Intervista a Virgilio Bernardoni
In occasione delle celebrazioni per i 30 anni del Centro studi Giacomo Puccini si è completato anche il passaggio di consegne alla presidenza dell’istituzione: Gabriella Biagi Ravenni, che abbiamo recentemente intervistato su La Settima Base, ha lasciato l’incarico a Virgilio Bernardoni, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università degli Studi di Bergamo. Bernardoni non è un nome nuovo per il Centro studi dal momento che vi gravita fin dagli inizi della sua storia. Lo abbiamo intervistato. Da quando fai parte del Centro studi Giacomo Puccini, qual è stata la tua più grande soddisfazione personale? Si può dire che sono stato nell’orbita del Centro studi quasi dalla prima ora. I fondatori mi proposero di far parte del Comitato scientifico e mi sentivo un po’ come il giovane di bottega in un gruppo che raccoglieva i più autorevoli studiosi del melodramma. Poi nel 1998 sono stato anche aggregato al Consiglio direttivo e da allora ne ho sempre fatto parte. Insomma ho attraversato quasi tutta la storia del Centro studi Puccini. Anche per questo le soddisfazioni sono state davvero molte. Andrebbero elencate tutte le prime volte che si sono raggiunti degli obiettivi con un lavoro di squadra: il primo numero degli «Studi pucciniani», fatto tutto in casa, senza editore; il primo vero convegno di studio con un concorso inaspettato a livello internazionale; il primo volume dell’Epistolario, finalmente pubblicato in mezzo a difficoltà di ogni tipo e così ben riuscito da far ottenere ai curatori il Premio Illica per la musicologia, e così via. La cosa più inaspettata, però, è essere diventato coautore della versione per orchestra dello Scherzo di Puccini, grazie all’orchestrazione di una parte rimasta allo stato di abbozzo. In tutti questi anni il Centro studi ha sviluppato tantissime idee e progetti. Quali credi abbiano contribuito maggiormente alla comprensione di Puccini, sia dal punto di vista musicale sia da quello umano? Ritengo che ad avere impatto sia stato l’effetto d’insieme delle azioni via via intraprese. L’approfondimento critico delle opere e dei processi ideativi dalle quali sono nate, la scoperta e l’edizione di brani finora sconosciuti, la pubblicazione sistematica delle lettere in un numero prima d’ora mai neppure immaginato, l’attenzione per gli aspetti visivi delle opere teatrali e per gli interessi artistici, fotografici, letterari di Puccini, il censimento e la messa a disposizione di un vasto repertorio della critica giornalistica e ora anche l’apertura di un lavoro di scavo sulle registrazioni in video delle opere teatrali, tutto ha contribuito alla maggiore comprensione sia umana che artistica, talvolta addirittura con nuovissime scoperte su entrambi i fronti. Credi che ci sia qualcosa che ti caratterizza e che possa offrire uno sguardo nuovo sulle attività e sulle sfide che attendono il Centro studi? La sfida per il Centro studi è quella di sempre: portare avanti il lavoro con i mezzi economici e umani di cui dispone. I primi sono sempre insufficienti per realizzare tutti i progetti. I secondi si basano sulla gratuità e sulla disponibilità volontaria degli studiosi che, da trent’anni a questa parte, hanno messo e mettono a disposizione tempo e competenze. Di mio credo che potrò aggiungerci l’indipendenza del giudizio e l’ostinazione, lenta ma inesorabile, nel perseguire gli obiettivi: due componenti che forse non guastano per portare avanti, e possibilmente completare, progetti di lunghissima gittata come quelli in cui si è impegnato il Centro studi. Da non toscano, come è avvenuto il tuo primo incontro con Puccini? Il primo da studioso risale a quarantacinque anni fa, all’epoca in cui iniziavo a impostare la mia tesi di laurea, che verteva sul teatro musicale non verista del tempo di Puccini e lo considerava sullo sfondo, con sfumature critiche negative. La svolta è venuta un po’ per caso, quando mi fu proposto di realizzare una raccolta di studi per una collana musicale dell’editore Il Mulino, suggerendomi come soggetto, in alternativa, Béla Bartók oppure Giacomo Puccini. Si trattava di mettere insieme per i lettori italiani una selezione di articoli recenti, i più rilevanti su scala internazionale. Per interesse personale ero fortemente attratto da Bartók, una delle mie passioni giovanili, però fui subito frenato dalla non conoscenza dell’ungherese. E così dovetti ripiegare su Puccini: il volume uscì nell’anno della fondazione del Centro studi e la sua presentazione a Palazzo Orsetti è stata la prima manifestazione pubblica del Centro. Stiamo vivendo una fase complessa per la musica: dall’educazione all’ascolto alla partecipazione agli eventi culturali, non soltanto da parte dei giovani. Quali interventi credi dovrebbero essere messi in atto da un governo per invertire questa tendenza? Su questo aspetto mi sono fatto un’idea drastica: la società italiana oggi è diffusamente analfabeta per quanto riguarda la musica, a livello delle singole persone e, purtroppo, anche a livello della classe politica, dell’amministrazione della cultura e dell’istruzione e, tranne rare e lodevoli eccezioni, perfino a livello della classe insegnante che opera nei cicli formativi dell’infanzia e della scuola primaria, là dove si dovrebbe formare la competenza linguistica di base, quella che gli individui potranno utilizzare per tutta la vita. È il risultato di una tendenza di lunga durata, che dalla scuola dell’Italia unita in avanti ha sempre relegato la formazione musicale agli specialisti che si avviavano alla professione di musicista, riservando agli altri quei palliativi che nel tempo si sono chiamati pratica spontanea del canto o avviamento al suono del flauto dolce, e che oggi si chiama didattica musicale laboratoriale. L’analfabetismo musicale è diventato un dato atavico della società italiana, probabilmente irreversibile, che un qualsiasi governo, da solo, non riuscirà mai a risolvere. Per cui la musica si sente e basta, piace o non piace d’istinto, nell’ignoranza delle sue qualità di linguaggio strutturato secondo proprie categorie comunicative. Ovviamente, il problema esula dalle competenze di una piccola entità, molto specialistica, come il Centro studi Puccini. Qualcosa comunque dovremo escogitare anche sul piano della divulgazione dei risultati dei nostri studi. 24/06/2026
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