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Dagli Sleaford Mods a Nick Cave and The Bad Seeds

Quello di Nick Cave and The Bad Seeds è stato sicuramente uno degli eventi più attesi a La prima estate 2026 a Lido di Camaiore in provincia di Lucca. Un concerto di più di due ore e mezza che si è tenuto venerdì 26 giugno e durante il quale il musicista australiano ha proposto brani che abbracciano tutta la sua carriera. Prima di parlarne, però, va ricordato che se Nick cave ha chiuso la quarta giornata del festival La prima estate, durante la stessa si sono esibiti altri artisti. In particolare, prima di lui, gli Sleaford Mods. Gli Sleaford Mods si erano già esibiti due anni fa nello stesso festival, sono un duo inglese che può suscitare qualche interrogativo per chi li vede per la prima volta dal vivo: mentre infatti uno dei due canta, l’altro balla e si limita a lanciare le basi premendo un tasto sul computer (spesso, ma non in questo caso, con una birra in mano). Gli Sleaford Mods sono trascinanti e con i loro testi affrontano tematiche politiche di una Gran Bretagna in crisi con rabbia e tanta autoironia. La faccenda delle basi registrate non disturba: con gli Sleaford è palese, dichiarato, fa parte del marchio di fabbrica; sono da criticare quando altri gruppi fingono di suonare sul palco strumenti che invece sono registrati. Gli Sleaford Mods attingono al punk sicuramente ma non solo, e forse i PIL sono il primo gruppo che viene in mente ascoltandoli, ma non è certo nostra intenzione fare paragoni.  Tornando a Nick Cave and The Bad Seeds, il concerto inizia subito energicamente con Get Ready for Love, e la prima domanda che si fanno tanti nel pubblico è come Nick possa resistere vestito come sempre, con la camicia abbottonata fino al collo (con cravatta), gilet e giacca. Nonostante sia infatti un caldo estivo veramente gradevole spazzato dalla leggera aria del mare su cui si affaccia la location e con le Alpi Apuane sullo sfondo, si sta bene se si è in maglietta, non vestiti di tutto punto. Poco dopo infatti Nick Cave dice che “It’s a fucking hot” e si toglie almeno la giacca. Durante lo spettacolo si alternano ritmi energici e tribali ad altri brani in cui il dolore del musicista australiano diventa arte. Un dolore alimentato anche dalla terribile perdita di ben due figli. Nick Cave cerca continuamente il contatto con il pubblico non solo toccando le mani delle persone, ma tenendole strette durante l’esecuzione di alcuni brani come se avesse bisogno del loro supporto per cantare certi testi. Uno dei momenti più indimenticabili è quando, durante “O children”, prende un bambino (con la maglia dei Nirvana) dal pubblico e lo tiene con sé per tutto il tempo del brano. Possiamo solo immaginare che i genitori la notte non abbiano dormito e il giorno dopo gli abbiano comprato la discografia completa di Nick Cave and The Bad Seeds.      Non mancano poi siparietti divertenti come il momento in cui Nick cave saluta il pubblico esclamando: “Pisa!“. Si leva un mormorio di disapprovazione. Non siamo a Pisa, siamo a Lido di Camaiore in provincia di Lucca e, visto il campanilismo di vecchia data fra le due città, è un piccolo colpo al cuore per chi è di Lucca. La cosa si ripete qualche brano dopo, quando Nick Cave, al pianoforte, esordisce con un “Fucking Italy” per poi specificare, in inglese: “Non sappiamo in quale città stiamo suonando. Pisa?” A questo punto il disappunto di parte del pubblico si sente maggiormente. E, nonostante uno dei Bad Seeds gli sussurri qualcosa all’orecchio (probabilmente: “Lucca”), chiude con un “Anyway… fucking Italy.”  Un paio di volte dal pubblico gli lanciano le magliette e lui ci si asciuga il sudore in faccia. Indescrivibile l’energia di Nick Cave nei brani più tribali, sostenuto dalla potenza dei Bad Seeds: un’energia davvero incontenibile che Cave sfoga sul pianoforte, sui microfoni lanciati, su scatti repentini di un corpo che pare avere venti anni, non sessantanove.   Il concerto si chiude con brani fenomenali come Jubilee Street  e la mantrica Hollywood. Ma Nick Cave e i Bad Seeds tornano sul palco e portano con sé City of Refuge, The Weeping Song e Wide Lovely Eyes. Poi i Bad Seeds escono e rimane sul palco solo Nick Cave che saluta il pubblico eseguendo al pianoforte, in un crescendo di commozione, Into my arms.     29/06/2026

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Intervista a Virgilio Bernardoni

