gianmarco caselli

Random: interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino, Gianmarco Caselli

Chiudiamo il ciclo dedicato alla mostra Random allestita a Palazzo Binelli (Carrara) con le interviste a Chiara Lera, Fabio Sciortino e al direttore del nostro magazine, Gianmarco Caselli. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Negli articoli precedenti abbiamo intervistato Luciano Massari, Pino Donnaloia, Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Chiara Lera   Tu affermi di partire da un soggetto concreto, ma ciò che arriva sulla carta finisce spesso per allontanarsi dalla sua origine. In quale momento riconosci che un’opera ha trovato la propria autonomia? Lavoro in forma autobiografica, le mie opere sono come le pagine di un diario. Dipingo per fissare un particolare momento nella memoria e costruisco un appiglio per riconoscerlo e tornare a riviverlo. E’ un modo per non perdersi. Non posso e non voglio essere troppo esplicita, la tendenza all’astrazione funziona come un linguaggio cifrato. A volte chi c’era si riconosce, ma è molto difficile che succeda. Sono riservatissima, non amo raccontarmi a parole, per questo preferisco esprimermi e condividere qualcosa di me attraverso la pittura. Ci sono pezzi che arrivano a compimento in un lampo, altri che attraversano numerosi passaggi  in un lasso di tempo anche molto lungo prima di raggiungere la quiete. Arriva un momento in cui riconosco nell’opera quello che volevo evocare, è lì che l’opera è finita. Si traduce in una sensazione bellissima, in cui l’occhio smette di scrutare e finalmente riposa. Parli dell’osservatore come di qualcuno che completa il lavoro con una propria lettura. Ti è mai capitato che un’interpretazione del pubblico ti facesse scoprire qualcosa della tua stessa opera?   A volte con mia figlia Anna ci divertiamo a cercare nei miei lavori forme riconoscibili, come se stessimo guardando le nuvole. Ne emergono spesso di nuove, lei ha molto occhio e fantasia io non sempre riesco a vederle così velocemente, a volte sembrano muoversi e cambiare posizione all’interno del quadro. Durante una mostra recente mi è capitato che una visitatrice, guardando la serie di piccoli pezzi dai colori intensi che avevo esposto, reagisse molto male trovandoli distruttivi e violenti. Le parlavano di maltrattamenti sulle donne e di giovani portati alla deriva da gruppi “tossici” come i Black Sabbath. Penso che sia una lettura possibile, alcune opere evocano sensazioni destabilizzanti, mettono le mani su tutto senza censura, toccano corde profonde, irrazionali. Sono sfuggenti, un significato preciso semplicemente non ce l’hanno. E questo a volte può fare paura. La musica mi aiuta a entrare nel flusso creativo, è affascinante che la signora abbia citato proprio uno dei gruppi che ascoltavo di più mentre realizzavo quei pezzi.   