Dopo cento anni Turandot regna ancora
La Turandot del centenario di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, fa il tutto esaurito nelle due rappresentazioni al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca del 25 e 26 aprile scorsi. Un allestimento diverso da quelli cui il pubblico è abituato, con un cast eccezionale. Apprezzatissima poi dal pubblico la direzione di Alessandro D’Agostini che abbiamo intervistato qui e sotto la cui bacchetta si è mossa l’Orchestra della Toscana: una direzione che, pur non trascurando le grandi sonorità dell’opera, ha valorizzato in particolare i momenti di rarefazione sonora della partitura. Il finale resta aperto: l’opera si chiude là dove Puccini l’ha terminata, non c’è il finale di Alfano. Ed è qui che emerge più che in altri punti l’interpretazione della Turandot da parte del regista Nadir Dal Grande. L’allestimento e l’interpretazione È un allestimento oscuro, come oscuro è l’incantesimo che Turandot ha fatto calare sul popolo di Pechino. Il buio domina la scena, una scena povera come gli stracci grigi di cui è ricoperta la popolazione succube della malvagia regina e che ricorda una popolazione di morti viventi anche nei movimenti. Siamo ben lontani quindi, anzi, siamo agli antipodi dalle Turandot sfarzose e colorate come quella di Zeffirelli. Qua domina il Male, Turandot. Bagliori a volte improvvisi fanno emergere le figure dall’oscurità come in un quadro caravaggesco. Luci che sono tuttavia spesso e volentieri inquietanti, come se fossero il mezzo che utilizza Turandot per osservare i sudditi e far sentire la propria presenza. Il light design è opera di Jenny Cappelloni che fa parte del collettivo “Floret Umbra” insieme a Dal Grande che abbiamo intervistato prima della messa in scena e che ha firmato anche scenografia e costumi. Il finale La rappresentazione si ferma là dove Puccini ha terminato. Non ci sono finali scritti da altri musicisti. E qui si coglie pienamente l’interpretazione della Turandot da parte del regista. Dal Grande ha infatti introdotto un elemento di assoluta novità, una bambina che rappresenta Liù piccola. La bambina compare tre volte, una in ogni atto, e nessuno a parte Liù sembra accorgersi di lei. Si comprende a pieno il suo significato proprio nel finale, quando la bambina porta con sé una rosa bianca, la porge verso la platea e dal fondale viene sparata una luce fortissima che squarcia l’oscurità e abbaglia il pubblico prima della chiusura definitiva del sipario. Un altro simbolo che resterà impresso di questo allestimento – diventandone l’immagine che tutti certamente ricorderemo – è il volto di Turandot che incombe sullo sfondo e sulla popolazione come fosse un elemento che fa parte della natura, come il sole e la luna e che costantemente ricorda che è lei che regna, lei che comanda. Dall’alto però calano anche altri volti: quelli delle teste di coloro che non sono riusciti a risolvere gli enigmi. Il cast Cast eccezionale con nomi di altissimo livello, dicevamo. Roberto Aronica è un Calaf impeccabile, a proprio agio nel ruolo, deciso e con una timbrica avvolgente; Oksana Dyka dà voce a una Turandot aggressiva e potente che non lascia spazio ad alcuna discussione; Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone, Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang e Pong sono gli interpreti che più di altri danno ritmo e vitalità alla scena, affiatati e in perfetta sintonia; l’imperatore Altoum di Gianluca Moro, statuario, su un trono altissimo, concentra in sé il peso enorme del giuramento e della tragedia che avvolge il regno; George Andguladze è un Timur senza esitazioni, con una timbrica che racchiude con forza la saggezza e la dignità del personaggio; applausi a scena aperta per Maria Novella Malfatti che parla diretta al cuore del pubblico donando a Liù una voce calda, morbida e avvolgente. Chiudono il cast Omar Cepparolli (Un Mandarino) e Valerio Dimarti (Il Principe di Persia). In scena anche il Coro Arché Turandot 100, diretto da Marco Bargagna, e il Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti. 29/04/2026
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