In occasione delle celebrazioni per i 30 anni del Centro studi Giacomo Puccini si è completato anche il passaggio di consegne alla presidenza dell’istituzione: Gabriella Biagi Ravenni, che abbiamo recentemente intervistato su La Settima Base, ha lasciato l’incarico a Virgilio Bernardoni, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università degli Studi di Bergamo. Bernardoni non è un nome nuovo per il Centro studi dal momento che vi gravita fin dagli inizi della sua storia. Lo abbiamo intervistato.   Da quando fai parte del Centro studi Giacomo Puccini, qual è stata la tua più grande soddisfazione personale? Si può dire che sono stato nell’orbita del Centro studi quasi dalla prima ora. I fondatori mi proposero di far parte del Comitato scientifico e mi sentivo un po’ come il giovane di bottega in un gruppo che raccoglieva i più autorevoli studiosi del melodramma. Poi nel 1998 sono stato anche aggregato al Consiglio direttivo e da allora ne ho sempre fatto parte. Insomma ho attraversato quasi tutta la storia del Centro studi Puccini. Anche per questo le soddisfazioni sono state davvero molte. Andrebbero elencate tutte le prime volte che si sono raggiunti degli obiettivi con un lavoro di squadra: il primo numero degli «Studi pucciniani», fatto tutto in casa, senza editore; il primo vero convegno di studio con un concorso inaspettato a livello internazionale; il primo volume dell’Epistolario, finalmente pubblicato in mezzo a difficoltà di ogni tipo e così ben riuscito da far ottenere ai curatori il Premio Illica per la musicologia, e così via. La cosa più inaspettata, però, è essere diventato coautore della versione per orchestra dello Scherzo di Puccini, grazie all’orchestrazione di una parte rimasta allo stato di abbozzo.   In tutti questi anni il Centro studi ha sviluppato tantissime idee e progetti. Quali credi abbiano contribuito maggiormente alla comprensione di Puccini, sia dal punto di vista musicale sia da quello umano? Ritengo che ad avere impatto sia stato l’effetto d’insieme delle azioni via via intraprese. L’approfondimento critico delle opere e dei processi ideativi dalle quali sono nate, la scoperta e l’edizione di brani finora sconosciuti, la pubblicazione sistematica delle lettere in un numero prima d’ora mai neppure immaginato, l’attenzione per gli aspetti visivi delle opere teatrali e per gli interessi artistici, fotografici, letterari di Puccini, il censimento e la messa a disposizione di un vasto repertorio della critica giornalistica e ora anche l’apertura di un lavoro di scavo sulle registrazioni in video delle opere teatrali, tutto ha contribuito alla maggiore comprensione sia umana che artistica, talvolta addirittura con nuovissime scoperte su entrambi i fronti.   Credi che ci sia qualcosa che ti caratterizza e che possa offrire uno sguardo nuovo sulle attività e sulle sfide che attendono il Centro studi? La sfida per il Centro studi è quella di sempre: portare avanti il lavoro con i mezzi economici e umani di cui dispone. I primi sono sempre insufficienti per realizzare tutti i progetti. I secondi si basano sulla gratuità e sulla disponibilità volontaria degli studiosi che, da trent’anni a questa parte, hanno messo e mettono a disposizione tempo e competenze. Di mio credo che potrò aggiungerci l’indipendenza del giudizio e l’ostinazione, lenta ma inesorabile, nel perseguire gli obiettivi: due componenti che forse non guastano per portare avanti, e possibilmente completare, progetti di lunghissima gittata come quelli in cui si è impegnato il Centro studi.   Da non toscano, come è avvenuto il tuo primo incontro con Puccini? Il primo da studioso risale a quarantacinque anni fa, all’epoca in cui iniziavo a impostare la mia tesi di laurea, che verteva sul teatro musicale non verista del tempo di Puccini e lo considerava sullo sfondo, con sfumature critiche negative. La svolta è venuta un po’ per caso, quando mi fu proposto di realizzare una raccolta di studi per una collana musicale dell’editore Il Mulino, suggerendomi come soggetto, in alternativa, Béla Bartók oppure Giacomo Puccini. Si trattava di mettere insieme per i lettori italiani una selezione di articoli recenti, i più rilevanti su scala internazionale. Per interesse personale ero fortemente attratto da Bartók, una delle mie passioni giovanili, però fui subito frenato dalla non conoscenza dell’ungherese. E così dovetti ripiegare su Puccini: il volume uscì nell’anno della fondazione del Centro studi e la sua presentazione a Palazzo Orsetti è stata la prima manifestazione pubblica del Centro.   Stiamo vivendo una fase complessa per la musica: dall’educazione all’ascolto alla partecipazione agli eventi culturali, non soltanto da parte dei giovani. Quali interventi credi dovrebbero essere messi in atto da un governo per invertire questa tendenza? Su questo aspetto mi sono fatto un’idea drastica: la società italiana oggi è diffusamente analfabeta per quanto riguarda la musica, a livello delle singole persone e, purtroppo, anche a livello della classe politica, dell’amministrazione della cultura e dell’istruzione e, tranne rare e lodevoli eccezioni, perfino a livello della classe insegnante che opera nei cicli formativi dell’infanzia e della scuola primaria, là dove si dovrebbe formare la competenza linguistica di base, quella che gli individui potranno utilizzare per tutta la vita. È il risultato di una tendenza di lunga durata, che dalla scuola dell’Italia unita in avanti ha sempre relegato la formazione musicale agli specialisti che si avviavano alla professione di musicista, riservando agli altri quei palliativi che nel tempo si sono chiamati pratica spontanea del canto o avviamento al suono del flauto dolce, e che oggi si chiama didattica musicale laboratoriale. L’analfabetismo musicale è diventato un dato atavico della società italiana, probabilmente irreversibile, che un qualsiasi governo, da solo, non riuscirà mai a risolvere. Per cui la musica si sente e basta, piace o non piace d’istinto, nell’ignoranza delle sue qualità di linguaggio strutturato secondo proprie categorie comunicative. Ovviamente, il problema esula dalle competenze di una piccola entità, molto specialistica, come il Centro studi Puccini. Qualcosa comunque dovremo escogitare anche sul piano della divulgazione dei risultati dei nostri studi.   24/06/2026