Intervista a Fabio Sciortino Nelle opere che hai esposto in questa mostra emergono paesaggi che tuttavia si esprimono sotto forma di colori e luminescenze, diagonali e verticali, quasi un ricordo trasformato di un paesaggio. Da cosa scaturisce questa visione? Le opere condensano l’attenzione sensoriale, linguistica e immaginativa sulla vitalità della materia, sull’osservazione delle morfologie naturali e dei loro meccanismi generativi: in essi l’umano è qualcosa che si è sedimentato nella geologia del pianeta, o che affiora da quei processi di trasformazione delle sostanze che aprono all’indeterminatezza, alla proliferazione e alla mescolanza delle forme. Vivo l’inquietudine e l’incanto di chi resta al cospetto della natura in cerca di un qualche segreto, di un’origine persa. Il paesaggio si fa allora impeto e tempesta, pittura dissolta, ma anche respiro ampio e fioritura; un incanto che deriva dal dispiegarsi di mondi imprevedibili e in continua trasformazione. Mi muovo in una dimensione intima, poco incline alle logiche di sistema, tantomeno ai compromessi commerciali. La natura, che diviene “nuova natura”, resta al centro: sostanza fisica, ispirazione, piano d’indagine e detonatore fantastico che rigenera forme visibili ed energie sotterranee. In che modo lo spettatore viene coinvolto da questo tipo di paesaggio che sembra erompere, uscire in modo quasi materico dalla tela per avvolgerlo? I miei paesaggi sono campi di energia che non rispondono a leggi fisse, né finalizzate, attingono alla realtà, ma non sono realistici, sono magma che nasce da pulsioni come dalla tensione reattiva degli agenti chimici che entrano in gioco nel loro stesso processo generativo. Questi campi di energia coi loro flussi vitali si offrono allo sguardo e all’immaginazione come una cosmogonia in atto, un caos che lega cielo e terra, rimescola lo spazio, il tempo e la forma. Così corrono e scorrono gli strati di pittura esattamente come fluiscono quelle energie molecolari, fisiche, terrestri, ma anche psichiche e spirituali, che attraversano il microcosmo umano e il macrocosmo del pianeta. Una pittura che necessita di un movimento di avvicinamento e di allontanamento da parte dell’osservatore per poter mettere a fuoco i diversi livelli di lettura della superficie, cerco di suggerire un viaggio avventuroso per rinnovare il racconto di Gaia, la personificazione della Terra come entità vitale e generativa.     Intervista a Gianmarco Caselli A differenza degli altri artisti, tu esponi estratti dalla partitura musicale de La Musica delle Tenebre, opera strumentale che hai composto durante il lockdown del 2020. Che cosa significa portare la musica all’interno di un’esposizione d’arte contemporanea e quale esperienza vorresti offrire al visitatore attraverso queste pagine?   Sono state esposte alcune mie partiture che potremmo definire visive, quasi pittoriche. Una notazione del genere offre all’esecutore una suggestione che va oltre le indicazioni di una notazione tradizionale. Questo vale anche per l’ascoltatore che riceve una sorta di rappresentazione grafica che coinvolge la vista oltre all’udito, amplificando l’esperienza esoterica in cui si trova immerso durante l’ascolto de La Musica delle Tenebre. Può far curioso che, nonostante il fatto che in tutti i brani sia presente l’elettronica oltre agli strumenti tradizionali, le partiture sono realizzate a mano, non con il computer. È il tratto umano, la natura che emerge come accaduto durante il lockdown. Credo che la

