mostra

“Random”: interviste a Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda

Prosegue la mostra Random inaugurata a inizio luglio a Palazzo Binelli a Carrara. Random è una mostra collettiva che riunisce Gianmarco Caselli, Giuseppe Donnaloia, Chiara Lera, Gabriele Mallegni, Luciano Massari, Josse Renda, Caterina Sbrana e Fabio Sciortino realizzata con il patrocinio e il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, UNESCO, Club UNESCO “Carrara dei Marmi” e la media partnership del magazine La Settima Base. Dopo Luciano Massari e Pino Donnaloia abbiamo intervistato altri tre autori le cui opere sono esposte a Random: Caterina Sbrana, Gabriele Mallegni e Josse Renda.   Intervista a Caterina Sbrana   Le tue opere trasformano elementi semplici e quasi invisibili del paesaggio in immagini di grande forza. Credi che oggi abbiamo bisogno di imparare a guardare ciò che normalmente passa inosservato?   Più che rieducare lo sguardo, oggi serve ritrovare uno sguardo multiplo e selvatico, smarrendosi nei margini. Il mio percorso si muove qui, come nel lavoro rituale con le capsule di papavero, raccolte tra Terzo Paesaggio e bordi stradali. Uso il loro segno sulla tela come pixel naturale per comporre mappe geomorfologiche, dove geografia umana e vegetale procedono insieme. In un altro ciclo estraggo pigmenti, succhi e inchiostri da materiali raccolti in contesti naturali e urbani (antiche piante, terre, macerie), usandoli per dipingere e creare una sorta di archivio e campionatura di luoghi. Questi elementi non sono accessori, ma margini viventi che co-producono il paesaggio. Dare loro attenzione scardina l’idea di una natura addomesticata e decostruisce i nostri recinti. È ciò che Derrida descrive come “invitare il mostro alla propria tavola”: permettere all’elemento selvatico e insignificante di irrompere e perturbare le nostre certezze.     Collabori con Mallegni da qualche anno. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra le vostre identità artistiche individuali e il lavoro collettivo?   Direi che ci riusciamo divertendoci. Se non ci fosse piacere nel confrontarci e lavorare insieme non ci sarebbe alcuna ragione di farlo. A volte è difficile, discutiamo anche, ma tendiamo a essere sinceri e a dirci le cose che non vanno. L’equilibrio tra ricerca individuale e comune si stabilisce da solo: lavoriamo insieme solo quando un tema tocca entrambi e il confronto arricchisce l’esito finale. Considero il lavoro con Gabriele un nutrimento fondamentale, permette di uscire dalla solitudine autarchica per negoziare e attivare uno sguardo multiplo, ma sentiamo entrambi il bisogno di preservare anche la nostra voce individuale. Questo dialogo si riflette in progetti come Lapidaria, incentrato sul tempo umano e geologico. Raccogliamo pietre in natura, ne prendiamo il calco e le restituiamo in argilla, ibridandole con oggetti domestici. Questo progetto, nato anche dal nostro vivere vicino a una cava abbandonata, è diventato un archivio erratico e itinerante (premiato di recente al Premio Internazionale di Ceramica Open Studio). In esso si stratificano memorie e vita comune, unendo comunità e presenze minerali di diverse geografie.   Intervista a Gabriele Mallegni   Le tue sculture fanno riferimento al Culto del Cargo, sono calchi di oggetti meccanici, pezzi di motore che tuttavia vengono trasformati. Come avviene la tua personale rielaborazione?   