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Gabriella Biagi Ravenni: l'anima del Centro studi Giacomo Puccini

Gabriella Biagi Ravenni: l’anima del Centro studi Giacomo Puccini

Dopo l’intervista a Balestri continua il nostro viaggio nel Centro studi Giacomo Puccini di Lucca che ha compiuto 30 anni. Una realtà associativa nata come tante, grazie all’amore per il compositore lucchese di un manipolo di appassionati che poi però è diventata qualcosa di veramente grande e importante. Una realtà che è stata capace non solo di rivalorizzare a pieno la figura di Puccini ma anche di cambiare la vita di tante persone che si sono tuffate nel Centro studi spinte dalla stessa passione dei fondatori e che in questa dimensione hanno potuto portare a fondo le proprie ricerche in un contesto di altissimo livello. Nel frattempo sono purtroppo scomparse figure di riferimento importantissime come lo storico presidente Julian Budden, Dieter Schikling e, recentemente, Michele Girardi cui è stata dedicata proprio la tre giorni dal 4 al 6 giugno ideata per festeggiare il trentennale. In questa occasione Gabriella Biagi Ravenni prima vicepresidente, poi presidente del Centro studi, ha non ha rinnovato la disponibilità a essere presidente lasciando il posto a Virgilio Bernardoni, già vicepresidente ma rimane nel consiglio, la cabina di regia del Centro studi. Un cambiamento nel segno della continuità.     Abbiamo intervistato Gabriella Biagi Ravenni.   Quando il Centro studi Giacomo Puccini è nato, immaginavate sinceramente di arrivare ai livelli a cui effettivamente è arrivato? Assolutamente no. Quando siamo andati dal notaio per costituire l’associazione le ambizioni c’erano, certo, ma non avremmo mai immaginato di arrivare a certi livelli. Il nostro modello era l’Istituto nazionale di studi verdiani, ma non si sperava di andare avanti trenta anni e di fare tante cose come abbiamo poi invece fatto. È stata una sorpresa piacevole.   Se dovessi individuare un momento decisivo nella storia del Centro studi, quale considereresti il vero punto di svolta e perché? Sicuramente il punto di svolta è stato quello economico che c’è stato quando siamo entrati nella tabella triennale del ministero della cultura. Nel 2024 abbiamo realizzato tante cose che se non avessimo avuto quel contributo non avremmo potuto fare. Una vera svolta sotto altri punti di vista non c’è stata, è sempre stato un progressivo crescendo di iniziative. Una vera svolta può essere il fatto che sono entrati i giovani: i giovani sono il futuro.   Gli obiettivi raggiunti in trent’anni sono stati tanti. Se tu dovessi indicarne uno, qual è stato il più importante? Come progetto di ricerca quello che ha dato più soddisfazione è sicuramente il progetto dell’epistolario. Dopo la difficoltà iniziale per il primo volume, i successivi sono stati realizzati più velocemente. Dal punto di vista di altre cose la biblioteca è diventata importantissima per gli studiosi ed è stata collocata in una sede prestigiosa, nella biblioteca della Scuola IMT Alti Studi Lucca.     Fra tutte le cose che hai scoperto in questi anni, qual è la cosa che ti ha stupito di più? Mi fa sempre un’emozione grandissima ogni scoperta. Aver ritrovato la cantata che tutti davano per dispersa e che poi era qui al Conservatorio Boccherini di Lucca devo dire che è stata una grande soddisfazione. Dal punto di vista musicale anche la scoperta delle musiche per organo, che poi è stata una scoperta quasi casuale: tramite il socio Aldo Berti e altri, entrammo in contatto con discendenti che avevano il cognome Della Nina; non erano i discendenti di Carlo Della Nina cui Puccini aveva dato le musiche, ma tramite loro entrammo in contatto con quelli. Si sapeva che erano andate all’asta molti anni fa, ma non si sapeva dove erano andate a finire. Per fortuna però c’erano le fotocopie. Erano tutte mescolate ma fu un lavoro entusiasmante, ricostruirle.   Ci sono stati altri episodi particolari e casuali, immagino. Una curiosa fu quando si presentarono due signore – una era Paola Luzzatto che col marito Lucio ne sono proprietari – che mi fecero vedere una pagina di musica per capire se era veramente di Puccini. Non solo lo era, ma era quel brano era “Torre del lago” per pianoforte. Era stato scritto nel 1904 dopo il fiasco di Butterfly. L’autografo è un’opera d’arte anche come scrittura, tutto corredato da disegni e scritte cancellate: è un brano concepito a Torre del Lago in un clima anche goliardico ma allo stesso tempo è anche di grande profondità. Puccini spesso attua un certo distacco: quando la musica si fa “densa”, o ci mette una bestemmia, o una parolaccia o un’allusione pornografica. Quell’autografo è proprio un emblema di questo comportamento.   La decisione di lasciare la presidenza è ovviamente nell’ottica del cambiamento, ma ci sono anche altre ragioni? Ho deciso di lasciare la presidenza anche perché sono andata in pensione nel 2017 quando mio nipote Gabriele aveva 5 anni. Essendo andata in pensione ho potuto dedicarmi sempre di più al Centro studi, e ho pensato a quando mio nipote, vedendomi così indaffarata su Puccini, mi chiedeva: “Nonna, ma quando vai in pensione-pensione?”   11/06/2026

