15 novembre scorso con una serata del tour celebrativo dei 40 anni di “Siberia”, il primo album della storica band fiorentina. Un tour agli inizi – quella del Caracol era solo la terza data – che ha in calendario più di trenta date e che si concluderà ad aprile del 2025. Era giusto e doveroso celebrare l’anniversario di un album fondamentale per la new wave italiana, classificato al settimo posto dei “100 dischi italiani più belli di sempre”, secondo la rivista Rolling Stone Italia. Prima del concerto abbiamo scambiato alcune veloci battute con un disponibilissimo Fiumani. Sei contento di questo tour? La risposta da parte del pubblico è positiva? Sì, c’è sempre bisogno del riscontro con il pubblico e già in queste primissime date vedo una bella risposta, una forte energia. Come senti Siberia oggi? Noi siamo stati espressione di un periodo particolare, gli anni ’80. È una musica che rispecchia quegli anni. Non credi che l’ondata revival anni ’80 di questo periodo sia da collegare agli eventi storici e sociali attuali  che in parte sono molto simili ad allora? In parte, certamente. Penso che non sia un caso che I Cure siano tornati con un album che si ricollega a Disintegration e che sia balzato in cima alle classifiche. Lo hai ascoltato? Ho fatto un ascolto e devo ascoltarlo ancora bene ma mi pare molto bello. Hai qualcuno in particolare che credi interpreti musicalmente questo periodo che stiamo vivendo? Credo che la realtà musicale giovanile lo stia interpretando molto bene. Dovendo indicare qualcuno in particolare, sicuramente Blixa Bargeld e Teho Teardo, anche se non rientrano fra i giovanissimi. Fiumani è in ottima forma, con capelli verdi e chitarra dello stesso colore (“L’ho comprata perché fa pandan con i capelli”, dice scherzando con il pubblico fra una canzone e l’altra), ripercorre durante la serata i brani di Siberia ma ovviamente anche degli altri album. E quello che ne viene fuori è un concerto immersivo nel sound dei Diaframma con una sala piena e entusiasta che non ha mai smesso di ballare. Il sound è inevitabilmente quello degli anni ’80, le musiche sono quelle, ma tutto appare davvero attuale, assolutamente non datato. La voce e la chitarra di Fiumani, affiancato da giovani e validi musicisti, sono immediate, energiche e sprigionano una “gioia improvvisa” che coinvolge inevitabilmente il pubblico. Alla fine del concerto Fiumani si è prestato per fare foto con i fan e firmare autografi. A questo proposito vi consigliamo di comprare il vinile di “Siberia” in edizione speciale per l’anniversario: vinile rosa + Cd contenente “Siberia e “Live in Modena ’85” + poster 50×70 del Siberia Tour ’85 e un Maxi Booklet di 16 pagine.     26/11/2025