Il Culto del Cargo è il punto di partenza di una ricerca sul rapporto tra conoscenza, tecnologia e potere. Mi interessa il divario che si crea tra chi possiede un sapere tecnico e chi ne subisce soltanto gli effetti: una dinamica che attraversa la storia e che oggi ritroviamo anche nell’intelligenza artificiale. Le mie sculture nascono da questa riflessione. Realizzo calchi di motori in terracotta, uno dei materiali più antichi usati dall’uomo, trasformandoli in architetture e paesaggi attraversati da piccole scale e aperture. Immagino un futuro in cui la conoscenza tecnologica sia andata perduta e questi manufatti vengano reinterpretati come reliquie, proprio come accadde con il Culto del Cargo o con le rovine romane riabitate nel tempo. L’opera diventa così una riflessione sulla fragilità della conoscenza e sul modo in cui attribuiamo significato agli oggetti.   Qual è l’aspetto più stimolante del lavorare assieme a Caterina Sbrana e quale, invece, quello più complesso?    L’aspetto più stimolante del lavorare con Caterina è il cammino, in senso concreto e metaforico. Camminare insieme significa osservare il paesaggio, condividere silenzi, confrontarsi e lasciare che le idee emergano spontaneamente. Da questa pratica nascono progetti come Lapidaria o Una brillante memoria, frutto dell’incontro tra sensibilità diverse. La nostra collaborazione è un’alchimia che si manifesta quando un tema ci coinvolge entrambi e le differenze diventano una risorsa. Più che di aspetti complessi parlerei di momenti di confronto e discussione, necessari per far crescere il lavoro. L’equilibrio nasce dal rispetto reciproco e dalla capacità di mettere il progetto al centro, senza prevaricare. Per questo le opere condivise restano sempre aperte, in continua evoluzione, come il percorso che le ha generate.     Intervista a Josse Renda    Le tue opere prendono spesso avvio da storie molto diverse tra loro, dalla figura di Masaniello a Pinocchio, fino ai miti classici e alle fiabe. Che cosa cerchi in queste narrazioni? Sono sempre stato affascinato dal vuoto di immagini che esiste tra una storia scritta e le figure che prendono forma nella mente di chi legge, uno spazio colmato dall’immaginario culturale. Il mio lavoro nasce da una pratica di rispecchiamento e dal bisogno di incontrare altri tempi, storie ed epoche. Nelle narrazioni che scelgo cerco una dimensione archetipica: la danza di Salomè, il supplizio di Marsia, il gesto di Masaniello. È un incontro sul confine tra realtà, letteratura ed esperienza personale. Ogni personaggio porta con sé tensioni, desideri e sogni che riconosco come profondamente umani. Insieme compongono una chimera di umanità diverse, riscritta sulla mia pelle attraverso viaggi, dissipazioni e maschere. Con loro una parte di me rinasce, come nell’apprendimento di una nuova lingua, mentre un’altra si perde quando si allontanano. In questo processo riconosco anche una dimensione vicina alla pratica dello psicodramma. 3) Nelle tue opere i materiali sembrano avere una vita propria: superfici tattili, elementi che imitano altre materie, immagini che si ricompongono come frammenti. Quanto conta la dimensione fisica dell’opera nel tuo processo creativo?   La dimensione sensoriale è centrale nel mio lavoro: spesso sono i materiali stessi,

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“My name is Orson Welles”: a Torino la mostra sullo straordinario regista

Orson Welles è uno di quei nomi che hanno fatto la storia del cinema. Innovativo e dal multiforme ingegno, il regista statunitense ha creato pietre miliari della settima arte del calibro di Quarto potere (1941), sua opera d’esordio sul grande schermo per la quale fu anche attore, sceneggiatore e produttore. Capace di regalare al pubblico performance intense e indimenticabili sia a teatro che davanti alla macchina da presa, Welles ha anche dato un inestimabile contributo all’interpretazione di Shakespeare nel Novecento.     