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Andrea Balestri racconta "Giacomo Puccini - Video delle opere"

Andrea Balestri racconta “Giacomo Puccini – Video delle opere”

Il nuovo portale del Centro studi Puccini raccoglie oltre 550 video delle opere del compositore lucchese   Nel corso della sua storia il teatro d’opera ha lasciato dietro di sé una quantità immensa di tracce: partiture, bozzetti, fotografie, recensioni, lettere. Più complesso è invece ricostruire e studiare il percorso delle opere quando escono dal palcoscenico e incontrano il linguaggio audiovisivo, dando vita a riprese teatrali, produzioni televisive, film-opera e altre forme di trasposizione video.   È proprio in questo spazio, sospeso tra archivio, ricerca e tutela della memoria, che si inserisce Giacomo Puccini – Video delle opere, il progetto dedicato alla raccolta, catalogazione e valorizzazione delle realizzazioni audiovisive delle opere del compositore lucchese.     Avviato nel 2022, Giacomo Puccini – Video delle opere è un progetto del Centro studi Giacomo Puccini di Lucca coordinato da Emanuele Senici, che ne segue lo sviluppo come referente all’interno del Comitato Direttivo. Sotto la guida della presidente Gabriella Biagi Ravenni, l’iniziativa ha dato vita a un portale che offre un primo censimento delle realizzazioni video delle opere pucciniane aggiornato alla fine del 2025. Un lavoro che si colloca all’interno di un interesse sempre più forte della musicologia per il rapporto tra melodramma e media audiovisivi, tema divenuto ancora più centrale negli ultimi anni con il mutare delle modalità di fruizione del teatro musicale, sempre più legate a piattaforme digitali, streaming e trasmissioni televisive delle produzioni dei grandi teatri.   In questo contesto, il progetto si propone come uno strumento di ricerca particolarmente significativo. Le opere pucciniane rappresentano infatti un terreno privilegiato per lo studio della diffusione audiovisiva del melodramma: basti pensare che, secondo le statistiche di Operabase, tra i dieci titoli operistici più rappresentati al mondo figurano La bohème, Tosca e Madama Butterfly, mentre il compositore lucchese occupa stabilmente le prime posizioni tra gli autori più eseguiti.      Il portale raccoglie oggi oltre 550 schede dedicate a singole realizzazioni video. Ogni scheda contiene crediti artistici, dati tecnici e produttivi, una breve analisi del materiale audiovisivo e riferimenti bibliografici e sitografici. I contenuti sono consultabili sia attraverso percorsi dedicati alle singole opere sia tramite un sistema di ricerca che permette di filtrare i risultati per titolo, tipologia di video, anno e personalità coinvolte.   Abbiamo incontrato Andrea Balestri per parlare di questo archivio video, che è stato presentato lo scorso 5 giugno all’Auditorium Cappella Guinigi di Lucca, all’interno delle manifestazioni 30 anni con Puccini, organizzate dal Centro studi Giacomo Puccini per celebrare il trentennale della propria attività. L’incontro ha visto la partecipazione di Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e dello stesso Balestri e si inserisce in tre giornate di eventi tra Lucca e Torre del Lago dedicate alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio pucciniano.     Opera in video nasce da un percorso di ricerca iniziato durante i tuoi studi universitari. Quando hai capito che quel lavoro poteva trasformarsi in un progetto più ampio e strutturato? Negli ultimi anni di studio all’Università mi sono dedicato alle questioni specifiche della messa in video dell’opera, fino a dedicare la mia tesi magistrale a Tosca tra cinema e televisione nel periodo 1955–2019. Da quell’approfondimento molto circoscritto è nata l’idea di presentare un progetto più ampio per l’edizione 2021 del Premio Rotary Giacomo Puccini Ricerca, un’altra iniziativa che caratterizza l’attività del Centro studi. L’idea iniziale era ampliare il lavoro della tesi, indagando alcuni nuclei tematici e il loro trattamento audiovisivo, dal cinema muto alle dirette streaming. La proposta era accompagnata da un’ampia videografia, e proprio quella si è rivelata la parte più interessante del progetto, o almeno il suo primo sviluppo: creare un censimento sistematico di tutte le realizzazioni video delle opere pucciniane come strumento di ricerca per studi come quello che avevo immaginato. Da lì è nato un progetto pluriennale che ha fatto impallidire i numeri iniziali: dalle 28 versioni video di Tosca siamo arrivati oggi a 138. Complessivamente abbiamo identificato e schedato 562 produzioni video di opere integrali di Puccini. È stata senza dubbio la scelta giusta: stiamo costruendo uno strumento di ricerca che non esiste per nessun altro compositore e che potrà incoraggiare e sostenere nuove indagini. Una volta di più, il Centro studi Puccini si confermerà un punto di riferimento per gli studiosi, dialogando con gli indirizzi più attuali della musicologia internazionale.     Nel corso del progetto ti sarà capitato di osservare decine di regie e messe in scena diverse delle stesse opere. Quanto è cambiato il modo di leggere e interpretare Puccini rispetto anche solo a venti o trent’anni fa? E che ruolo può avere oggi l’attualizzazione delle opere nel creare un dialogo più diretto con il pubblico? Devo dire che con 562 video non c’è molto tempo per soffermarsi sulla singola produzione: si notano però meglio alcune tendenze.  La principale riguarda il rapporto fortissimo che Puccini, forse più di ogni altro compositore, instaura tra opera e ambientazione. Lo sappiamo già da molte ricerche, ma la prassi esecutiva lo conferma. Numerosi studi hanno evidenziato come il processo creativo di Puccini – non solo compositivo – si accendesse spesso attorno a un’immagine scenica o a un’ambientazione. Cambiando approccio, e osservando il fenomeno dal punto di vista dei risultati invece che delle intenzioni, si nota quanto la forza di questo legame continui a frenare interventi radicali: delle 138 Tosca censite finora, soltanto una quindicina circa non sono ambientate a Roma. Proprio questa enorme quantità di produzioni relativamente omogenee, però, mette in risalto le operazioni più sperimentali, che sono anche quelle che personalmente trovo più interessanti. Forse è questo uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni: di fronte a un’offerta online sterminata, fatta di grandissime regie e interpretazioni insuperabili, una delle poche strade rimaste è il coraggio di un’idea nuova, di un’ambientazione diversa o di una riflessione sui linguaggi stessi del video. Penso, ad esempio, alla La bohème di Mario Martone, prodotta dalla Rai nel 2022 e girata nei laboratori del Teatro dell’Opera di Roma: con l’orchestra che talvolta condivide lo spazio scenico dei personaggi, propone una diversa idea di opera e dei

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30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini, al via le celebrazioni