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“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

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Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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La Turandot del centenario sotto la bacchetta di D’Agostini

È Alessandro D’Agostini il direttore d’orchestra della Turandot del Centenario andata in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 e 26 aprile e di cui abbiamo parlato precedentemente qui. Sotto la sua bacchetta, la prestigiosa ORT, Orchestra della Toscana. Una direzione acclamata dal pubblico, quella di D’Agostini che ha saputo favorire uno spirito di collaborazione tangibile tra cast e orchestra. Musicalmente il direttore, pur non rinunciando ovviamente alle grandi sonorità della Turandot, è riuscito a valorizzare le atmosfere rarefatte di un’opera che mette in scena le grandi inquietudini dell’uomo del primo Novecento e di cui D’Agostini stesso ci parla nell’intervista che ha rilasciato per noi poco prima dell’ultima messa in scena.   G.C. – Turandot: sotto tanti punti di vista è considerata l’ultima grande opera lirica della storia della musica. A.D’A. –  Sì, molti hanno effettivamente pensato che fosse la fine della storia della grande opera popolare italiana. Questa idea mi trova in parte d’accordo ma non è così: sicuramente, però, la traccia di Puccini non è stata pienamente seguita. Come l’ultimo Verdi, Puccini va verso l’essenzialità del discorso musicale e l’elaborazione di un linguaggio specifico che si distacca anche dalle tradizioni che aveva preso come punto di riferimento come la musica francese e quella russa.   G.C. – Parlando di Turandot non si può poi non prendere in considerazione che nel frattempo si sono affacciate le avanguardie musicali, rivoluzioni musicali come quella di Schönberg. A.D’A- Certamente. Quello di Turandot è un linguaggio nuovo anche per lo stesso linguaggio musicale di Puccini. Tutto quello che aveva scritto prima gli sembrava vecchio. C’è un aspetto di novità di cui era assolutamente conscio e non è stato compreso al suo primo apparire e neppure dai compositori immediatamente successivi.   G.C. – Ci sono novità anche dal punto di vista contenutistico della drammaturgia: cosa ti ha colpito di più? A.D’A –  Dal punto di vista drammaturgico c’è un’attenzione rivolta al mondo interiore di questi personaggi tormentati. Puccini era rimasto molto impressionato dalla prima guerra mondiale, in quegli anni scrive anche un pezzo per pianoforte molto oscuro. C’era tutta quell’epoca che Puccini si trova a vivere in prima persona da cui era profondamente turbato, e questo turbamento si ritrova nei personaggi tormentati di Turandot: irrisolti, pieni di domande. È un’opera sull’identità, tutti cercano un nome. La risposta al terzo enigma di Turandot è il suo nome, e Calaf chiederà a Turandot di indovinare il suo nome. Sono personaggi profondamente novecenteschi che evidenziano la crisi dell’”io”.   G.C. – Su cosa ti sei concentrato per sottolineare gli aspetti di queste novità dal punto di vista musicale? Quali elementi hai enfatizzato maggiormente? A.D’A – Dal punto di vista timbrico immaginiamo Turandot come opera di masse, di grandi sonorità. In realtà è un’opera piena di pianissimo, il silenzio è ricercato. Un esempio si trova prima dell’aria di Turandot: la musica si spegne. Certo, l’orchestra è completa, ma il “come” la usa Puccini è il grande miracolo. Quel linguaggio tronfio di certi suoi contemporanei che andavano verso la ridondanza, in Turandot non c’è.   G.C. – Una ricerca che per certi versi si vedeva già ne La Rondine. A.D’A – Sì, Puccini era in questa direzione. Quando sta lavorando a Turandot, Puccini scrive: “sto cercando accordi stranissimi”. L’idea della Cina vagheggiata, finta, è in direzione di un’armonia ricercata, elaborata, propria.   G.C. – Non è una pura ricerca intellettuale. A.D’A – Esatto, e non è quella degli scontri armonici della dodecafonia o della mitteleuropa: c’è una luce mediterranea.   G.C. – Cosa puoi dirci sul finale incompiuto? Qual è il tuo punto di vista? A.D’A – Per me Turandot deve finire dove Puccini ha finito di scrivere la musica. Io l’ho eseguita più volte con il finale di Alfano ma non funziona proprio a livello drammaturgico, secondo me. Il finale aperto presenta un altro vantaggio, cioè lasciare irrisolta la storia: sono proprio i personaggi che rimangono irrisolti. L’unica che “risolve” è Liù, il personaggio eroico per eccellenza. Tiene testa a Turandot e si rivolge a lei con il “tu”, con un linguaggio paritetico. L’apice della tensione è la morte di Liù.   27/4/2026