Sono innumerevoli le notizie e gli aneddoti intorno a questa magnetica figura e coglierne tutti gli aspetti in poche righe è assai arduo. Ma qualcuno è riuscito nell’impresa di restituirne un ritratto quanto più accurato possibile, raccogliendo (metaforicamente e materialmente parlando) le fila di una vita e di una carriera fuori dall’ordinario. Potete verificarlo in prima persona concedendovi una trasferta piemontese.     Dal 1 aprile al 5 ottobre 2026, infatti, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, all’interno del suggestivo spazio della Mole Antonelliana, ospita una mostra imperdibile per ogni cinefilo. Si tratta di “My Name Is Orson Welles” , concepita dalla Cinémathèque française, curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, e arricchita dalla presenza di più di 400 pezzi, alcuni ancora mai esposti, provenienti da collezioni pubbliche e private, nonché dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema stesso.     Ad accrescere il senso di immersione nel vissuto e nell’opera di Orson Welles contribuiscono le scelte di allestimento della mostra. Appena entrati nell’Aula del Tempio, i visitatori sono accolti da tre schermi sospesi con la celebre “scena degli specchi” de La signora di Shanghai (1947) e possono entrare a visitare le installazioni del piano terreno prima di salire lungo la rampa elicoidale dell’Aula.     La mostra è divisa in cinque aree tematiche: 1915-1939 Wonder Boy; 1941 Quarto Potere; 1942 L’inizio dei guai; 1947-1968 Una star in Europa; 1969-1985 Un re senza regno. Ogni area presenta fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni: da curiosità come il certificato di nascita di Welles ai manifesti originali dei film, dalle sceneggiature annotate alle tavole disegnate e colorate da Guido Crepax, dedicate a La Storia immortale (1968) ed esposte per la prima volta.     Lodevole è anche la scelta degli organizzatori di seguire il principio del Design for All, che la rende pienamente accessibile tramite testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni e video in LIS attivabili tramite QR code, modelli e pannelli visivo-tattili.     I più esperti e appassionati avranno modo di scoprire e approfondire nuovi dettagli della parabola artistica e umana di Welles, mentre i neofiti verranno accompagnati in un viaggio che, complice il luogo, li affascinerà e permetterà loro di immergersi in questo capitolo del cinema mondiale proprio come se stessero sfogliando le pagine di un libro esaustivo e, allo stesso tempo, coinvolgente.        “My name is Orson Welles” è una fonte di emozioni e conoscenza da non lasciarsi assolutamente sfuggire durante un soggiorno torinese. Non solo un omaggio, ma un modo per instaurare un dialogo sia con l’uomo che con il genio che è stato Orson Welles.     7/7/2026

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Ada a Parma: Dominique Sanda ospite alla mostra “Bernardo Bertolucci. Il Novecento”

Luglio 1974 – Maggio 1975: è il lungo arco delle avventurose, immersive riprese di Novecento, film fiume di cinque ore, romanzo storico/epico fondato su più livelli di dialettica, tutti apparentemente inconciliabili. È il film che mostra la bandiera rossa più grande della storia del cinema e si chiude con un processo al padrone di sfumature onirico-sovietico-maoiste, ma nasce con i finanziamenti delle major hollywoodiane. Proiettato in due atti in Europa, culla dell’opera e del melodramma, viene smembrato invece in un unico improbabile montaggio – prima di tre poi di quattro ore – per il mercato statunitense, patria dello star system (fatto che provocò l’aspra rottura fra il regista e Alberto Grimaldi, produttore). Novecento racconta l’amicizia travagliata – meglio, il compromesso storico – fra Olmo, figlio dei contadini, ed Alfredo, figlio dei padroni, nell’Italia violentata dal fascismo. Olmo e Alfredo sono le (almeno) due parti in cui era scissa, freudianamente parlando, l’identità di Bernardo Bertolucci, fra i più importanti registi italiani celebri a livello internazionale, Oscar alla regia e alla sceneggiatura non originale per L’ultimo imperatore (1987) ed alla cui ultima sceneggiatura – The Echo Chamber, scritta con Ludovica Rampoldi ed Ilaria Bernardini, che diverrà un film diretto da Andrea Pallaoro – oggi la commissione per i fondi al cinema clamorosamente nega i finanziamenti.     