30 anni con Puccini: al via domani la tre giorni fra Lucca e Torre del Lago con cui il Centro studi Giacomo Puccini di Lucca festeggia trenta anni di attività.     Una tre giorni che cade in date bene precise: il Centro studi è infatti nato il 5 giugno del 1996 grazie alla passione per il compositore lucchese da parte dei fondatori Maurizio Pera, Arthur Groos, Michele Girardi, Gabriella Biagi Ravenni, Julian Budden e Gabriele Dotto. E la manifestazione non poteva che essere dedicata a uno di essi, Michele Girardi, scomparso a marzo scorso.   Questo il programma che si articola fra presentazioni, tavole rotonde e concerti.   Giovedì 4 giugno ore 17.00 – Torre del Lago, auditorium Simonetta Puccini –  presentazione del volume di Michele Girardi, Giacomo Puccini. Tra fin de siècle e modernità (Milano, Il Saggiatore, 2024). L’incontro sarà condotto da Guido Paduano e Federico Fornoni. ore 21.00 – Lucca, auditorium del Suffragio – concerto curato dall’Associazione Musicale Lucchese con il pianista Simone Soldati che eseguirà l’integrale delle Composizioni per pianoforte di Giacomo Puccini, basata sull’edizione curata da Virgilio Bernardoni per l’Edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini (Carus Verlag, 2024).   Venerdì 5 giugno ore 10.00 – auditorium della Cappella Guinigi (Lucca) – saluti delle istituzioni che sostengono e collaborano con il centro studi. A seguire, in occasione del centenario di Turandot, Gabriella Biagi Ravenni e Patrizia Mavilla terranno una comunicazione scientifica dal titolo Mise sossopra mezzo mondo per avere musica cinese. ore 14.30 – biblioteca della Scuola Imt Alti Studi Lucca – visita guidata alla collezione documentale e bibliografica del Centro studi Puccini che dal settembre 2025 è qui conservata. ore 15.30 – Cappella Guinigi – presentazione di due nuovi portali web: il sito Opera in Video, presentato da Alessandro Roccatagliati, Emanuele Senici e Andrea Balestri, e il nuovo catalogo online delle opere di Giacomo Puccini (Schickling 2), a cura di Marco Mangani, Virgilio Bernardoni e Siel Agugliaro. ore 18.00 – Puccini Museum, visita guidata (su prenotazione) alla mostra Turandot. O divina bellezza! O sogno! O meraviglia!, curata da Simonetta Bigongiari e Daniela Degl’Innocenti.   Sabato 6 giugno ore 10.00 – Cappella Guinigi –  focus interamente dedicato ai 30 anni di attività editoriale del Centro studi e dell’edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini. Virgilio Bernardoni dialogherà con i rappresentanti dei più prestigiosi centri di studio musicali italiani, tra cui la Fondazione G. Rossini, la Fondazione Bellini, la Fondazione Teatro Donizetti e l’Istituto nazionale di studi verdiani. L’incontro ospiterà anche la presentazione di due importanti novità editoriali del centro, pubblicate dalla casa editrice Olschki: il volume Musica, pensiero e interpretazione. Toscanini tra Puccini e Furtwängler, introdotto da Daniele Carnini, e l’uscita di Studi Pucciniani 8, introdotto da Raffaele Mellace. ore 12.00 – Conservatorio Luigi Boccherini – visita al Fondo Puccini, a cura di Paolo Giorgi.     Le iniziative per il trentennale sono realizzate in collaborazione e con il supporto, tra i vari partner, il Ministero della cultura (Direzione generale biblioteche e istituti culturali), la Scuola Imt Alti Studi Lucca, il Comune di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione Giacomo Puccini, la Fondazione Simonetta Puccini e l’Associazione Musicale Lucchese.   03/06/2026  

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Turandot Centenario al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca - ph Foto Alcide, Lucca

Dopo cento anni Turandot regna ancora

La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il  pubblico prima della chiusura definitiva del sipario.   Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi.   Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone,  Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti  (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.   29/04/2026

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La Turandot negli occhi di Nadir Dal Grande