Oscar Wilde: il ritratto di un esteta

– di Gianmarco Caselli –   L’importanza di chiamarsi Oscar Wilde: è questa una delle novità editoriali presentate a Lucca Comics & Games 2024, una novel basata sulla vita del dandy per definizione edita da Becco Giallo. Una biografia, sceneggiata da Tommaso Vitiello e disegnata da Licia Cascione, per i 170 anni dalla nascita dello scrittore e che mira a far conoscere l’uomo Oscar Wilde che, dall’iniziale posizione di brillante ed eccentrico artista, scrittore e poeta al centro dell’attenzione e di successo, sprofonda col passare del tempo, nei propri tormenti e nelle proprie angosce senza mai tuttavia perdere le proprie convinzioni. Abbiamo intervistato gli autori Tommaso Vitiello e Licia Cascione allo stand di Becco Giallo a Lucca Comics & Games 2024.     Come mai proprio un lavoro su Oscar Wilde? Tommaso Vitiello: Di questo autore molte persone conoscono solo i testi teatrali più famosi o gli aforismi. La cosa che mi ha spinto a scrivere di lui è che tante persone sanno poco della sua vita. E la sua vita non è stata per niente facile.   Quali sono le particolarità della vita di Wilde che ti hanno incuriosito maggiormente? T.V.: Sapevo che dopo l’università Wilde aveva tenuto una serie di conferenze negli Stati Uniti. Gli americani , che si sono visti arrivare questo uomo alto un metro e 90, si sono sentiti in un certo qual modo minacciati e lo hanno sfidato a bevute, a box e a poker. Il “problema” è che sfidarono una persona molto intelligente che riusciva a giocare molto bene a poker, che se la cavava altrettanto bene a boxer grazie anche alla sua imponente statura e alle sue grandi mani e che era abituato, da buon irlandese a bere. Questa cosa mi ha fatto molto ridere.   Hai attinto a qualcosa di particolare per la realizzazione di questa storia? T.V.: Wilde ha scritto principalmente commedie e Salomè è stata una delle sue poche tragedie. Ciò che mi è parso interessante è il motivo per cui non è riuscito a metterla in scena in Inghilterra in quanto in questo periodo, durante il regno della regina Vittoria cioè, era difficile rappresentare un testo teatrale che ha come oggetto una donna che balla per ottenere qualcosa. E alla fine Salomè è andata in scena quando lui era in carcere: quando siamo andati a scrivere quella parte ho spedito a Licia i disegni originali che accompagnavano il libretto dell’opera.   Per quel che riguarda la grafica ci sono state ispirazioni provenute da altre illustrazioni o bozzetti? Licia Cascione: Per quanto riguarda le grafiche no, per costumi e ambienti invece mi sono rifatta molto a illustrazioni dell’epoca per  riproporre lo stile dandy, in particolare anche per quel che riguarda il tratto e i colori. C’è stata una grande ricerca sui costumi e sugli ambienti del tempo.   Avete deciso insieme di scrivere una storia su Wilde o l’idea è partita da uno di voi? T. V.: Sono stato io che ho mandato il progetto a Becco Giallo e subito ci siamo messi a cercare un disegnatore ideale per questo lavoro. Ne abbiamo vagliati diversi e quando ho visto i disegni di Licia ho detto: “Ok, sarà lei a illustrare l’opera.”   La vita di Wilde ha appassionato subito la disegnatrice? L. C.: Ero interessata a fare un lavoro su Wilde in quanto sono una grande appassionata dell’epoca vittoriana. Tuttavia, per quanto ora sia riconosciuto come figura queer, Wilde è pur sempre un uomo della sua epoca, e per alcuni suoi aspetti, dal punto di vista personale, ho inizialmente fatto un po’ di fatica ad approcciarmi a lui.       Tu hai indivudato aspetti di questo autore che hanno poi influito sulla tua visione dell’artista? L. C.: Una delle cose che mi ha colpito di più è che io immaginavo questo uomo gigantesco che cercava sempre di essere al centro dell’attenzione, che sapeva quel che faceva e voleva farlo sapere agli altri. Entrando nella storia e conoscendo così chi è stato accanto a lui, vedere l’influenza che queste persone hanno avuto su di lui è stato molto importante per me.   E questo ha influito sulla stesura grafica? L. C.: Sì, ad esempio all’inizio della storia Wilde indossa vestiti sgargianti che lo pongono al centro della scena in modo teatrale. Andando avanti, più si innamora di Bosie, più assorbe i colori dell’amante, anche lui comincia a vestirsi in azzurro fino a che non ne è completamente assuefatto. 11/11/2024  

La Bandabardò apre il Capannori Underground Festival

Tutto esaurito per la serata di apertura dell’edizione 2024 del Capannori Underground Festival con  Finaz, Nuto e Don Bachi della Bandabardò. “Una band che non ha certo bisogno di presentazioni – afferma Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival – e che negli anni ha fatto e fa ballare nelle piazze migliaia di giovani intrecciando voglia di stare insieme, di divertirsi, con valori e ideali per una società migliore.” La Bandabardò ha una storia che è quasi una fiaba: si è fatta le ossa macinando concerti su concerti, i componenti del gruppo sono quasi una famiglia che ha viaggiato insieme per anni sul furgone spostandosi da un palco all’altro ed è cresciuta e si è fatta notare proprio grazie ai suoi numerosi live prima ancora che sul mercato discografico. È il rapporto con i fan che,  alimentandosi concerto dopo concerto, ha decretato la solidità di un gruppo che con la piazza, con il pubblico, è stato fin dall’inizio legato in un sodalizio quasi immediato e spontaneo. Una band che ha proposto una musica nuova, gioiosa, fresca e viva. La Bandabardò non si è fermata nonostante la triste scomparsa di Erriquez, lo storico cantante del gruppo, una scomparsa improvvisa che ha sconvolto il panorama musicale italiano. La Bandabardò però ha proseguito grazie anche all’amico Cisco Bellotti, e noi l’abbiamo seguita in questa loro nuova storia come vi abbiamo raccontato anche l’estate scorsa nel nostro servizio.     Quello del Capannori Underground Festival evento imperdibile per tutti gli appassionati della band: durante l’incontro che si terrà al Polo Culturale Artemisia (Tassignano-Capannori) i tre componenti del gruppo presenteranno il libro “Se mi rilasso collasso” edito da Baldini e Castoldi. E per l’evento sarà presente, ad affiancare Gianmarco Caselli, direttore artistico del Festival, anche Antonio Aiazzi, lo storico tastierista dei Litfiba che l’anno scorso era presente come ospite insieme a Gianni Maroccolo.   Nel libro sono raccontati i trenta anni di storia della  band nata nel ’93, in anni gloriosi per la musica alternativa italiana. Così la raccontano gli stessi membri della Bandabardò: “Trent’anni di storia, la nostra, fatta di percorsi quasi mai semplici e spesso lontani dalle strade maestre, una storia che si intreccia con gli ultimi trent’anni di questo Paese meraviglioso e contraddittorio e che ci rammenta cosa sono state la musica, la politica, la vita in tour, la gavetta, la discografia e come tutte queste cose sono cambiate con noi, accanto a noi.”   L’ingresso è libero su prenotazione fino ad esaurimento posti scrivendo una mail a associazionevaga@gmail.com. Lo staff invita a prenotare e a mettersi in lista d’attesa nonostante l’evento sia già sold out. Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con ARCI LUCCA E VERSILIA, Museo Athena, Artemisia, Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, Anffas, Il Restauro, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.