Al cinquantennale di Novecento, al regista ed ai suoi protagonisti, a tutto il contesto storico culturale che ha prodotto il film è dedicata l’impressionante, monumentale mostra Bernardo Bertolucci. Il Novecento, curata da Gabriele Pedullà e allestita al Palazzo del Governatore di Parma, visitabile fino al 26 luglio 2026. La mostra è stata inaugurata lo scorso 26 marzo alla presenza di un’ospite d’eccezione: la leggendaria Dominique Sanda, interprete di  Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo Berlinghieri – oltre che di numerosi altri ruoli che hanno fatto la storia del cinema italiano, come Anna Quadri, sempre per Bertolucci (Il conformista), Micol Finzi Contini per De Sica (Il giardino dei Finzi Contini), Irene Carelli Ferramonti per Bolognini (L’eredità Ferramonti). Già lo scorso 25 marzo, in occasione della masterclass organizzata all’APE Parma Museo da Fondazione Bertolucci e Fondazione Monteparma, Sanda ha riportato il pubblico a quei giorni di mezzo secolo fa, alle pause di lavorazione del set emiliano/parmense/mantovano (durato quasi un anno), con la troupe che di giorno spezza la tensione scherzando fra i cestini del pranzo e di sera trova rifugio (e vino) in qualche osteria della Bassa. Ma Dominique Sanda “non spezza”: resta sulle sue durante il pranzo, non si fa nemmeno vedere per cena, ha bisogno di “fare il vuoto”, restare nel personaggio. Il cinema, dice Sanda, quando è arte, è una comunione, un grande rituale collettivo – ed istintivo, ed accogliente l’improvvisazione – in cui la giusta alchimia si può realizzare o meno: «come per la maionese, può aggregarsi o impazzire!».     Da sempre «più poetica che politica», Sanda ha ironizzato sul fatto che, nel primo trattamento, Ada avesse una relazione esplicita (e non solo seduttivamente evocata), una vera e propria fuga d’amore con Olmo (Gerard Depardieu), che invece nel film «sembra preferirle le bandiere rosse». Ma la complessità del personaggio di Ada, iconica sintesi delle contraddizioni espresse dal film, va ben oltre l’intreccio sentimentale. Ada, infatti, è solo una delle tante donne che nel cinema di Bertolucci si troveranno ad un bivio e che a volte, incarnando destini e scelte differenti, si sdoppieranno in personaggi diversi. È il caso della proletaria Anita e della borghese Ada in Novecento ma anche di Wan Jung e Wen Hsiu, prima e seconda consorte di Pu Yi, ne L’ultimo imperatore: Wen Hsiu ebbe il coraggio, anche storicamente, di allontanarsi dall’imperatore in declino. Anche l’Ada di Sanda si trova davanti alla scelta di fuggire o meno dall’infausto matrimonio con Alfredo (Robert De Niro). Una fuga che, dopo anni di isolamento e depressione, attuerà in sincronia con Olmo, che deve scappare lontano dai fascisti. Prima di andarsene, la donna chiede alla domestica di indossare un certo abito per suggerire la propria destinazione ad Alfredo: è l’abito indossato da Ada nel fienile anni prima, il giorno del loro primo amore. La destinazione di Ada è dunque, poeticamente, il passato, quello della felicità prima del matrimonio.     