Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, è un affascinante volume di Michele Rossi — direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze — che racconta la storia del celebre gruppo musicale partendo dall’analisi dei testi delle loro canzoni.
Il libro è stato presentato lo scorso 25 settembre a Lucca, nell’ambito del festival I Musei del sorriso, organizzato dal Sistema museale territoriale della Provincia di Lucca, in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’incontro è stato introdotto da Adriano Scarmozzino (direttore del festival) e ha vistoRossi dialogare con Gianmarco Caselli, musicista e direttore della nostra testata, due personalità accomunate dalla passione per la musica dei CCCP.
Rossi, già biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei CCCP, affronta nel volume il gruppo attraverso diciannove canzoni selezionate dal loro ampio repertorio, raccontandone la genesi e la storia, dalla mostra Felicitazioni a Reggio Emilia fino alla recente ripresa dei concerti a Bologna, intrecciando letteratura, musica e memoria personale.
In questa intervista, Michele Rossi racconta come è nato il progetto, il legame profondo tra i testi dei CCCP e la letteratura, e come la musica possa assumere oggi una funzione poetica fondamentale, continuando a parlare alle nuove generazioni.
Michele Rossi, in “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” racconta la storia del gruppo partendo dall’analisi dei testi. Può spiegare la logica con cui ha selezionato i brani e perché ha scelto di concentrarsi proprio su questi 19?
Nel libro, edito nella bella collana “I Fenicotteri” di Baldini+Castoldi, ripercorro l’avventura artistica del gruppo post-punk raccontando la genesi, ovvero l’incontro accidentale, avvenuto nell’agosto del 1981, tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in una discoteca di Berlino, e concludo la storia, 43 anni dopo, nella stessa città tedesca dei nostri giorni, completamente trasformata. È infatti all’ombra del Muro, in un’area ferroviaria abbandonata dell’ex Germania est (la cosiddetta “Zona grezza”), ritagliata nell’ultimo rifugio alternativo (il quartiere Friedrichshain), che ho assistito a febbraio dell’anno scorso per due sere di fila ai concerti dei CCCP- Fedeli alla linea al Kulturhaus, annunciati come Deutsche Demokratische DISMANTLED Republik.
Ho scelto dal loro ampio repertorio (sono più di sessanta le canzoni dei CCCP incise su disco) solo diciannove testi, come se si trattasse di un concerto del gruppo. Queste e non altre perché sono le mie preferite al contempo le più letterarie; alcune perché necessitano di una spiegazione o ci sono dietro curiosi aneddoti. Bisogna riconoscerlo: sono stato un po’ profetico… Il volume si chiude con il commento del testo di Sexy Soviet, la stessa canzone con cui i CCCP hanno aperto, alcuni mesi dopo l’uscita del mio libro, le ultime sette date del luglio scorso del tour Ultima chiamata.
Ci tengo molto a precisare una cosa: le canzoni dei CCCP sono state scritte da Giovanni, anche se spesse volte nascevano da un confronto continuo con Zamboni; alcuni testi furono scritti però da Zamboni, come ad esempio Noia, ripresi poi da Ferretti. Mia intenzione era mettere bene in evidenza anche il ruolo avuto dall’allora chitarrista nella composizione dei testi, perché il libro è dedicato a loro due.

C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpita durante questo lavoro e che l’ha “illuminata” nella comprensione del brano musicale corrispondente o del suo contesto creativo?
I testi dei CCCP contengono reminiscenze della grande letteratura, soprattutto francese, e come tutte le reminiscenze sono inconsapevoli citazioni di pagine letterarie lette dagli autori. C’è, oltre che alla “storia dei loro sentimenti”, molta letteratura dentro alle canzoni. Alcuni testi contengono imitazioni che gli autori desiderano che sfuggano il più possibile al pubblico (ho sorpreso Ferretti, scoprendoli…); altri invece contengono allusioni, che producono l’effetto voluto solo negli ascoltatori che riescono a cogliere l’opera letteraria a cui fanno riferimento. A volte ci sono vere e proprie citazioni. È stata una sfida per me, che mi occupo di letteratura. Leggendo il libro capirete meglio…
Il titolo “Condotti da fragili desideri” suggerisce un equilibrio tra tensione ideale e vulnerabilità. In che misura questa fragilità è, secondo lei, la chiave per leggere la poetica dei CCCP e forse anche una parte della nostra storia culturale recente? Ritiene che possa esserci un collegamento tra il periodo storico in cui il gruppo si formò e il loro ritorno sulle scene?
“Condotti da fragili desideri” è un verso tratto dalla canzone Trafitto, incisa nel loro primo album: 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Correva l’anno 1986. Forse però non tutti sanno che il testo di questa canzone non è stata scritto né da Ferretti né da Zamboni, ma dal cugino di quest’ultimo: Ludovico, che lo frequentavano in quel periodo. Allude al fragile equilibrio di una intera generazione, laddove si era dissolta la dimensione politica che aveva avuto in tanti giovani grande importanza e che per alcuni significò perdersi, per altri cercare altre strade per dare un senso alla loro vita.
