ROGER WATERS, LEGGENDA VIVENTE OLTRE I PINK FLOYD

  • di Gianmarco Caselli

Il palco a croce sovrastato da un gigantesco schermo – anch’esso a croce – per le proiezioni video con il pubblico tutto attorno a 360 gradi, il maiale e la pecora volanti, laser, effetti sonori, musica e testi che strappano l’anima, e al centro soprattutto lui, Roger Waters, il genio creativo dei Pink Floyd più in forma che mai.

Siamo stati all’ultima delle sette date italiane organizzate dalla D’Alessandro e Galli del “primo tour di addio” di Waters (così lo ha definito lui), This is not a drill, il 29 aprile all’Unipol Arena di Bologna: chi era presente si è reso conto di aver preso parte a una pagina della Storia della Musica. 

This is not a drill non è solo un concerto, e non è neppure un “semplice” spettacolo con aggiunta di effetti speciali: è la messa in scena di quello che da più parti è stato definito un testamento musicale, quello appunto di Roger Waters.

Waters è incontenibile e questo spettacolo è un manifesto politico: Roger urla, si arrabbia, incita il pubblico mentre scorrono video con immagini e testi che si scagliano contro i politici, contro le oligarchie dei potenti, contro la violenza di stato, contro coloro che vogliono la guerra, contro il capitalismo, contro il controllo delle masse, contro l’oppressione delle minoranze e contro l’omologazione di massa. E i volti dei presidenti americani compaiono sovrastati dalla scritta “Criminale di guerra”, Obama e Biden compresi.

Quello che è certo è che Waters negli ultimi anni è tornato sulle scene in grande stile: prima ha ripreso a radunare le folle con il tour di The wall poi, dopo ben venticinque anni dall’ultimo album di inediti, nel 2017 ne ha pubblicato uno nuovo semplicemente spettacolare, Is this the life we really want?; poi si è tuffato in un nuovo tour, Us+Them, ed ha proseguito con questo, This is not a drill. Nel frattempo ha pubblicato anche The Lockdown sessions.

La sensazione è che si sia voluto riappropriare della storia della band: una volta riportati a sé i fan con il tour di The wall, Roger ha continuato a trascinarseli dietro in modo tale che tutti, nuove generazioni comprese, collegassero il suo nome ai capolavori dei Pink Floyd e, contemporaneamente, conoscessero anche i suoi lavori da solista e comprendessero a fondo lo spirito politico rivoluzionario dei brani più celebri dei Floyd.

Un po’ come ribaltare il concetto: non più pensare a Waters come uno dei Pink Floyd, ma i Pink Floyd come quella band in cui ha suonato Roger. Non si può non rimanere colpiti quando introduce Have a cigar dicendo che è una canzone che ha scritto quando suonava “in una rock band differente” (in una…). 

Non le manda a dire a nessuno Waters, ne ha per tutti, anche per il pubblico, visto che prima che lo show inizi c’è il suo ormai famoso annuncio: “se siete di quelli che “amo i Pink Floyd, ma non sopporto la politica di Roger”, fareste bene ad andarvene immediatamente affanculo al bar.


La prima parte

Il concerto inizia con la nuova affascinante versione di Comfortably numb più plumbea e angosciante rispetto all’originale e senza assolo di Gilmour, e prosegue con le potentissime The happiest days of our life e Another brick in the wall part 2 e 3.  Waters è accolto dalle urla e dal boato di quattordicimilacinquecento persone di pubblico, una ovazione da pelle d’oca che dimostra l’amore e la devozione totale per una divinità della musica. E nonostante tutti conosciamo a memoria questi brani di The Wall, Waters riesce a renderli “freschi”, cantando e urlando arrabbiatissimo contro il sistema come fosse un ragazzino la prima volta che interpreta i propri brani di protesta.

Dopo la fenomenale apertura si va avanti con ben tre brani della carriera solista di Waters: The Powers That Be, graditissimo ripescaggio da RADIO K.A.O.S., The Bravery of Being Out of Range da Amused to Death in versione più soft rispetto all’originale, e l’inedita quanto stupenda The Bar.