Con Songs Of A Lost World i Cure ritrovano il suono perduto

– di Gianmarco Caselli –   Finalmente è arrivato. Dopo ben sedici anni e annunci disattesi sull’uscita di uno o addirittura più album, il primo novembre i fan di The Cure hanno potuto ascoltare il nuovo lavoro della band, Songs of a Lost World. L’attesa è stata lunghissima e, quando è stato chiaro che stavolta l’album sarebbe veramente uscito, piena di grandi aspettative. Aspettative alte, altissime, soprattutto dopo che è stato diffuso Alone, il primo singolo, che ha fatto sognare ai fan un altro lavoro alla pari di Disintegration (1989), forse l’album capolavoro della band. Lo stesso Robert Smith vi ha fatto riferimento affermando che voleva ricreare un’atmosfera come in Pornography (1982) e Disintegration.   Diciamo subito che il confronto comunque non regge, Disintegration è e resta irraggiungibile, ma la qualità di Songs of a Lost World cresce ad ogni ascolto e si riallaccia all’album del 1989 per tanti versi: per i testi, per le sonorità e per l’atmosfera generale, e di certo è un gran bell’album: il nostro voto è 9. Consigliamo un ascolto in cuffia o a volume alto con un buon impianto per godere appieno non solo della voce – notevole per l’età – di Smith in ottima forma, ma anche della raffinata ricerca dei suoni che costellano questo album. Vi perdereste degli elementi che fanno comprendere quanto questa opera sia veramente ricercata e complessa, perfetta nel creare un amalgama sonoro che ci avvolga nelle sue spire.   Se si considera poi che dopo le punte toccate dalla band con il già nominato Disintegration (1989) e Wish (1992) gli album successivi (su tutti Wild mood swings del 1996) non sono stati da ricordare, con l’eccezione di Bloodflowers (2000), Songs of a Lost World è una vera e propria boccata di ossigeno per i fan. Ad affiancare Robert Smith sono il fedele Simon Gallup al basso, Roger O’Donnel alle tastiere, Reeves Gabrels alla chitarra e Jason Copper alla batteria.   Songs of a Lost World è per certi versi una summa matura delle punte toccate dalla band fra fine anni ’80 e inizio anni ’90 che ci immerge nel decadentismo imperante dei nostri tempi. Robert Smith e soci hanno infatti voluto non solo riprendere quelle sonorità, ma anche attualizzarle e realizzare un album sincero, senza strizzare l’occhio alle dinamiche del marketing con inserimenti di brani facili e commerciali: si è capito subito dal primo ascolto della intro strumentale del brano di apertura Alone, lunghissima per i canoni musicali del nostro tempo. Proseguendo con l’ascolto godetevi l’apertura armonica di And nothing is forever e lasciatevi cullare da A fragile thing, brano che difficilmente vi toglierete dalla testa. Warsong e Drone:Nodrone invece ci portano improvvisamente in atmosfere più dure che ricordano quelle di Wish. È I can never say goodbye che di nuovo ci proietta nella dimensione onirica prevalente dell’album, mentre la successiva All I ever am ci coinvolge subito con una base ritmica trascinante che  fa venire voglia di non uscire mai da questo disco di cui ci sembra di far parte. Chiude l’album una epica Endsong di ben dieci minuti, devastante per intensità e che chiude il cerchio aperto con Alone.   Le sonorità sono dense ma fresche, non danno assolutamente l’idea di ricalcare qualcosa di già fatto, e danno all’album energia e coerenza. Tutti i brani sono notevolmente ispirati (di mezzo ci sono la perdita dei genitori, del fratello e l’incombere dell’età) e si muovono in atmosfere dark rischiarate da luce lunare che rende il tutto sognante, non opprimente. Una luce lunare rischiara le tenebre dei testi: il disco si doveva intitolare Live from The Moon  e Endsong è stata scritta anche pensando ai cinquanta anni dello sbarco dell’uomo sulla luna. And I’m outside in the dark / Staring at the blood red moon, sono i primi versi del brano conclusivo dell’album.   Songs of a Lost World è un album armonico, non ci sono brani che stridono, tutto fila via con un’atmosfera irreale. I Cure hanno ricreato un mondo sonoro musicale perduto a cui essi in primis avevano dato un sound unico attualizzandolo con uno nuovo che riflette il mondo attuale.   Difficile scegliere quali edizioni comprare: oltre alle versioni standard si può optare per la doppia cassetta che oltre all’album “normale” offre i brani esclusivamente strumentali, o per il triplo cd che, oltre al cd standard propone un dvd blu ray e uno con le versioni strumentali; se andiamo sul vinile possiamo scegliere il doppio vinile half-speed da 180 gr oppure quello bianco, sempre da 180 gr, o quello color marmo. A voi l’ardua scelta. Per la cronaca Smith ha parlato anche di un nuovo album in lavorazione virtualmente finito, e che potrebbe arrivare anche un terzo disco. Ma intanto godiamoci questo.   04/11/2024