Il mondo è completamente cambiato dagli anni Ottanta, forse più in peggio che in meglio. I CCCP hanno avuto però la capacità di entrare nei lati profondi della società contemporanea, che adesso sono alla luce del sole, senza nessuna vergogna. Il collegamento più manifesto tra i due periodi storici sta nelle inquietudini e nei disagi del vivere, che sono aumentati nello scenario potenzialmente apocalittico odierno.

I CCCP sono stati e sono ancora un vero e proprio fenomeno culturale. Guardando oggi al gruppo e alla loro eredità, cosa resta vivo del loro linguaggio, del loro modo di fondere politica, spiritualità e provocazione? Pensa che possano ancora parlare alle nuove generazioni?
I CCCP sono stati l’ultima avanguardia italiana del Novecento, che ha saputo fare propria l’essenza del punk, che è – è vero – sfrontatezza, una manifestazione antagonistica nei confronti dei costumi dominanti e della tradizione, ma è soprattutto un’illuminazione, un invito alla riflessione. L’eredità che hanno lasciato i CCCP non è tanto la visione del no future né l’opposizione verso il sistema dominante, ma la rivendicazione dell’autenticità e della necessità. Chi ascolta i suoi testi lo fa perché si riconosce nella volontà di resistere all’oblio. Tanti di coloro che hanno assistito ai loro concerti, tra l’altro giovanissimi, che hanno urlato a squarciagola sotto il palco, pogato e saltato, lo hanno fatto perché è difficile trovare oggi qualcosa a cui aggrapparsi, e così si aggrappano a un pugno di poetiche e durissime parole, scritte quattro decenni fa. Perché i CCCP sono stati una teatralità barbarico-futurista che ha prodotto poesia, anche se concepita per la musica. Si avverte un grande vuoto e molti non riescono ad esprimerlo con parole proprie, se non cantando ad alta voce i versi di Ferretti che rispecchiano il malessere generalizzato, la “mal’aria”, per dirlo con sue parole più recenti. In un mondo che tende a disumanizzarci sempre di più, i CCCP mettono al centro l’umano.
Oltre alla scrittura, dirige il Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, un’istituzione centrale nella storia culturale italiana. In che modo il lavoro al Vieusseux dialoga con la sua attività di studioso e scrittore? C’è un legame tra la ricerca che svolge lì e il modo in cui ha raccontato i CCCP nel suo libro?
Questa è la risposta più semplice. Sono dell’idea che ai giorni nostri la musica abbia assorbito alcune delle funzioni che un tempo erano esclusive della poesia. Questo è avvenuto storicamente a partire dagli anni Sessanta del Novecento. Insomma non sono più, ahimé, i tempi di Montale, Saba, Pasolini, Caproni e Zanzotto. Oggi buona parte della poesia italiana va ricercata all’interno della produzione musicale. Il bisogno di poesia è soddisfatto mandando a memoria parole e strofe di canzoni. Sono le canzoni a creare l’immaginario collettivo dei giovani e dei meno giovani, e a rispecchiare e interpretare la nostra storia. La musica si è, insomma, elevata a forma poetica contemporanea, e come tale va studiata.
È per questo motivo che ho pensato e organizzato, tra le tante iniziative del Vieusseux, la rassegna estiva “La musica dei poeti. I poeti della musica”. Ogni anno, a fine estate, organizziamo nel cortile di Palazzo Strozzi di Firenze (sede dell’Istituto) tre concerti-reading di cantanti pop o rock, che legano le loro canzoni alla produzione poetica e letteraria di autori i cui fondi archivistici sono custoditi presso l’Archivio contemporaneo. A primavera invitiamo gli artisti da noi per studiare e vedere da vicino le carte dei loro poeti e scrittori preferiti, per trarre ispirazione per alcuni live. L’anno scorso abbiamo avuto ospite Massimo Zamboni – mi piace ricordare che il suo concerto-reading dedicato a Pier Paolo Pasolini è diventato grazie alla nostra produzione il suo disco Profezia è Predire il Presente –; Francesco Bianconi dei Baustelle, che ha raccontato la passione che ha maturato al liceo, grazie a un professore di italiano, per Giorgio Caproni; Gianni Maroccolo e Andrea Chimenti che hanno costruito uno spettacolo sull’epistolario di Giuseppe Ungaretti. Quest’anno, invece, abbiamo ospitato una delle più importanti esponenti della musica rock italiana, Cristina Donà, che assieme al compositore fiorentino Saverio Lanza e a un coro femminile, ha dedicato una serata alla poetessa Margherita Guidacci; abbiamo poi ospitato il “rocker d’autore” Cristiano Godano, che ha ricordato Carlo Emilio Gadda e la raffinata cantautrice Amara, che ha cantato e letto Mario Luzi. Non c’è dubbio: la canzone è un genere che tende a fondere la componente verbale e quella musicale in una terza dimensione espressiva, in un terzo linguaggio definibile come “poetico-musicale”, ma è parente stretta della poesia.