Ci siamo: esattamente a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, domani – 25 aprile 2026 con replica il 26 – andrà in scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il nuovo allestimento di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente. Per l’occasione abbiamo intervistato il regista, Nadir Dal Grande.   Tu nasci come scenografo ma in questo allestimento firmi regia, scene e costumi. Da cosa sei partito per questa Turandot?  Dallo studio dell’opera e del libretto. Per me è importantissimo entrare nell’opera e capire cosa c’è di sotterraneo e i punti di ancoraggio con il nostro presente. Parto con il lavoro drammaturgico, è il punto di partenza per costruire spazio, costumi e luce, è un insieme. Per deformazione sono più rivolto allo spazio come strumento di narrazione e mi ci dedico forse un po’ di più, ma sono tutti aspetti molto legati fra loro.       L’allestimento viene firmato sotto il nome di un collettivo di cui fa parte, oltre a te, Jenny Cappelloni come lighting designer e dal nome “Floret Umbra”: cosa significa? Abbiamo deciso di chiamarci così e dare questo nome al collettivo a progettazione conclusa: volevamo dare un titolo che riassumesse la poetica del progetto. È stato ispirato dall’immagine finale: una materia scura, organica, che è una materializzazione ed estensione della malattia di Turandot, comincia a fiorire e preannuncia una nuova primavera. E quindi, alla fine, l’ombra fiorisce.    Come influisce il lavoro di Jenny Cappelloni? È fondamentale. Ho progettato la scena proprio per ospitare la luce e utilizzarla in maniera drammaturgica, viene usata come il sortilegio di Turandot con cui domina il popolo; poi c’è la luce di Liù che invece è calda, salva, interviene e porta all’estasi.   Cosa c’è di esclusivamente tuo dal punto di vista registico in questa Turandot?  A me piace pensare che tutto quello che ho costruito è stato filtrato dalla mia poetica ed è importante non avere tradito l’opera. La cosa più personale probabilmente è la rilettura del finale, un epilogo che accoglie la sospensione: la rilettura che ho dato alla morte di Liù è una novità.       Turandot è un’opera ancora moderna, probabilmente l’ultima fra le opere liriche che tutti nel mondo conoscono. E a distanza di cento anni continua ad avere un suono contemporaneo. Dal punto di vista musicale quale è stato il punto per te cruciale nell’affrontare questa opera?   Turandot ti trasporta in un mondo, ma anche il primo Puccini è cinematografico, evoca delle immagini. Pechino è descritta con una musica che racconta immagini estremamente cupe, viene proprio dichiarato il mondo dei fantasmi, del sortilegio, un mondo spettrale, cupo, piegato dall’incantesimo di Turandot. Lei poi è enigmatica in sé stessa e la musica ti porta a innamorarti di lei perché è indecifrabile.   Nelle note di regia parli di “ultima alba’’: puoi spiegare questo concetto? Ho pensato: come faccio a sublimare la morte di Liù? La musica termina con questa grande sospensione, il problema registico era come risolvere questo punto. Per farlo ho scelto di concludere l’opera con questa alba che alla fine arriva ed è attesa dal popolo come fosse una apocalisse. È la profezia che si realizza. La luce da un lato salva, dall’altro cancella, è l’estinzione di un’epoca ed è anche testimonianza del sacrificio, la morte di Liù, causato da tutti: la consapevolezza ricade sul popolo di Pechino.   C’è anche una presenza importante: una bambina. È la materializzazione in scena della purezza di Liù, interviene in scena portando dei simboli come il fiore, la luce. E va a costruire un atto dopo l’altro ciò che troveremo nel finale. Prima porta il fiore, e non è visto da nessuno, solo Liù può vederlo; nel secondo atto si pone accanto a Calaf, come se fosse Liù a stare accanto a lui nel suo momento più difficile; torna infine nel terzo atto per consegnare il pugnale. Liù si rende conto a quel punto dei passi che ha compiuto e di ciò che deve fare: è una figura profetica e apocalittica. Solo nel finale, quando il popolo canta “ombra dolente non farci del male” tutti vedono questa bambina e si rendono conto di ciò che hanno fatto: è come se l’avessero ammazzata. 24/04/2026