Il culmine delle giornate parmensi è stato il 27 marzo, quando Sanda è stata presente alla proiezione integrale del film al Teatro Regio. Per tutte e cinque le ore, chi come il sottoscritto era presente non ha resistito alla tentazione di spostare lo sguardo dalla Ada sullo schermo a quella fuori, seduta in platea a poche poltroncine di distanza. Al termine della proiezione, quando i titoli di coda hanno cominciato a scorrere sull’immagine di Alfredo bambino disteso sul binario, dopo l’applauso finale e “di rito”, chi era presente ha vissuto un momento irriproducibile, perché sfuggito, proprio in luogo della sua estemporaneità, ad ogni possibile tentativo di cattura social. Dominique Sanda – quella stessa Ada che vertiginosamente aveva appena attraversato cinquant’anni in cinque ore, letto poesie futuriste sfrecciando su una Bugatti per poi accartocciarle e buttarle via, finto di diventare cieca alla vista delle camicie nere, amoreggiato con Alfredo in un fienile e cavalcato un cavallo di nome Cocaina – ha cominciato ad avviarsi lentamente verso l’uscita del Teatro Regio, in direzione opposta al palco. Poi, d’improvviso, a luci ormai accese, si è voltata sorridendo verso il pubblico, venendo sommersa da un lungo e commosso applauso. Diva-non diva, ancora bellissima e sobriamente elegante, ma disposta a firmare autografi e dialogare con assoluta naturalezza con i giornalisti, con il pubblico, con i passanti incuriositi, Dominique Sanda è tornata al cinema il 9 aprile 2026 con Vita mia, nuovo film di Edoardo Winspeare in cui interpreta un’anziana nobildonna, ancora una volta in presa diretta col Novecento.   16/04/2026  

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“Il corpo e l’anima”: mostra su Jia Ruskaja a Roma fino al 31 gennaio

C’è ancora tempo fino al 31 gennaio 2025 per visitare la mostra “JIA RUSKAJA: Il corpo e l’anima – attualità di un mito”, dedicata alla celebre danzatrice e coreografa, ospitata dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Inaugurata lo scorso 13 dicembre, l’esposizione, a cura di Lorenzo Tozzi con il coordinamento scientifico di Chiara Zoppolato e Gianluca Bocchino, rappresenta un’occasione imperdibile per scoprire il lato più intimo e visionario di una delle figure più affascinanti della danza italiana del Novecento.   La mostra, attraverso trenta fotografie storiche provenienti dall’Archivio Storico della Fondazione dell’Accademia Nazionale di Danza, ripercorre la vita artistica di Jia Ruskaja, rivelandone il talento straordinario e l’innovativo approccio alla danza come espressione di arte e spiritualità. L’esposizione si articola in sezioni tematiche che raccontano l’evoluzione artistica e personale di Jia Ruskaja. Nella prima sezione, dedicata alle sue origini, spiccano gli iconici scatti di Anton Giulio Bragaglia risalenti agli anni Venti, che immortalano i primi passi della giovane danzatrice e la nascita del suo stile unico. Proseguendo nella seconda sezione, si esplora il legame profondo tra danza e anima, un concetto centrale nella filosofia artistica della danzatrice, fino ad arrivare all’ultima sezione con i ritratti glamour di Ghitta Carell, che nel 1938 catturano tutta la grazia e la forza espressiva di Ruskaja.   Ad arricchire il percorso espositivo, due abiti di scena originali degli anni Trenta e le opere di tre artiste italiane contemporanee – Annalisa Cervone, Clarissa Lapolla e Simona Gasperini – che reinterpretano l’immaginario ruskajano secondo una personale visione estetica e poetica. I lavori proposti – appositamente commissionati per l’occasione – declinano le pose della tartara danzante con scatti in doppia esposizione, in movimento e in forma di collage, creando un ponte creativo tra tradizione e innovazione. Le loro creazioni stabiliscono un dialogo tra le immagini storiche e una sensibilità moderna, rendendo omaggio al mito di Ruskaja e proiettandolo nel futuro. Ruskaja, con la sua figura elegante e il suo stile inconfondibile, è un’icona della danza libera italiana, capace di celebrare i valori estetici della classicità e di tradurli in un linguaggio artistico moderno. La mostra non solo rievoca un’epoca di grande fermento culturale, ma evidenzia come la sua poetica continui a parlare al presente, rendendo Jia Ruskaja un simbolo di ispirazione senza tempo, perfettamente in sintonia con la sede scelta per l’esposizione. Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, con la sua Sala dello Zodiaco del Ninfeo, diventa infatti il palcoscenico ideale per un progetto che intreccia storia e arte contemporanea. Gli affreschi della Sala, che celebrano il ciclo delle stagioni e i segni zodiacali, amplificano il fascino delle opere in mostra, offrendo una cornice capace di dialogare con la bellezza eterna della danza e della memoria ruskajana. La performance inaugurale, tenutasi lo scorso 13 dicembre, ha dato il via alla mostra con un momento di rara intensità artistica: la danzatrice e coreografa Erica Modotti e la violinista Valentina Moriggi, hanno reinterpretato l’universo creativo di Jia Ruskaja, trasformandolo in una performance contemporanea intrisa di suggestioni improvvisative. La sinergia tra il movimento della danza e le sonorità del violino ha evocato l’essenza della poetica ruskajana, rendendo omaggio alla profondità storica dell’artista reinterpretandola con una sensibilità moderna. La mostra stessa si inserisce in un progetto più ampio, attraverso il quale la Fondazione dell’Accademia Nazionale di Danza riafferma il ruolo della danza come linguaggio universale e strumento di innovazione culturale. Questo evento rappresenta il capitolo conclusivo della programmazione 2024 della Fondazione, realizzata nell’ambito del progetto Promozione danza ricambio generazionale sostenuto dal Fondo Unico dello Spettacolo del Ministero della Cultura ed è patrocinata dalla Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Incentrata sul tema dell’Innovazione, l’iniziativa amplia e arricchisce i percorsi tematici di Storia e Bellezza, sviluppati negli anni precedenti, rispettivamente nel 2022 e nel 2023, creando un ponte ideale tra tradizione e contemporaneità. Grazie al lavoro svolto in questi progetti, la poetica di Jia Ruskaja ha trovato nuova vita e diffusione attraverso una rete di collaborazioni nazionali con scuole di danza e istituti culturali. Questo approccio ha permesso di sensibilizzare un pubblico sempre più ampio sull’importanza della danza libera del Novecento italiano, incoraggiando la partecipazione attiva e il coinvolgimento di coreografi e danzatori in tutto il Paese. Un risultato che sottolinea l’attualità della visione artistica di Ruskaja e il suo valore come fonte inesauribile di ispirazione per le generazioni future.   Informazioni utili Per chi non avesse ancora visitato l’esposizione, questa rimarrà aperta al pubblico fino al 31 gennaio 2025 presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Per ulteriori dettagli, è possibile consultare il sito www.fondazioneand.it. Non perdete l’occasione di immergervi nel mondo di Jia Ruskaja, un’artista che ha saputo trasformare il suo corpo in un linguaggio universale libero, capace di evocare, oggi come allora, l’essenza dell’animo umano attraverso il movimento.   Luogo: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma Date: Fino al 31 gennaio 2025 Orari: Dal martedì alla domenica, 9.00-19.00 (chiuso il lunedì) Email: info@fondazioneand.it Sito web: fondazioneand.it 

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CCCP Felicitazioni: il punk non è morto!