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Cento anni di Turandot

A cento anni esatti dalla prima rappresentazione sotto la bacchetta di Arturo Toscanini al Teatro alla Scala di Milano, la Turandot, ultima opera rimasta incompiuta di Giacomo Puccini, verrà rappresentata al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 aprile con replica il 26. L’opera verrà eseguita nella sua versione incompiuta, quindi si interromperà dopo la morte di Liù al verso “Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi, oblia! Liù! Poesia!” proprio come fu con la prima di Arturo Toscanini che interruppe l’esecuzione dicendo: “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto”. Per questo nuovo allestimento è stata costituita una giuria incaricata di selezionare i finalisti di un bando rivolto a registi e artisti under 35 provenienti dai Paesi dell’Unione Europea.  Si tratta infatti di una produzione frutto della collaborazione del Giglio con i Teatri di Tradizione lombardi e con il Coccia di Novara: la regia è affidata a Nadir Dal Grande che con il progetto collettivo “Floret Umbra”, formato da Dal Grande stesso – che firma regia, scenografia e costumi – e dalla lighting designer Jenny Cappelloni ha appunto vinto il bando. Il cast è di alta caratura internazionale e sul podio dell’Orchestra della Toscana ci sarà il Maestro Alessandro D’Agostini.   Il 22 aprile è prevista inoltre un’anteprima dello spettacolo ad alta accessibilità realizzata in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti -Sezione di Lucca e l’Ente Nazionale Sordi – Sezione Provinciale di Lucca: l’anteprima prevede un tour tattile sul palco (con servizio di interpretariato Lis – lingua dei segni italiana) alle 14,45. In circa 20 minuti sarà possibile essere accompagnati sul palco allestito e toccare elementi della scenografia. Sarà inoltre attivo il servizio di audio introduzione e audiodescrizione in cuffia, attraverso l’app per cellulare gratuita Lyri. Sempre con la suddetta app sarà disponibile la sopra titolazione in italiano accessibile e con descrizione dei suoni e della musica. Le prenotazioni per l’anteprima accessibile entro sabato 18 aprile tramite le segreterie delle sezioni locali di UICI ed ENS o contattando i numeri (anche whatsapp) 334 640 5095 o 331 269 2454; costo del biglietto 7 euro, gratuito per l’accompagnatore.   Questo il cast: personaggi e interpreti La principessa Turandot  Oksana Dyka L’imperatore Altoum  Gianluca Moro Timur  George Andguladze Il Principe Ignoto (Calaf)  Roberto Aronica Liù  Maria Novella Malfatti Ping  Paolo Ingrasciotta Pang  Giacomo Leone Pong  Alfonso Zambuto Un Mandarino  Omar Cepparolli Il Principe di Persia  Valerio Dimarti direttore d’orchestra Alessandro D’Agostini regia, scene, costumi Nadir Dal Grande luci Jenny Cappelloni Orchestra della Toscana Coro Arché Turandot 100 diretto da Marco Bargagna Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti   20/04/2026

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Il tempo senza tempo nei racconti di Andrea Chimenti

Senza fermata, il nuovo libro di racconti del musicista Andrea Chimenti edito da Ronzani editore, è un piccolo gioiello. Sono dieci i racconti della nuova opera letteraria dell’ex cantante dei Moda che si distanziano molto, come stile, dalla precedente raccolta di racconti, L’organista di Mainz (Lorusso editore). Mentre i racconti di quest’ultimo erano contraddistinti da uno stile realistico, con i racconti di Senza fermata Chimenti si colloca nella corrente del realismo magico di Dino Buzzati e Italo Calvino.     La raccolta è stata presentata in prima assoluta il 31 gennaio scorso a Capannori Underground Festival con Chimenti intervistato dal sottoscritto in qualità di direttore artistico del Festival, insieme ad Antonio Aiazzi, storico tastierista dei Litfiba, e da Michele Rossi, direttore del gabinetto scientifico letterario del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Durante la serata Chimenti ha ricevuto anche il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.     Tema conduttore di Senza fermata è il tempo, il tempo che scorre e, appunto come suggerisce il titolo, non si ferma mai. I racconti sono quasi tutti concatenati e vanno dal 10.000 a.C. al 2024 d.C. È una frase di Leonardo Da Vinci ad avere dato all’autore lo spunto per questa opera: “L’acqua che tocchi dei fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene, così il tempo presente.” Chimenti ci immerge in situazioni quotidiane, a volte banali e, senza che ce ne accorgiamo, ci trasporta in situazioni surreali, oniriche. Quello che stupisce e che fa piacere, è che tutto avviene per lo più in modo leggero, quasi naturale. I personaggi si trovano a evadere dal tempo, dalla situazione presente, per fondersi con un tutto cosmico, con il ritmo vitale dell’universo dal colore blu Klein protagonista della copertina. L’attenzione dell’autore, e del lettore, si sofferma su piccoli eventi, situazioni, gesti, che il tempo frenetico della società attuale non ci fa più vedere. Chimenti ci accompagna delicatamente, attraverso questi varchi –  in una realtà diversa da quella reale, in un tempo senza tempo che ci riconnette con il nostro io interiore e talvolta ci riporta all’innocenza dell’infanzia, ai sentimenti non corrosi e non corrotti dal tempo che stiamo vivendo. È una lettura che ci fa stare bene e di cui avevamo bisogno.   25/02/2026      