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Cento anni di Turandot

A cento anni esatti dalla prima rappresentazione sotto la bacchetta di Arturo Toscanini al Teatro alla Scala di Milano, la Turandot, ultima opera rimasta incompiuta di Giacomo Puccini, verrà rappresentata al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 25 aprile con replica il 26. L’opera verrà eseguita nella sua versione incompiuta, quindi si interromperà dopo la morte di Liù al verso “Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi, oblia! Liù! Poesia!” proprio come fu con la prima di Arturo Toscanini che interruppe l’esecuzione dicendo: “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto”. Per questo nuovo allestimento è stata costituita una giuria incaricata di selezionare i finalisti di un bando rivolto a registi e artisti under 35 provenienti dai Paesi dell’Unione Europea.  Si tratta infatti di una produzione frutto della collaborazione del Giglio con i Teatri di Tradizione lombardi e con il Coccia di Novara: la regia è affidata a Nadir Dal Grande che con il progetto collettivo “Floret Umbra”, formato da Dal Grande stesso – che firma regia, scenografia e costumi – e dalla lighting designer Jenny Cappelloni ha appunto vinto il bando. Il cast è di alta caratura internazionale e sul podio dell’Orchestra della Toscana ci sarà il Maestro Alessandro D’Agostini.   Il 22 aprile è prevista inoltre un’anteprima dello spettacolo ad alta accessibilità realizzata in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti -Sezione di Lucca e l’Ente Nazionale Sordi – Sezione Provinciale di Lucca: l’anteprima prevede un tour tattile sul palco (con servizio di interpretariato Lis – lingua dei segni italiana) alle 14,45. In circa 20 minuti sarà possibile essere accompagnati sul palco allestito e toccare elementi della scenografia. Sarà inoltre attivo il servizio di audio introduzione e audiodescrizione in cuffia, attraverso l’app per cellulare gratuita Lyri. Sempre con la suddetta app sarà disponibile la sopra titolazione in italiano accessibile e con descrizione dei suoni e della musica. Le prenotazioni per l’anteprima accessibile entro sabato 18 aprile tramite le segreterie delle sezioni locali di UICI ed ENS o contattando i numeri (anche whatsapp) 334 640 5095 o 331 269 2454; costo del biglietto 7 euro, gratuito per l’accompagnatore.   Questo il cast: personaggi e interpreti La principessa Turandot  Oksana Dyka L’imperatore Altoum  Gianluca Moro Timur  George Andguladze Il Principe Ignoto (Calaf)  Roberto Aronica Liù  Maria Novella Malfatti Ping  Paolo Ingrasciotta Pang  Giacomo Leone Pong  Alfonso Zambuto Un Mandarino  Omar Cepparolli Il Principe di Persia  Valerio Dimarti direttore d’orchestra Alessandro D’Agostini regia, scene, costumi Nadir Dal Grande luci Jenny Cappelloni Orchestra della Toscana Coro Arché Turandot 100 diretto da Marco Bargagna Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti   20/04/2026