Dopo Have a Cigar è il momento di una clamorosa Wish you were here: anche questa l’avremo ascoltata centinaia di volte, ma è impossibile non emozionarsi durante la sua esecuzione mentre – contemporaneamente – leggiamo sugli schermi le parole di Waters che rievoca quando lui e Syd Barrett erano a vedere un concerto e, una volta usciti, si dissero di mettere su una band. Il racconto prosegue con il momento in cui i due erano a un semaforo e Syd di punto in bianco disse quanto fosse bella Las Vegas. Peccato che non fossero a Las Vegas. Poi Syd aggiunse una sola parola: “People”. La follia era in corso. Brividi. 

L’omaggio sconfinato a Syd prosegue poi con Shine On You Crazy Diamond (Parts VI-VII, V). Una celebrazione nella celebrazione veramente toccante anche perché la sensazione è che Roger voglia dire che qui tutto è iniziato e con questo tour tutto finisce.

Sugli schermi scorrono anche video e immagini “d’epoca” come frammenti di Arnold Layne e – anche se in modo minore rispetto a Syd – gli altri Floyd. Tranne uno. Indovinate chi? 

La prima parte di This is not a drill si chiude con qualcosa che rimarrà nelle menti e nei cuori di tutti coloro che erano presenti: Sheep è di una potenza inaudita, Waters incita il pubblico a belare belando lui stesso, canta e si agita con una forza che denota quanto veramente si senta a suo agio nell’interpretazione, si sbatte come un pazzo anche nei momenti in cui non canta. E proprio in uno di questi momenti compare una gigantesca pecora gonfiabile che volteggia sopra il pubblico accompagnata da una miriade di immagini di pecore che scorrono sugli schermi. E alla fine le pecore, tutte irregimentate, prendono a fare mosse di arti marziali indossando la maglietta con scritto Resist pronte a ribellarsi, a non essere più pecore. Il pubblico a questo punto è completamente in balia di Roger, di più non si può avere davvero. 


La seconda parte

La seconda parte inizia con una nuova improvvisa potenza di suono grazie a In the Flesh e Run Like Hell durante le quali Waters è scatenato, pieno di energia, si diverte nei panni di Pink, incita il pubblico e sembra che l’arena venga giù fra applausi a ritmo e boati mentre l’ormai famoso maiale con la scritta Steal from the poor / Give to the rich vola inquietante e minaccioso con occhi di brace sopra il pubblico. Sembra di essere in un altro mondo.

Si prosegue con altri due brani dall’ultimo album di inediti di Roger: la fantastica Déjà Vu e l’inquietante quanto stupenda Is This the Life We Really Want? nella quale Roger sfodera una voce cavernosa che pare provenire dagli inferi. Roger è un dio e un demone al tempo stesso. 

Ed arriva infine il momento in cui Waters ci immerge in The Dark side of the moon con Money e con la sequenza costituita da Us and Them, Any colour you like, Brain Damage e Eclipse. Quando con Eclipse all’improvviso i laser disegnano i grandi triangoli che vanno a racchiudere il palco, il pubblico in delirio esplode in un boato.

Dopo questo incredibile e lungo trip di Dark side, Roger passa a una sorta di secondo finale introdotto da Two Suns in the Sunset (che peccato che manchi l’urlo della versione originale) che serve da tramite per calarci in un’atmosfera più raccolta. Comincia a parlare con il pubblico poi si siede al pianoforte con i musicisti intorno: sembra di essere davvero al bar con lui e con la band. In questa atmosfera passa a interpretare la fantastica e avvolgente The Bar (Reprise). Poi la musica si trasforma in quella di Outside the Wall, e su queste note Roger se ne va dal palco in stile parata insieme ai musicisti che suonano . E sugli schermi continuiamo a vederli uscire dall’arena e proseguire a suonare fuori .

Sembrava che non sarebbe mai finito, e avremmo voluto non finisse mai.

Qualunque altro concerto potremo vedere sarà difficile possa essere all’altezza di questo. C’è solo da sperare che Roger, la leggenda vivente, resti in forma più tempo possibile e ci regali musica nuova e altri tour.