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Concerto di solidarietà Lucca per Gaza

Lo scorso 19 dicembre, al Teatro Giovanni XXIII di San Cassiano a Vico (Lucca), si è tenuta la seconda edizione del concerto di solidarietà Lucca per Gaza, organizzato dal Forum per la pace di Lucca Ripudiamo la guerra, con il sostegno delle associazioni Amani Nyayo, Gaza FuoriFuoco-Palestina, la Scuola per la Pace della Provincia di Lucca, Palestine Children’s Relief Fund Italia. Più di 200 spettatori hanno partecipato all’evento e molti che non hanno potuto essere presenti hanno comunque contribuito con le proprie donazioni. In totale sono stati raccolti più di 3500 euro destinati a supportare le attività del Palestine Children’s Relief Fund Italia (PCRF), la principale organizzazione umanitaria che fornisce cure mediche e aiuti umanitari ai bambini e alle bambine palestinesi. Sotto la conduzione esperta e sempre piacevole di Michela Panigada, hanno portato la loro testimonianza Abu Sittah Amhed, cittadino palestinese, con l’aiuto della traduttrice Fatena Ahmad della Comunità Palestinese Toscana; Giancarlo Albori, Presidente di Gaza FuoriFuoco Palestina e Presidente Provinciale dell’Anpi di Massa Carrara; Stefano Luisi, Presidente di PCRF Italia e cardiochirurgo infantile; e Andrea Carobbi, Vicepresidente di PCRF Italia e Direttore UO Ch. S Luca e Dipartimento Chirurgia Generale AUSL Toscana Nord Ovest.   E poi, naturalmente, c’è stata la musica. Numerosi artisti si sono alternati sul palco, ciascuno con il proprio stile e la propria sensibilità: Enzo Girolami con il suo progetto cantautorale Cantiamoci Chiaro, Andrea Del Testa e Igor Vazzaz (La Serpe d’Oro) con i canti della tradizione toscana; i Progetto in La Minore con i loro arrangiamenti di Fabrizio De André; Martino Biondi che ha proposto un suo inedito; Maria Elena Lippi che ha dedicato un brano di Violeta Parra alla scomparsa Elisa Frediani; Igor Santini con la sua conoscenza del cantautorato italiano, accompagnato a sorpresa da Marco Bachi della Bandabardò; i Contratto Sociale Gnu – Folk con il loro combat elettro folk rock; gli Onda Acustica con le sonorità del Sud Italia; i CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico con il loro industrial post punk. Non sono mancati toccanti momenti teatrali, grazie a Igor Vazzaz e Marco Salotti, con interpretazione di brani e poesie. Fondamentale è stato il contributo dei tecnici del suono e delle luci, Roberto Micheletti e Claudio Di Paolo. La cifra artistica della serata è stata alta e condivisa, animata da un intento comune: mettere il proprio talento al servizio di una causa umanitaria. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, molti artisti in tutto il mondo stanno rispondendo alla violenza con gesti pacifici: come ricordato da Panigada, Brian Eno ed altri musicisti, tra cui Peter Gabriel, hanno realizzato una canzone, Lullaby, per raccogliere fondi che andranno a sostegno della campagna Together for Palestine dell’organizzazione benefica inglese Choose Love. Non molto tempo fa, a Firenze si è tenuto il concerto SOS Palestina, ideato da Piero Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere (ve ne avevamo parlato qui: SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra – La settima base). Ogni realtà, ogni persona è importante. Quando un’ingiustizia si consuma e c’è bisogno di restituire voce a chi non ce l’ha, la partecipazione di tutti diventa necessaria. La serata Lucca per Gaza ha dimostrato che la cultura, la musica e la presenza possono ancora essere strumenti concreti di solidarietà. 28/12/2025

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I Not Moving ricevono il Premio Capannori Underground Festival 2025 per la diffusione della cultura underground

