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Eephus: ode e lamento per i “terzi spazi”

di Daniel Nelson *** Scroll down, to read the article in English. *** Il baseball è sempre stato un tema caro ai registi. D’altronde, la maggior parte dei film mainstream con un impatto globale proviene dagli Stati Uniti: non sorprende che lo sport noto come il “passatempo nazionale americano” abbia avuto un ruolo così significativo nella storia del cinema. Tuttavia, sebbene siano stati realizzati moltissimi film su questo sport, i temi e, spesso, anche la trama hanno poco a che fare direttamente con il baseball, che funge piuttosto da sfondo per raccontare altre storie. L’uomo dei sogni (1989), ad esempio, esplora il rapporto speciale tra padri e figli, mentre Il migliore (1984) indaga la lotta per mantenere la propria integrità personale. Ragazze vincenti (1992), poi, affronta il cambiamento del ruolo delle donne durante e dopo la Seconda guerra mondiale. In questa grande tradizione si inserisce Eephus (2024), il cui tema portante è il trascorrere del tempo e la perdita – molto contemporanea – dei “terzi spazi”, quei luoghi di socialità e incontro che stanno ormai svanendo dalle nostre città.     Eephus è il primo lungometraggio diretto da Carson Lund e vede come protagonista Keith William Richards, già apparso in Diamanti grezzi nel 2019. Il film racconta la storia di uno stadio di baseball locale che sta per chiudere per sempre e segue l’ultima partita che verrà disputata su quel campo. A sfidarsi sono due squadre amatoriali composte da uomini anziani con livelli molto diversi di abilità e forma fisica. La partita non ha alcuna importanza ufficiale: non c’è un trofeo in palio e il pubblico è una sparuta raccolta di passanti curiosi. Lo stadio non può essere salvato e non esiste nemmeno un malvagio costruttore immobiliare da contrastare, sconfiggere o almeno odiare. Non c’è neppure motivo di protesta, dato che lo stadio verrà demolito per costruire una nuova scuola. Tuttavia, non sarebbe corretto dire che la giornata non sia importante: è l’ultima occasione per riunirsi come comunità, l’ultima opportunità per ricordare i bei momenti trascorsi insieme e, con ogni probabilità, l’ultima volta in cui tutte quelle persone si ritroveranno nello stesso luogo.     Il titolo si riferisce al lancio “eephus”, un tipo particolare di lancio talmente lento da mandare fuori tempo il battitore. È proprio questo ciò che il film intende esplorare: lo scorrere del tempo nel corso dei mesi e degli anni, che le persone faticano a misurare perché il ritmo ha alterato la loro percezione. Seguiamo i personaggi mentre giocano quest’ultima partita, a volte celebrando l’evento e altre lamentando la perdita del loro spazio condiviso e della comunità informale che vi ruotava attorno. In assenza di un conflitto evidente, il film sceglie di mostrare i personaggi impegnati a portare a termine la partita: i partecipanti lottano contro le numerose frizioni che minacciano di rovinare quest’ultimo incontro. La partita deve essere conclusa e deve accadere ora. Certo, vengono fatte promesse poco convinte di ritrovarsi di tanto in tanto e di spostare il campionato in un altro stadio a trenta minuti di distanza, ma tutti riconoscono la fine di un’epoca. Il peso degli impegni esterni finirà quasi certamente per schiacciare qualsiasi piano di far rivivere questa tradizione. Nonostante ciò, il tono del film è umoristico: amici si prendono in giro e si punzecchiano in modi che solo legami decennali possono permettere; osservatori distaccati offrono commenti divertenti; atleti che non hanno mai nemmeno sognato le grandi leghe regalano momenti di comicità fisica.     Il film è una celebrazione dei terzi spazi e contemporaneamente ne piange l’assenza nel mondo moderno. La storia è ambientata negli anni Novanta, ma è costellata di elementi visivi provenienti da decenni diversi: uniformi e automobili coprono da sole un ampio arco temporale e contribuiscono a creare quella sensazione nebulosa di riflessione sul tempo che pervade i personaggi, permettendo allo spettatore di immedesimarsi in loro e invitandolo a ripensare a un’attività o a uno spazio sociale amato. In definitiva, Lund riesce a intrattenere analizzando come lo sport offra alle persone un canale fondamentale per trovare un generale senso di condivisione. Lund comprende che, all’interno di questo contesto, il pubblico ritroverà personaggi e dinamiche riconoscibili con cui potersi identificare, e che in questo ambiente, dove i confini si dissolvono naturalmente, emergono commedia, dramma (talvolta meschino) e calore umano.   ***     Eephus: Ode and Lament for “Third Spaces” by Daniel Nelson   Baseball has always been a topic film has return to over the years. Besides, most mainstream films that have a worldwide impact are from America: it may not be a surprise that the sport referred to as “America’s past time” has had such a significant place in film history. However, although there has been so many movies about the sport, the themes and often the plot frequently has little to do with baseball, and simply acts as the background for other stories to be told.   “Field of Dreams” (1989) delves into the special relationship between fathers and sons, “The Natural” (1984) explores the struggle to maintain personal integrity and “A League of Their Own” (1992) looks at the changing role of women during and after WW2. Within this great tradition fits “Eephus” (2024), whose central theme is the passage of time and the distinctly contemporary loss of “third spaces”, those places of sociality and gathering that are gradually disappearing from our cities.   “Eephus” is the first feature directed by Carson Lund and stars Keith William Richards who previously appeared in “Uncut Gems” (2019). The movie is about the local baseball stadium that is about to close forever and follows the last game to ever be played on that field. The game is between two amateur teams filled with an assortment of aging men of various levels of skill and fitness. The game is of no significance: no trophy is on the line, the audience is a sparse collection of idly curious passers-by. The stadium can’t be saved and there isn’t even a villainous property developer to challenge and defeat or