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I “Curatori del futuro”: creatività e innovazione al Malanima Studio

Sabato 28 marzo presso il Malanima Studio a Lucca si è tenuta la mostra Curatori del futuro, organizzata  dalle classi quinte A ITT e B ITT dell’Isi Pertini, con la collaborazione dell’associazione Fermento Aps.       Sotto la guida della professoressa Carlotta Lattanzi, gli studenti si sono cimentati nell’allestimento di una serie di percorsi espositivi, vere e proprie mostre immaginate e portate alla luce tramite oggetti, dipinti e pannelli realizzati anche con l’uso dell’intelligenza artificiale.     Ciascuno di loro ha scelto un tema amato e, come un vero curatore, si è impegnato nel trasportare il pubblico all’interno del proprio spazio e del proprio interesse (dal true crime ai manga giapponesi e i manhwa coreani, dal legame tra arte e videogiochi a riflessioni sulla società e sui pericoli della propaganda).     Nel corso della mostra gli studenti hanno anche avuto modo di confrontarsi con alcune importanti voci dell’arte, sia visiva che musicale, grazie alla tavola rotonda che ha visto la presenza di Alessandro Romanini, artista e docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara, Enrico Stefanelli, direttore artistico di Photolux Festival, Gianmarco Caselli, compositore, musicologo e direttore artistico del Lucca Capannori Underground Festival, Chiara Lera, artista e curatrice d’arte, Gianguido Grassi, curatore d’arte, e Martina Madrigali, artista. Ai personaggi coinvolti i ragazzi hanno rivolto domande inerenti il loro primo contatto con il mondo dell’arte, oltre a domande specifiche sulla loro attività.     Come ha sottolineato la professoressa Lattanzi, le ragazze e i ragazzi coinvolti hanno mostrato una grande consapevolezza del mondo che li circonda e si sono approcciati all’intelligenza artificiale con occhio critico e capacità di utilizzarla come strumento per esprimere la loro identità, curiosità e passioni e dando prova della loro necessità di raccontare e raccontarsi.     Una necessità che è emersa non solo dalle opere esposte, ma anche dalle parole stesse degli studenti, che durante il pomeriggio hanno illustrato e spiegato i loro lavori, mostrando di avere visioni precise e idee chiare sui messaggi e le emozioni che hanno inteso veicolare con le loro mostre.       03/04/2026   Guarda il reel dell’evento: https://youtube.com/shorts/nPkW8WXcvB4?feature=share  

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Mal d’Arte – Follia e delirio: in mostra le opere dei giovani

Mal d’Arte – “Follia e Delirio”, un vero e proprio successo la mostra inaugurata domenica scorsa al Palazzo delle Esposizioni di Lucca. Mal d’Arte è il gruppo di giovani che si propone appunto di valorizzare i propri lavori in modo indipendente e il tema di quest’anno è appunto Follia e delirio. La peculiarità di Mal d’Arte è che si tratta di un gruppo di giovani ideato e organizzato da studenti del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia”, un gruppo nato come esperienza formativa ma sviluppato come iniziativa culturale autonoma, che coinvolge diverse discipline artistiche: arti visive, fotografia, musica, performance e pratiche espressive contemporanee. L’obiettivo è offrire ai giovani uno spazio reale in cui confrontarsi con il pubblico e con professionisti del settore culturale. La stessa curatrice della mostra nonché nostra collaboratrice, Amy Pandolfi è fresca del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia” dove ha terminato gli studi nel 2025: “Mal d’Arte – spiega – nasce da un’urgenza semplice e radicale: creare uno spazio reale per chi sente il bisogno di esprimersi senza chiedere il permesso. È un progetto collettivo portato avanti da giovani artisti, nato tra le mura di una scuola ma pensato per uscire fuori, contaminare, incontrare un pubblico vero. “ L’inaugurazione si è tenuta nell’Auditorium della Fondazione Banca del Monte con gli interventi introduttivi della stessa Amy Pandolfi del prof. Andrea Marchetti, di Elisabetta Linda Balsamo, dirigente medico psichiatra, la prof.ssa Ilaria Borelli Boccasso, il prof. Alessandro Romanini. La mostra sarà arricchita da un ciclo di quattro conferenze, durante il mese di febbraio, ciascuna pensata per approfondire diverse sfaccettature della creatività e della condizione dell’artista contemporaneo.  La mostra resterà aperta fino al 22 febbraio, dal martedì alla domenica, dalle 15 alle 19, all’interno del Palazzo delle Esposizioni. L’evento si svolge con la collaborazione del Liceo Artistico Musicale Passaglia di Lucca e del Palazzo delle Esposizioni e gode del patrocinio della Provincia e della Città di Lucca, di CNA Lucca e del Centro Studi e Ricerche Prof.Guglielmo Lippi Francesconi, con il supporto di IAAPs e ALAP. 10/02/2026

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