I Not Moving accendono il Capannori Underground Festival ’25

AL CAPANNORI UNDERGROUND FESTIVAL 2025 LA PRIMA PRESENTAZIONE ASSOLUTA DI THAT’S ALL FOLKS DEI NOT MOVING   La prima serata del Capannori Underground Festival non poteva sperare in un inizio più esplosivo. Domenica 9 novembre il palco ha vibrato sotto i colpi di un’icona del panorama underground italiano: i Not Moving, tornati a incendiare la platea con la prima presentazione assoluta del loro attesissimo e purtroppo, ultimo disco, That’s all folks! E per l’occasione i Not Moving hanno ricevuto il Premio Capannori Underground Festival per la diffusione della cultura underground.      La serata è stata aperta da CRP Collettivo Rivoluzionario Protosonico, costola musicale del Festival, con l’esecuzione della sigla che ha composto appositamente per questa edizione. Subito dopo il saluto da parte dell’amministrazione del Comune di Capannori con il consigliere Francesco Cerasomma, il direttore artistico del Festival Gianmarco Caselli ha intervistato la band mentre, nella seconda parte della serata, i Not Moving hanno eseguito alcuni brani storici del loro repertorio e, soprattutto, brani del loro ultimo album “That’s all folks!”     Il successo è stato assolutamente travolgente. Il locale è stato inondato da un bagno di folla che ha confermato la vitalità e la fame di musica autentica. Non solo giovani curiosi, ma anche, e soprattutto, i fan della prima ora. Tantissimi volti emozionati tra il pubblico seguivano la band fin dagli anni ottanta, un fiume di nostalgici e appassionati che ha reso l’atmosfera elettrica e commovente. La band ha saputo unire le generazioni, trasformando la presentazione del loro congedo discografico in una vera e propria festa del rock.   L’energia sul palco era palpabile, ma la vera chiave è il messaggio della band. I Not Moving si sono sempre mossi su un binario di libertà espressiva, preferendo l’istinto e la pura emozione alle rigide etichette di genere.     La band ha sottolineato con forza come il loro lavoro nasca da un profondo bisogno interiore, definendolo una vera e propria “scarica emozionale”, un linguaggio che va oltre la semplice nota e che parla direttamente al cuore. La band, pur essendo alla presentazione della loro ultima fatica, ha dimostrato una potenza e una coesione da veterani, celebrando una carriera che è stata un inno all’autenticità e all’anti-convenzionale.   La frontwoman ha espresso la profonda gratitudine per il pubblico, l’elemento che ha permesso al loro progetto di crescere e di non sentirsi mai “solo in un sogno”. Ha ribadito l’importanza di questo album come chiusura di un cerchio, ma anche come un tributo a quella creatività pura che ha mosso ogni loro passo. Si percepiva chiaramente il mix di gioia, malinconia e adrenalina di chi sta celebrando un’intera carriera.       Il Capannori Underground Festival, sin dalla sua nascita, si impegna a dare spazio a quelle realtà “libere dai vincoli” dell’industria. La scelta di aprire l’edizione con i Not Moving, un esempio di coerenza artistica decennale, è stata vincente e ha fissato subito uno standard elevatissimo per gli eventi a seguire.   Il Capannori Underground Festival è organizzato da V.A.G.A. (Visioni Atipiche Giovani Artisti) con il contributo  della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e del Comune di Capannori in collaborazione con Artemisia, ARCI  Lucca e Versilia, Effeottica Lucca e la mediapartenrship di La Settima Base, Riserva Indie e Radio Sankara.    