Il giovane Mel Brooks in un fumetto di Isabella Di Leo!

– di Gianmarco Caselli “Mel Brooks & Sid Caesar: È bello essere il re!”, il nuovo fumetto di Isabella Di Leo dedicato a Mel Brooks edito dalla casa editrice “Becco Giallo”, è stato presentato in anteprima a Lucca Comics & Games 2023. Un volume di ben 300 pagine in cui la Di Leo ritrae Mel Brooks che ripercorre la propria storia personale raccontandola a Gene Wilder durante le fasi finali di montaggio di “Frankenstein Jr”.     Una storia che non può non appassionare e che si incrocia con quella di Sid Caesar, uno dei pionieri della televisione americana anni ’50 con i programmi “Your Show of Shows” e “Caesar’s Hour” che intrattenevano ogni sabato sera più di trenta milioni di americani davanti allo schermo. Fu proprio Caesar a scoprire Mel Brooks e fra i due scatterà qualcosa di più di un rapporto lavorativo. Ed è proprio nell’approfondimento della psicologia dei due personaggi che la Di Leo dà il meglio di sé scovando i demoni che agitavano i due showmen. Abbiamo intervistato la Di Leo a Lucca Comics & Games 2023. Il tuo precedente lavoro era su “Frankenstein Jr.” Questo è il tuo secondo libro su Mel Brooks: è una dipendenza? Lo è, ne sono appassionata da quando sono ragazzina. Adesso che sono ufficialmente diventata fumettista volevo fare un omaggio al mio più grande idolo. Quindi è una scelta tua. Assolutamente sì, l’ho proposta io. La prima idea su Frankenstein Jr l’ho proposta nel 2019 e questa quasi due anni fa. La casa editrice “Becco Giallo” è stata felicissima di accogliere entrambe le idee. Tu hai scritto solo la sceneggiatura o sei autrice anche del resto? Esattamente, sono autrice di tutto: soggetto, sceneggiatura, inchiostri e colore. Perché hai detto “adesso che sono ufficialmente diventata fumettista”? Perché ho cominciato a stampare nel 2019 con Triplo guaio, non sono più autrice solo con strisce sul web. In questo lavoro hai approfondito il Mel Brooks degli esordi. Chi era? In Italia Mel Brooks è più conosciuto da quando ha cominciato a fare Frankenstein Jr. Non è molto conosciuto il Brooks ventenne, che era un bravissimo sceneggiatore televisivo che ha collaborato con i più grandi comici del periodo come Jerry Lewis e Woody Allen. Immagino tu abbia dovuto sacrificare qualcosa: ti è dispiaciuto lasciare da parte qualcosa in particolare? Qualche gag che avrebbe reso ancora più umano Mel Brooks ma già il fumetto è di trecento pagine, dovevo assolutamente tagliare qualcosa che poi magari metterò sui social per i miei fan. Cosa hai invece privilegiato? I suoi demoni: ciò che ha vissuto come soldato in guerra, come questa esperienza lo abbia trasformato, come gli abbia procurato delle nevrosi. È la parte di lui che meno si conosce: lo si conosce come pagliaccio ma era importante far vedere come questo pagliaccio nasca anche da tali nevrosi. E tu hai scoperto qualcosa che non conoscevi di lui? Prima di cimentarmi in questa biografia ho comprato libri e interviste e ho scoperto proprio questo lato più nascosto, i traumi lasciati dalla guerra, gli attacchi paranoidi da cui era afflitto. Lo stile del disegno: resta il tuo tratto o c’è qualcosa che hai cambiato per narrare questa storia? Credo di avere avuto influenze con gli artisti che più copiavo da ragazzina come Toriyama di Dragon Ball, Bruce Timm di Batman, Don Rosa di Walt Disney. Nel mio stile c’è un pelo di loro tre. No, ho mantenuto il mio stile per raccontare questa storia. 01/12/2023