Ultimissimi giorni per visitare la grande mostra “FELICITAZIONI! CCCP – Fedeli alla linea. 1984 – 2024” allestita ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia: la mostra ha superato le 25.000 presenze nei primi tre mesi di apertura e la chiusura è stata prorogata al 10 marzo.   Una mostra che va in parallelo con il ritorno sulle scene dello storico gruppo punk emiliano. Una reunion che ha subito registrato il sold out con tre date a Berlino e che presto arriverà sui palchi italiani. Un ritorno che sembrava impensabile fino a che non sono apparsi i primi rumors nel 2022, anche se lo stesso Massimo Zamboni, al Lucca Capannori Underground Festival 2022 di cui era uno degli ospiti di punta, non si era allora pronunciato.     Della mostra si è detto e scritto di tutto e di più ma vi consigliamo vivamente, se non siete ancora andati a visitarla, di affrettarvi e farvi la vostra personale idea di questo viaggio che sicuramente sarà anche un po’ il vostro personale viaggio nell’universo musicale, ideologico e culturale che forse avete vissuto in quegli anni insieme alla band icona del punk italiano. L’ allestimento, fuori dall’ordinario senza ombra di dubbio, proietta il visitatore nel mondo dei CCCP attraverso ben 25 sale in un percorso che merita almeno due ore di visita. E non si tratta ovviamente di una sola esposizione di cimeli, anzi: si tratta soprattutto di una mostra immersiva, che fa sentire il visitatore parte di quel mondo, più o meno come può accadere durante un concerto o uno spettacolo.     Sono tanti e diversificati gli allestimenti nelle diverse stanze di questa mostra, così come sfaccettato, poliedrico e variegato era il mondo dei CCCP. Un mondo che si è complicato ancora di più dopo la rottura fra Zamboni e Ferretti e le  varie prese di posizione politiche del secondo (mentre invece Zamboni è sempre rimasto fedele alla linea). Così si passa da stanze dove possiamo ammirare cimeli e fotografie dei CCCP, ad altre in cui siamo immersi nella loro musica a tutto volume con altoparlanti che calano dal soffito, o in cui siamo sommersi da proiezioni video delle loro esibizioni o, ancora, dove dobbiamo passare in mezzo a gigantografie dei dirigenti dell’URSS e dei suoi stati satellite mentre siamo avvolti dalle note dell’Inno Sovietico. Perché sì, c’è anche questo ovviamente: la Storia, quella con la S maiuscola, e non potrebbe non essere presente in una mostra dedicata a un gruppo che già nel nome dà una chiara indicazione del proprio indirizzo ideologico. E questo è forse il primo vero impatto che abbiamo quando, nel chiostro principale subito poco dopo l’entrata, vediamo una Trabant accanto a un blocco del Muro di Berlino.     Tutto lascia una sensazione strana, stranissima. Ma emozionante. Per chi ha vissuto quei tempi, c’è sicuramente una punta di nostalgia che si affaccia, soprattutto pensando ai nostri, di tempi, con la musica italiana tendenzialmente appiattita su cliché e falsa provocazione. Difficilissimo pensare a un gruppo oggi che non nasca da una mera logica di mercato. Certo è che si prova anche un brivido pensando a quante analogie ci sono oggi con gli anni ’80, con il ritorno alla minaccia nucleare, al mondo diviso in due blocchi con una Russia antagonista dell’occidente. E allora forse non è un caso che appunto siano tornati i CCCP. E non importa se i nostri sono naturalmente invecchiati, anzi: il messaggio è ancora più potente, tornano da dove avevano finito senza cambiare una virgola, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla. Sembra quasi che il messaggio sia che la band è tornata perché sono tornati tempi analoghi a quelli degli anni ’80 ma non c’è nessuno a fare quello che facevano loro, e qualcuno deve pur farlo: i CCCP. E questo conforta coloro che, ai tempi già li seguivano: il punk non è morto, i CCCP non sono morti, e pure i visitatori che sono cresciuti con loro e con la loro musica non si sentono più morti. Si sentono vivi, più vivi che mai come i CCCP. Impossibile rimanere indifferenti.   La mostra è stata prodotta e organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia. La grafica della pubblicazione e i loghi della mostra sono stati creati da Matteo Torcinovich per Interno4 edizioni. Il progetto allestitivo è curato da Stefania Vasques e si arricchisce dei contributi artistici di Arthur Duff, Roberto Pugliese, Stefano Roveda e Luca Prandini; il light design è firmato da Pasquale Mari. Il progetto espositivo è realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna. Hanno contribuito alla realizzazione della mostra Coopservice e Coop Alleanza 3.0. 04/03/2024      

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