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Claudio Calia racconta Kamaran Najm

Claudio Calia racconta Kamaran Najm

Anche se può sembrare incredibile, il primo fotoreporter di guerra iracheno, non è nato in tempi lontanissimi, bensì nel 1987. E non solo Kamaran Najm  è stato il primo fotoreporter di guerra iracheno, ma è stato anche fondatore di Metrography, la prima agenzia fotografica indipendente del Paese. Il suo scopo era raccontare con le fotografie l’orrore della guerra ma anche la bellezza del Kurdistan iracheno. Calia non è nuovo a questo tipo di opere che si inquadrano nell’ambito del graphic journalism, ne è un vero e proprio punto di riferimento e a questo proposito è anche autore di “Graphic Journalist – manuale per i reporter con la matita” edito da ComicOut. una sorta di manuale rivolto  agli autori per affrontare questo genere di fumetto che richiede un lavoro di reportage, indicando come inserire le informazioni documentate e suggerendo diverse metodologie di lavoro. La sua storia è stata raccontata in un fumetto da Claudio Calia , “Dov’è la bellezza?“, edita da Becco Giallo con una prefazione di Zerocalcare.     Najm scompare a soli 27 anni, ferito proprio mentre è impegnato a realizzare testimonianze fotografiche della guerra, e finisce nelle mani dell’ISIS. È stato il fratello di Najm a chiedere a Calia di raccontare questa storia, uscita ad aprile, convinto che il fumetto fosse il mezzo migliore per comunicarla. Lo abbiamo incontrato e intervistato a Lucca Comics & Games 2025.     Che cosa siginfica il titolo di questo volume? Najm è il primo fotografo di guerra iracheno. Il titolo del volume, “Dov’è la bellezza?“, è una frase che lui ripeteva stesso: “vengono da tutto il mondo, giustamente, a raccontare gli orrori della guerra ma non c’è nessuno che racconti la bellezza del nostro paese.”  Per questo ha fondato la sua agenzia fotografica, la prima riconosciuta come agenzia fotorgafica irakena, che oggi ha una grande attività di formazione con ben 75 fotografe donne. In Irak è un piccolo miracolo, e forma continuamente nuovi fotografi.   Come hai ricostruito la storia di Najm? L’ho ricostruita andando in Irak e intervistando molte persone che lo hanno conosciuto. Mentre io ero in Irak, una di queste persone era appena arrivata da New York dove aveva appena chiuso una propria mostra personale di fotografia. A 40 anni aveva deciso di mollare il lavoro: aveva trovato un volantino di un workshop dell’agenzia Metrography e grazie a questa si è appassionato ed è diventato fotografo davvero.     Quella di Najm è una storia bella, ma con un finale triste. Sì, lui è il primo esempio di fotografo di guerra irakeno che si trova in prima linea con l’esercito regolare curdo contro l’ISIS. Anche l’esercito non era abituato ad avere civili in prima linea, era una situazione complicata da gestire. La violenza dell’attacco fu terribile, Najm venne ferito al collo, caricato su un furgone dell’esercito, ma la fuga dai colpi di mortaio è talmente precipitosa che si dimenticano di chiuderlo. Il corpo di Najm cade.   Se ne è più saputo nulla? Il giorno dopo, da prigioniero, riuscirà a chiamare la sua famiglia. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui. Anni di trattative da parte della sua famiglia, per sapere se era vivo, morto, eventualmente recupereare il corpo, sono finiti nel nulla. Dopo dieci anni i familiari hanno deciso di raccontare la sua storia e hanno deciso di farlo tramite il fumetto.   Come è avvenuto il contatto con te? Dal 2016 mi è un po’ cambiata la vita in quanto ho fatto un viaggio con la ONG “Un ponte per” realizzando workshop di fumetto in Irak. Da quel momento torno in Irak una o due volte l’anno per tenere dei laboratori. Quando è venuta fuori la volontà di raccontare la storia di Najim, i familiari hanno pensato di chiederlo a me.   Hai accettato subito? No, inizialmente ho risposto di no. Ho pensato: è dal 2016 che formo fumettistie e fmuenttisti irakeni. Che senso ha che lo faccia io? Mi hanno convinto con due argomenti: avevano bisogno di un prodotto fatto e finito e non volevano esordienti; inoltre da italiano posso permettermi più libertà visto che Najm ha fatto cose che in Irak sono discutibili, come un bacio in pubblico che è poi diventato famoso in tutto il mondo. Posso rappresentare certe situazioni senza rischiare.   C’è qualcosa che ti ha colpito nella stesura di questa storia? C’è una cosa strana che è accaduta. Il fratello di Najm quando ha visto il libro è venuto a trovarmi. In questa storia intervisto anche i suoi genitori. Il fratello per dieci anni si è chiesto come mai i genitori avessero smesso di cercare Najm. In realtà suoi genitori hanno continuato per anni a chiedere informazioni facendosi accompagnare dal fratello piccolo. Alla fine gli è stato detto che se avessero continuato a fare queste ricerche lo avrebbero ammazzato. Leggendo il libro, lui ha capito che i suoi genitori avevano interrotto le ricerche per proteggere lui.   03/11/2025

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SOS Palestina! Da Firenze il grido contro la guerra

Piero Pelù con Aiazzi e Maroccolo, Afterhours, Tre allegri ragazzi morti, Bandabardò: sono solo alcuni dei nomi delle band e degli artisti che hanno partecipato SOS PALESTINA, l’evento ideato da Pelù per raccogliere fondi a sostegno di Medici Senza Frontiere in Palestina e lanciare un grido contro ciò che sta avvenendo a Gaza.  E all’appello, giovedì 18 settembre, hanno risposto circa tremila persone facendo registrare ben presto il sold out all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze.  SOS Palestina è stato un evento che rimmarrà nella storia della musica italiana.  È Pelù ad aprire la serata: “La situazione a Gaza e in Cisgiordania sta precipitando sempre di più. Ora c’è anche il black-out della rete per nascondere i crimini di guerra dell’esercito israeliano. Stiamo assistendo in diretta a un massacro di civili inermi, di operatori umanitari, di giornalisti.”   Tanti gli interventi, non solo musicali, da parte degli artisti che si sono esibiti, nei confronti della situazione che da quasi un anno a Gaza è disumana e insostenibile. Piero Pelù si è esibito con una maglietta su cui campeggiava la scritta Global Sumud Flottilla, e Manuel Agnelli degli Afterhours ha esteso il problema da Gaza al nostro immediato futuro invitando fortemente il pubblico ad andare a votare (e molti nel pubblico si chiedono: “quale partito?”) e di “fare pressione” prima che le cose peggiorino ulteriormente anche per noi. Sul palco, oltre agli artisti, testimonianze e interventi di Angelo Rusconi di Medici senza frontiere, Riccardo Noury per Amnesty International, Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn e Josè Nivoi, rappresentante del gruppo di portuali della Usb-Calp di Genova che si è collegato telefonicamente essendo parte della spedizione della Global Sumud Flotilla. “A Gaza in questo momento è l’inferno. Potrebbero essere le ultime ore di Gaza, speriamo di no”, ha detto  Rusconi, coordinatore di Medici senza Frontiere. “Dobbiamo tutti fare qualcosa” L’emozione è palpabile, durante gli interventi il silenzio è quasi irreale. È un popolo quello che si è radunato, quello della comunità italiana che sta dilagando nelle piazze di tutta Italia, che vuole un segnale dalle istituzioni affinché facciano qualcosa per far terminare il massacro. E quando scrosciano gli applausi dopo gli interventi, sventolano le bandiere palestinesi. A sorpresa poi Pelù annuncia che ci sarà un “bis” dell’evento, a giugno 2026. Ma, entusiasmo a parte, molti nel pubblico si guardano consapevoli che forse per quella data la Palestina non esisterà più. Ovazioni per gli interventi e le testimonianze e anche, ovviamente, per gli artisti: dopo l’apertura con Roy Paci con gli Aretuska, e i Patagarri, la serata si è infiammata con le altre band che si sono esibite gratuitamente. Entusiasmo palpabile in particolare per l’esibizione di Tre allegri ragazzi morti, Ginevra Di Marco accompagnata da Francesco Magnelli e Pino Gulli, e per la Bandabardò che ha fatto letteralmente ballare l’Anfiteatro. Grande chiusura con gli Afterhours e, ovviamente, Piero Pelù che, dopo “Io ci sarò” e “Bomba boomerang” accompagnato da I Bandidos, ha chiuso l’evento insieme a Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo per “Il vento” e “Eroi nel vento.”   20/09/2025  

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